Strage di Ustica: trentun anni dopo ancora senza giustizia e verità

Il sottosegretario con delega alla famiglia, droga, servizio civile Carlo Giovanardi è davvero qualcosa di impagabile. Non perde occasione per procombere sulla vicenda di Ustica, e figuriamoci se poteva tirarsi indietro in occasione del trentunesimo anniversario della strage. “E’ intollerabile”, tuona, che si continuino a raccontare bugie su Ustica, ignorando quanto scritto dalla Cassazione che ha smontato l’ipotesi del missile e di una battaglia aerea”. E chiunque osa sostenere il contrario viene bollato come autore di “intollerabili fantasie”.
Facciamo un passo indietro, “Espresso” del 10 marzo scorso. Nella rubrica “riservato” compare un trafiletto: “I familiari delle vittime sono avvertiti: rischierà una sonora querela chiunque sosterrà che il DC-9 dell’Italia fu abbattuto sui cieli di Ustica il 27 giugno del 1980 durante un combattimento aereo tra velivoli militari o da un missile, tirando in ballo depistaggi della nostra Aeronautica. Per il governo, che mette in campo i risultati di tutti i processi e di tutte le commissioni di esperti che hanno lavorato intorno alla tragedia, c’è una sola veritò: a far esplodere l’aereo fu una bomba. E 31 anni dopo ha incaricato il sottosegretario Carlo Giovanardi di vigilare sul rispetto di questa versione, anche tramite l’Avvocatura dello Stato, onde tutelare l’onore dell’Aeronautica e dei suoi generali se qualche scettico dovesse tornare a ipotizzare loro responsabilità”.
E’ stata presentata un’interrogazione parlamentare dai deputati radicali, per sapere quanto pubblicato da “L’Espresso” corrisponde al vero; al momento non risulta che nessuno si sia degnato di rispondere. Daria Bonfietti, che presiede l’associazione parenti delle vittime della strage di Ustica non è stupita per queste continue intimidazioni, e sottolinea che Giovanardi fa un’operazione “di falsificazione per non accettare la sentenza ordinanza del giudice Rosario Priore: ‘L’incidente al DC9 è occorso a seguito di azione di intercettamento’”.
Lo stesso Priore queste cose le ha messe, nero su bianco nel libro “Intrigo internazionale”, scritto assieme a Giovanni Fasanella (Chiarelettere edizioni). A pagina 135 Priore dice: “La strage di Ustica è un caso coperto dall’omertà internazionale, che è ancora più impenetrabile di quella di una semplice cosca mafiosa siciliana o di una ‘ndrina calabrese…L’ipotesi di un cedimento strutturale dell’aereo fu esclusa quasi subito dai periti. Quella di una bomba esplosa all’interno dell’aeromobile, nel vano della toilette, è stata sostenuta a lungo, e ancora oggi c’è chi ne è convinto. Ma è poco credibile, perché le parti principali di questo vano sono state ripescate e su di esse non c’era alcuna traccia di esplosione. No, questa ipotesi non è sostenibile, anche se i periti non hanno mai raggiunto l’unanimità dei pareri”; a pagina 136, alla domanda: “Allo stato attuale, dunque, quella dell’aereo colpito da un missile è l’ipotesi più probabile?”, Priore risponde: “Sì, direi proprio di sì. Anche se ce n’è una quarta che ha un certo grado di attendibilità, quella della near collision, una quasi collisione con un altro aereo”. E ancora: “I periti dell’aeronautica militare hanno sostenuto che l’aereo Itavia, quella sera, a quell’ora, in quello spazio, volasse ‘solo’, cioè non fosse stato avvicinato da altri velivoli, né civili né militari. E non è vero”. A pagina 144 poi aggiunge: “E’ evidente che il DC-9 fu abbattuto da uno o più aerei militari sicuramente indirizzati verso l’obiettivo da un’efficiente ‘guida caccia’, un potente sistema radar in grado di ‘vedere’ anche a centinaia di chilometri di distanza”.
Sempre Priore indica abbastanza chiaramente nella Francia il paese su cui probabilmente grava la responsabilità per la strage. Chissà se di fronte a tanto “scetticismo” rispetto alla “verità” giovanardea, l’Avvocatura dello Stato procederà nei confronti di Bonfietti e del giudice Priore.
E’ comunque utile – non foss’altro per non smarrirne la memoria – ripercorrere le fasi di questa tragedia impunita. La strage si consuma il 27 giugno 1980, alle 20.59 e 45 secondi. E’ l’ora in cui il DC-9 sigla India-Tago-India-Golf-India, scompare dagli schermi radar. Fino a quel momento nessun problema. Il decollo è avvenuto con due ore di ritardo, ma il volo procede tranquillo. Dai centri di controllo sentono l’equipaggio ridere e scherzare, raccontano barzellette. Poi un pilota, con un moto di sorpresa, esclama: “Gua…”. Non finisce la frase. Silenzio.
Perso ogni contatto. Silenzio. Come se l’aereo non ci sia più. Come se non ci sia mai stato. Ma quell’aereo c’era. Dov’è finito, con i suoi 77 passeggeri e i 4 dell’equipaggio? Cos’è successo, quella sera, alle 20.59 e 45 secondi? Sono in tanti a chiederselo. Sono in tanti a cercare una risposta. Una risposta che chi deve, non vuole, non può dare.
L’autopsia sui corpi restituiti dal mare, una quarantina appena, rivela che sono morti in seguito alle gravissime lesioni polmonari dovute a decompressione; alcuni corpi presentano lesioni traumatiche. Significa, dicono gli esperti, che sono morti quando la cabina pressurizzata dell’aereo si è spaccata, in aria; e l’aereo poi è caduto. Ma cos’è successo? Si parla di incidente strutturale. Di esplosione a bordo. Di un possibile attentato. Si nominano commissioni d’inchiesta, perizie e contro-perizie a non finire, ipotesi e – anche – depistaggi. C’è chi perfino sostiene che il DC-9 abbia galleggiato per ore in superficie; poi sbuca da chissà dove un sommergibile inglese, e squadre di guastatori minano il relitto e lo fanno inabissare; si ipotizza un coinvolgimento di Israele: un’operazione “sporca” contro un aereo francese con materiale nucleare diretto all’Irak di Saddam, e il DC-9 viene colpito per errore. Si parla di responsabilità degli americani, dei francesi, dei sovietici; si parla di un fallito attentato contro Gheddafi…si parla di una bomba a bordo: un attentato collegato alla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, per punire la politica estera italiana di sostegno a Malta, contrastata dalla Libia. Per quel che riguarda la teoria della bomba si arriva a ricostruzioni macabre: l’ordigno nascosto nella toilette, che però viene recuperata intatta, e si ipotizza che in quel momento la toilette fosse occupata, il corpo di qualcuno avrebbe fatto da schermo.

