L’istat mette a nudo le bugie di Tremonti, Italia in ginocchio

Nonostante le smentite del ministro dell’economia Giulio Tremonti, l’Istat continua a fotografare un’Italia in piena recessione. Eppure gli effetti negativi continuano a farsi sentire: aumentano i disoccupati in Italia, calano vendite e acquisti di ogni generi, dai supermercati al commercio.Le vendite al dettaglio a marzo, infatti, sono calate del 2,0% rispetto allo stesso mese del 2010 e dello 0,2% rispetto a febbraio. L’istituto statistico ha poi aggiunto che la discesa registrata su base annua è la più marcata dal gennaio del 2010. Sulla contrazione, sia tendenziale che congiunturale, pesa soprattutto la negativa performance del comparto alimentare (leggi i dati Istat su crescita e industria)
Rispetto a febbraio 2011, le vendite di prodotti alimentari diminuiscono dello 0,3% e quelle di non alimentari dello 0,2%. A confronto con marzo 2010 la differenza è ancora più ampia, -2,6% per i primi e -1,6% per i secondi.
MALE LA GRANDE DISTRIBUZIONE. Sempre su base annua, nella grande distribuzione le vendite segnano variazioni negative sia per il ‘food’ (-2,9%), dove il ribasso è più accentuato, sia per il ‘non food’ (-1,2%).
Anche per le imprese operanti su piccole superfici, si è registrata una diminuzione (con un calo dell’1,9% sia per i prodotti alimentari, sia per quelli non alimentari).
Guardando alla dimensione delle imprese, a marzo 2011 il valore delle vendite è diminuito, in termini tendenziali, del 2,2% nelle micro imprese (fino a 5 addetti), del 2,0% in quelle da 6 a 49 e dell’1,7% nelle imprese con almeno 50 addetti….continua
Quanto al valore delle vendite di prodotti non alimentari, a marzo le riduzioni più forti riguardano i gruppi ‘cartoleria, libri, giornali e riviste’ e ‘giochi, giocattoli, sport e campeggio’ (-2,4%), ‘abbigliamento e pellicceria e mobili, articoli tessili, arredamento’ (-2,3%).
L’unico settore non in negativo è quello degli ‘elettrodomestici, radio, tv e registratori’, che, però, segna una variazione nulla.Uno scenario drammatico, secondo Giovanni D’Agata, componente del Dipartimento Tematico Nazionale “Tutela del Consumatore” di Italia dei Valori e fondatore dello “Sportello dei Diritti”, quello tratteggiato dall’Istat, che dati alla mano sottolinea come tutte le difficoltà che sta attraversando il settore, a partire dalla forte impennata dei prezzi di alcuni prodotti che se de un lato, ha contratto le vendite nei supermarket, dall’altro ha, di fatto, reso sempre più cara la spesa delle famiglie italiane. Il costo della spesa è aumentato facendo così raggiungere ad alcuni beni di largo consumo, come la pasta, ben il 50% di aumento in un anno.

fonte :  http://notiziegenova.altervista.org/index.php/economia/2623-listat-mette-a-nudo-le-bugie-di-tremonti-italia-in-ginocchio

Rapporto Eures: la disoccupazione causa un suicidio al giorno in Italia

Si verifica un suicidio al giorno – in Italia – tra i disoccupati. Emerge dal rapporto “Il suicidio in Italia ai tempi della crisi. Caratteristiche, evoluzioni e tendenze” stilato dall’Eures negli scorsi giorni. Per non parlare delle situazioni borderline di chi ricorre agli psicofarmaci, o torna a vivere dai genitori, o non esce più.

 

Noi, disoccupati e morti viventi

di Emiliano Fittipaldi

Chi si butta sugli psicofarmaci. Chi torna a vivere dai genitori. Chi non esce più di casa. E chi tenta il suicidio. La mancanza di lavoro è un veleno per milioni di italiani. Ecco le loro storie

 Chi perde il lavoro qualche volta impazzisce. Comincia a prendere pasticche, capita pure che s’ammazzi. L’ultima volta è successo un mese fa, quando Gaetano Privitera, 39 anni, s’è lanciato nel porticciolo di Ognina a Catania legato alla cintura di sicurezza della sua Opel. “E’ meglio vivere poco ma bene, che a lungo e male”, ha scritto su Facebook dopo la chiusura del suo supermercato.

I casi di suicidio dall’inizio della depressione non si contano. Sono partite Iva, impiegati, operai, piccoli imprenditori: la crisi, per alcuni, ha funzionato da livella. Lo scorso luglio Paolo Iacconi di Lucca ha ucciso i suoi ex principali prima di farla finita (“Non ce la faceva più con il mutuo”, dice la sorella), a ottobre s’è tolto la vita un operaio di Castellammare di Stabia, città che da anni vive il declino dei cantieri navali della Fincantieri. Dopo cinque giorni è toccato a un ragazzo di Ostuni: laureato in economia e commercio, aveva perso il posto ottenuto a fatica in un call center. Era emigrato al Nord e s’è ucciso tornando in Puglia, lanciandosi dal finestrino dell’espresso Bolzano-Lecce. Qualche tempo prima Giovanni La Greca, nato a Sciacca, s’era dato fuoco con la benzina. Stessa identica scelta fatta da Nicola Cenzabella di Asti, 62 anni, e dal ventenne Riccardo La Mantia che a Torino s’è bruciato davanti alla ditta appena aperta la busta con la lettera di licenziamento. Per lo stesso motivo dieci anni prima anche suo padre decise di morire abbracciando le fiamme. La storia di Pasquale e Gabriele Parecchia, padre e figlio, è finita in una breve di cronaca nei giornali di Teramo. Litigavano sempre, il ragazzo era disoccupato da troppo tempo. Si sono azzuffati un’ultima volta lo scorso 5 febbraio, quando Gabriele non ci ha più visto e ha accoltellato il padre. Subito dopo ha fatto harakiri.

Lunedì al sole
Perdere il lavoro o non trovarlo nemmeno è un’esperienza che coinvolge ormai milioni di persone. Per fortuna, raramente finisce in tragedia. Ma nell’Italia tornata a tassi di disoccupazione in doppia cifra (Bankitalia ha corretto al rialzo i dati Istat portando il tasso reale all’11 per cento), il fenomeno dei senza lavoro sta diventando socialmente devastante. Dall’aprile 2007 hanno perso il posto in media 460 persone ogni giorno. In pratica, ha chiuso un’impresa da decine di milioni di fatturato ogni 24 ore. Oggi le persone che vivono senza volerlo una “vita sospesa” alla ricerca costante di un nuovo impiego sono oltre due milioni. Un numero a cui Mario Draghi invita ad aggiungere gli “invisibili”, talmente demotivati che non cercano nemmeno più, e i cassintegrati. Un popolo costretto a casa sparso in tutte le regioni d’Italia: le file alle agenzie specializzate sono spuntate anche nei luoghi dove guadagnarsi la pagnotta non è mai stata una chimera.

