RUBARE AI POVERI PER DARE AI RICCHI


(dal blog  http://eleboa.blogspot.com/)  Cosa ci si poteva attendere dal conclave di Arcore di un terzetto composto da un piazzista che si è messo in politica per farsi gli affari suoi e che invita i cittadini a non pagare le tasse, da un ministro dell’ economia che paga la l’affitto in nero, abile tributarista ad insegnare ai suoi facoltosi clienti come evadere/eludere il fisco e da un povero cerebroleso a capo di un movimento di esaltati, capace soprattutto di sproloquiare, offendere, fare gesti volgari, affermare oggi una cosa per poi domani smentirla … si potrebbe continuare all’ infinito. Ebbene, questo governo, dopo che per tre anni consecutivi ci ha ripetuto che la crisi economica era alle nostre spalle, che i fondamentali della nostra economia erano solidi, che coloro che denunciavano la gravità della situazione erano delle cassandre che danneggiavano il paese, che con l’ ottimismo si supera tutto e così via bla bla bla ….tutte menzogne, è stato solamente capace di elaborare una manovra iniqua, che servirà a deprimere ancora più l’ economia con tasse e tagli che peseranno sulla già debole e tartassata classe media-bassa!!!

Oggi sento tutti incazzati(anche chi ha votato il nano) per l’anno di servizio militare e gli anni del corso di laurea che secondo la nuova manovra non dovrebbero più essere cumulabili ai fini pensionistici.Ci indigniamo…solo per questo?? Sono mesi anni che ci prendono per culo,abbiamo una maggiornaza di corrotti,corruttori,evasori fiscali e ‘amici-amici’ la quale ha sfasciato l’economia del paese a colpi di depenalizzazione del falso in bilancio,di scudi fiscali,di lotte all’evasione solo sbandierate (considerato che misure concrete non sono mai state cantierate,anzi si è provveduto anche a cancellare la tracciabilità dei pagamenti),di prescrizioni brevi,di legittimi impedimenti, di società off-shore, di nomine politiche per figli,nipoti,mogli, amanti e ‘geni’ discorrendo,permettersi la becera arroganza di condannare,a ogni costo, i lavoratori ai lavori forzati a vita,quando,oltre tutto,l’infame e insulsa casta parassitaria dei politici,alla quale anche loro appartengono,continua beatamente a gonfiarsi di privilegi (per poche ore di struscia chiappe al mese) e ad andare in pensione dopo una sola legislatura,con vitalizi da mille e una notte?

E come può permettersi uno scostumato (già pensionato) come Brunetta di continuare a insultare intere categorie di cittadini e vomitare stupidaggini sulla meritocrazia,quando viene negata la pensione a chi ha servito il paese (leva, per giunta, obbligatoria) o ha studiato (corso di laurea) mentre, contemporaneamente, vengono mantenuti gli ingiustificati privilegi, di cui sopra, a vantaggio di emeriti delinquenti che in vita loro hanno solo saccheggiato lo Stato e/o hanno passato il tempo a intessere affari illeciti nel proprio,esclusivo interesse,oltre a creare e alimentare infami clientele?E a voi elettori del centro destra ce oggi siete incazzati,sì proprio voi che avevate timore di quelli che mangiavano i bambini e al punto di affidarvi a Lui.E come diceva chi ben lo conosceva (Montanelli)..Lui si è mangiato il vostro futuro,anzi ha fatto di meglio si è mangiato pure il futuro dei vostri figli.Ora vi lamentate.E perchè?

Vi ha dato quello che volevate,ossia una valanga di illusioni.Vi ha fatto credere che scendeva in campo nel vostro interesse.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che era lì per salvare la democrazia.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che avrebbe tolto lacci e lacciuli.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che vi avrebbe reso tutti più ricchi.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere, perchè ricco di suo,che avrebbe moralizzato la politica.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che avrebbe liberalizzato tutto.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere di vivere in un paese ricco e progredito.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che non avrebbe messo le mani nelle vostre tasche.E ci avete creduto.Vi ha fatto credere che i vostri figli avrebbero avuto le stesse opportunità dei suoi.E ci avete creduto.Ora ha anche inventato il viagra previdenziale,quello che serve a farvi lavorare sino a quando nel posto di lavoro non tirerete le cuoia.E’ la giusta fine che fanno i creduloni.

La grande manovra(Rita Pani)
Dice: “Ma della manovra economica, se ne deve parlare …” ed è vero. Solo che verrebbe più facile, se solo ce ne fosse una. D’altronde siam passati da la crisi non c’è, a forse c’è ma non si vede, al cuore che gronda sangue per la sorte dell’italiota, fino all’ultimo: “Yuppy!!! La manovra economica, senza neppure una tassa in più.”Quindi come se ne parla di questa ennesima buffonata, dettata da un manipolo di criminali coadiuvati da un altro manipolo di inetti ed imbecilli? La mia regola sarebbe quella di attendere con i gomiti posati al davanzale della finestra. Attendere di vedere quel che accadrà, quando finalmente cadranno le banche.E poi che noia! Manovra iniqua, che va a toccare le tasche dei lavoratori, sempre i soliti … Perché davvero qualcuno aveva creduto che avrebbero tassato loro stessi? Oppure qualcuno ha pensato che la geniale idea di calderoli, di tassare chi non paga le tasse, potesse essere la panacea? Eppure io l’ho letto: “Finalmente! Ci sarà il taglio dei deputati.” Non viene benissimo spiegare che in questa manovra economica non vi è nulla di sensato, se non un po’ di populismo e un briciolo di demagogia, che gli unici soldi reali saranno quelli che pagheremo noi, e che il resto sono numeri a scadenza nel 2013, probabilmente sperando nei maja.

Non so voi, ma ho letto poco fa una dichiarazione di scajola, il quale ammette sì di non aver venduto la casa che qualcuno pagò a sua insaputa, ma – a mo’ di scusa e pentimento – continua: “ci dormo soltanto”. È così che mi è venuta un’idea piccola, piccola, per risanare il debito pubblico ed avere anche qualche avanzo: “Trattare tutti i proventi dei furti di stato, anche quelli sanciti e istituzionalizzati dallo stesso governo, come fossero beni sequestrati alla mafia”. Solo facendo un calcolo di ciò che sappiamo, dalle tangenti a questo o quello, le case, gli stipendi che certi notabili potevano attribuirsi su contratti stipulati in bianco, i milioni e milioni pagati per ricatti, estorsioni, e tutto il meglio di cui la politica italiana ci ha abituato nell’ultimo decennio di barbarie, i conti sarebbero a posto e molto di più.
Rita Pani (APOLIDE)

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Secessione dalla complicità


di Anna Lombroso (per Simplicissum)