La commissione parlamentare presieduta da senatore Libero Gualtieri usa parole di fuoco; descrive uno scenario fatto di “menzogne, reticenze, deviazioni”. Il reperto principale, i resti del DC-9 sono in fondo al Tirreno, a una profondità di 3700 metri… I nastri con le registrazioni dei centri radar sono negati, distrutti, nascosti. I testimoni sono reticenti, negano a volte l’evidenza; e nessun centro radar quella notte sembra aver funzionato come doveva… Ci vuole tutta la pazienza certosina dei magistrati per recuperare dati e informazioni, decodificare i tracciati, dare un senso alle mezze frasi…

Un po’ alla volta il mosaico si compone. Quella sera, intanto, c’erano una quantità di aerei in volo, assieme al DC-9: aerei italiani che improvvisamente decollano, e che altrettanto improvvisamente sono fatti rientrare; ma ci sono anche altri aerei: forse americani; forse, più probabilmente, francesi. Che ci fanno? Esercitazioni? O devono intercettare qualcuno? Chi insegue e chi è inseguito? La Francia non ha mai risposto alle rogatorie italiane. Da oltralpe si arriva all’impudenza di sostenere che la base militare di Solenzara, in Corsica, alle cinque del pomeriggio è chiusa. Come un ministero.

I periti si dividono: missile; no, bomba; no, collisione in volo; anzi, quasi collisione: un aereo che sfiora il DC-9, e lo fa cadere. Le commissioni nominate dall’aeronautica militare propendono per la bomba. Dopo aver perorato per anni la causa della bomba, il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga muta opinione: ad abbattere il DC-9, sostiene, sono stati i francesi.

C’è poi un altro mistero. Sui monti della Sila, in Calabria, viene trovata la carcassa di un MIG libico. Ufficialmente lo trovano il 18 luglio, un mese dopo la strage di Ustica. Che ci fa un MIG libico sulla Sila? Chissà. Da dove viene? Chissà. I carabinieri sequestrano la zona. Da Tripoli dicono che era un volo di addestramento: il pilota ha avuto un malore ed è precipitato. Ma come c’è arrivato lì? Chissà. E se invece che da Bengasi fosse partito dalla Sardegna? Chissà. E siamo sicuri che sia precipitato il 18 luglio e non prima, magari il 27 giugno? Chissà. Uno dei medici legali fa mettere a verbale: corpo in avanzatissimo stato di decomposizione. Quanto avanzatissimo? Quindici giorni almeno. Poi però cambia idea. Chissà. I resti del pilota e del MIG sono restituiti alla Libia, in fretta e furia. Però…Quando anni dopo andiamo nell’hangar di Pratica di Mare dove è stato ricostruito il DC-9 un carabiniere, ci avverte che alcuni rottami non li dobbiamo filmare; e perché no? Sono del MIG libico. Naturalmente è la prima cosa che filmiamo. Ma non erano stati restituiti alla Libia?

Da un mistero a un altro mistero. Anzi, una decina di altri misteri. Ufficialmente, le vittime di Ustica sono 81. Ma su quell’aereo, sembra gravare una maledizione. Ci sono un’altra decina di persone decedute, e tutte legate in un modo o nell’altro alla strage di Ustica. Persone che improvvisamente muoiono, si tolgono la vita senza motivo, o sono vittime di strani incidenti…

Il generale Roberto Boemio. Il 13 gennaio 1993 due sconosciuti lo accoltellano a morte a Bruxelles. Una rapina, si dice. Il generale, in pensione, era stato capo di stato maggiore della terza divisione aerea, con base a Martina Franca; anche per le sue rivelazioni gli alti ufficiali dell’aeronautica sono stati incriminati. Però, forse, davvero è stato vittima di una rapina finita male. Chissà.

Ma che dire di altri due ufficiali, quella sera in servizio al centro radar di Poggio Ballone, il capitano Maurizio Gari e il maresciallo Alberto Dettori? Gari muore d’infarto, un colpo secco, improvviso. La famiglia assicura che scoppiava di salute. Chissà. L’altro si impicca; aveva confidato che quella sera del 27 giugno, per poco non era scoppiata la guerra. Depressione? Chissà.

Muore anche il generale Giorgio Teoldi, comandante dell’aeroporto militare di Grosseto, da cui, quella sera decollarono tre aerei da guerra. Il generale si schianta a bordo della sua automobile; è da solo, e non ci sono testimoni, quando si schianta; un colpo di sonno, un malore? Chissà.

Su uno di quegli aerei decollati da Grosseto c’erano i capitani Ivo Nutarelli e Mario Nardini, muoiono il 28 agosto 1988 a Ramstein in Germania, durante le esibizioni acrobatiche, una settimana prima di essere interrogati. Erano due assi, ma anche gli assi commettono errori. Chissà.