“L’Espresso” ha ascoltato decine di storie. I tratti comuni sono molti, ma ai colloqui con i responsabili delle risorse umane s’affollano persone diversissime tra loro. Come differenti sono le reazioni al minimo comun denominatore che li definisce, nelle statistiche, “persone in cerca di occupazione”. Qualcuno s’ammazza, è vero, altri decidono di cambiare vita. I laureati più bravi emigrano all’estero, al Sud molte donne seguono un vecchio consiglio di Silvio Berlusconi e si sposano.

Alcuni fanno cose che mai avrebbero pensato di fare prima, come le operaie messe in cassa integrazione dalla Omsa di Faenza, la storica fabbrica di calze che sta delocalizzando in Serbia. Hanno deciso di organizzare spettacoli di protesta contro i padroni e per imparare a recitare si sono iscritte a corsi di teatro. Molti hanno modificato il solito bioritmo: soprattutto i più giovani, che si svegliano più tardi che possono e vanno a letto tardissimo. I più anziani, quelli abituati a timbrare il cartellino da trent’anni, sono quelli che si deprimono prima. A una settimana dal licenziamento raddoppiano le ore passate davanti alla televisione e parlano continuamente del lavoro che non c’è più. “Come se snocciolare i ricordi potesse farli tornare indietro nel tempo, alla catena di montaggio o nel cubicolo dell’ufficio che hanno trasformato, nel loro immaginario, in un paradiso terrestre”, spiega la sociologa Chiara Saraceno citando vecchi studi sulle tute blu della Fiat: “Non mi stupirei se passassero il tempo a gironzolare davanti ai cancelli della fabbrica”.

I dirigenti con gli stipendi più alti sono tra i più umiliati, perché per rimettersi sul mercato devono abbassare enormemente le proprie pretese e concorrere con i giovani ed “economici” cococo.

In tanti spiegano di essere costretti a prendere nota di ogni centesimo che esce di casa, operazione ossessiva ma necessaria per chi vuole arrivare a fine mese. Altri almeno all’apparenza la prendono con filosofia, trasformando tutta la settimana in un’unica, lunghissima domenica. I “lunedì al sole”, così Javier Bardem chiamava l’alienante far niente a cui era obbligato il suo personaggio in un film sulla deindustrializzazione di Vigo, la città spagnola che alla fine del secolo scorso ha smantellato i suoi cantieri navali. Gli storici segnalano che in Italia la mancanza di lavoro è sempre stata un elemento strutturale, innanzitutto nel Mezzogiorno. Ma è la prima volta dagli anni Sessanta che il fenomeno colpisce fasce enormi delle generazioni giovani (per l’Istat un under 24 su tre è a spasso: un record assoluto tra i Paesi più sviluppati) e zone tradizionalmente immuni al virus della disoccupazione. Come Torino, dove il tasso dei senza lavoro è più che raddoppiato, alcune città dell’Emilia e realtà produttive come Biella, Lucca e Imperia.

Tutti a casa
Partiamo dal Veneto. Patria delle partite Iva e della piccola imprenditoria. Nel regno di Luca Zaia quattro anni fa a cercare un posto erano in 73 mila, ora sono 129 mila. Hanno chiuso centinaia di ditte individuali e microimprese, e persino mestieri un tempo sicuri sono stati travolti dalla crisi. Andrea S. (chiede l’anonimato), 43 anni, era un informatore scientifico, un impiegato laureato assunto da una ditta farmaceutica per trattare con i medici di base: in Italia erano 35 mila nel 2007, ora sono stati tagliati del 30 per cento. “Il nostro è un settore protetto, ma gli azionisti volevano profitti a due cifre, noi eravamo sacrificabili. Oggi lavoro a cottimo, in genere sono occupato due giorni a settimana. Gli altri resto con le mani in mano. La mia vita è un’attesa continua: l’attesa che il telefonino squilli. Ma lo sa che ho comprato dei videogiochi per ammazzare il tempo? La Wii mi diverte moltissimo, ora comprerò la Playstation perché i giochi, quelli d’avventura, durano di più”.

Anche a Parma non se la passano benissimo. Fino a qualche anno fa in Emilia-Romagna trovare un disoccupato era come scovare un ago in un pagliaio. Ma rispetto al 2007 il tasso di disoccupazione è raddoppiato, e i senza lavoro hanno cominciato ad affollare i bar e le agenzie di collocamento. Pure Gianluca Fiorucci, maturità classica e inglese perfetto, è finito senza accorgersene tra gli 8 mila nomi segnalati dalle liste della disoccupazione della città. “Vengo da Gorizia, mi sono trasferito per seguire un grande amore. Ho trovato subito lavoro come tecnico di controllo per un’azienda che lavorava per la Tetrapack. Stipendio da 1.100 euro al mese, sembra poco ma stavo come un pascià”. Lo stabilimento è stato trasferito dopo un anno e mezzo, e il contratto non è stato rinnovato. Gianluca ha alternato lavori interinali con lunghi periodi ai giardinetti. “Sono un disoccupato di serie A, lo scriva, perché l’indennità per adesso mi permette di mangiare”. Il lavoro nero si rifiuta di accettarlo, “è una questione di principio. La mia giornata tipo? Colazione alle 10, poi tre-quattro ore su Internet per leggere gli annunci su siti specializzati come Infojob e simili. Il problema è aggredire di petto il tempo morto del pomeriggio. Io cerco di fare cose che mi gratifichino: quindi leggo, anche un libro ogni due giorni. E cucino: l’unico aspetto che la mia ragazza trova positivo da quando mi hanno cacciato”. Difficile che esca in giro a spassarsela: Parma è una città cara, le cene fuori sono un’utopia, i cinema idem. “Chiedere una mano a tua madre, bucare le scadenze delle bollette, dover vendere una macchina, cambiare casa perché non puoi più pagare l’affitto. Psicologicamente è dura, lo stress può offuscarti la mente”.

Per Marzio Bargagli, tra i più attenti studiosi delle dinamiche sociali del mercato del lavoro, le storie di Andrea e Gianluca indicano che bisogna andare oltre i tassi dell’Istat. “Ho parlato con i ricercatori dell’Istituto nazionale di statistica, mi hanno detto che s’aspettavano un aumento superiore della disoccupazione. In realtà il fenomeno è più articolato”. La crisi, infatti, ha ridotto anche le ore di lavoro giornaliero. “E’ capitato ai precari e ai lavoratori autonomi. A volte occupati per mezza giornata, o ancora meno. Lavoratori di mattina, disoccupati il pomeriggio: io la chiamo la cassa integrazione delle partite Iva, che ovviamente non è coperta dai sussidi pubblici”. La Saraceno, invece, mette in risalto l’importanza della famiglia, unico vero strumento di welfare rimasto a disposizione di chi ha perso tutto: “L’assenza delle politiche pubbliche è evidente. Lo Stato non solo offre pochissime protezioni, ma le strategie per ri-orientare i disoccupati sono ridicole.