Uno spettro si aggira per il mondo. Forse una febbre: in India decine di migliaia di persone si mobilitano contro la corruzione che si è annidata nelle istituzioni, nella macchina della pubblica amministrazione e nei partiti politici. In Grecia, in Cile, in Gran Bretagna, in Spagna, in Israele fermenti vivi vitali e rabbiosi denunciano insoddisfazione di bisogni primari. Se per primari non intendiamo solo il pane, ma anche l’istanza consapevole di volersi riprendere il futuro. E vale anche per il nord Africa infiammato da incendi che rivendicano equità e democrazia.
C’è una cifra universale di opposizione a contro il modello di sviluppo che nell’affermarsi ha scardinato sta distruggendo le basi stesse della convivenza civile, della democrazia a disingannando quella illusoria aspettativa di un capitalismo ben temperato fino a diventare se non equo, almeno “armonioso”. Caduta la speranza “ragionevole” di un sistema economico capace di combinare le esigenze del profitto con quelle della società – addirittura visto con una certa benevolenza, dicono gli studiosi, perfino da Marx con l’esempio del direttore d’orchestra che non ha bisogno di possederla, a proposito di una possibile evoluzione pacifica manageriale verso il socialismo – è precipitata anche la visione di una possibile e prossima età dell’oro planetaria.

All’utopia si è sostituita la collera. E per quanto ci riguarda ne siamo tutti un bel po’ responsabili: il dispotismo della realtà come uno stolido bulldozer ha raso al suolo qualunque cultura politica in grado di opporre resistenza, ha annientato ogni traccia di memoria che non sia metabolizzabile dal primato dello spettacolo e del consumo, ha messo ai margini ogni soggetto sociale che non fosse integrabile. Nella convinzione diffusa di interpretare così la forza delle cose. Eh si, è il mercato, bisogna essere realisti, è necessario avere un approccio dogmatico e regolativo, come se il pragmatismo dovesse necessariamente sconfinare nell’accorto e “modernista” cinismo. È così che la politica è venuta meno alla sua missione e alla sua vocazione: la resa al reale è quanto di più impolitico si possa immaginare se per politica s’intende l’arte della trasformazione della realtà.

Si essere indignati non basta. È importante simbolicamente segnare il territorio di tutti in modo che nessuno si permetta di impartirci dall’alto di qualche luogo istituzionale o da qualche giornale influente e autorevole, la lezione sul bene comune, sull’impegno civile e sulla buona cittadinanza, perché ogni legittimazione è finita. E ormai preferiamo gli apolidi, gli esuli mentali, come forse con una certa fierezza mi sento anche io.
Ma per uscire dal disagio dell’inciviltà bisogna oltrepassare la collera, sottrarsi alla pedagogia della disumanità e alla somministrazione avara di segmenti oculati di diritti. Un tempo per farlo ci si metteva dalla parte “sbagliata”, da quella di chi non ha garanzie o rappresentanza e è escluso dalla partita della democrazia mediatica plebiscitaria e disciplinare dalla quale è assente qualsiasi responsabilità civile e politica. Adesso non dobbiamo interpretare il ruolo della emarginazione e della esclusione: si estende sempre di più la schiera dei penalizzati, di chi sente una tremenda “perdita” di sicurezze e privilegi, concreti e ideali.

I diritti cui aspirare e da conquistare e quelli ottenuti non sono più acquisiti in forma universale, ma semmai concessi e somministrati in modo selettivo. Chiamiamolo come vogliamo, è in corso un cruento conflitto sociale e di classe, nel quale i detentori del potere, che ha sempre le stesse fattezze, fanno professione di ruere in servitium dei mercanti e del mercato, in un totale vuoto di idee che non sia la difesa dell’iniquità, nell’assenza di un progetto che non sia accumulazione, facendo legge del principio: guai agli ultimi.
Sarebbe grottesco, ridicolo, il loro dibattersi come pesci nella rete di una finanza criminale, minacciati dal nostro malcontento, impauriti di cedere anche le briciole dei loro beni per via di quelle che quella sciagura in sottanina chiama le tasse esotiche. Ma c’è poco da ridere, se la nostra indignazione si consuma alla tastiera. Se chi dovrebbe rappresentarci teme uno sciopero. È il momento di una secessione dalla complicità, dell’arrendevolezza, è il momento di cantare un’altra canzone, fuori dal loro coro. Nei consumi, nelle letture, nel disubbidire al video e a certe leggi, nello scegliere la parte giusta, che poi è sempre la stessa, nel combattere l’evasione anche sottraendosi a piccole occasioni redditizie e a certe, apparenti, innocenti evasioni, nel non soggiacere alla fascinazione della furbizia, anticamera dell’abuso e dell’illegalità.
Si è molto più scaltro riprendersi la vita, il pensiero e le ragioni del futuro, ci hanno derubato per troppo tempo e non possono più fare i furbi con noi.

FONTE:  http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2011/08/28/secessione-dalla-complicita/

Caso Penati. Adesso il Pdl attacca per nascondere le proprie nefandezze


Di Fulvio Lo Cicero (Dazebao.org)

Sul caso Penati (l’ex capo della segreteria di Bersani accusato di reati gravi quali la corruzione) non poteva non “scendere in campo” il panzer-divisionen Maurio Gasparri, l’uomo dallo sguardo lungo e dalla mente fine della destra italiana. “Si scrive Penati si legge Bersani. Il sistema di potere dei Ds-Pd emerge con chiarezza dalle vicende di Sesto San Giovanni. Appare come la continuazione delle tradizionali vicende che hanno visto il principale partito della sinistra al centro di un sistema finanziario ricco di risorse e povero di trasparenza, per non dire altro”, ha scritto in una nota il presidente dei senatori di casa Arcore. Abbandonato ogni garantismo, che Gasparri lascia esclusivamente ai suoi colleghi di partito pluripregiudicati, la mente fine del Pdl risuscita la vecchia e stantia storia di mani pulite e di Antonio Di Pietro, che avrebbe salvato, nella vecchia inchiesta, il Pci per poi incassare il dividendo politico e diventare ministro della sinistra. Nel frattempo Valter Veltroni ha annunciato una querela contro Maurizio Gasparri, che lo sfida in un pubblico confronto.

UN UNIVERSO DI MENZOGNE NEL MORTAIO DELLA DESTRA, che ha il compito specifico di risollevare le sorti elettorali di un Partito di inquisiti, il cui premier è sotto processo perfino per induzione alla prostituzione nella nota vicenda di Ruby Rubacuori. Ma è proprio questo l’asso nella manica che l’attuale dirigenza del Partito democratico ha inopinatamente, grazie ai comportamenti ipoteticamente illeciti di personaggi come Filippo Penati, passato alla destra. Si tratta, quindi, dell’ultimo, disperato tentativo del berlusconismo per resuscitare dal regno dei morti in cui giace da tempo e cercare di rivincere le elezioni del 2013, dimostrando che a rubare sono soltanto gli esponenti del Partito democratico.