Il sindaco di Grosseto Giovanni Finetti, raccoglie le confidenze di alcuni ufficiali sulla strage; e muore anche lui, in un incidente stradale, da solo, senza testimoni…Chissà.
Un altro generale, Saverio Rana, capo del Registro Aeronautico, il primo che parla di missile, anche lui muore; per infarto…Chissà.

Muore un maresciallo dell’aeronautica, si chiamava Ugo Zammarelli, travolto da una motocicletta: indagava sul MIG libico trovato sulla Sila. Non viene disposta l’autopsia, i suoi bagagli spariti. Chissà…

Un altro maresciallo, Antonio Muzio è ucciso con tre colpi di pistola da sconosciuti. Lavorava all’aeroporto di Lametia Terme, dove avevano conservato i resti del MIG e i nastri con le registrazioni di volo. Chissà…

Un ex colonnello, Sandro Marcucci, si schianta mentre è a bordo del suo Piper anti-incendio, incidente improvviso, e senza spiegazione. Qualche giorno prima a proposito di Ustica aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco contro l’aeronautica. Chissà…

Il maresciallo Franco Parisi si impicca anche lui. Prestava servizio al centro radar di Otranto, doveva essere interrogato dai magistrati. Depressione? Chissà…

Il 31 agosto 1999 il giudice Rosario Priore chiede il rinvio a giudizio per i generali Lamberto Bartolucci, capo di stato maggiore dell’Aeronautica; Franco Ferri, sottocapo di Stato maggiore; Corrado Mellillo generale di brigata aerea; e Zeno Tascio, capo del servizio informazioni dell’aeronautica. L’accusa è attentato contro gli Organi costituzionali con l’aggravante dell’alto tradimento. Per l’accusa, sanno, ma hanno taciuto, negato la verità, o hanno addirittura depistato; a loro si aggiungono una quarantina tra ufficiali e militari dell’aeronautica, accusati di falsa testimonianza. Tutti ovviamente respingono le accuse, protestano la loro innocenza. Al termine di un lungo e tormentato processo, un milione e ottocentomila pagine di atti giudiziari, cinquemila pagine solo di sintesi, un centinaio di perizie, la III sezione della Corte di Assise di Roma assolve gli imputati per non aver commesso il fatto, e nei confronti dei generali Bartolucci e Ferri, in ordine all’accusa di altro tradimento, dichiara il reato estinto per intervenuta prescrizione.

Sono passati 31 anni da quella strage. E come per tante altre che hanno insanguinato il paese, si attende giustizia e verità.

http://notizie.radicali.it/articolo/2011-06-27/editoriale-direttore/strage-di-ustica-trentun-anni-dopo-ancora-senza-giustizia-e

La lobby Tav tra inquisizione e affari con la ‘Ndrangheta

Dal blog il corrosivo.

Dopo avere preso atto del fatto che in Val di Susa la strategia dei manganelli non ha invero sortito alcun effetto tangibile, che prescindesse dal rafforzamento della protesta, la “banda del buco” sembra ora avere deciso di chiamare a raccolta legulei e magistrati compiacenti, per tentare di smantellare la lotta NO TAV attraverso l’uso dell’inquisizione.
Sono infatti 65 gli avvisi di garanzia, a vario titolo recapitati in questi giorni ad attivisti del movimento NO TAV, ed è di questa mattina perfino la perquisizione nella casa di Alberto Perino, bancario in pensione, da sempre in prima fila nella lotta contro l’alta velocità.
I reati ipotizzati sono in linea di massima istigazione a commettere reati, resistenza aggravata, interruzione di pubblico servizio e violenza privata e riguardano una serie di fatti accaduti nell’inverno 2010 e la sassaiola (quella delle 711 pietre contate dalla questura) dello scorso 24 maggio alla Maddalena di Chiomonte.
Curiosamente le proteste dello scorso anno, oggetto delle accuse, furono provocate (ad arte?) da una serie di sondaggi, assolutamente inutili dal punto di vista tecnico, poiché effettuati sotto i piloni dell’autostrada e dentro le discariche, messi in essere in tutta evidenza al solo scopo di generare una reazione da parte di chi contesta l’opera. Mentre la sortita notturna del 24 maggio fu condotta dalle forze dell’ordine in maniera talmente maldestra da lasciare supporre che fosse unicamente finalizzata ad istigare i manifestanti…..

Laddove ha falllito il bastone, potrebbe invece sortire l’effetto voluto la scure giudiziaria, deve essere stato il pensiero della consorteria politica del “Minotauro” che riguardo a giudici e processi vanta grande dimestichezza. Pensiero che in tutta evidenza ha dato il la all’operazione “inquisizione” con la quale tentare di smantellare il movimento NO TAV, attraverso la paura della galera, che si muove sfruttando ingranaggi imperscrutabili degni del Processo di Kafka.
La prima sensazione è quella che la consorteria del tondino e del cemento abbia fatto male i conti, dal momento che “gonfiare il petto”, producendo accuse scarsamente credibili e minacciare le persone a titolo personale, arrivando ad entrare nelle loro case, è un atteggiamento che in Val di Susa non spaventa proprio nessuno. Tanto più chi, da anni è abituato a stare sulle barricate per difendere la terra in cui vive, dal partito del malaffare e conosce i luoghi esatti dove il malaffare alligna.
La seconda è quella che la congrega di politici e prenditori interessati alla costruzione dell’opera, in questo momento in grande difficoltà, stia cercando una scorciatoia giudiziaria che le permetta di arrivare alla meta, senza passare dalle forche caudine della contestazione popolare.
Anche in questo caso si tratta di un errore di calcolo o di una “pia” illusione, fate voi. Chi vorrà costruire il TAV in Val di Susa dovrà giocoforza confrontarsi con la rabbia popolare, salire a Chiomonte, bastonare i cittadini, militarizzare la Valle per anni e affrontare le conseguenze politiche del proprio gesto. Proprio quelle conseguenze che in questo momento tutti stanno rimpallandosi l’un l’altro, evidentemente terrorizzati dal fatto di ritrovarsi nella stessa palude del 2005.