I corsi di formazione si sono dimostrati un pannicello caldo utile nel breve a contenere la rabbia, ma che alla fine genera solo nuova frustrazione”. Il governo e il ministro dell’Economia sono sul banco degli imputati. “Qualche settimana fa Giulio Tremonti ha invitato i ragazzi a non essere schizzinosi e ad accettare i lavori più umili che fanno gli immigrati”, ragiona la professoressa: “Vorrei vedere lui o Brunetta mandare loro figlio laureato e masterizzato a raccogliere mele e pomodori a pochi euro al giorno”. Che le cose non funzionino a dovere è dimostrato anche dal fallimento della riforma delle agenzie del lavoro. Se la Borsa Lavoro Nazionale è un progetto naufragato dopo investimenti milionari, spulciando i dati dell’Isfol e del ministero del Lavoro si scopre che grazie ai Centri pubblici per l’impiego ha trovato un posto solo il 3,8 per cento dei disoccupati. Un numero risibile, visto che nei vecchi uffici di collocamento sono impiegati ben 12 mila persone, che costano ai contribuenti più di 400 milioni di euro l’anno si stipendi.

Spostiamoci in Toscana. Qui il tasso di disoccupazione maschile dal 2007 al 2010 è quasi raddoppiato. Aldo Marsili, 56 anni, è tra i 350 dipendenti lasciati a casa dalla Eaton di Massa Carrara, una multinazionale americana specializzata in componenti meccanici ed elettronici. “Facevo punterie per motori dal 1986, e guadagnavo 1.250 euro al mese. A ottobre 2008 capimmo che c’era qualcosa che non andava. I capi non ci pressavano più, ci regalavano permessi, è arrivato a sorpresa un premio di produzione. Infatti, hanno chiuso poche settimane dopo”. A seguire, la solita drammatica trafila: la cassa integrazione, le proteste in piazza e le manganellate con la polizia, il licenziamento definitivo. Marsili è un toscanaccio che non si lascia buttar giù facilmente. In tasca ha pochi soldi, ma ha il vantaggio di non avere né un mutuo ne figli da mantenere. “Il fatto è che dopo una vita passata a rompermi la schiena in mezzo mondo, dall’Iran agli Emirati Arabi, non sono abituato a star con le mani in mano. Il giudizio degli altri, non lo nego, mi pesa da morire, anche perché quando vado ai colloqui mi vedono e si mettono a ridere. Sono troppo vecchio, e troppo poco specializzato”. Aldo elenca il decalogo del disoccupato tutto d’un fiato. “Compro le sigarette che costano meno. Lascio sempre l’auto in garage. Leggo i giornali sperando che annuncino l’apertura di nuove aziende. Porto in giro mia madre. Poi un po’ di jogging. Qualche donna quando capita. Una birra con gli ex colleghi. La sera tardi scrivo un romanzo sulla mia vita . L’intitolerò “Il libico”. Sono nato a Tripoli, io”.

Medioevo meridionale
Al Sud, ragiona ancora Barbagli, la solidarietà informale è più forte che al Nord. “I disoccupati meridionali si sentono meno squalificati, meno devianti di quelli milanesi”. Al Nord riorganizzare daccapo il proprio tempo è più faticoso, visto che (quasi) tutti quelli che conosci sono in ufficio. Nel Mezzogiorno perdere il lavoro non è un’eccezione, ma la regola. “Paradossalmente sono più integrati, è vero. Solo a Napoli potevano inventarsi un’associazione chiamata Disoccupati Organizzati”, annota la Saraceno: “Senza dimenticare che lì la vita costa molto meno. Ma la rete di protezione sociale rischia di trasformarsi in una trappola. Le risorse disponibili per tentare il riscatto sono poche: così, se è probabile che passata la crisi al Nord si tornerà in ufficio, al Sud sarà molto più difficile”. Santo Ferrara, 56 anni, licenziato “per giusta causa” a pochissimi anni dalla pensione, lo sa bene. Lavorava alla Magneti Marelli di Pomigliano, città che da anni vive la crisi dello stabilimento della Fiat come una spada di Damocle. “La mia vita è finita nel 2008, quando ho perso il lavoro. Mi hanno accusato di aver marcato il cartellino mentre ero fuori. Balle. Ora non prendo stipendio e ho 36 mila euro di debiti sul groppone”.

Santo rimane quasi tutto il giorno sbarrato in casa, vita sociale al minimo. I vecchi amici sono tutti a Pomigliano, lui è stato sfrattato e vive a Melito. Andata e ritorno 60 chilometri, la benzina a 1,60 al litro sconsiglia di mettersi in moto se non per necessità impellenti. “Mi sento agli arresti domiciliari. Ma sa cosa mi fa più male? Dovermi confrontare con mia moglie. Che le posso dire? Cosa posso offrirle?”.
Tra il popolo dei disoccupati c’è pure chi sembra spassarsela. A 15 chilometri dall’appartamento di Sante, a Napoli, c’è un locale che si chiama Perditempo. Nomen omen, dicevano i latini: qui s’incontrano tutte le sere della settimana decine di sfaccendati dei quartieri bene. Lucia Sinna, laureata in Giurisprudenza e frequentatrice dei bar della movida, li racconta così. “Sono disoccupati alla “Moretti”. Se gli domandi “che fai?”, ti rispondono come in “Ecce Bombo”: giro, vedo gente, mi muovo, faccio cose. In realtà non fanno nulla. Sono nobilastri, figli di professionisti o professori universitari che s’atteggiano a fotografi, registi, attori, stilisti e scrittori. Fingono di essere tranquilli, sognano il successo, ma la depressione è sempre in agguato. Dormono fino a mezzogiorno, stanno tutto il giorno davanti al computer, un caffè con gli amici dopo pranzo, in estate un tuffo a Marechiaro o in qualche piscina di amici danarosi. Di fatto sono mantenuti dai genitori. A Napoli sono migliaia, si trovano ovunque”.