A DAR MANFORTE A QUESTO PROGETTO è ovviamente il sistema informativo, in larga parte di proprietà del premier. La grancassa dei telegiornali di regime e dei fogli di partito (“Il Giornale” e “Libero”) sta spingendo a fondo e quei trenta milioni di italiani elettori che non seguono il web, non acquistano libri, leggono distrattamente un quotidiano, magari poco attendibile, nei prossimi mesi saranno spinti a ritenere che il vero malaffare sia dentro il centro-sinistra e che il berlusconismo sia l’unica arma per il trionfo del bene.

IL PROGETTO DELLA DESTRA HA COME ELEMENTO CENTRALE la necessità di occultare i veri dati della realtà. Ad esempio, i dubbi che ruotano intorno a vicende sulle quali la magistratura sta indagando, ripercorse oggi da Conchita De Gregorio su “Repubblica”: perché il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fornisce a Marcello Dell’Utri (che, lo ricordiamo, è stato condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa) dieci milioni come prestito infruttifero? Soldi dati ad un vecchio amico di bagordi? Bene. Perché il re della sanità privata del Lazio Antonio Angelucci finanzia in tre tanche l’acquisto di villa Gucci a Firenze da parte di Denis Verdini (plenipotenziario del Pdl e indagato a Firenze per concorso in corruzione) per una somma totale di otto milioni? Forse un regalo di nozze o un altro “prestito infruttifero” come quello di Berlusconi al suo vecchio sodale? Che immagine disegnano le sei inchieste della magistratura sulle varie P3, P4 e P5 (“associazioni di pensionati sfigati” dice l’altra testa pensante del berlusconismo, cioè Maurizio Belpietro), nelle quali sono coinvolti autorevoli esponenti del partito di Maurizio Gasparri e sulle quali persiste da sempre la cappa di silenzio delle televisioni e dei giornali di partito?

SONO DOMANDE ALLE QUALI IL PASDARAN DEL PENSIERO INCERTO Maurizio Gasparri farebbe bene a rispondere, prima di certificare, con il suo sguardo obliquo, la responsabilità oggettiva di Pierluigi Bersani nella vicenda Penati. Ma è ovvio che non lo farà mai. Fino ad ora, ha nascosto tutte le ipotesi di reato dei suoi colleghi della destra dietro la cortina fumogena della “magistratura politicizzata”, cioè comunista, che attenta alla libera volontà degli elettori. Ora che quella ridicola mistificazione, per effetto di cose, cade rovinosamente (la magistratura indaga su chi compie reati, a destra e a sinistra), non ne parla più e si concentra sul tentativo di dimostrare all’opinione pubblica che il vero marcio, la corruzione, la concussione si annidano dentro il Partito democratico. Sono queste persone che gli elettori devono mandare per sempre a casa, tagliando loro il vitalizio di almeno il 70%, perché non solo hanno inquinato la vita politica nazionale ma sono un perenne attentato alla verità e alla intelligenza.

FONTE: http://www.dazebaonews.it/primo-piano/item/5222-caso-penati-adesso-il-pdl-attacca-per-nascondere-le-proprie-nefandezze

Schifani s’è offeso perché è abituato a gente delicatissima e fine


Max Laudadio, su Radio Due, ha fatto infuriare Schifani, secondo il quale il conduttore avrebbe denigrato la classe politica italiana. Ma Schifani ha tralasciato alcuni comportamenti forse anche più gravi di diversi parlamentari che non contribuiscono a rendere un servigio alle istituzioni ed al nostro paese.

Schifani è abituato a persone di un certo livello. Per questo si scandalizza facilmente. Per esempio a Bossi, persona sempre fine, che espone le proprie opinioni sempre moderatamente.

Schifani è abituato a tutta una serie di dichiarazioni dei nostri parlamentari e ministri sempre all’impronta della cordialità. Alla Santanché che cerca sempre di essere d’esempio per le nuove generazioni.

Non dimentichiamoci di Brunetta, che non è un cretino, ma che, anzi, è sempre gentile con tutti. Anche La Russa, mai uno scatto d’ira, nè un calcio fuori posto.

Castelli, Speroni, Borghezio e Salvini cercano sempre di esprimersi a favore dell’unità Nazionale e della reciproca tolleranza, specie verso napoletani ed extracomunitari.

Schifani è abituato al Capo di Governo che è amico personale di ben quattro tra dittatori (Nazarbayev) ed ex dittatori (Ben Alì, Mubarak e Gheddafi). Talmente amico che a Gheddafi, Silviuccio ha baciato la mano e non voleva disturbare quando bombardava i civili. Peraltro Berlusconi racconta barzellette finissime, e non bestemmia. Ha solo qualche problemino con la memoria, ma pare si possa soprassedere.

I parlamentari italiani, d’altro canto, che sarebbero stati così denigrati da Laudadio, mica giocano a Super Mario Bros. Mica ci sono risse in Parlamento o parlamentari pregiudicati.

Ebbene frequentando queste personcine, mi rendo conto che Schifani abbia ritenuto lesivo della reputazione dei parlamentari che Max Laudadio abbia detto dei parlamentari “Se ‘sti delinquenti facessero il loro lavoro, sarebbe tutto a posto, il problema è che non lo fanno, capito?”. 

Adesso mi aspetto che Schifani alzi il ditino al primo parlamentare che scorreggia. Chiaro, Schifani?

 

Casa originale di questo articolo

FONTE : http://www.agoravox.it/Schifani-s-e-offeso-perche-e.html

 

Oil e gas: il bottino vero. A chi andrà?


di GERALDINA COLOTTI – IL MANIFESTO del 25 AGOSTO 2011
Quanto vale la Libia nello scenario energetico internazionale ora che la Nato ha spinto gli insorti al cuore di Tripoli e la sorte di Muammar Gheddafi sembra segnata? Che la partita in gioco non fossero i destini dei civili, ma le risorse petrolifere, è un dato difficilmente contestabile. Ma quale nuovo quadro emergerà dallo scontro di interessi delle potenze occidentali? Il Consiglio nazionale degli insorti fa sapere che ricompenserà adeguatamente i paesi che lo hanno appoggiato, mentre nei confronti di «Russia, Cina e Brasile, che non hanno appoggiato le sanzioni contro il regime libico» vi saranno «differenze». Le grandi compagnie presenti scalpitano.