‘Ndrangheta a Torino

Marco Cedolin

In Piemonte, mercoledì mattina, l’operazione Minotauro, condotta dai carabinieri e dalla guardia di finanza, ha portato all’arresto di 151 persone, mettendo a nudo un inquietante intreccio fra mafia e politica che ha coinvolto consiglieri regionali, capi clan, funzionari pubblici, tutti sodali in quella consorteria del malaffare dove magicamente elementi delle istituzioni ed appartenenti alle varie cosche si fondono senza soluzione di continuità per gestire gli interessi comuni.
Come nella migliore tradizione, la partecipazione della politica al baccanale del “guadagno facile” sembra rivelarsi rigorosamente bipartisan, coinvolgendo elementi di spicco del PD, del PDL e dell’IDV, impegnati in faccende di vario genere, che spaziano dalla gestione della cementificazione del territorio, al sostegno della candidatura di Piero Fassino alle primarie per la scelta del nuovo sindaco di Torino, all’elezione di altri sindaci nei comuni della provincia……

Fra gli arrestati spicca il nome di Nevio Coral, già sindaco di centrodestra di Leinì (Torino) per 30 anni e suocero dell’assessore regionale alla Sanità (che ha rimesso le deleghe in seguito allo scandalo tangenti scoppiato di recente) Caterina Ferrero, del Pdl.
Fra le persone non sottoposte a provvedimenti, ma oggetto dell’indagine per incontri e conversazioni intrattenute con elementi di spicco delle varie ‘ndrine, si possono annoverare l’assessore regionale al lavoro Claudia Porchietto (Pdl) da sempre in prima linea nel sostenere la causa dell’alta velocità in Val di Susa, l’onorevole Gaetano Porcino dell’Idv, l’onorevole Domenico Lucà del Pd, il consigliere regionale del Pd Antonino Boeti, l’assessore all’Istruzione di Alpignanno Carmelo Tromby, sempre dell’Idv.
Chiunque abbia il piacere di attraversare la Val di Susa, non può evitare di “apprezzare” le parole TAV = Mafia, collocate a caratteri cubitali sulle pendici della montagna proprio all’ingresso della valle. Una scritta che al momento della sua estensione fece infuriare i salotti buoni della politica piemontese. Una furia diventata oggi ancora più comprensibile di quanto non lo fosse allora.
http://ilcorrosivo.blogspot.com/2011/06/in-val-di-susa-inizia-linquisizione.html
http://marcocedolin.blogspot.com/2011/06/ndrangheta-torino.html

Tav e NoTav

Il progetto Tav, un flop ad Alta velocità

Oltre settanta chilometri di gallerie, dieci anni di cantiere, materiali di scavo da smaltire e decine di migliaia di camion in viaggio. Tutto questo sta dietro all’opera che viene lanciata dal governo come uno strumento contro l’inquinamento. Senza contare che un tunnel ferroviario c’è già ed è quello del Frejus e che soprattutto da qui ai prossimi anni il traffico è annunciato in calo

Le grandi opere non le vuole più nessuno, salvo chi le costruisce e la politica bipartisan che le sponsorizza con pubblico denaro. Dell’inutilità del Ponte sullo Stretto non vale più la pena di parlare, e dell’affaruccio miliardario delle centrali nucleari ci siamo forse sbarazzati con il referendum. Prendiamo invece il caso Tav Val di Susa.

Per i promotori si tratterebbe di un progetto “strategico”, del quale l’Italia non può fare a meno, sembra che senza quel supertunnel ferroviario di oltre 50 km di lunghezza sotto le Alpi, l’Italia sia destinata a un declino epocale, tagliata fuori dall’Europa. Chiacchiere senza un solo numero a supporto, è da vent’anni che le ripetono e mai abbiamo visto supermercati vuoti perché mancava quel buco. I numeri invece li hanno ben chiari i cittadini della Valsusa che costituiscono un modello di democrazia partecipata operante da decenni, decine di migliaia di persone, lavoratori, pubblici amministratori, imprenditori, docenti, studenti e pensionati, in una parola il movimento “No Tav”, spesso dipinto come minoranza facinorosa, retrograda e nemica del progresso. Numeri che l’Osservatorio tecnico sul Tav presieduto dall’architetto Mario Virano si rifiuta tenacemente di discutere. Proviamo qui a metterne in luce qualcuno.

Il primo assunto secondo il quale le merci dovrebbero spostarsi dalla gomma alla rotaia è di natura ambientale: il trasporto ferroviario, pur meno versatile di quello stradale, inquina meno. Il che è vero solo allorché si utilizza e si migliora una rete esistente. Se invece si progetta un’opera colossale, con oltre 70 chilometri di gallerie, dieci anni di cantiere, decine di migliaia di viaggi di camion, materiali di scavo da smaltire, talpe perforatrici, migliaia di tonnellate di ferro e calcestruzzo, oltre all’energia necessaria per farla poi funzionare, si scopre che il consumo di materie prime ed energia, nonché relative emissioni, è così elevato da vanificare l’ipotetico guadagno del parziale trasferimento merci da gomma a rotaia. I calcoli sono stati fatti dall’Università di Siena e dall’Università della California. In sostanza la cura è peggio del male.

Veniamo ora all’essere tagliati fuori dall’Europa: detto così sembra che la Val di Susa sia un’insuperabile barriera orografica, invece è già percorsa dalla linea ferroviaria internazionale a doppio binario che utilizza il tunnel del Frejus, ancora perfettamente operativo dopo 140 anni, affiancato peraltro al tunnel autostradale. Questa ferrovia è attualmente molto sottoutilizzata rispetto alle sue capacità di trasporto merci e passeggeri, sarebbe dunque logico prima di progettare opere faraoniche, utilizzare al meglio l’infrastruttura esistente. Lyon-Turin Ferroviarie a sostegno della proposta di nuova linea ipotizza che il volume dell’interscambio di merci e persone attraverso la frontiera cresca senza limiti nei prossimi decenni. Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino dimostra che “assunzioni e conclusioni di questo tipo sono del tutto infondate”. I dati degli ultimi anni lungo l’asse Francia-Italia smentiscono infatti questo scenario: il transito merci è in calo e non ha ragione di esplodere in futuro.

