Mi sembra evidente che, in questo Paese, venga considerato “fuori dal Mondo” criticare il Capo dello Stato, pena trattamento da terrorista della peggiore specie, mentre sia una moda adeguarsi all’elogio a prescindere da quello che fa o dice il Capo dello Stato. Ma, noi critici, qualche ragione dobbiamo pure avercela. Voglio dire, Napolitano è quel Presidente della Repubblica che ha firmato tutte le leggi ad personam di Berlusconi anche se sapeva benissimo che erano palesemente incostituzionali e che sarebbero state bocciate dalla Consulta, anche se sapeva benissimo che poteva rispedirle al mittente (una volta) dando un segnale forte a quella parte politica e all’opinione pubblica. E’ quel Presidente che ha sospeso la Democrazia affidando questo Paese a Monti e ai suoi amici banchieri. E’ quel Presidente che chiede alla Consulta (piena di gente nominata proprio da lui) come scrive Travaglio “Di mettere in riga la Procura di Palermo che osa indagare sulle trattative Stato-mafia, incriminare l’amico Mancino e soprattutto rispettare l’art. 268 del Codice di procedura penale che proibisce ai pm di distruggere intercettazioni prima che lo faccia un gip, un giudice terzo, dopo aver sentito le parti. E cosa forse ancor piu’ grave, è quel Presidente che accusa la Procura di Palermo, neanche troppo implicitamente, di aver fatto fuori D’Ambrosio strumentalizzando qualcosa che non andrebbe mai strumentalizzata (la morte) per nessun motivo, dimenticandosi che non è stata certo la Procura di Palermo ad aver messo in difficoltà D’Ambrosio.
Dal mio punto di vista è già discutibile che ci sia un articolo (278) del codice penale che reciti: “Chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”. Un articolo che non definisce e distingue chiaramente il limite tra diritto di critica e offesa al prestigio e anzi sembra che tutto sia oltraggio: “Le offese possono riguardare la persona del Presidente della Repubblica sia nell’esercizio o a causa delle sue funzioni, sia nella sua individualità privata, anche in relazione a fatti anteriori all’attribuzione della carica.
Per la consumazione del reato in esame non è richiesto che l’offesa diretta al Presidente della Repubblica avvenga col mezzo della stampa, essendo sufficiente la semplice comunicazione dell’offesa ad un terzo con qualsiasi mezzo.” Un articolo che, di fatto, ammazza il diritto di critica.
Ma anche la libertà di stampa è costituzionalmente garantita e percio’ le critiche alle piu’ alte cariche dello Stato dovrebbero essere il sale delle Democrazie.
Non in Italia, qui non si puo’ criticare il Capo dello Stato perché ogni critica, anche la piu’ insignificante, è potenzialmente oltraggio alla figura del Capo dello Stato. E tutti gli schieramenti politici sono allineati, tranne IDV e M5S che di fatto devono essere fatte fuori dalla competizione elettorale. Figuratevi che anche Vendola sta scaricando Di Pietro perché osa criticare (magari i toni sono sbagliati ma non le argomentazioni ) l’intoccabile per Legge.
Ora, a me pare evidente che queste siano le prove tecniche al settennato di Berlusconi. Silvio cerca un posticino dove nessuno possa toccare la sua persona e i suoi affari e il Quirinale è proprio (per Legge) il posticino giusto. In alternativa c’è sempre Hannibal Lecter.
Isa andava alla seduta di commissione delle Politiche Sociali al Comune di Lodi. Alle 18. Perché le commissioni nei comuni si fanno dopo avere terminato una giornata di lavoro. Isa Veluti era la presidente di commissione. Li conosceva bene quei temi, ci aveva lavorato anni. E anche il 16 luglio era puntuale. In bici. E in bici è stata l’ennesima persona travolta. Da un camion, come Laura, che aveva 36 anni e andava al lavoro da Desio verso Giussano. Lascia due figli e la bicicletta per terra. Oppure come Giorgia o Valerio.
Giorgia aveva 13 anni, è stata investita da un’auto mentre attraversava la strada in bicicletta per andare a scuola a controllare i risultati dell’anno appena trascorso. Il suo corpo è stato sbalzato a 15 metri dal luogo dell’impatto, poi la corsa verso l’ospedale, 13 giorni di agonia, finché non c’è stato più niente da fare. Valerio, invece aveva 18 anni, dopo essere caduto a terra è stato investito da un furgone che non ha fatto in tempo a frenare.