Dopo vent’anni di isolamento economico e di sanzioni internazionali contro il regime del Colonnello, in pochi anni erano accorse in Libia tutte le più grandi compagnie petrolifere occidentali: l’italiana Eni, la francese Total e i giganti anglosassoni Bp, Shell e Exxon Mobil. Ora la Francia sgomita e fa la voce grossa, la Russia si vede fuori dal gioco («Abbiamo perso la Libia, le nostre imprese dovranno andarsene perché la Nato ci impedirà futuri accordi»); la Cina – grande nemico da battere, costretta a far fagotto – chiede la tutela dei propri interessi. L’Italia, prima per bocca del ministro Frattini, poi per bocca dell’Eni, sostiene addirittura che «in futuro sarà la numero uno».
Secondo Margherita Paolini, coordinatrice scientifica della rivista Limes, non bisogna però fermarsi alla cronaca e alle dichiarazioni. Certo, per quanto riguarda il petrolio, è la Cina che perde e la Russia che non guadagna le alleanze utili per fare marketing col prezzo del petrolio sui mercati internazionali. I primi cartelli comparsi all’entrata delle concessioni petrolifere dicevano infatti: fuori la Russia e la Cina. L’interesse di Usa e Francia era di sbattere fuori la Cina. E poi ci sono quelli del Qatar, per conto dei paesi del Golfo, che hanno un greggio pesante e devono miscelarlo con quello leggero della libia per piazzare quote di petrolio. Il Qatar, che ha postazioni in Europa, ha fatto l’operazione per i paesi del Golfo e fa da broker per loro sui mercati.
Tuttavia – dice Paolini al manifesto – è ancora presto per fare previsioni serie. «Sul mercato energetico internazionale la situazione libica oggi conta meno di quanto si pensi. Al di là di altalene e ripresine, il petrolio di riferimento del Brent si è assestato comunque al di sopra dei 100, purtroppo è rimasto alto. E non può decrescere per merito del mercato libico perché, comunque vadano le cose, anche nella migliore delle ipotesi, quel mercato non può ritornare a produrre quello che produceva prima della guerra se non fra almeno due o tre anni».
In concreto, gli osservatori petroliferi dicono: cautela. Tra l’altro – afferma la studiosa – la produzione petrolifera libica era arrivata a un punto di stand bay perché nella Sirte, i bacini del centro est e sud est erano ormai bacini maturi per cui si stavano preventivando e pianificando – ecco tutto il grande giro di grandi contratti che aveva fatto l’ultimo Gheddafi – grandi interventi basati su nuove tecnologie per mantere a est livelli produttivi consistenti (la parte che oggi è sicuramente sotto controllo della parte del Cnt). La parte ovest era quella in piena espansione, che avrebbe dovuto dare subito un grosso innalzamento, naturalmente con i grossi investimenti in ballo». Quasi l’80% delle riserve storiche di petrolio libico si trova nella parte orientale.
E ieri Sirte, città natale di Gheddafi e una delle ultime roccaforti ancora in mano alle forze lealiste, ha messo in atto una resistenza «inattesa» per la Nato. Ieri, i ribelli impegnati nell’offensiva sono andati avanti di parecchi chilometri verso Ovest conquistando il porto petrolifero di Ras Lanuf e spingendosi fino a Bin Jawad, a 50 chilometri a est di Sirte. Importanti terminali di esportazione del petrolio della Sirte.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), prima dello scoppio della guerra, il paese – membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep) in cui era nono su 12 membri – era tra le più grandi economie petrolifere al mondo (la quarta), possedeva all’incirca il 3,5% delle riserve mondiali, oltre il doppio di quelle degli Stati uniti. La sua produzione era di circa 1,6 milioni di barili al giorno, quasi il 2% di quella mondiale: fra le più importanti riserve petrolifere dell’Africa, con 44 miliardi di barili, molto avanti la Nigeria (37,2 miliardi) e all’Algeria (12,2). Ma, con le nuove tecnologie, le sue riserve avrebbero potuto triplicarsi. Esportava l’80% dell’oro nero verso l’Europa, in particolare in Italia e in Francia. Nel 2010, l’Italia ne ha comprato il 28%, la Francia il 15%, la Cina l’11%, la Germania il 10%, al pari della Spagna. Gli Stati uniti ne hanno acquistato il 2%. Un greggio ambito, perché poco ricco in zolfo e ad alta resa di prodotto.
In qualche anno, il paese ha anche raddoppiato le esportazioni di gas naturale, da 5,4 miliardi di metri cubi nel 2005 a oltre 10 miliardi l’anno: grazie anche a un nuovo gasdotto verso l’Italia, ora fermo. Le riserve di gas sono valutate a 1.540 miliardi di metri cubi. «E infatti – dice Paolini – se oggi la partita è il petrolio, domani sarà il gas.Per l’Europa e per l’Italia. E per noi le cose non vanno lisce, visto che i nostri giacimenti sono a ovest, dove la situazione è incerta». Anche sul piano interno, «non si è trattato di una guerra per la democrazia, ma di un conflitto dell’est per le risorse dell’ovest. Al di là di Gheddafi, la contrapposizione territoriale conterà nel resettaggio politico dell’incerta partita»

 

Bossi, l’Italia e la padania inesistente


Di Francesco (dal blog discutendo insieme)

 

“L’Italia finisce male”, dice Bossi in un comizio a Schio, “bisogna essere pronti per il dopo e, per noi il dopo è la padania. I popoli del nord uniti sarebbero lo stato più forte d’Europa”. E ancora, “la gente ha capito nel profondo del cuore che il progetto è passato e che l’idea di vincere insieme è partita”. E ancora, “la padania vuol dire unito e libero mentre il centro sud munge il nord”. 

Che l’Italia stia finendo male è sotto gli occhi del mondo. Con un corpo politico che da decenni pensa solo al suo benessere c’è poco da sperare in tempi migliori. Però, una delle cause dello sfascio dell’Italia è proprio la Lega.

Bossi dice “meno male che siamo partiti tanti anni fa”, sì, vero, e in questi anni non ha fatto che operare, appunto, per la disgregazione dell’Italia. Quello che Bossi imputa alla crisi attuale, in realtà è da imputare al suo gruppo politico. Partendo dal federalismo, cavallo di battaglia della Lega.

Un dato recente della responsabilità leghista lo si può trarre dalle tasse locali, che in quindici anni sono cresciute del 138% contro il 6,8% di quelle centrali (questo dato dovrebbe far riflettere anche su due altri aspetti della crisi: il costante aumento delle tasse “non visibile” e lo spostamento delle responsabilità dal centro alla periferia). Ed è proprio il federalismo la causa di questo aumento. Un federalismo che, se da un parte predica l’autonomia locale, e la sua indipendenza dal centro, dall’altra si adopera affinché i costi dello stato ricadano proprio su tale autonomia. E mentre la Lega si prepara alla battaglia per “non toccare le pensioni, ma quali?” e non aumentare l’iva con dichiarazioni ridondanti, non fa menzione dei costi della sua politica e nemmeno dei tagli dal centro proprio agli enti locali (anzi, propone la scelta tra tagli e pensioni, due azioni che, comunque ricadrebbero sulla spalle dei cittadini) che si troverebbero così nella difficilissima situazione di dover scegliere tra aumentare le tasse o ridurre il welfare state, il tutto mentre il partito leghista si sta spartendo la torta con l’odiata Roma.