La Saraceno invita subito a non fare generalizzazioni. I “disoccupati volontari”, o i “bamboccioni” come li chiamava Tommaso Padoa-Schioppa esisteranno pure, ma sono una piccola, insignificante minoranza. “Il fenomeno su cui i media dovrebbero battere è la tragedia delle donne del Sud, costrette a casa da tassi di occupazione bassissimi, medioevali”. In effetti in Campania e Calabria quasi una su cinque è a spasso. E il dato è sottostimato: sono centinaia di migliaia quelle che non cercano più e scompaiono dalle tabelle Istat. “Ma qui le donne sono tra le più fortunate. Possono contare su altre identità, come quella di madre e donna di casa”, dice candidamente Carla Di Bari, nata a Cosenza 35 anni fa, una laurea in filosofia inseguita per anni e una figlia appena nata che dà senso alla sua vita. “E’ vero, faccio la casalinga e la moglie per “ripiego”, ma non invidio mio fratello, un ingegnere emigrato a Varese che a 40 anni suonati non trova uno straccio di contratto”, rivela la ragazza sorridendo amara: “Lei saprà che l’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ecco, qui quella frase solenne suona più o meno come una barzelletta”.

fonti : http://espresso.repubblica.it/dettaglio/noi-disoccupati-e-morti-viventi/2152051//3

http://societa.liquida.it/focus/2011/05/26/rapporto-eures-la-disoccupazione-causa-un-suicidio-al-giorno-in-italia/

 

 

10 MOTIVI PER CUI BERLUSCONI HA PARLATO CON OBAMA !

1) Berlusconi fa ancora confusione tra giudici e magistrati, voleva farsi spiegar la differenza da Obama;

2) Ha visto come Obama ha trattato Bin Laden e vorrebbe facesse lo stesso con l’ANM;

3) E’ andato a dire ad un presidente americano di sinistra che il male italiano sono i giudici di sinistra col chiaro intento di confondergli le idee ed avere vita facile durante le trattative del G8;

4) Ha pensato che ognuno avesse una traduttrice personale e ha tirato fuori la prima balla che gli è passata in mente per vedere se quella di Obama era più bella della sua;

5) Ha avuto un attimo di labirintite ed ha creduto che Obama fosse Alfano;

6) Erano quasi sei ore che nessuno gli chiedeva nulla sui comunisti, non ce l’ha fatta a trattenersi ed ha fermato il primo che ha visto, Obama;

7) E’ colpa di Pisapia;

8) Dal momento che in America è il governo è in difficoltà, essendoci ora una maggioranza di destra, sperava che Obama gli dicesse “wow, facciamo a cambio?“;

9) E’ tutta una strategia per distrarre gli altri leader e provarci con il suo sogno proibito, la Merkel;

10) Dopo aver detto che chi non lo vota è senza cervello ed aver raffigurato chi lo vota come un povero tonto incapace di trovare il nome “Berlusconi” sulla scheda, non voleva esser da meno.

FONTE:http://teledicoio.blogosfere.it/2011/05/10-motivi-per-cui-berlusconi-ha-parlato-ad-obama-dei-giudici-di-sinistra.html

Alberto Angela e la mistificazione !

Evidentemente la verità è troppo scomoda !

Ecco come pubblicizzare il referendum !

di Giovanni Chianta

 

Considerando che gli spot per il referendum vengono trasmessi dalla Rai a notte fonda e considerando che il boicottaggio  sta avendo i risultati sperati, è evidente che, in questi giorni che precedono il referendum, dobbiamo promuovere NOI (in tutti i modi possibili) il referendum, come fare ? E’ indispensabile realizzare un  passaparola pro referendum  sia nel Web sia fuori dalla rete.

Sul Web: e’ chiaro che chi frequenta abitualmente internet sa già dell’esistenza del referendum, perché da mesi stiamo promuovendo in tutti i modi possibili il referendum, ma  anche sul web non tutti sono ancora informati. E’ necessario continuare ad informare i “naviganti” e percio’ vi invito a:

1- Inserire un logo pro referendum nel vostro profilo Facebook, Twetter e in altri social network. (per esempio, io ho inserito questa immagine nel mio profilo: http://www.facebook.com/giovanni.chianta)

2-Inserire foto, banner, bottoni e sfondi pro referendum nei vostri siti o blog. (per esempio, io ho inserito questo sfondo nel mio blog: http://ilmalpaese.wordpress.com/)

3-Scrivere articoli, note o post nei quali spiegate l’importanza del referendum.

4-Realizzare dei video pro referendum da postare sui vostri siti, su Youtube ecc…

Questi sono solo quattro modi per pubblicizzare il referendum su internet, ne esistono centinaia, ognuno si organizzi come meglio crede.

Fuori dal Web: ancora piu’ importante è promuovere il referendum fuori dal mondo di internet. Come sappiamo bene, non tutti ( ed è questo il problema) si informano attraverso internet, percio’ è necessario:

1-Fare volantinaggio (basta semplicemente stampare un po’ di loghi pro referendum e distribuirli in giro spiegando tutto quello che c’è da sapere sul referendum)

2-Organizzare manifestazioni pro referendum nelle piazze delle vostre città.

3-Convincere i tg locali (perché i cittadini si informano prevalentemente dalle tv locali) a promuovere il referendum (io ci sto provando, con scarsi risultati)

4-Convincere tutti quelli che conoscete ad andare a votare.

Piu’ in generale, possiamo dire che l’unica strategia possibile per distruggere il boicottaggio è realizzare un immenso passaparola.

 

Ed allora che aspetti ? Passaparola !

Il Pdl e Lega attaccano sulla moschea a Milano, ma dimenticano di aver votato a favore

Moschee e aree di sosta per i Rom a Milano?
Il Pdl le ha approvate nel Pgt 2010

Milano –  Un anno fa il Pdl ha votato in Comune un emendamento di Rifondazione comunista che ha introdotto nel Piano di governo del territorio luoghi di culto per tutte le religioni.

Moschea – Berlusconi e l’intero Pdl, in attesa del voto di Milano attacca il centrosinistra e in particolare Pisapia, accusato di voler costruire moschee e ridurre Milano ad una zingaropoli.
Il partito del premier però, dimostra di aver la memoria corta, e di ricorrere a menzogne pur di vincere a Milano.
Garanzia di luoghi di culto per tutte le religioni rappresentate in città, di ogni culto”.
Non sono parole prese dal programma di Giuliano Pisapia, che secondo la Lega in ma prese dal Pgt firmato Letizia Moratti e approvato dalla maggioranza di centrodestra in Comune.
La delibera prevede anche la realizzazione di moschee e di aree di sosta per i nomadi.
Il tutto mentre ora Lega e Pdl sparano a zero du Pisapia e i suoi, che secondo loro :“Trasformeranno Milano in una zingaropoli”.
Ignorando però che a Milano di moschee ce ne sono già dieci, abusive e non. Tutte sorte in questi anni in cui il comune è stato guidato proprio dal centrodestra.
Il candidato del centrosinistra ovviamente smentisce e smaschera: “Mi accusano di voler prevedere una struttura multiculturale e multietnica dicendo che comporterebbe decine di moschee, la zingaropoli; ma dovrebbero considerare quanta credibilità ha questa affermazione. Bossi e tanti elettori della Lega non sanno che il centro multiculturale è già previsto dal piano di governo del territorio approvato dal centrodestra”.