Un rapporto della Direction des Ponts et Chaussées francese predisposto per un audit all’Assemblea Nazionale nel 2003 afferma che riguardo al trasferimento modale tra gomma e rotaia, la Lione-Torino sarà ininfluente. E ora i costi di realizzazione a carico del governo italiano: 12-13 miliardi di euro, che considerando gli interessi sul decennio di cantiere portano il costo totale prima dell’entrata in servizio dell’opera a 16-17 miliardi di euro. Ma il bello è che anche quando funzionerà, la linea non sarà assolutamente in grado di ripagarsi e diventerà fonte di continua passività, trasformandosi per i cittadini in un cappio fiscale.

Ecco, allora, sintetizzata solo una minima parte dei dati che riempiono decine di studi rigorosi, incluse le recenti 140 pagine di osservazioni della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone, dati sui quali si rifiuta sempre il confronto, adducendo banalità da comizio tipo “i cantieri porteranno lavoro”. Eppure il lavoro potrebbe arrivare anche da quelle piccole opere capillari di manutenzione delle infrastrutture italiane esistenti, ferrovie, acquedotti, ospedali, protezione idrogeologica, riqualificazione energetica degli edifici, energie rinnovabili.

Seguendo lo stesso criterio, anche l’Expo 2015 di Milano sarebbe semplicemente da non fare, chiuso il discorso. Sono eventi che andavano bene cent’anni fa. Se oggi in Italia tanti comitati si stanno organizzando per dire “no” alle grandi opere e per difendere i beni comuni e gli interessi del Paese, non è per sindrome Nimby (non nel mio cortile), bensì perché, come ho scritto nel mio “Prepariamoci” (Chiarelettere), per troppo tempo si sono detti dei “sì” che hanno devastato il paesaggio e minato la nostra salute fisica e mentale.

da Il Fatto Quotidiano del 18 giugno 2011

di Luca Mercalli

Da Pavese a Guccini e Zappa
I tanti mondi del movimento No Tav

Al presidio di Chiomonte in Val di Susa sale la tensione. Il 30 giugno scadono i termini Ue, dopodiché svaniranno i finanziamenti. A breve, dunque, inizieranno i lavori. Il movimento è lì per impedirli. E il rischio scontri si fa sempre più serio

“Quando un movimento così riesce a padroneggiare un territorio gli altri non passeranno mai”. È giovedì notte e alla “Libera repubblica della Maddalena”, a Chiomonte, in Val di Susa, si parla di “resistenza all’autorità ed esperienze di autogestione nell’arco alpino”, un excursus storico dai celti ai partigiani. Il dibattito cresce. In attesa di infiammarsi. Perché questi sono giorni di attesa. Attendono i manifestanti No Tav raccolti attorno al museo di archeologia, a ridosso della galleria “Ramat” dell’autostrada Torino-Bardonecchia. Entro il 30 giugno (ultimo giorno concesso dall’Unione europea per erogare i finanziamenti) qui partiranno i lavori. O meglio: lo scavo del tunnel geognostico per studiare la conformazione della montagna in cui far passare il treno. I lavori, dunque, devono iniziare. Così vuole il governo. Ma il governo è disposto allo scontro? Il dubbio resta. la paura anche. Qui la voce è seria. E sostiene che già all’alba di lunedì qualcosa potrebbe succedere.

L’inaugurazione del cantiere, visto l’aut aut europeo, è diventato ormai una priorità del governo che ogni giorno ribadisce il concetto. Negli ultimi giorni ci hanno pensato il capo degli industriali e Emma Marcegaglia e il ministro delle Infrastrutture Aletro Matteoli. E tutti lo fanno criticando il blocco attuato da circa cinquecento persone, abitanti della valle a cui si sono uniti alcuni ragazzi dei centri sociali torinesi. Dall’altra parte, per scongiurare il sempre più probabile uso della repressione, i sindaci e gli amministratori delle liste civiche No Tav hanno scritto al ministro dell’Interno Roberto Maroni dicendo un secco “No all’uso della forza per sgomberare gli uomini e le donne”, mentre Nilo Durbiano, sindaco Pd di Venaus, teatro delle violenze nel dicembre 2005, propone al governo “una soluzione in extremis: convocare le istituzioni della valle di Susa che, per la loro posizione di dissenso sull’opera, negli ultimi due anni sono state escluse da tutti i tavoli”. E ora  “le persone contrarie in Valle pronte a scendere in piazza sono 20-30 mila”. In vista di eventuali scontri il segretario generale Nicola Tanzi del Sindacato autonomo di polizia fa sapere ai propri iscritti che “potranno contare su tutta l’assistenza possibile, anche legale se sarà necessario” negli interventi contro “alcuni gruppi minoritari che si oppongono, spesso con forme violente e commettendo reati, alla realizzazione dell’opera”. Eppure le istituzioni sembravano aver trovato a Chiomonte un clima tranquillo per avviare il sondaggio del terreno, che inizialmente doveva essere effettuato a Susa. Il sindaco Renzo Pinard (Pdl), che si è sempre dichiarato neutrale, ha detto di voler fare una marcia della “maggioranza silenziosa” contro i No Tav.