Succede che si continua a morire di bici. Ci si merita qualche riga di giornale e ci si va ad aggiungere alle statistiche. Che sono quelle di un primato tutto italiano: 2557 morti in bici in 10 anni.
2557 “danni collaterali” che fotografano l’arretratezza di un Paese che abbandona chi sceglie un’alternativa ecologica, sostenibile e umana alla motorizzazione per forza. Sono i temi che la campagna #salvaiciclisti ha proposto con forza in rete fino ad arrivare in Parlamento.
E’ che in fondo sembra che ci siamo abituati. All’eventualità di morire di bici.
Giorgia aveva 13 anni, è stata investita da un’auto mentre attraversava la strada in bicicletta per andare a scuola a controllare i risultati dell’anno appena trascorso. Il suo corpo è stato sbalzato a 15 metri dal luogo dell’impatto, poi la corsa verso l’ospedale, 13 giorni di agonia, finché non c’è stato più niente da fare.
Valerio, invece aveva 18 anni, dopo essere caduto a terra è stato investito da un furgone che non ha fatto in tempo a frenare.
Al di là della forma degli incidenti, di per se gravissimi, la cosa che sconcerta di più in assoluto è stato l’ampio silenzio degli organi di stampa riservato a questi eventi. I giornali italiani erano troppo occupati a parlare del cane Lennox, del presunto figlio di Balotelli e della Fico, dell’ultimo anticiclone infernale e del ritorno in politica di Berlusconi.
Mentre la parte migliore dell’Italia lascia la vita sulle nostre strade, buona parte della stampa, invece di informare, preferisce nascondere la testa sotto la sabbia continuando a raccontarci storielline per evitare di affrontare i problemi reali. Questo non può essere più tollerato.
Non possiamo non rivolgere un pensiero ai genitori di Giorgia e di Valerio in questo momento.
Le riforme non sono più quelle di una volta, quando la sinistra riformista portava avanti le richieste meno estremistiche del popolo. Oggi le riforme il popolo le teme: forse perché non sono riforme bensì regressioni.
Continuano le polemiche verso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , per il suo diniego alla pubblicazione delle telefonate intercorse tra lui e l’ ex Ministro dell’ Interno Mancino. In un Paese normale questa presunta querelle tra il Quirinale e la Procura di Palermo sarebbe dovuta terminare quando il Giudice Messineo ha detto testualmente che ” Napolitano ha agito secondo i diritti che gli sono concessi e che quindi non esiste alcun abuso d’ ufficio ” !! Noi pero’ non siamo un Paese normale e quindi questa specie di duello rusticano, che esiste solo ed esclusivamente nelle menti dei tanti complottisti continua senza sosta. Proviamo allora a ricordare i fatti avvenuti e analizziamoli , senza pregiudizi e senza retorica . Non prendendo la parte di nessuno ma ricordando sempre una cosa che spesso dimentichiamo : COMMETTE UN REATO NON CHI COMPIE UN’ AZIONE CHE NON CI PIACE MA CHI NON RISPETTA UNA LEGGE SCRITTA !!!