Che il sud sia meno produttivo del nord lo si è sempre saputo, che il nord sia più capace di creare uno stato meno debole, è cosa nuova. Basti vedere l’attuale crisi industriale del nordest; crisi che non deriva certo dalle spese eccessive dello stato e, men che meno, dalle spese per lo stato sociale, casomai, dal tipo di economia esistente basato, essenzialmente, sull’artigianato e piccola industria.
Per quanto riguarda il sud, va ricordato alla Lega che dal dopoguerra è stato tenuto come una sorta di riserva di manodopera per il nord, questo implica che il mancato sviluppo è da imputare al nord stesso. Il nord, invece, pur avendo avuto a disposizione i soldi statali per il suo sviluppo (finanziamenti per lo sviluppo del territorio sottosviluppato di cui ha attinto ampiamente), non è riuscito a porsi come garante di un’economia italiana forte nei confronti dell’Europa. E questo a causa di un disimpegno sul territorio nazionale – si preferisce delocalizzare le attività produttive in luoghi (nazioni) a basso costo di manodopera e con meno restrizioni sul piano dei controlli e dell’ambiente – che vede le industrie del nord, e anche la dove comanda la Lega, preferire soluzioni liberiste a quelle sociali.

In questo contesto, parlare di stato del nord forte in grado di assorbire la crisi senza toccare il benessere dei cittadini è fuorviante – considerando anche che la stessa Germania, l’economia trainante per definizione in Europa, si trova a dover affrontare gli stessi problemi dell’Italia – perché la crisi ha radici nella globalizzazione del commercio e nella speculazione della finanza sui conti statali e non nel welfare che, casomai, ne sta pagando le conseguenze.

Il progetto leghista – che sin dagli inizi prevedeva la separazione del nord – pur essendo ormai trentennale, non ha però raggiunto il traguardo prefissato. Che il malcontento covi nel cuore della popolazione e che lo rivolga, per la maggior parte, contro il comportamento dei politici, è vero; non è però vero che si rifaccia al progetto della Lega che, al massimo, ha ottenuto alle elezioni intorno al 12% di voti che, anche se ottenuti solo al nord, sono comunque troppo pochi per pretendere d’essere il motore trainante di un cambiamento radicale.

Ed è proprio quel federalismo “impositivo” proposto dalla Lega ad essere in prima persona colpevole dello sfascio dell’Italia; federalismo che, oltre a non dare autonomia ai territori, li costringe entro limiti di manovra impossibili, come a giustificare una successiva centralizzazione dello stato per inadempienza delle amministrazioni locali.

Concludendo, la Lega, di fatto, sta operando proprio allo sfascio dello stato italiano non per uno stato padanio indipendente ma per il controllo leghista di tutto il territorio nazionale.

Fonte notizia: la repubblica.

FONTE :   http://discutendoinsieme.ilcannocchiale.it/

Amy Winehouse non era overdose. Che diranno ora Carlucci, Giovanardi & Co?


Di Davide Leggio

Il caso Winehouse I risultati tossicologici: esclusi stupefacenti Amy non morì per droga L’ autopsia: solo tracce di alcol (Corriere.it)

Non c’é pace per Amy Winehouse. Come spesso accade, dopo la morte della cantante, è il cinismo speculativo a farla da padrone. Tanti gli ambiti e le sfaccettature dell’utilizzo – anzi un vero e proprio sfruttamento – della sua immagine, che spaziano dal piano economico a quello più aleatorio, proprio della politica e in generale della retorica.

Innanzitutto il solito accanimento mediatico, con le testate pronte a lanciarsi in giudizi infelici, più o meno strumentalizzati, o a speculare con deduzioni improbabili e fuorvianti sulle cause della morte della cantante, prestando il microfono a questo o quel lo spacciatore di fiducia e alimentando le polemiche attorno al personaggio.

Ovviamente è lo sfruttamento economico della sua immagine, con la famiglia che in vano tenta di controllarlo, a farla da padrone. Fra le miriadi di speculazioni che girano attorno a Amy, la faccenda più pesante si sta giocando intorno a un dominio internet, quello della “Amy Winehouse Foundation”, che un imprenditore londinese ha tempestivamente registrato a poche ore dalla morte.
 
Nonostante i famigliari stiano tentanto di ottenerne la chiusura, per il momento il padre della cantante, Mitch, è costretto a restituire i soldi donati alla neonata fondazione fintanto che le donazioni non vengano incanalate nella giusta direzione.
 
Altro esempio di cinismo macabro è stato il furto di alcuni effetti personali della Winehouse, tra cui testi di canzoni inedite, libri di poesie e lettere. I colpevoli sarebbero da rintraccciare fra quella ventina – inclusi famigliari, amici, guardie del copro e poliziotti – che, dal giorno della morte della cantante, hanno avuto accesso alla sua casa di Camden Town, a Londra.
 
Per non parlare poi dei vari siti che vendono tutta una serie di gadget, autorizzati o meno, non possono che scandalizzare al primo sguardo
 
Ma nel caso della Winehouse è la retorica di stampo sociale a farla da padrone. Sembra che tutti sentano il bisogno di parlarne o almeno di citarla per ergerla a simbolo, riuscendo così a congiungere in una sola volta i deandreani buoni consigli e il cattivo esempio.
 
Proprio come ha fatto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla lotta alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi, per il quale: “una morte tragica di questo tipo non può che far riflettere i giovani e giovanissimi su come la droga tolga la cosa più importante che una persona può avere e cioè una vita pienamente vissuta, le soddisfazioni di avere una famiglia, di avere dei figli, insomma di godere della propria esistenza”.
 
Più o meno lo stesso il discorso fatto da Stefano Tersigni, Dirigente della Fiamma Tricolore Destra Sociale che torna sul sopracitatoo sfruttamento mediatico dell’immagine della cantante: “L’immagine della sua persona andrebbe invece screditata. Si è semplicemente suicidata con le droghe. I media facciano giusta informazione e, partendo da questi esempi, invitino i giovani a stare lontano dalla droga”.
 
Completamente sui generis invece il commento di Gabriella Carlucci, deputata Pdl, che dopo aver in passato denigrato personaggi politici del calibro di Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi - ha di recente attaccato Ferrero utilizzando oltre al nome della Winehouse, anche un inquietante sillogismo: “Se durante il governo Prodi il centro-sinistra avesse realizzato il suo progetto, a firma dell’allora ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero di legalizzare le stanze del buco di Stato, oggi purtroppo avremmo avuto anche nel nostro Paese migliaia di casi tragici come quello di Amy Winehouse.
 
Insomma ogni scusa è buona per attaccare il partito antagonista. Se poi in mezzo alle accuse e agli sproloqui compare uno dei nomi più in voga al momento, non si corre che il rischio di amplificare la propria voce, una tecnica spesso vincente durante le campagne elettorali.
 
Più rapida e senz’altro più espilicita in questo senso Forza Nuova, che appena 48ore dopo la morte di Amy già utilizzava la sua immagine per farsi propaganda, lanciando uno slogan con tanto di foto della Winehouse a fare da sfondo: “Devi vivere. Se ti droghi, non ti AMY”. 
 