Nel dettaglio entra Pierfrancesco Maran, consigliere uscente del Pd e riconfermato con 3530 preferenze. “In occasione dell’adozione del Pgt, nel luglio del 2010, il consiglio con una votazione bipartisan aveva introdotto le innovazioni sul diritto ai luoghi di culto. E, sempre il consiglio comunale, a maggioranza, questa volta con il solo voto del centrodestra e di Letizia Moratti, aveva poi approvato l’intero Piano. Se Letizia Moratti ha cambiato idea deve proporre una modifica, cioè una variazione, del suo Pgt, intervenendo contro se stessa”.
Ma ovviamente l’importante è far finta di nulla, almeno per i prossimi giorni.
Garanzia di luoghi di culto per tutte le religioni rappresentate in città, di ogni culto”. L’impegno non è estrapolato dal programma di Giuliano Pisapia, che secondo la Lega in spolvero celodurista vorrebbe riempire Milano di minareti, ma dal Pgt firmato Letizia Moratti e approvato dalla maggioranza in Comune. Che, con due emendamenti approvati dalla maggioranza nel giugno 2010, prevede la realizzazione delle moschee e anche “le aree di sosta per i nomadi”. Il consigliere del Carroccio, Matteo Salvini, era assente alla votazione perché impegnato nel suo incarico di europarlamentare. Gli sarà sfuggito il Pgt voluto dalla maggioranza di cui ha fatto parte per cinque anni, tanto da essersi guadagnato la poltrona di vicesindaco in caso di vittoria della Moratti. Va detto: Salvini ha spesso criticato le decisioni della giunta, come su Ecopass. Per poi però allinearsi allegramente. “Ma ero da solo”, ripete. “Se ora vincessimo il ballottaggio la Lega passerebbe da uno a sette consiglieri, capito? La musica cambierà”, promette. In realtà al momento l’unico confermato sarebbe ancora Salvini, con le 8913 preferenze, gli altri sei consiglieri di cui parla gli sono stati garantiti da Moratti: in caso di vittoria il premio di maggioranza sarà spartito anche con il Carroccio.

Così Salvini si impegna in una campagna elettorale dagli antichi toni belligeranti che ricorda quella di dieci anni fa, quando i vari Borghezio giravano per Milano gridando “Bastoni a Palazzo Marino”. Uno slogan studiato per il candidato consigliere Massimiliano Bastoni che però non ha mai avuto grande fortuna: lunedì ha conquistato appena 602 voti. Ed è il secondo più votato dopo Salvini. Visti i “risultati” è difficile immaginare che il Pdl sia disposto a lasciare posti in consiglio, considerato che 600 voti li ha presi il 31esimo candidato della lista. Ma in campagna elettorale è lecito dire di tutto. Soprattutto se il candidato sindaco che si sponsorizza deve recuperare sette punti di distacco dall’avversario in due settimane. Si spara su Pisapia. E sul suo programma. “Trasformeranno Milano in una zingaropoli”, è l’accusa più gettonata. Ma anche “Pisapia vuole costruire la moschea più grande d’Europa” piace molto, tanto che persino Silvio Berlusconi, nella maratona televisiva serale (cinque tg diversi: Studio Aperto, Tg4, Tg5, Tg1 e Tg2), lo dice: “La sinistra prevede la costruzione di una grande moschea”.

Ignorando però che a Milano di moschee ce ne sono già dieci, abusive e non. Tutte sorte in questi anni in cui il comune è stato guidato proprio dal centrodestra. Da viale Jenner a via Padova, poi Cascina Gobba, via Quaranta, via Stadera, via Meda e altre. Luoghi di culto. Indispensabili in una città che aspira a tornare a essere una metropoli europea, tanto che la giunta di Letizia Moratti ha dovuto far fronte al problema e ha inserito nel Pgt la “garanzia di costruire luoghi di culto per tutte le religioni rappresentate in città”. Approvato dal consiglio. Così come approvati dalla maggioranza due emendamenti al testo che hanno specificato come la garanzia è “per ogni culto”. Così a Milano oggi è riconosciuto il diritto per tutte le religioni di richiedere aree dove poter realizzare i propri luoghi di culto. Un Pgt fortemente voluto da Carlo Masseroli, assessore ciellino della giunta morattiana. In pieno accordo con il sindaco e con la maggioranza. Eppure i manifesti della Lega recitano “Milano zingaropoli con Pisapia, più campi nomadi e la più grande moschea d’Europa”. Il candidato del centrosinistra ovviamente smentisce e smaschera per primo il giochino della maggioranza: “Mi accusano di voler prevedere una struttura multiculturale e multietnica dicendo che comporterebbe decine di moschee, la zingaropoli; ma dovrebbero considerare quanta credibilità ha questa affermazione. Bossi e tanti elettori della Lega non sanno che il centro multiculturale è già previsto dal piano di governo del territorio approvato dal centrodestra”.

Nel dettaglio entra Pierfrancesco Maran, consigliere uscente del Pd e riconfermato con 3530 preferenze. “In occasione dell’adozione del Pgt, nel luglio del 2010, il consiglio con una votazione bipartisan aveva introdotto le innovazioni sul diritto ai luoghi di culto. E, sempre il consiglio comunale, a maggioranza, questa volta con il solo voto del centrodestra e di Letizia Moratti, aveva poi approvato l’intero Piano. Se Letizia Moratti ha cambiato idea deve proporre una modifica, cioè una variazione, del suo Pgt, intervenendo contro se stessa”. La Lega fa finta di nulla. Igor Iezzi, segretario provinciale e candidato consigliere comunale sconfitto con appena 363 voti, ribatte che il Pgt “è stato approvato in Consiglio comunale senza il nostro voto”. Il determinante voto leghista. Se ci fosse stato l’eurodeputato Salvini il Pgt mica sarebbe stato approvato.

La verità sulla Moratti: più tasse e moschea, non sono supposizioni ma sue delibere


FONTI :  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/20/moschee-e-aree-di-sosta-per-i-rom-a-milano-il-pdl-le-ha-approvate-nel-pgt-2010/112648/
http://forum.politicainrete.net/elezioni-amministrative-referendum-2011/110248-la-verita-sulla-moratti-piu-tasse-e-moschea-non-sono-supposizioni-ma-sue-delibere.html
http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/05/20/news/moschee_ovunque_e_matrimoni_gay_ma_nel_programma_non_ce_n_traccia-16503541/
http://www.newnotizie.it/2011/05/21/il-pdl-e-lega-attaccano-sulla-moschea-a-milano-ma-dimenticano-di-aver-votato-a-favore/

Benvenuti a Zingaropoli (fu Milano)