La Procura di Palermo sta’ conducendo un’ indagine su una presunta trattativa Stato – mafia avvenuta nel 92, l’ anno delle stragi di Capaci e di Via D’ Amelio. ( Qualcuno sorridera’ a sentire la parola ” presunta in quanto sappiamo tutti che la mafia non potrebbe esistere senza l’appoggio di certi personaggi dello Stato , secondo un normale sine qua non ma allo stesso tempo, se le cose fossero gia’ certe, che senso avrebbe aprire un’ indagine ?? )….. La stessa Procura vuole sentire l’ allora Ministro dell’ Interno Mancino come persona informata sui fatti . Mancino ( che non e’ accusato di nulla per ora ma solo sotto intercettazione ) telefona a Napolitano . La Procura chiede a Napolitano di poter pubblicare il testo delle intercettazioni. Il Presidente si oppone in quanto non esiste alcuna legge che dica che il Presidente della Repubblica debba rendere noto il contenuto delle telefonate tra lui e altri soggetti, sia in entrata che in uscita. Napolitano comunica la propria decisione alla Procura , pare ( e non ne siamo certi ) dicendo di procedere coi piedi di piombo, visto il grave momento che attraversa il Paese, in particolar modo riguardo alla mai sopita strategia anarchico – insurrezionalista. La Procura di Palermo prende atto delle decisioni del Colle e le comunica alla stampa. Napolitano, per non dare adito a qualsiasi dubbio ( e non era dovuto a farlo ) rimanda qualsiasi decisione in merito al massimo organo dello Stato : la Consulta. Il bravissimo Giudice Ingroia non prende bene questa decisione ma sa’ benissimo che il Presidente ha agito secondo la legge e quindi decide di accettare un incarico di prestigio ( mica un posto da timbracarte in un paesino del Gennargentu ) in Guatemala. A questo punto qualcuno dira’ ” MA ALLORA CHI HA RAGIONE ? CHI HA TORTO ? TU STAI DALLA PARTE DI NAPOLITANO O DELLA PROCURA DI PALERMO ” ? Francamente credo che davvero questa sottocultura berlusconista, fatta solo di fictions poliziesche e di complotti in ogni dove sia un cancro difficilmente sanabile. La qualunque vicenda viene vista come una sorta di battaglia all’ ultimo sangue tra buoni e cattivi, tra giusti e ingiusti, con un tifo da stadio davvero deprimente . A qualcuno non viene in mente che in una normale vertenza la ragione sia di entrambe le parti ? Come ho gia’ scritto, chi opera secondo la legge non commette reato : la Procura di Palermo opera secondo legge e altrettanto fa’ Napolitano , quindi ENTRAMBI sono dalla parte della ragione.
Davvero indecente e’ invece il fatto che partiti di ogni schieramento si approfittino di una normale vicenda per accaparrarsi una manciata di voti e rilanciare proposte a favore del ” capo ”. Ecco allora che l’ estrema sinistra incensa il Giudice Ingroia come l’ agnello sacrificale, il martire che combatte contro giganti invincibili . Ecco che il PDL rilancia la proposta di limitare al massimo le intercettazioni per non inguaiare ancor di piu’ Berlusconi. Ecco che il M5s si aggrappa a questa vicenda per sostenere ancor di piu’ la sue folli teorie dell’ antistato e del tutti uguali. Ecco Di Pietro che parla di Complotto dei Poteri Forti nei confronti dell’ informazione per ripicca personale verso Napolitano, colpevole ( secondo Di Pietro ) di essersi piegato a Berlusconi firmando ogni legge e dimenticando, volutamente, quali siano i poteri del Presidente della Repubblica….Il tutto condito dalla frase di P. F. Casini ( Io non mi farei mai giudicare da un Giudice come Ingroia ), quasi che un Giudice fosse il parrucchiere da cui andare per farsi uno shampoo. Ancora una volta si evidenzia la pochezza di tanta classe politica. Di questa vicenda, il cui eco speriamo finisca al piu’ presto, appare pero’ in tutta la sua scelleratezza il giudizio irriguardoso verso Giorgio Napolitano, piu’ come persona che per la carica che ricopre. A questo grande Presidente, avanti di eta’ ma ancora lucidissimo, accusato di tutto, dall’ essere un comunista all’ aver militato negli universitari fascisti , dal non avere sciolto le Camere e aver imposto un Governo non eletto dal popolo, la storia un giorno sapra’ dare il giusto riconoscimento.
Radio Londra è veramente in crisi : ormai Giuliano Ferrara, il noto giornalista (?) berlusconiano, non riesce più a tener svegli neanche i suoi più accaniti ” aficionados “, gli unici che in vero sembravano in grado di apprezzare il programma e il suo conduttore e che nè facevano salire l’ odience, ma che adesso si addormentano guardando la trasmissione.
Ozzano Emilia. Assume toni drammatici il caso del ragazzo paralizzato, al quale il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, impediscono di costruire una rampa per disabili per uscire dalla casa. In una lettera disperata, indirizzata al sindaco alla Giunta, ai consiglieri, al Difensore Civico Regionale, la madre del ragazzo, Mara Valdrè, informa che il figlio ha deciso di fare lo sciopero dei medicinali, mettendo a rischio la propria vita. Il caso Valdrè era stato vinto al Consiglio di Stato, contro il quale, dopo anni di vertenze giudiziarie, il comune di Ozzano aveva perso la causa. Nonostante il Consiglio di Stato, il sindaco Masotti e il vicesindaco Lelli, con una assoluta arroganza, continuano in questa battaglia legale ribadendo la propria posizione, senza considerare che ne va della vita di un disabile.