Anche i cugini di estrema destra d’oltralpe, i populisti conservatori della Svp Svizzera, hanno di recente sfruttato in modo molto simile il tragico destino della cantante inglese, pubblicando un manifesto praticamente identico ma con una foto ancora più choccante della cantante che la ritrae in un momento di particolare sofferenza.
 
Non poteva certo infine esimersi dalla questione la Chiesa, che nell’intento di sfruttare il personaggio per renderlo un modello negativo per eccellenza, prima che morisse, aveva gentilmente offerto l’affidamento di Amy ad alcuni esorcisti, con l’intento di “curarla dai demoni che albergavano nel suo corpo“.

FONTE : http://www.agoravox.it/Amy-Winehouse-non-era-overdose-Che.html?pagina=1

Saya? Più che uno choc è un “nazionalismo miserabile”


Donne, gay e stampa. È arrivata anche in Italia quell’onda squallida e insopportabile che imperversa su mezza Europa. E ha fatto capolino con quel grande classico presentato in apertura. Le parole di Gaetano Saya ricordano quelle che si ascoltano a Budapest, nelle sedi del Front national o delle altre formazioni anti modernità e nemiche dell’uguaglianza di genere, di etnia o preferenza sessuale. Quello del così definito Partito nazionalista più che un programma choc è una proposta miserabile, oltre qualsiasi minimo sindacale di civiltà morale e politica.

Finora abbiamo parecchio criticato la deriva populista e xenofoba di Viktor Orbán che ha fatto della destra ungherese un circolo di paranoici seduttori dei ceti inquieti. Con Saya, però, l’Italia supera anche il partito della famiglia Le Pen. Per statuto nessun incarico alle donne del sedicente difensore dell’italianità, a fronte di leadership femminili nell’estrema destra francese e ungherese. Persino i Tea party hanno esponenti di punta senza baffi né barba. 

Sempre attuale è la lotta agli omosessuali, vera minaccia alla sanità di un popolo. Discorso valido soprattutto in un paese che ha sempre fatto vanto della sua potenza sessuale, da Rodolfo Valentino alle tedesche private dell’onore sulla sabbia di Rimini. Depurare le istituzioni dalla presenza dei gay, come propone Saya, è quindi doveroso per ripristinare quella virilità romana di mussoliniana propaganda. 

Altro squallore è quello che si aggiunge col trattamento da riservare alla stampa e l’idea di un controllo governativo su cittadinanza dei giornalisti e lingua delle testate. Se è esilarante immaginare Scilipoti che autorizza la diffusione in Italia del New York Times è doveroso lanciare un appello all’Ordine dei giornalisti per verificare se il baffetto dei noantri risulta iscritto all’albo. E, in tal caso, aprire un procedimento disciplinare che porti alla sua radiazione per aver manifestato un orientamento non compatibile ai valori di una categoria che deve nutrirsi di libertà, oltre che di serietà e decenza. Il resto lo valuti la magistratura continuando a ingrossare il fascicolo col nome di Saya in copertina.

Non esente da riflessione è l’opinione pubblica. Sulla deriva della politica italiana e sulle ragioni che le permettono di partorire roba del genere. Un’Italia che viaggia spedita verso il post berlusconismo, e quindi verso la normalità della politica del sano confronto, è incompatibile con negazioni della civiltà come quella di Saya. Eppure succede, come accade che il deputato più discusso d’Italia abbia dichiarato di sentirsi onorato del fatto che il suo nome sia stato proposto per la segreteria nazionale del partito nazista di casa nostra. Del resto anche Domenico Scilipoti è uno dei pezzi migliori del pantano politico e sociale dell’Italia di Berlusconi. Eppure non ci si può arrendere al mutare della normalità. Chiedersi se un soggetto del genere non possa essere dichiarato decaduto dal suo incarico. È vero che la Costituzione assicura l’insindacabilità delle opinioni espresse dai membri delle Camere, ma prima ancora pretende la democraticità delle istituzioni. E la mera vicinanza di Scilipoti alla formazione di Saya è pura violenza carnale della Carta fondamentale.  (di Eugenio Balsamo – ilfuturista.it)

fonte : http://infosannio.wordpress.com/2011/08/22/saya-piu-che-uno-choc-e-un-nazionalismo-miserabile/

Soldi pubblici per il meeting di Comunione e Liberazione (“La Lobby di Dio”)


Di Andrea Sironi

Il 21 agosto, inizierà come ogni anno il “Meeting di Rimini”, kermesse di Comunione e Liberazione, della quale fa parte il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, e tanti altri.

Come tutti sanno, CL è ben radicata nel territorio nazionale, specialmente in quello lombardo. La Politica, le istituzioni, la sanità sono settori nei quali CL è molto presente, e il suo modo di far politica incide particolarmente bene nei “piani alti” dei palazzi che contano.

Ecco dunque che la giunta regionale lombarda trasferisce ben 84 mila euro, cifra in apparenza fortemente ridimensionata. L’anno scorso infatti, è stata di 234 mila euro così suddivisi: 168 mila di competenza della direzione centrale relazioni esterne, 50 mila sono di competenza della direzione generale della Famiglia e 16 mila della direzione generale delle infrastrutture. La causale generalmente utilizzata è la seguente: “partecipazione ad iniziative di comunicazione”. Quest’anno, in affiancamento a Formigoni troviamo “Trenord”, compagnia ferroviaria partecipata dalla stessa Regione Lombardia che porterà ulteriori finanziamenti per “arrotondare” il fondo regionale.

Mica finisce qui, anche la Regione Sardegna, con una delibera del governatore Ugo Cappellacci datata 26 luglio, versa al Meeting di Rimini una somma pari a 100 mila euro. La Regione Veneto trasferisce circa 38 mila euro, con una delibera firmata dal governatore Luca Zaia proprio qualche giorno fa. La Regione Lazio partecipa con 100 mila euro, la Regione Abruzzo con 20 mila euro, la Regione Emilia Romagna tramite l’Apt con 100 mila euro, la Provincia di Rimini con 37 mila euro, la Regione Friuli Venezia Giulia con 100 mila euro, la Provincia di Trento con 15 mila euro e per finire Ministero del lavoro, Inps, Inpdap, Inail con una cifra che si aggira intorno ai 170 mila euro.

Tutto questo, in un momento particolarmente difficile della situazione economica italiana. In un Paese, stretto nella morsa di una finanziaria che taglia lo stato sociale, soldi pubblici vengono elargiti ad un movimento già ben finanziato da sè e già ben supportato da aziende e banche, figurano infatti fra gli sponsor, Intesa San Paolo, Finmeccanica ed Enel.

L’Italia è il Paese dell’eterno conflitto di interessi, di una casta che manipola magistralmente denaro che scompare e ricompare dove fa più comodo, dove le istituzioni, “lobbizzate” dai poteri forti sono sempre più lontane dalla vita quotidiana della gente comune.