Intanto, in questo giovedì sera di prima estate il dibattito è terminato e mentre il leader storico del movimento Alberto Perino e il sindaco di San Didero Loredana Bellone discutono dell’ordine del giorno approvato in consiglio, qualcuno inizia a suonare musica manouche. Nei giorni scorsi ci sono stati i concerti degli Statuto e dei Lou Dalfin, band folk-rock occitana. Sono modi per passare la notte, come mangiare la pizza cotta nel forno a legna costruito dai giovani dei centri sociali, o bere il “vinotav” e altri vini prodotti nei campi circostanti. “La produzione del vino di Chiomonte è stata compromessa dai lavori per la autostrada Torino-Bardonecchia negli anni Novanta – ci spiega il fotografo Carlo Ravetto – . Le vigne si riempirono di polvere e le concentrazioni di piombo e altre sostanze nell’uva aumentarono rendendo il vino imbevibile. Alcune famiglie ci hanno rimesso”.

Nella tenda-cucina si continua a servire cibi preparati da loro, panini e bevande calde. Osservando l’interno si nota l’umanità varia del movimento: dall’icona dell’arcangelo Michele che “ci difende, ci ispira e ci rassicura”, alla dissacrante immagine di Raoul, “il re del sacro Hokuto” che “è no Tav e combatterà con noi”, dalle citazioni di Cesare Pavese e Francesco Guccini a quella di Frank Zappa. Dentro il tendone c’è Swen, argentino della Valle di Susa. Dovrà controllare il presidio fino alle sei del mattino. Dotato di radiotrasmittente e del cellulare del presidio si tiene in contatto con le sentinelle disposte negli altri presidi. Alle sei del mattino, finito il turno, farà aprire i cancelli e andrà a lavorare come fanno anche altri uomini che stanno al campeggio del presidio. Fa l’artigiano edile ed è convinto che l’occupazione non aumenterà: “Le grosse aziende hanno i loro lavoratori e passando di grado a noi resterà poco”.

Molti credono che i lavori e gli interventi di polizia saranno a ridosso della scadenza o già lunedì, ma c’è sempre qualcuno che teme una sorpresa: “Sono 33 giorni che andiamo avanti così – dice Simonetta, rappresentante di Resistenza Viola -. Arrivano o non arrivano?”. Altri credono che “sarà düra” per le forze dell’ordine arrivare al presidio. Lo spiega Alessandro, di Sant’Ambrogio, mentre mostra le due vie di accesso: “Una è la strada da Chianocco su cui ci sono i posti di blocco fatti con le pietre all’interno di gabbie in rete metallica. L’altro è il sentiero per Giaglione”. Indossa una lampada frontale da trekking e si incammina nel sentiero che – fa capire – è difficile da percorrere di notte o all’alba. Si spera di rallentare gli agenti, lasciando il tempo ai No Tav di riunirsi. In questo week end giungeranno alla Maddalena altri sostenitori della causa, come piega Giorgio, 25enne arrivato da Palermo: “Ho sentito amici da Pisa e Bologna che arriveranno sabato e domenica. Dopo 20 anni questa è diventata una lotta storica”. Eppure alcuni “resistenti” iniziano a essere segnati dai giorni d’attesa: chissà che il presidio non finisca per la stanchezza? “Tutto può succedere – dice Perino -. Però sono 22 anni che resistiamo. Giorno più o giorno meno cambia poco”.

Andrea Giambartolomei25 giugno 2011

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/06/25/da-pavese-a-guccini-e-zappa-i-tanti-mondi-del-movimento-no-tav/125281/

 

Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio

Il dramma è dover fronteggiare una mentalità oscurantista che usa gli strumenti della democrazia per schiacciare la democrazia stessa. Con la legge porcellum hanno tolto a noi cittadini il diritto di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, con la legge bavaglio sono anni che tentano di togliere, con il pretesto della tutela della privacy, il diritto dei cittadini di sapere. Oggi cercano di “aggredire” la libertà di espressione in rete, e così “col pretesto del diritto d’autore e della sua protezione vengono rese vigenti norme liberticide sulla base di pratiche e metodi antigiuridici”.

La delibera dell’AGCOM (l’Autorità delle Garanzie nelle Comunicazioni) sarà approvata in tutta fretta entro il 6 luglio. Siamo davanti alla “più forte minaccia alla libertà di espressione in Rete che sia mai stata fatta in Italia”.
Cosa prevede la delibera. Secondo la delibera AGCOM, se il titolare dei diritti di un contenuto audiovisivo dovesse riscontrare una violazione di copyright su un qualunque sito (senza distinzione tra portali, banche dati, siti privati, blog, a scopo di lucro o meno) può chiederne la rimozione al gestore. Che, «se la richiesta apparisse fondata», avrebbe 48 ore di tempo dalla ricezione per adempiere. CINQUE GIORNI PER IL CONTRADDITTORIO. Se ciò non dovesse avvenire, il richiedente potrebbe, secondo la delibera ancora in bozza, rivolgersi all’Authority che «effettuerebbe una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni», comunicandone l’avvio al gestore del sito o del servizio di hosting. E in caso di esito negativo, l’Agcom potrebbe disporre la rimozione dei contenuti. Per i siti esteri, «in casi estremi e previo contraddittorio», è prevista «l’inibizione del nome del sito web», prosegue l’allegato B della delibera, «ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia».

Eppure la politica tace, non pervenuti sono anche i cosiddetti garantisti che in nome della privacy in questi giorni si stanno sbattendo molto a favor di legge bavaglio anche fosse solo un bavaglino.
Luca Nicotra di Agorà digitale e co-autore del Libro Bianco sui diritti d’autore e i diritti fondamentali nella rete Internet, ha lanciato l’allarme: “Saremo l’esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell’informazione italiana”. Il suo racconto-denuncia dell’incontro con il Presidente dell’AGCOM, Corrado Calabrò (nella foto), è agghiacciante e fa capire molto bene che sistema di potere abbiamo di fronte:

Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche. Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente “Speriamo di no” mentre gli spieghiamo l’inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. 

Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contentuti innocenti e abusi del sistema. È questa l’ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è MAI accettabile in democrazia. 