Ozzano, una piccola storia ignobile
La notizia trapela all’improvviso: il Giudice di Pace ha condannato il Comune di Ozzano Emilia a pagare le spese legali, dopo avere assolto la signora Mara Valdrè dal pagamento di una contravvenzione per occupazione di suolo pubblico. Come tutto ciò che trapela all’improvviso, lentamente si dipana il caso Valdrè, con inquietanti risvolti, anche penali. Intanto va detto che sono stati denunciati il sindaco di Ozzano, Loretta Masotti, il vicesindaco Luca Lelli, i tecnici comunali Tassinari e D’ Arco (quest’ultimo da poco in pensione). La denuncia è stata avanzata dalla signora Mara Valdrè, ozzanese, in seguito alla decisione dei tecnici comunali di non dare il permesso di realizzare una rampa di accesso per disabili gravi nel proprio parcheggio privato per l’ accesso di una lettiga, in quanto il figlio, a seguito di un grave incidente, è paralizzato. E per realizzare questa rampa, la signora Valdrè aveva recintato una parte dell’area privata. Successivamente la polizia municipale aveva sollevato la contravvenzione alla signora Valdrè per occupazione di suolo pubblico. Ma a seguito del ricorso al Giudice di Pace, che, su parere del Ctu ha dichiarato che l’area è di proprietà della signora Valdrè, davanti a testimoni e Giudice di Pace compreso, l’agente della polizia municipale ha rilasciato risposte inquietanti, come ci racconta la signora Valdrè stessa: “Quando il Giudice di Pace ha chiesto all’agente di Polizia Municipale” (sul quale per ora manteniamo l’anonimato) “perché aveva fatto quella contravvenzione, ha risposto: Perché sono state fatte pressioni, indicando in alto con l’ indice”. A questo punto le cose potrebbero esplodere. Chi sono o chi è che ha fatto pressioni all’agente? E perché questa ostinazione da parte del sindaco Loretta Masotti, anche davanti a un caso umano come quello della signora Valdrè, con un figlio gravemente disabile?
Minacciata di morte
La cittadina ozzanese, Mara Valdrè, giorni fa si è vista recapitare una lettera anonima con minacce di morte. Immediata la denuncia alla caserma dei Carabinieri di Ozzano, ma essendo una denuncia contro ignoti, tutto potrebbe finire lì. Il fatto arriva pochi giorni dopo una querelle in riferimento alla vicenda di una realizzazione di una rampa per disabili, negata dall’Amministrazione comunale. Querelle che aveva avuto un primo epilogo nella condanna dell’Amministrazione stessa a pagare le spese legali, dopo l’assoluzione della stessa Mara Valdrè dal pagamento di una multa in relazione al tentativo di realizzare comunque la rampa per disabili nella sua proprietà. “Se Ozzano ti sta stretta – si legge nella lettera anonima attraverso titoli ritagliati da giornali – attenta, rischi ti scoppi addosso. Bum”. “Non mi lascio intimidire da vigliacchi che scrivono lettere anonime – afferma Mara Valdrè -. Andrò avanti con le battaglie per mio figlio”.
scrive al presidente Napolitano
Il progetto non è stato autorizzato. La signora Valdrè però non si è arresa, e i suoi avvocati hanno lavorato su due fronti, uno civile e l’altro penale. Il legale Maura Nicolì ha presentato ricorso al Consiglio di Stato, che proprio in questi giorni ha bocciato l’ordinanza del Comune. Mara, dal canto suo, nell’attesa della decisione, si era rivolta persino al Presidente della RepubblicaGiorgio Napolitano: “Ho scritto che questi sono stati tre anni d’inferno, che mio figlio è prigioniero in casa. Mi hanno risposto dalla segreteria del Presidente, dicendomi che la mia pratica era appunto al Consiglio di Stato. Poi per fortuna è arrivata questa sentenza. Già nel 2010 dimostrai che il parcheggio era di mia proprietà”.