Commentando il voto di Milano, il moderato e tollerante Umberto Bossi ha detto con toni moderati: «Pisapia è un matto che vuole trasformare Milano in una Zingaropoli» (La Padania riporta “zingheropoli“, forse in lingua padana). L’estremista Pisapia, smascherato, ha dovuto ammettere la verità: ed ecco come sarà Zingaropoli (fu Milano).
Grandi Opere: il 99% degli immobili milanesi verrà raso al suolo e sostituito con delle roulotte zingare e dei tendoni da circo gitano.
Mobilità: su ogni vagone della metropolitana sarà obbligatoria la presenza di un duo di zingari (fisarmonica e violino) che suonerà Besame Mucho ininterrottamente fino al termine del servizio. L’illuminazione stradale verrà garantita da falò alimentati con il legno delle panche del Duomo, le reliquie padane, i quadri del Museo di Brera e la merda d’artista di Manzoni.
Ecopass: l’accesso al centro storico sarà gratuito solo per i carretti trainati da cavalli con meno di 3 anni. Gli altri potranno entrare lo stesso ma corrompendo le forze dell’ordine zingare.
Inquinamento dell’aria: ai cavalli non sarà concesso mangiare legumi.
Droga: la cocaina, attuale droga ufficiale di Milano, sarà vietata e sostituita con interiora di muflone cristallizzate.
Animali: vietatissimi i jack russel, gli unici animali domestici legalmente tollerati saranno: scimmiette vestite da ballerina e pappagalli drogati che dicono parolacce.
Infanzia: presso la clinica pediatrica Mangiagalli verrà istituito un servizio comunale di rapimento neonati. Negli asili-roulotte verranno insegnate le basi per il borseggio e l’elemosina infantile.
Servizi per i cittadini di Zingaropoli: l’ufficio anagrafe funzionerà a tarocchi e palle di vetro: grazie alle doti divinatorie delle fattucchiere comunali sarà possibile ottenere anche il certificato di futura morte, con la data e la modalità del decesso come da lettura dei tarocchi.
Sanità: l’intervento odontoiatrico per farsi impiantare i denti d’oro sarà a carico della ASL-Zingaropoli 1.
Sport: a parte Ibrahimovic, Inter e Milan verranno dichiarate fuori legge e tutti i giocatori saranno costretti a mendicare in Corso Como davanti all’Hollywood mettendo in mostra le unghie incarnite e i tatuaggi da calciatore. San Siro verrà riconvertito nel più grande stadio al mondo per combattimenti illegali tra cani (ogni giovedì invece galli da combattimento).
Cultura: i libri verranno usati in cucina come carta assorbente per la frittura delle interiora, tutte le opere letterarie verranno tramandate per via orale. Il ramo del lago di Como verrà sostituito con la sponda rumena del Mar Nero.
Economia: dichiarato fuori corso l’euro, la moneta corrente sarà il dente d’oro.
Sicurezza: sarà istituito lo zingaro di quartiere.
Lavoro: la politica sociale di Zingaropoli punta a raggiungere, entro 5 anni, un tasso di disoccupazione del 95% (è previsto un fisiologico 5% di milanesi irriducibili che si barricheranno nelle palestre dei vip e continueranno a lavorare usando il blackberry e nutrendosi di barrette energetiche e lattine di Red Bull). Chi verrà sorpreso a lavorare sarà dato in pasto ai cani da combattimento.
Moda:
Armani, anche sotto tortura, non rinnegherà il minimalismo e quindi verrà condannato a vivere agli arresti domiciliari in una roulotte barocca arredata in Stile Luigi XVI, dove non ci sarà traccia del colore nero e nemmeno del grigio. Dolce e Gabbana, molto più furbi, abbandoneranno Madonna per vestire la star rumena Haiducii agli Zingar Awards.
Design: il Salone Del Mobile verrà sostituito con il Salone Del Soprammobile Di Porcellana.
Folklore: O mia bela madunina non sarà più l’inno di Milano e verrà rimpiazzata da Kalashnikov di Goran Bregovic.
Formazione: il comune di Zingaropoli organizzerà dei corsi di formazione gratutiti per la cittadinanza: accattonaggio, gioco delle tre carte, furto con scasso, furto senza scasso, furto della pensione, rapimento di bambini, fisarmonica, tatuaggio non sterilizzato.
Gastronomia:
panettone e cotoletta saranno dichiarati “nemici del popolo” e al loro posto si mangerà la “ciorba”. La buona borghesia zingaropolina si riconoscerà dal sonoro rutto di apprezzamento alla fine di ogni portata (mangiata usando le mani, rigorosamente sporche, come da nuovo galateo di Lina Sotisvic).

fonte: http://bollettinodallitalia.gqitalia.it/2011/05/20/benvenuti-a-zingaropoli-fu-milano/

Bossi Hannibal che scatena il Razzismo, l’ultima risorsa della destra sconfitta

Secondo l’ineffabile Bossi quel matto di Pisapia vuole trasformare Milano in una Zingaropoli. Certo, detto da uno che, in una trasmissione comica di qualche anno fa, veniva raffigurato, in modo esilarante e convincente, costretto in una camicia di forza alla Hannibal the Cannibal, un simile epiteto fa giustamente sorridere…
Ma c’è qualcosa di più sotto che va portato alla luce. Si tratta di quell’intuito politico” di cui il nostro, persona peraltro di non eccelsa levatura intellettuale, ha saputo sfruttare adeguatamente finora e che consiste in sostanza nel fare leva sui peggiori istinti della gente, il razzismo anzitutto.

Non è certo un’invenzione originale. Molti prima di lui hanno fatto ricorso a questa risorsa politica e ideologica, fra gli altri un imbianchino austriaco di nome Adolf Hitler che su questa base e su altre, come l’appoggio della grande industria e lo spirito revanscista tedesco dopo le umiliazioni della prima guerra mondiale, edificò le sue devastanti fortune mediante una resistibile ascesa…

Fra le categorie su cui il Führer diresse la rabbia popolare vi furono come è noto, oltre agli ebrei e agli omosessuali, proprio gli zingari. Si direbbe quindi che questi ultimi, per le loro caratteristiche particolari di diversità culturale, si prestino in modo egregio a rivestire il ruolo di capro espiatorio a beneficio delle destre razziste. E non solo di esse, se è vero che nel poco onorevole sport dell’attacco alle minoranze si è cimentato anche Beppe Grillo, un altro profeta del quale si vorrebbe volentieri fare a meno…

Il giochino di cui queste destre, con crescente successo nella decadente Europa degli ultimi anni, si rendono protagoniste è del resto noto ai sociologi e agli psicologi di massa: identificare una o più categorie da rendere responsabili per impedire alla gente di scavare più a fondo identificando le reali ragioni della crisi e del peggioramento delle condizioni di vita: zingari, immigrati, terroni, ecc. Tutto purché non si tocchino i manovratori e i reali responsabili della crisi: il capitale finanziario e le classi dominanti, che in Italia assumono le sembianze di cricche e magliari, con buone entrature presso le varie mafie, capeggiati da Berlusconi con il quale Bossi, superate le iniziali reticenze, ha concluso oramai da tempo un patto d’acciaio. Patto d’acciaio che sembra davvero intramontabile, con buona pace di qualche furbetto che a suo tempo ebbe addirittura a teorizzare la natura di “costola della sinistra” della Lega…

Si capisce quindi che, in un momento come l’attuale di seria difficoltà di questo blocco dominante, la destra ricorra al razzismo più becero come suo autentico cemento e ultima risorsa.