Quando si penserà a sponsorizzare le fasce più deboli di una società alla deriva? Quando riusciremo ad andare oltre?

Andrea Sironi

FONTE: http://www.andreasironi.it/soldi-pubblici-per-il-meeting-di-cl.html

Il libro  “La Lobby di Dio”.

Il giornalista e scrittore Ferruccio Pinotti, già autore di volumi come “Poteri forti” (2005), sul caso dell’omicidio del banchiere Roberto Calvi, o “Fratelli d’Italia” (2007), inchiesta sulla massoneria, è tornato da qualche mese nelle librerie con il suo ultimo libro-inchiesta, “La lobby di Dio” (Chiarelettere, 468 pagine, prezzo di copertina 16,60 € – Acquista “La lobby di Dio” su Amazon.it).
Il saggio racconta per la prima volta dall’interno come funziona un’organizzazione più potente dell’Opus Dei e più efficiente della massoneria: si tratta di Comunione e liberazione (Cl) e del suo braccio finanziario, la Compagnia delle opere, che è una rete di più di 34.000 imprese con fatturato complessivo di almeno 70 miliardi di euro.
Ormai, a causa della crisi finanziaria, sempre più imprese italiane seguono un modello di “amicizia operativa” e si avvicinano a Cl per godere dell’ombrello protettivo della Compagnia delle opere.
Utilizzando una tecnica del racconto in presa diretta, Pinotti propone interviste esclusive ad alcuni appartenenti ai Memores Domini, i “monaci guerrieri” che praticano la castità e vivono in residenze comuni, secondo uno stile di vita che molto ricorda quello dei Numerari dell’Opus Dei (il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, è uno dei più illustri tra i Memores Domini); inoltre, sono raccolte la dura testimonianza  di un fuoriuscito dal movimenot, e la storia di uno psicoterapeuta che ha conosciuto molti militanti di Cl e ne racconta fragilità e paure.
Dall’inchiesta si evidenziano i legami con la politica: sono importanti i rapporti del movimento con il premier Silvio Berlusconi fin dagli anni Settanta (nel 1978 è infatti nato “Il Sabato”, settimanale di Cl finanziato dall’attuale premier), ma anche i legami con la sinistra (al Meeting di Rimini 2003, Pierluigi Bersani ha affermato “Solo l’ideale lanciato da Cl negli anni Settanta è rimasto vivo”) e con la Lega Nord.
Il business legato a Cl percorre tanti campi che vanno da scuola e università a edilizia e finanza, non trascurando servizi sociali e assistenza: si parla di miliardi di euro di valore, e tutti ne sono interessati, da imprenditori e uomini d’affari a politici. Non mancano i risvolti giudiziari, come provano le inchieste Oil for Food, Why Not, La Cascina, oltre all’inchiesta della Procura di Padova sui fondi Ue e i procedimenti che hanno toccato la sanità lombarda.
Il quadro complessivo dell’inchiesta, documentatissima e ricca di note bibliografiche di approfondimento, evidenzia una lobby molto affamata di potere, forse lontana dall’immagine che molti di noi ne hanno dalle semplici cronache quotidiane.

FONTE: http://antoniogenna.wordpress.com/2011/03/24/libri-ferruccio-pinotti-la-lobby-di-dio/

LIBIA: CRIMINI DI GUERRA NATO


di Marinella Correggia

L’intervento militare si basa su una serie di menzogne e omissioni. I media internazionali sono stati i primi ad alimentare la disinformazione. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti Nato? E la popolazione libica quanto patisce le conseguenze del conflitto?

La Nato dichiara “significativi progressi” nella guerra in Libia, soprattutto nel nord ovest del Paese. Intanto, però, il Consiglio Nazionale di transizione, con sede a Bengasi, non riesce ad avere un’azione amministrativa “efficace” nelle regioni conquistate. Centinaia le vittime civili prodotte dai bombardamenti dell’Alleanza Atlantica, mentre le città sono sotto assedio e la popolazione vive condizioni di estremo disagio.

Hai scritto che la Guerra in Libia è “la madre di tutte le bugie”. Perché? Quali sono le reali ragioni che stanno dietro all’intervento militare?

“Questa che è la quinta guerra combattuta dall’Italia in venti anni, contro un Paese che non ci ha aggrediti, raggiunge il top quanto a propaganda e disinformazione, impiegate in abbondanza per giustificare, per spacciare come umanitario un intervento che ha ragioni geostrategiche e che peraltro per l’Italia è sicuramente un danno. Già nelle guerre precedenti contro l’Iraq, l’ Afghanistan e il Kosovo, le bugie, le menzogne di guerra, la propaganda hanno fatto una parte da leone, però questa volta di più. In realtà sono stati i media a cominciare e tra questi, anche media in precedenza più indipendenti come Al jazeera che però evidentemente hanno conosciuto un percorso a ritroso quanto a libertà di informazione.
Questi media internazionali, sin dall’inizio degli eventi in Libia e quindi delle manifestazioni che sono subito diventate armate, hanno cominciato a disinformare, come poi è stato verificato, e purtroppo come si sa le smentite non hanno mai spazio. Tutto parte in realtà da un ballon d’essai secondo me, la madre di tutte le bugie come l’ho chiamata, un twitter della tv saudita e quindi della monarchia saudita, Al Arabiya che sparava questa cifra già il 23 febbraio: 10 mila morti sotto i colpi dei miliziani di Gheddafi. Tra parentesi c’è anche un fatto terminologico perché in questa guerra l’esercito libico è sempre chiamato “insieme di miliziani, miliziani di Gheddafi, mercenari, cecchini” mentre gli altri sono i combattenti per la libertà. Appunto questo twitter lanciava 10 mila morti e 50 mila feriti. La fonte del messaggio era un tale Sayed Al Shanuka che parlava da Parigi e diceva di essere rappresentante della Corte Penale internazionale e quindi senza prove video o fotografie il rappresentante sedicente della Corte lancia questa cifra. Il twitter di Al Arabiya fa il giro del mondo e da lì parte tutto tant’è che si arriva al Consiglio di Sicurezza dell’Onu senza mandare nel Paese una missione di verifica delle Nazioni Unite come chiedeva lo stesso governo libico. Il giorno dopo la Corte penale dice che Sayed Al Shanuka non è affatto un proprio rappresentante, dunque se la fonte era sbagliata, sarebbe stato logico verificare la cifra. Tuttavia tutto è andato avanti, si è cominciato a parlare di fosse comuni salvo poi anche lì verificare che il famoso cimitero in riva al mare non era un fossa comune ma un normale cimitero e il video si riferiva a mesi prima. Si è parlato di bombardamenti sui quartieri di Tripoli, io sono stata a Tripoli e anche i migranti che sono rimasti lì, che non hanno quindi nessun particolare ruolo governativo né di altro genere, mi hanno detto che non c’è mai stato nessun bombardamento dell’esercito libico su Tripoli, i bombardamenti sono quelli della nato e stanno facendo danni incalcolabili. Quindi tutto è iniziato in questo modo e poi è andato avanti. Dopodichè dopo alcuni mesi la stessa Corte penale internazionale, pur avendo incriminato Gheddafi, parla di 200 morti negli scontri iniziali compresi i pro governativi, quindi non 10 mila morti e 50 mila feriti, una cosa nazista praticamente, ma 200 da entrambe le parti.”