Ma c’è anche l’aspetto penale, su cui ha aperto un fascicolo il pm Antonello Gustapane. “Le indagini sono ancora in corso – dice l’avvocato di Mara, Francesco Miraglia – Al momento è indagato per abuso d’ufficio il geometra del Comune, e il pm ha in mano una relazione che dimostra come quella proprietà è privata”. “Io ho denunciato anche l’ingegnere dell’amministrazione e il sindaco Loretta Masotti – conclude Mara – Proprio il sindaco disse che quel parcheggio era pubblico, nonostante avessi dimostrato il contrario”.
Il consociativismo politico tra quei partiti che dovrebbero trovarsi divisi tra maggioranza e opposizione e che invece si trovano ad essere tutti uniti sotto l’egida del governo tecnico Monti, anche se non sta violando la Costituzione, da però vita alla forma di governo che più si avvicina alla dittatura. Se escludiamo infatti l’opposizione del piccolo IDV e quella farsesca della Lega Nord, a rappresentare in parlamento il dissenso alle decisioni prese dal governo Monti, che è assai diffuso tra i cittadini e che si aggira come minimo intorno al 43% dell’elettorato attivo, non c’è proprio nessuno. A questo aggiungiamo un capo dello stato che dovrebbe essere imparziale ma che invece appoggia palesemente il governo . Vorrei pertanto dire ad Ignazio Marino, uno dei più convinti contestatori della politica di Monti all’ interno del PD, che è perfettamente inutile che lui su fb o sui giornali rilasci dichiarazioni antigovernative e dissenta apertamente dalle decisioni prese da Bersani, come quella di rifinanziare la missione in Afganistan o quella di acquistare i cacciabombardieri, se poi in parlamento si accomuna con il resto del suo partito. Vista l’impossibilità di far cambiare parere a Bersani e vista la sua difficile permanenza in un partito che ormai di sinistra non ha neanche più la denominazione, compenetrato come è di ex democristiani, ex craxiani e di qualunquisti e di opportunisti di ogni genere, se davvero è in buona fede e vuol salvare il paese dalla rovina, come afferma, abbia il coraggio di passare dalle parole ai fatti. Rompa quindi definitivamente con Bersani, si costituisca in un gruppo a parte fuori dal PD e divenga così il punto di riferimento per quella marea di ex elettori PD che vorrebbero una vera politica di sinistra, che non vogliono votare per dei democristiani riciclati e che non vogliono il governo di una cricca di banchieri che sta macinando una politica di estrema destra gabbandola per risanamento economico e che ci sta portando velocemente e inesorabilmente verso la catastrofe. Perchè, caro Ignazio, il tempo delle chiacchiere è ormai finito e se hai davvero le palle è giunta l’ora che tu lo dimostri sul serio.
Piazza Alimonda, Genova, h. 17:30 circa del 20 luglio 2001. I tutori dell’ordine hanno appena massacrato di botte il fotografo Eligio Paoni, colpevole di aver fotografato da vicino – e troppo presto – il corpo di Carlo Giuliani, e hanno metodicamente distrutto la sua Leica. Nel cerchio rosso, un agente lo trascina sul corpo e gli preme la faccia su quella insanguinata di Carlo (ancora vivo). Non è difficile immaginare cosa gli stia dicendo. Cosa non si doveva sapere delle condizioni del ragazzo in quel momento? Forse la risposta riguarda un sasso, un sasso bianco come il latte che si muove da un punto all’altro del selciato, scompare e ricompare, e a un certo punto è imbrattato di sangue.
Partiamo da una verità di base: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso.
Pochi giorni fa, in Piazza Alimonda, i soliti ignoti hanno danneggiato la targa in memoria di Carlo, imbrattandola con un getto di inchiostro nero. Le parole più belle per commentare quest’episodio, in apparenza piccolo, le ha scritteCarlo Gubitosa:
«Cari Elena, Giuliano, Haidi, pensavamo che fosse una targa, destinata a rimanere lì sfidando il tempo per fare memoria. Invece abbiamo scoperto che è un termometro dell’intolleranza, una cartina di tornasole della vigliaccheria, una centralina di rilevamento della bestialità. Ancora una volta in piazza Alimonda emerge il meglio e il peggio della società, e la vitalità di un marmo inerte solo in apparenza si anima per diventare megafono di denuncia dell’anticultura repressiva più brutale. Non rattristatevi per questo episodio, servirà da monito per i tanti, i troppi che vogliono chiudere quella parentesi aperta undici anni fa per lasciarsi alle spalle quello che dovremmo tenere sempre davanti a futura memoria.»