Il razzismo però, è bene ricordarlo anche e soprattutto in un Paese come l’Italia, è stato dichiarato fuori legge oramai da molti anni dalla comunità internazionale, che ad esso ha dedicato una serie importante di convenzioni, affermando la validità universale del principio di non discriminazione e dell’uguaglianza che dell’odioso razzismo sono al tempo stesso l’antitesi e il mezzo risolutore. Sarà il vento della storia a disperdere i razzisti che, nel frattempo, tentano disperatamente di tradurre il loro capitale politico basato sull’odio e la paura in un congruo numero di posti di amministrazione di banche, imprese pubbliche e sottogoverno in genere.

fonte :  http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/19/razzismo-lultima-spiaggia-della-destra-sconfitta/112320/

I preti pedofili? per la chiesa americana e’ tutta colpa di Woodstock e di Jimi Hendrix..

Pedofilia, studio choc della chiesa americana: è colpa dell’ideologia del ’68 e di Woodstock

di Domenico Ferrara

Non c’entra nulla l’omosessualità e nemmeno il celibato. La causa della pedofilia va rintracciata nel clima culturale libertario e permissivo del ’68 e nella rivoluzione sessuale. E’ questo il risultato della più autorevole ricerca mai condotta dalla Confederazione americana dei Vescovi

Ci sono voluti cinque anni per arrivare a capire la causa della pedofilia negli ambienti clericali. E ci sono voluti 1,8 milioni di dollari per finanziare quello che il New York Times ha definito lo studio più autorevole condotto finora dalla chiesa cattolica americana. Uno studio, le cui conclusioni sono destinate a scatenar polemica. Perché il risultato della ricerca, commissionata dalla Confederazione dei Vescovi americana, è sconcertante: la pedofilia dei preti non è dovuta né al celibato né all’omosessualità, bensì al clima culturale libertario e permissivo della fine degli anni Sessanta e al fatto che i preti in quel periodo fossero poco preparati e poco monitorati, sotto stress e spaesati dal tumulto sociale e sessuale di quegli anni. Praticamente la rivoluzione sessuale, il ’68 e quel relativismo ideologico di cui ha parlato anche Benedetto XVI nel 2010 starebbero alla base del fenomeno della pedofilia. Il rapporto, condotto da un team di ricercatori del John Jay College of Criminal Justice di New York, ha inoltre rilevato come la maggior parte degli abusi si sia verificata negli anni successivi al 1968, attribuendo dunque la colpa a quello che viene denominato come “effetto Woodstock”.

A finanziare parte del progetto ci hanno pensato anche il National Institute of Justice e il Dipartimento di Giustizia americano con la cifra di 280mila dollari. Nel rapporto, che verrà diffuso integralmente domani dalla confederazione vescovile a Washington, si sostiene inoltre che non sarebbe stato possibile per la Chiesa né per nessun altro individuare in anticipo i preti pedofili, perché non presenterebbero “particolari “caratteristiche psicologiche”, “storie di sviluppo” o disturbi dell’umore” tipici dei pedofili. Per questo, il rapporto sostiene anche che la maggior parte dei preti che hanno commesso abusi non possono essere definiti “pedofili”. Soltanto il 5% presenterebbe infatti quei “disturbi psichiatrici caratterizzati da ricorrenti fantasie sessuali su preadolescenti” che vengono di solito associati alla pedofilia. Inoltre, dal momento che dalla fine degli anni Settanta all’aumento del numero dei preti omosessuali non ha corrisposto un aumento degli abusi, ma un decremento, la conclusione è che non ci sia alcun nesso tra omosessualità e pedofilia.

Il rapporto contiene anche una spiegazione esemplare del perché le vittime siano più ragazzi e non ragazze: questo succede solo perché i preti in quegli anni erano più spesso in contatto con i maschi, in chiesa, negli oratori, nelle scuole. La stessa definizione di “preadolescente” usata dai ricercatori lascia molti dubbi. Il rapporto considera preadolescenti soltanto i bambini sotto i dieci anni e conclude quindi che soltanto il 22% delle vittime lo fossero. Ma secondo la American Psychiatric Association, invece, preadolescente è qualsiasi bambino sotto i 13 anni. Se venisse usato questo parametro, quindi, il numero delle vittime da considerarsi tali aumenterebbe in maniera significativa fino a coprire la maggioranza dei casi. Infine, il rapporto evidenzia come il problema della pedofilia sia peggiorato non appena la gerarchia della Chiesa ha risposto mostrando più attenzione per gli autori che per le vittime. Il rapporto, chiamato “Le cause e il contesto di abuso sessuale di minori da parte di preti cattolici negli Stati Uniti, 1950-2002″, è il secondo prodotto da ricercatori del John Jay College. Il primo, sulla “natura e la portata” del problema, è stato rilasciato nel 2004. Prima di vederlo, gli avvocati delle vittime hanno attaccato il report ed espresso forti dubbi sulla sua veridicità in quanto si basa su dati forniti dalle diocesi della Chiesa e degli ordini religiosi.

http://www.controlacrisi.org/joomla/

il popolo degli indignati chiede una società nuova e democrazia reale

Il loro grido di battaglia è ‘democracia real, ya!’, ‘democrazia reale, adesso!’ e in Spagna da diversi giorni – dal 15 maggio, da cui la denominazione movimento ’15 M’ – stanno protestando contro governo e classe politica in genere, occupando a Madrid Plaza del Sol alla maniera delle proteste dei mesi scorsi in Tunisia ed Egitto. Sono gli ‘indignados’, giovani indignati che esigono un futuro e che hanno usato Internet e i social network per organizzare manifestazioni e presidi. Movimenti simili si sono già diffusi in altre città (da Buenos Aires a Bruxelles, da Parigi a Città del Messico, da Berlino a Bogotà) e oggi gli ‘indignati’ scendono in piazza anche in Italia.

L’appuntamento principale è a Roma (alle 20 a Piazza di Spagna), ma eventi sono stati organizzati anche in altre città: a Firenze (Piazza della Signoria, ore 19.30), Padova (Prato delle valle, ore 20), Milano (Piazza Duomo, ore 19.30), Torino (Piazza Castello, ore 20), Bologna (Piazza Nettuno, ore 20), Pisa (Piazza Garibaldi, ore 19.30), Palermo (Teatro Massimo) e Napoli piazza del Plebiscito), Trieste (Piazza dell’Unità, ore 20).

Quello italiano si è già ribattezzato movimento ’20 M’, dal giorno di oggi, e il suo manifesto è lo stesso di quello dei giovani spagnoli: “Siamo persone venute liberamente e spontaneamente che dopo le manifestazioni tenute in diverse città spagnole in questi giorni, hanno deciso di riunirsi per continuare a rivendicare la dignità e la coscienza politica e sociale. Non siamo o rappresentiamo né un partito né un’associazione. Ci unisce il desiderio di cambiare. Vogliamo una società nuova che dia priorità alla vita, al di sopra degli interessi economici e politici. Vogliamo un cambiamento nella società e nella coscienza sociale.