Per giustificare la guerra, si era parlato di migliaia di vittime del regime di Gheddafi. Ma quante sono le vittime civili causate dai bombardamenti NATO? Quanto la popolazione libica patisce questa situazione?

“Si infatti, la Nato sta inanellando una serie di crimini di guerra come abbiamo già visto nelle guerre precedenti. Si è resa responsabile di stragi di civili: pochi giorni fa nel villaggio di Majar, vicino Zliten, sono stati mostrati i cadaveri di persone che non erano certo morte di polmonite e non erano soldati, ma donne e bambini e anche anziani, 85 morti. La Nato ha detto che queste case di campagna che erano state colpite nascondevano l’esercito libico, anzi come dice la nato “i miliziani di Gheddafi”, ma queste persone non erano militari, le case distrutte erano piene di oggetti della vita quotidiana e comunque come dice un avvocato italiano, Claudio Giangiacomo dell’Associazione Ialana, anche colpire l’esercito libico se non sta aggredendo delle città, come in questo caso, sarebbe illegale. Ma soffermiamoci sui civili che la Nato dovrebbe proteggere, sono surreali le conferenze stampa della Nato, suggerisco di guardarne qualcuna, questi civili sono ammazzati, feriti… Mentre ero a Tripoli, ho incontrato anche una donna superstite di una famiglia nel quartiere Al Arada, colpito dai bombardamenti. E poi ci sono i danni collaterali. Centinaia di miglialia di migranti che sono dovuti tornare nei loro paesi. Ho parlato con un ragazzo del Niger, che è rimasto in Libia, ma mi ha riferito che è devastante quello che sta succedendo in Niger, un paese poverissimo che adesso si deve far carico di decine di migliaia di famiglie tornate lì. Ci sono famiglie spostate dalle zone di conflitto, ho parlato anche con degli sfollati libici, che da Misurata la famosa città sotto assedio, si sono rifugiati a Tripoli. Mi hanno raccontato che sono i ribelli ad andare in giro per le case ad ammazzare le persone e tutto quanto. Tripoli è sotto assedio, quindi una città con milioni di abitanti adesso si trova ad avere tagliati gli approvvigionamenti di gas, di benzina tra un po’ anche di scorte alimentari. Questo perché con il blocco navale, con le condutture che sono state tagliate dai ribelli, l’unica via di approvvigionamento per gli alimentari erano i camion dalla Tunisia ma adesso anche in quella zona ci sono scontri. Poi per quanto riguarda i carburanti, che servono anche per far funzionare i frigoriferi e e le cucine, c’era un’unica raffineria ormai che non era tagliata fuori a Zawia ma anche lì i ribelli sono avanzati, quindi probabilmente anche questa via di approvvigionamento per Tripoli sarà interrotta. Con le navi non arriva qusi nulla perché, anche se il materiale civile potrebbe passare, il comitato per le sanzioni dell’Onu ritarda, come succedeva anche per l’Iraq, i permessi e quindi di fatto Tripoli è una città che vogliono prendere per fame.”

I migranti stanno subendo forse più di altri le conseguenze del conflitto…

Molti sono andati via perché le aziende hanno chiuso. Questo ragazzo del Niger, ad esempio, lavorava per i cinesi e loro sono partiti tutti. Adesso lui si arrangia un po’ con dei lavoretti. È molto interessante quello che dicono. Oltre a confermare che non ci sono stati i famosi attacchi indiscriminati ai civili che sarebbero stati la causa dell’intervento della Nato, dipingono il quadro di una Libia sotto assedio in cui si attenta ai beni necessari alla vita quotidiana.
Due donne parlavano di fronte alla chiesa che è il punto dove si ritrovano i migranti, perché non ci sono libici cattolici ma ci sono molti migranti dalle Filippine, dall’Africa. Due donne del Ghana e del Togo parlavano tra di loro e dicevano “Adesso la Libia è diventata come l’Africa. Anche qua non c’è nemmeno l’elettricità. Dove andiamo?” e poi ho parlato con un pakistano che vendeva delle croci davanti alla chiesa. È lì da ventun’anni e mi ha detto “ma se arrivano i ribelli”- che tra l’altro si sono dimostrati parecchio razzisti – “io dove vado? Se torno in Pakistan la nostra vita è in pericolo”. In effetti in Pakistan i cristiani sono messi molto male. Quindi, e questo va detto, il Governo libico ha sempre protetto le altre religioni. I migranti africani comunque avevano lì una situazione di lavoro e anche abitativa e di permessi buona. Chi è in Libia non in transito ma per lavoro non si deve nascondere come i clandestini in Italia. Può rimanere, non viene espulso. Quindi il fatto di avere costretto i bengalesi, le persone Bangladesh a ritornare a migliaia nel loro Paese, è un danno collaterale enorme: il Bangladesh è un paese poverissimo. Poi ho incontrato anche le famiglie degli sfollati da Misurata, da Brega, da Tobruk. Quindi dall’Est, da Bengasi. Persone che avevano una casa ed una vita normale che adesso vivono nei container lasciati liberi dai cinesi alle porte di Tripoli. Persone che vivono accampate lì che non sanno quando torneranno perché nell’Est la situazione non è affatto tranquilla per chi non è dalla parte dei ribelli. Quindi ecco c’è una situazione umana devastante. Così come per le altre guerre è sempre angosciante chiedersi che fare. Chi è contro la guerra e ne conosce gli effetti si chiede come può impegnarsi. Come rete “No war”, un piccolo gruppo pacifista italiano, abbiamo iniziato una campagna alla quale tutti possono aderire mandando una mail non al nostro Governo, alla Francia, agli Stati Uniti ma ai membri non belligeranti del consiglio di Sicurezza. Il Consiglio di sicurezza ha quindici membri, tra permanenti e non permanenti, dodici non partecipano a questa guerra. Ci sono Russia, Cina che hanno diritto di veto, India, Brasile, Sud Africa, dei Paesi molto importanti. Possiamo noi fare appello a loro affinché isolino i Paesi belligeranti, nel caso del Consiglio di sicurezza sono Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, perché Cina e Russia pongano il veto a Settembre, affinché decada il mandato della Nato, braccio armato dell’Onu come non dovrebbe essere. Se volete sapere di più su questo appello basta andare su questo sito www.interculture.it/libia. E lì trovate l’appello e anche le mail a cui mandarlo”.

FONTE: http://www.cadoinpiedi.it/2011/08/18/libia_crimini_di_guerra_nato.html#anchor