Dopo aver letto queste frasi, però, ci è tornata in mente l’eco di mille, diecimila, centomila conversazioni e dichiarazioni piene zeppe di “sì, ma”:
- Sì, è triste che sia morto un ragazzo, ma in fondo stava per lanciare un estintore…
- Capisco che il padre e la madre facciano tutto ‘sto casino, è naturale, ma il loro figliolo non era un santo, era un teppista col passamontagna.
- Che palle con ‘sto Giuliani, al povero carabiniere che si è dovuto difendere non ci pensa nessuno?
Dicevamo: tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo è falso. Lo riscontriamo da anni, e lo abbiamo visto con maggiore intensità nei giorni scorsi, dopo le ultime sentenze della Cassazione sui giorni del G8. La “camionetta isolata e bloccata”, un estintore (vuoto) trasformato in arma letale… L’ignoranza su quell’episodio è trasversale, non conosce appartenenze di partito o coalizione. E’ passata – anche nelle aule di tribunale – una “verità di regime”, confezionata già nella prima ora dopo l’uccisione di Carlo e mantenuta grazie a un’accorta vigilanza mediatica.
Ma vigilanza contro cosa?
Vigilanza contro qualunque tentativo di – letteralmente – allargare l’inquadraturae, al tempo stesso, inserire l’episodio nella sua temporalità, nella concatenazione di eventi di quell’orribile pomeriggio.
La generazione più giovane ha avuto in eredità Genova come “peccato originale”. Ogni volta che si scende per le strade, gli spettri di Genova trascinano le loro catene: in primis “i Black Block” (espressione che esiste solo in Italia, nel resto del mondo si parla correttamente del Black Bloc, ma quella contro l’anglicorum è da anni una battaglia persa), e poi Carlo col “suo” estintore. Sempre l’estintore. Atmosfere e atmosfere di fiato sprecato su quel cazzo di estintore.
Dal 2001 a oggi, approfondite controinchieste hanno attinto all’immenso tesoro di immagini – fisse e in movimento – emerse nel corso degli anni, smontando e rimontando l’intera sequenza di Piazza Alimonda. La sequenzaestesa, non solo i pochi secondi visti mille volte eppure mai compresi. La verità ufficiale ne esce sgretolata, ma… c’è un ma.
Fuori degli ambiti di movimento, fuori dal milieu dei “genovologi” e dei noi-che-c’eravamo, chi cazzo le conosce le controinchieste? Chi ha letto l’inchiestaL’orrore in Piazza Alimonda, su quel che è accaduto a Carlo – ancora vivo – subito dopo la retromarcia del defender?
Nessuno, e infatti si sentono ogni volta le stesse due o tre idiozie, si riattiva il frame del “violento che se l’è cercata”, del “carabiniere che si è difeso”, “se era un così bravo ragazzo che ci faceva col passamontagna e l’estintore?” etc.
Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola. Da allora lo ha più volte arricchito man mano che si acquisivano nuovi elementi. La trappola è oggi il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine. Riassume, per dirla con un compagno che conosciamo, “lo stato dell’arte nella ricostruzione della morte di Carlo”. Nelle parole di chi lo ha prodotto, il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».
Abbiamo deciso di recuperarlo. Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda) e, in seguito, di pensare a come questa storia viene ancora narrata nel discorso dominante, e quali luoghi comuni si siano affermati.
COMMENTO AL VIDEO (Daniele)
“Vi consigliamo di guardarlo (magari non da soli né a notte fonda)”
Premesso che ho appena trasgredito ad entrambi i consigli, a rendere ancora più acida questa bile nera che sale è sapere che dovrai reprimerla, perchè urlando ai quattro venti tutto ciò che hai visto ci sarà chi non vuole ascoltarti, chi non sa e chi non vorrà sapere.
A loro basta la verità ufficiale.
D’ altronde la strategia della verità ufficiale è una non-strategia, la strategia già vista e rivista di appiccicarti un’ etichetta sulla fronte, il “blec bloc”, quello dei centri sociali, il diverso.
Il diverso che parla di cose diverse.