“Speriamo di no” non è dialogo. È la frase che può dire un pezzo di potere perchè sa che non c’e’ scelta, non c’e’ dibattito, la decisione di far passare il regolamento è già avvenuta altrove e il massimo che può fare è sperare di non essere travolto. 

“L’Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci?” ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto “No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l’estate”.  

Intanto Per fermare la delibera firma la petizione su sitononraggiungibile.e-policy.it. Ma non basta. Serve come per la legge porcellum e la legge bavaglio la mobilitazione di tutti, media, rete, politica. Di tutti quelli che hanno a cuore la libertà, la partecipazione, la democrazia. Diffondete il più possibile questo post perché intanto ancora oggi la rete non sa cosa sta succedendo.
@valigia blu – riproduzione assolutamente consigliata
http://www.valigiablu.it/doc/414/saremo-lesperimento-pi-avanzato-di-censura-del-nuovo-millennio.htm
DOVE FIRMARE
http://sitononraggiungibile.e-policy.it/

LIBIA: LA “BUFALA” DEGLI STUPRI DI MASSA

Dopo tre mesi d’inchiesta Donatella Rovera, l’inviata di Amnesty International, non è riuscita a trovare alcuna prova di queste violenze. Stesso risultato per Liesel Gerntholts, responsabile dei diritti femminili di Human Rights Watch.

DI MAURIZIO MATTEUZZI*

Roma, 25 giugno 2011,  – Che Gheddafi se ne debba andare è giusto. Che se ne vada, o con le sue gambe (improbabile) o da morto, è scritto o prevedibile (anche se non saranno gli insorti di Bengasi a cacciarlo). Ma quello che è – o dovrebbe essere – insopportabile è il doppio standard, l’ipocrisia, il livello sfacciato di menzogne (sembra di essere tornati ai tempi del conflitto Serbia-Kosovo), o come minimo di unilateralità, con cui la «comunità internazionale», la «coalizione dei volenterosi» (con Sarkozy e Cameron in testa), l’Onu del pallido Ban Ki-moon, la Corte penale internazionale dello strabico procuratore Moreno Ocampo, la Nato, l’Italia (l’Italia dei penosissimi Berlusconi, Frattini, La Russa ma anche del presidente Napolitano e del Pd) ha intrapreso tre mesi fa «la guerra umanitaria» e continua a giustificarla oggi. Vediamo. Gli stupri di massa commessi dalle forze del Colonnello, utilizzati per giustificare l’attacco Nato e l’incriminazione di Gheddafi davanti alla Cpi, potrebbero (potrebbero) non essere mai avvenuti. Questa è la conclusione di un’inchiesta di tre mesi sul campo (Tripoli e Bengasi) condotta da Amnesty international. Donatella Rovera, l’inviata da Ai, non è riuscita a trovare alcuna prova di queste violenze e abusi dei diritti umani, rilevando che «in alcuni casi» i ribelli di Bengasi avevano dichiarato il falso o manipolato prove. In tre mesi non è stato possibile «trovare alcuna prova o una singola vittima di violenze sessuali, o un medico che ne fosse al corrente» (chiaro: questo non dimostra che gli stupri non siano avvenuti).

Anche Liesel Gerntholts, responsabile dei diritti femminili di Human Rights Watch, dopo un’inchiesta sulle accuse di violenze sessuali, ha detto di «non essere stata in grado di trovare alcuna prova». E la famosa storia del Viagra distribuito da Gheddafi ai suoi (come le «fosse comuni», i «10 mila morti a Tripoli»…)? Rovera scrive che la fonte erano i ribelli di Bengasi, che avevano mostrato ai giornalisti stranieri alcuni pacchetti di Viagra trovati su carri armati andati a fuoco, ma che i pacchetti stessi non mostravano bruciature. Un paio di settimane fa il procuratore Moreno Ocampo ha basato le sue accuse contro Gheddafi sulla precisa strategia di «violentare chi è contro il governo» e la settimana scorsa il segretario di statoUsa Hillary Clinton ha parlato di «violenze sessuali» in Libia. Il rapporto di Amnesty combacia con quello di Sherif Bassiouni, il capo della commissione d’inchiesta Onu sulle violazioni dei diritti umani nel conflitto libico, che nel suo rapporto finale, il 9 giugno, aveva espresso gli stessi dubbi su una politica – gheddafiana, ovvio – di strupri di massa («tre casi» verificati), che aveva definito «una gigantesca isteria». Vediamo ancora. I famosi «mercenari» africani impiegati da Gheddafi contro gli insorti. Il rapporto di Amnesty critica il silenzio, e peggio, del Cnt di Bengasi al proposito. In realtà, secondo quanto ha potuto verificare sul campo, i «mercenari» africani (e quindi neri) «al servizio di Gheddafi» erano figure «mitiche», «lavoratori o gente che cercava lavoro», divenuti capri espiatori per indirizzare la rabbia della popolazione contro i migranti «in un contesto di forti sentimenti razzisti e xenofobi». E il rapporto firmato Bassiouni del 9 giugno, pur consacrato alle nefandezze delle forze gheddafiane verso la popolazione civile (migranti inclusi), ammoniva sulle «possibili violazioni dei diritti umani commesse dalle forze dell’opposizione, specialmente verso la popolazione immigrata residente in Libia ». E raccontava del caso di un «mercenario» buttato da una finestra del tribunale di Bengasi (19 febbraio) e finito a colpi di machete e del caso della «esecuzione extra-giudiziale di 5 ciadiani» irrorati di kerosene e poi bruciati vivi (21 febbraio). Per concludere che i «presunti mercenari» erano indicati e perseguiti come tali «sulla base delle loro nazionalità o del colore della pelle».

