Vivere da Partigiani


 

“Io vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.” (A.  Gramsci)

Io sono ribelle per nascita, non e’ un merito o un atteggiamento che ho ottenuto vivendo o entrando nell’adolescenza. Ero ribelle a due anni, lo sono adesso e lo sarò a sessanta, se essere ribelli significa cercare giustizia, benessere e progresso. E’ una mia proprietà intrinseca presente dalla nascita, presente nel mio corpo e in ogni sua cellula che istante dopo istante si rigenera a suon di ciò che mi circonda.

Ciò che mi circonda, perlopiù, e’ l’indifferenza della gente che giorno dopo giorno si adatta ai dettami di una società come fosse una religione, dimenticando se stessa e dove voleva andare, lasciandosi oziosamente guidare dai voleri di chi (per nascita o per fortuna) si e’ ritrovato a gestire un paese a suo completo interesse e comodità. E più trovo indifferenza sul mio cammino, più le mie cellule si ribellano, si contorcono, mi ordinano di agire e cambiare il mondo, che cambiarlo può farlo chiunque, che la storia ne e’ piena di esempi.

Gli indifferenti, invece, nella storia trovano altri esempi, quelli che fanno comodo a loro. Forse le loro cellule non sono ribelli quanto le mie, perche’ sembrano cogliere sempre e solo ciò che la storia ha di negativo da insegnarci: che i padroni ci sono sempre stati, i poveri anche, e ringraziamo Dio se oggi abbiamo il Parlamento e il Suffragio Universale… come se poi certe cose facciano realmente la differenza.

Io anche ho notato certe cose, perche’ non sono ne’ cieca ne’ ignorante ne’ totalmente sprovveduta. Però le mie cellule tendono a dare maggior importanza a Giordano Bruno e Galileo, Newton e Tesla, Freud, Marx, Nietzsche… a tutti quei personaggi che con impegno e costanza hanno portato avanti le loro idee. Tendo a dare importanza a tutte quelle persone che hanno deviato il corso della storia perche’ lo ritenevano più giusto, alla consapevolezza che nulla succede se non per azione diretta di qualcuno. E saranno le mie cellule, sarà che sono nata in febbraio… ma sento la febbrile necessità di cambiare ciò che mi circonda, di non adattarmi a quello che ho trovato. Sarei una dis-adattata sociale? E’ questa la mia colpa? Il mio merito? La mia incapacità? La mia forza?

Il mio cervello non può fare a meno di pensare alla natura dell’uomo, alla sua caratteristica principale: l’uomo non si e’ adattato al mondo, ma lo ha plasmato e sfruttato secondo il suo bisogno. La mia colpa, il mio merito, e’ dunque quello di essere troppo umana? E gli indifferenti a quale astrusa specie a me sconosciuta appartengono? Sono io ad essere troppo umana o sono loro ad aver perso la loro principale caratteristica? Sono stati loro ad averla buttata o qualcuno gliel’ha voluta rubare?

A me hanno provato a rubarla un sacco di volte. E continuano, continuano, ogni volta una persona e un evento diversi, ogni volta con una scusa diversa. E prima perche’ devo finire la scuola e prendere il diploma (chissà poi perche’), e quindi “taci, ignora tutto e stringi i denti” (o, come tradurrebbe qualcuno qui dentro “zitta e continua a prenderlo in culo”). Poi perche’ non e’ possibile combattere tutte le battaglie, a volte bisogna perdere, e chissenefrega se sono tutte vitali, l’importante e’ partecipare. E poi, suvvia, bisogna imparare a rapportarsi con il mondo e adattarsi alla società in cui si vive. Ma e’ proprio un umano chi mi dice tutto ciò? Lo stesso umano che se nella preistoria non avesse trovato un modo per plasmare il mondo, si sarebbe estinto in un batter d’occhi, da un giorno all’altro, senza lasciare traccia della sua esistenza?

No grazie, io non mi adatto. Non mi adatto a questa scenografia da società oligarchica che vuole spacciarsi come l’unica possibile. Non mi adatto al dovere di delegare, no, tanto vale allora che deleghi la mia stessa vita, le mie stesse scelte, le mie stesse passioni, ai capricci del governo di turno. Che mi sparino, allora!

Bergson, nel 1907, scriveva che l’umanità “non sa abbastanza che il suo divenire dipende da lei. A lei vedere prima di tutto se vuole soltanto vivere, o fornire anche lo sforzo perche’ si compia, anche sul nostro pianeta refrattario, la funzione essenziale dell’universo, che e’ una macchina destinata a creare delle divinità.”

Io ho fatto la mia scelta, quella di voler perfezionare questa macchina costi quel che costi. Stringo un patto con me stessa, un patto che probabilmente ho già stretto alla nascita, o in una qualche eventuale vita passata: il patto di non piegarmi, per nessuna ragione al mondo, qualunque fosse il prezzo della mia ribellione. Da oggi sono in guerra, in guerra contro il potere e contro chi gli e’ indifferente. In guerra perche’ l’unico valore su cui posso contare e’ la mia vita, ed e’ questa la posta in gioco di questa guerra: un bene troppo prezioso per accettare compromessi.

N.B. la scrivente e’ consapevole che su tutte le “e” e “perche” del testo non va l’apostrofo ma l’accento. Causa tastiera che fa i capricci, mi devo accontentare dell’apostrofo.

GILDA

FONTE :  http://www.mentecritica.net/vivere-da-partigiani/meccanica-delle-cose/il-futuro-e-nei-giovani/gilda/23797/

Info GiulioL
napoletano verace :)

2 risposte a Vivere da Partigiani

  1. Che dire, condivido in pieno è dir poco. No, preferisco dire: voglio essere così. Non solo ora che ho 29 anni. Sempre.
    http://allegriadinubifragi.wordpress.com/

  2. redpoz scrive:

    ti rispondo soltanto con George Bernard Shaw:
    “L’uomo ragionevole si adatta al mondo. L’uomo irragionevole pretende che il mondo si adatti a lui, perciò il nostro progresso è opera di uomini irragionevoli.”

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