E poi sono loro che non parleranno di ciò che non parlerai tu, non parleranno di chi muore sotto i manganelli, non parleranno di valli trucidate da ferrovie assassine, non parleranno di chi nelle carceri paga l’ ottusità di un intero sistema.
Lasciano che tutto ciò, a farlo, sia tu.
Solo tu.
Sarai solo tu a parlare di Piazza Alimonda.
Sarai solo tu a parlare di Aldrovandi.
Sarai solo tu a parlare di CIE.
Sarai solo tu a parlare di TAV.
Sarai solo tu, come un povero scemo, a parlare a vanvera di nomi e di sigle.
E sarai un diverso, stavolta per davvero.
Come loro hanno sempre voluto.
Loro parlano di escort, spending reviev, conti e bilanci che non tornano ma anche si, e ciò di cui parlerai tu sarà solo ciò di cui parla il blec bloc.
Parole nere.
Se a questo ci aggiungiamo che il “partito di sinistra” spende forze e striscioni per dissociarsi da “chi lancia le pietre”, beh, il gioco è fatto, anche perchè come dice il video al 48° minuto “Vatti a fidare di un no-global!”
Undici anni fa l’uccisione di un ragazzo nei giorni dell’incubo. Genova tra le battaglie perse e uno scorcio di realtà per un Paese sempre uguale a se stesso.
Perchè un altro articolo su Carlo? Perchè altre parole suGenova? Perchè oggi ricade una data che in qualche modo lo impone, perchè pochi giorni fa sono arrivate le condannedefinitive per qualche poliziotto e quelle terribili a carico dei manifestanti. No. Perchè è giusto ed indispensabile che anche una sola persona in più sappia cosa è successo e veda con i propri occhi il sorriso di un ragazzo. “Diaz non è un film” e Carlo non è un simbolo. E’ un ragazzo ucciso con calcolata ferocia, uno tra le tante e i tanti che a partire da quel luglio hanno subito la violenza armata delle forze dell’ordine, la violenza meschina della presunta “politica”, la violenza spietata della sedicente “giustizia” e la violenza avvelenata della cosiddetta “informazione”.
In questi giorni su Giap vengono rilanciate le numerose e puntuali inchieste realizzate per far luce su quanto accadde al G8 del 2011, perchè “tutto quello che la maggioranza degli italiani sa della morte di Carlo Giuliani è falso”. Semplicità che fa male. A distanza di 11 anni Genova è lontana ed è vicina. Uno scorcio di realtà in un Paese aggrovigliato nelle proprie ombre, sempre più uguale a se stesso. Incapace di fare i conti con la propria storia e di guardare al di là del naso del demiurgo di turno. Che dopo il sorriso di Carlo ha spento quello di Aldro e quello di Stefano e di altri ancora.
Genova mistificata. Genova chiusa in un cassetto. Genova senza giustizia. Genova con poche verità. Genova ferita. Genova sconfitta. Ma Genova viva, ancora, fra le dita di tanti che hanno respirato quell’aria. Genova presente, ancora, per chi non c’era ma ha cominciato ad esserci da quell’istante.
Speciale / Genova 2001
Le poltrone cambiano, l’ingiustizia resta
Diaz, la prima sentenza è un “amnistia per la polizia”: assolti i vertici. Ma le cose cambiano in appello, condannati alti dirigenti. Nel luglio 2012 la cassazione conferma le condanne. Bolzaneto, 15 condanne e niente tortura, poi in secondo grado interviene la prescrizione. Resta però la responsabilità civile. Dei 25 manifestanti rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio, dieci condannati in appello. Il 13 luglio 2012 la cassazione conferma cinque condanne, da 6 ai 14 anni, che diventano esecutive. Gli altri cinque rinviati in appello ma limitatamente alla concessione delle attenuanti.
Il 17 novembre 2007, contro il processo ai manifestanti, si era svolta a Genova, con straordinario successo, una manifestazione nazionale. Di nuovo a Genova, in cinquantamila, nel decennale, il 23 luglio 2011.
Rivelazioni. Falsi documenti. Ammissioni. Intercettazioni. Risarcimenti. E promozioni. Come quella di Gianni De Gennaro al ministero di Amato e poi al commissariato per i rifiuti campani, e quella del suo vice Antonio Manganelli a capo della polizia. Ingiustizia è fatta. Notizie, testimonianze e materiali audiovisivi raccolti negli anni da Zeroincondotta.