Sarà che l’inglese The Independent e il francese Le monde che scrivono questo cose sono gheddafiani? Vediamo ancora. In un articolo sul Sole di ieri a commento dello sblocco delle riserve strategiche di petrolio da parte dell’occidente, AlbertoNegri scrive che «il rapporto dei servizi francesi in visita a Bengasi e a Tripoli, redatto tra gli altri dall’ex capo del controspionaggio Yves Bonnet, è chiaro. La rivolta libica, si legge, anche con una certa sorpresa, “non è né democratica né spontanea”. Tra le motivazioni dell’intervento francese si riconoscono due punti: le ricchezze energetiche e la frustrazione della Francia di non aver saputo prevedere le rivolte arabe». Vediamo ancora. Medici senza frontiere, ieri per bocca di uno dei suoi direttori, Loris De Filippi, lamentando «l’incoerenza» dell’accordo del 17 giugno fra il governo italiano e il Cnt di Bengasi e «il doppio standard applicato dai paesi europei implicati in questa guerra», conclude che «è intollerabile che un paese impegnato nei bombardamenti in nome della protezione dei civili, contemporaneamente respinga le vittime della stessa guerra».

Però tutto questo non importa. La guerra «per proteggere i civili» va e continuerà «fino alla caduta di Gheddafi», come ha giurato Sarkozy e hanno concordato all’unanimità ieri i leader del Consiglio europeo a Bruxelles. Che poi si ritiri o no «in un’oasi libica sotto controllo internazionale», come ha proposto un membro del Cnt, si vedrà. Nena News

*questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2011 dal quotidiano Il Manifesto

http://www.nena-news.com/?p=10954

Se Di Pietro svolta al centro. Rivolta dei fan sul web

ROMA – Nessuno lo aveva mai visto, così, in versione soft. Sorridente, accomodante, tollerante. Antonio di Pietro ha subito una vera e propria metamorfosi. Nell’ultimo dibattito parlamentare, per la fiducia sul decreto sviluppo, ha esordito ringraziando il Presidente del Consiglio per l’ascolto benigno che vuole concedere alle opposizioni. Lui, il magnate di Arcore, ascolta e poi va addirittura a sedersi vicino all’ex rullo compressore di Mani pulite. Soltanto qualche mese fa esordiva: “Lei, Presidente, è uno stupratore della democrazia”, producendo l’irato sdegno del premier e quello delle sue truppe cammellate.

NUOVA TATTICA. Che è successo a Di Pietro? Nessuno lo sa bene. Lui spiega in questo modo il rivolgimento del suo modo di fare politica: «Ora è necessario costruire l’alternativa, dobbiamo diventare un’opposizione che punta a diventare maggioranza e ad assumere impegni di governo». Insomma, come dire: basta con il movimentismo, basta con le impennate retoriche e senza costrutto. Poi, subito dopo, l’annuncio che parteciperà alle primarie del centro-sinistra per la candidatura a premier. Ed ecco, forse, spiegato l’arcano. Il leader molisano ha iniziato la scalata a Palazzo Chigi, insieme a Nichi Vendola. E l’antica saggezza contadina gli ha suggerito la prudenza: se non vuoi perdere il raccolto coglilo prima che marcisca o che se lo prendano la grandine o i parassiti.

IL WEB NON GRADISCE. Una vecchia tattica democristiana. Giulio Andreotti fu famoso per la sua longevità politica, perché il suo corpo sapeva adattarsi agli spazi che gli si offrivano, facendo governi di destra, di centro e di sinistra. Certo, non è giusto accostare l’eroe di Mani pulite all’amico di Salvo Lima ma è un fatto che la svolta non piace a tutti, soprattutto non piace ai tanti militanti o semplici elettori che scrivono e criticano il nuovo Tonino sul web. “ti prego, non diventare un dalemiano alla rincorsa del centro perduto. non strizzare l’occhio al sistema di recupero voti dispersi dei disgustati della destra” scrive accorata Veronica Malini sul sito di Di Pietro, mentre un altro elettore scontento sottolinea lapidario: “dopo una decina di anni nei quali ho sempre votato ( insieme ai miei familiari) idv nonostante i vari De Gregorio, Razzi, Missili e Scilipoti ,vi saluto vado per altre strade………bye antony”.

RISCHIO DI EMORRAGIA. Già, perché il rischio è proprio quello di provocare un’emorragia di voti. In questi giorni sono migliaia gli elettori dipietristi che sono disorientati. Non è stato bello vedere il loro leader puro e nudo parlare amabilmente con il Caimano per almeno una decina di minuti e lui poi asserire che si sono scambiati soltanto qualche battuta. Di Pietro è un “unicum” nella politica italiana, perché ha incarnato un’immagine che nessun altro leader politico aveva mai voluto o potuto interpretare: quello del giudice-poliziotto integerrimo, che non si piega davanti a niente e che mette al primo posto delle emergenze il principio di legalità. Per questo non è mai piaciuto né alla destra, né alla sinistra. Di Pietro e il suo partito hanno mostrato che c’è una larga fetta dell’elettorato che rifiuta il principio per cui la politica è il contenitore anche della giustizia e che quest’ultima può soltanto agire sulla strada indicata dalla politica. Di fronte all’imperversare della grande guazza berlusconiana, Di Pietro era l’argine dietro cui ripararsi in attesa di tempi migliori.

L’ITALIA MODERATA. Insomma, il leader molisano sarebbe caduto nell’eterno equivoco italiano, che, per assumere impegni di governo, devi mostrarti moderato. La trappola sta proprio in questo aggettivo-sostantivo: moderato. I “moderati” in Italia hanno spesso fatto affari con la mafia e con la criminalità organizzata, Salvo Lima era un moderato, così come Andreotti, Totò Cuffaro, Nicola Cosentino. L’Italia è piena di moderati, in politica sono preponderanti. Di un altro moderato nessuno ha bisogno, dicono gli elettori (o ex) dell’Idv, mentre ce n’è di persone che non accettino compromessi e che non si pieghino come giunchi per far passare la piena.

Fulvio Lo Cicero

http://www.dazebaonews.it/primo-piano/item/4200-se-di-pietro-svolta-al-centro-rivolta-dei-fan-sul-web

 

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