“Dimostrare che la società non sta dormendo e che continuiamo a lottare perché ci meritiamo una vita serena e di pace. Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni arrestati dopo la manifestazione a Madrid e chiediamo che vengano rilasciati immediatamente. Vogliamo tutto, lo vogliamo adesso, se lo vuoi anche tu unisciti a noi!”.

Sono infatti alcuni giorni che i giovani spagnoli si sono dati appuntamento in piazzaa Madrid per il cosiddetto “15-M”, un “campamiento de protesta” contro un sistema politico che ha consentito l’acuirsi di profonde situazioni di disagio sociale ed economico. Ricordiamo infatti che la Spagna è per molti versi il paese che più di ogni altro ha sentito la crisi economica. Alla metà della decada 2000-2010 L’economia del paese infatti stava volando nelle statistiche economiche internazionali proprio in virtù di quel settore immobiliare che ha generato con le sue bolle speculative la crisi economica. Il risultato non si è fatto attendere, con oltre 5 milioni di disoccupati (in una realtà di circa 40 milioni di persone: tasso effettivo di disoccupazione ben oltre il 25%) e una crisi che non sembra voler accennare a passare.

 
I giovani iberici, in tutto questo, si sono sentiti presi in giro da una classe politica che prometteva modernità e innovazione, ma che ha portato solo a disagi. “Democracia real ya” è il motto,  e con queste parole sottolineano come non sia possibile una democrazia matura se non vi sia una prosperità garantita per tutti i cittadini, o quantomeno un posto di lavoro.
 
ELENCO DELLE PROPOSTE
 
Eliminazione dei privilegi della classe politica:

Stretto controllo sull’assenteismo. Istituzioni di sanzioni specifiche per chi non onori le proprie funzioni pubbliche.
Eliminazione dei privilegi nel pagamento delle tasse, nel conteggio dei contributi lavorativi e nel calcolo degli anni per ottenere la pensione. Equiparazione dello stipendio degli eletti al salario medio spagnolo con la sola aggiunta dei rimborsi indispensabili all’esercizio delle funzioni pubbliche.
Eliminazione dell’immunità associata all’incarico. I delitti di corruzione non prescrivono.
Pubblicazione obbligatoria del patrimonio di chiunque ricopra incarichi pubblici.
Riduzione degli incarichi “a chiamata diretta”.
Contro la disoccupazione:

Ridistribuzione del lavoro stimolando la riduzione della giornata lavorativa e la contrattazione fino ad abbattere la disoccupazione strutturale (sarebbe a dire raggiungere un tasso di disoccupazione inferiore al 5%)
In pensione ai 65 anni e nessun aumento dell’età pensionabile fino all’eliminazione della disoccupazione giovanile.
Vantaggi per le imprese con meno del 10% di contratti a tempo.
Sicurezza nel lavoro: divieto del licenziamento collettivi o per cause oggettive nelle grandi imprese che non siano in deficit, controlli fiscali alle grandi imprese per evitare il lavoro a tempo determinato quando invece potrebbero assumere a tempo indeterminato.
Reintroduzione dell’aiuto di 426 euro a persona/mese per i disoccupati storici.
Diritto alla casa:

Esproprio statale delle case costruite in forma massiva e che non siano state vendute: diventeranno case popolari.
Aiuti per l’affitto ai giovani e a chiunque si incontri in condizioni di bassa disponibilità economica.
Si permetta, in caso di impossibilità nel pagare l’ipoteca, la sola riconsegna della casa.
Servizi pubblici di qualità:

Eliminazione delle spese inutili delle amministrazioni pubbliche e creazione di un organo indipendente di controllo dei bilanci e delle spese.
Assunzione di tutto il personale sanitario in attesa di assunzione.
Assunzione del personale in attesa nel settore dell’educazione per garantire una giusta proporzione alunni/insegnanti, un adeguato numero di professori di supplenza e i professori di appoggio (ndr ai diversamente abili).
Riduzione delle tasse universitarie ed equiparazione dei prezzi dei master a quelli della normale carriera universitaria.
Finanziamento pubblico alla ricerca per garantirne l’indipendenza
Trasporto pubblico poco costoso, di qualità ed eco-sostenibile: reintroduzione dei treni che ora vengono eliminati per far spazio all’alta velocità ed quindi dei relativi prezzi originari. Riduzione dei prezzi degli abbonamenti al trasporto pubblico, riduzione del traffico su gomma all’interno dei centri urbani, costruzione di piste ciclabili.
Servizi sociali locali: applicazione definitiva della Ley de Dependencia (assistenza alle persone dipendenti, per malattia o vecchiaia), istituzioni delle reti di assistenza locali e municipali e dei servizi locali di mediazione e tutela.
Controllo delle banche:

Divieto di qualsiasi tipo di salvataggio o iniezione di capitale pubblico. Le banche in difficoltà dovranno fallire o essere nazionalizzate per tramutarsi in banche pubbliche sotto controllo sociale.
Aumento della tassazione alle banche in forma proporzionale alla spesa sociale provocata a conseguenza della cattiva gestione finanziaria.
Restituzione alle finanze pubbliche dei prestiti statali concessi nel tempo.
Le banche spagnole non possono investire nei paradisi fiscali.
Sanzioni nei casi di cattiva prassi bancaria e di speculazione.
Fisco:

Aumento delle detrazioni d’imposta sui grandi capitali e le entità bancarie.
Eliminazione del Sicav (società d’investimento a capitale variabile)
Reintroduzione della tassa sul patrimonio.
Controllo reale ed effettivo sulle frodi fiscali e sulla fuga di patrimoni verso i paradisi fiscali.
Proporre la “Tobin Tax” a livello internazionale.
Libertà civili e democrazia partecipativa:

No al controllo di Internet. Abolizione della legge Sinde (che disciplina diversi aspetti del diritto d’autore in Rete e del peer to peer)
Protezione della libertà d’informazione e del giornalismo d’investigazione.
Istituzione di referendum obbligatori e vincolanti per questioni di grande importanza e che modificano le condizioni generali di vita dei cittadini.
Istituzione di referendum obbligatori prima dell’introduzione e l’applicazione delle norme europee.
Modifica della legge elettorale per garantire un sistema veramente rappresentativo e proporzionale e che non discrimini nessunn partito politico nè volontà popolare, una nuova legge elettorale che veda rappresentati anche i voti in bianco o quelli nulli.
Indipendenza del Potere Giudiziario: riforma del Ministero della Giustizia per garantirne l’indipendenza, il Potere Esecutivo non potrà nominare membri del Tribunale Costituzionale o del Consiglio Generale del Potere Giuridico (il CSM italiano).
Presenza di meccanismi effettivi che garantiscano democrazia interna ai partiti politici.

Riduzione delle spese militari.

http://democraciarealya.es/?page_id=234

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