Questo blog ha seguito pazientemente e con ansia la vicenda di Rossella Urru. Prima del suo rapimento quasi nessun* sapeva neppure chi fosse e cosa facesse la giovane cooperante sarda giacché è proprio il lavoro stesso delle donne e degli uomini impegnate/i nella cooperazione internazionale a non prevedere la spattacolarizzazione. Non se ne sente l’esigenza, si desidera piuttosto proseguire il dettato di pieno impegno in zone assai bisognose di sostegno e intervento. Il silenzio che ammanta la scelta di molte e molti cooperanti è la misura della totale adesione a ciò che fanno; perché seguire il proprio desiderio e andare in quei luoghi dilaniati dalla violenza e dall’ingiustizia non prevede clamore. Prevede invece determinazione insieme ad una specifica qualità del tempo che non si può sperperare per nient’altro. Sono trascorsi nove mesi dal rapimento di Rossella, Enric e Ainhoa. Nove mesi in cui si sono susseguite molte notizie, a volte false, sulla loro imminente liberazione. Il 18 di luglio la separazione dal desiderio di vita di Rossella Urru, Enric Gonyalons e Ainhoa Fernandez è finalmente finita, potranno così tornare a fare ciò che vogliono. Ora, a dire la verità, non mi importa stabilire se e come questa liberazione sia avvenuta, in che modo lo Stato italiano abbia provveduto o meno. Non mi interessa e non lo trovo prioritario. La gioia non andrebbe mai spartita con le analisi (spesso quasi ossessive) di ciò che è accaduto dietro le quinte, se cioè vi sia un giallo a cui dovremmo prepararci. La gioia, lo ripeto, non andrebbe mai spartita; si tiene stretta e se ne fa tesoro, le si permetta di covare insomma – una volta tanto. Così, al di là delle felicitazioni fuori misura come fosse la protagonista di una serie tv, e al di là delle moraleggianti segnalazioni secondo cui questa giovane donna dovrebbe rappresentare l’Italia migliore o cosette similari che mi è capitato di leggere, dico solamente che gioisco molto per la resistenza dimostrata da lei e dai suoi compagni spagnoli. Dico che non me ne importerà nulla anche in futuro di stabilire cosa e come non abbia o abbia funzionato. Rispondo anche a “quelli che sono felici del suo ritorno così si comincia a parlare di altro”: questo snobismo non mi appartiene soprattutto quando ci sono di mezzo donne e uomini in carne e ossa. Se si avverte stridore nella partecipazione accorata per la prigionia dei tre cooperanti si fa prima a decidere di non intervenire affatto, oppure si deve sempre dire qualcosa di “anticonformista” perché un tantino antipatici e distruttivi nei confronti della gioia condivisa pensate di essere più intellettuali? E ribatto a “quelli che collocano nella parte migliore del paese la fermezza di una donna che segue il proprio desiderio”, dicendo loro che non c’è bisogno di affrettarsi sempre a promuovere elenchi e classifiche di eccellenza; ci sono numerose persone che, nelle proprie singole esistenze, sono già ben straordinarie anche senza che nessuno mai ne sappia alcunché, e che non passano per filtri morali di buoni e cattivi esempi. Le intenzioni di Rossella non sono diverse da quelle che hanno mosso Vittorio Arrigoni, né da quelle delle migliaia di donne e uomini che in questo momento lavorano lontane da casa o che sono stat* uccis*, di cui non si conoscono i nomi e mai si conosceranno. Sentirsi vicini a Rossella Urru e ai due cooperanti spagnoli ha significato per questo blog vegliare con il pensiero sulla possibilità di un loro ritorno ai desideri di libertà e giustizia. Per questa ragione oggi, a distanza di due giorni dal rilascio, Gliocchidiblimundariacquista la propria testata fino ad oggi dedicata a lei. Non c’è più ragione di prestarle simbolicamente gli occhi, perché lo sguardo che ho visto l’altra sera mi è sembrato il più arioso, seppur dolente, che si potesse sperare di incontrare. Con l’augurio per Rossella, dopo essere tornata a riabbracciare in terra sarda la propria comunità, di fare ritorno alla sua famiglia più grande: quella della cooperazione internazionale.