Intervista a Federica – “La mia famiglia annichilita e senza un futuro per la crisi economica.”

 

Mai Più Disoccupati

Intervista di Luchino Galli, blogger e mediattivista 

Negli ultimi anni, anche nel nostro Paese la crisi economica ha sconvolto la vita di milioni di persone e delle loro famiglie, in nome di logiche economiche dipinte come ineluttabili. È accaduto anche a Federica…

Federica, quanti siete in famiglia, e su quali redditi potete contare?

In famiglia siamo in cinque, io, mia figlia 24enne con 2 bimbe piccole, e mio figlio 16enne; un unico reddito mensile di 800 euro, da un mese passati a 700, essendomi stato ridotto l’orario settimanale: in pratica lavoravo come precaria per 35 ore settimanali, ora sono 31 ore; 700 euro più l’assegno familiare per mio figlio;  da un anno lotto con l’Inps perché anche mia figlia,  disoccupata, li ottenga per le due nipotine!

In questi giorni ho ricevuto da equitalia una cartella di 3 mila e passa euro. Purtroppo ci stava il fermo amministrativo sull’auto;  sono  riuscita  a farmela rateizzare: 100 euro e poco più al mese per ventisette mesi, tra un mese mi  arriveranno i bollettini a casa…

Come fai a mantenere la famiglia con queste entrate?

E’ molto… molto difficile! I nostri soldi vanno  quasi tutti in cibo; compro solo latte, pane e pasta, gli alimenti che costano di meno, ortaggi che riesco a trovare per pochi soldi; purtroppo niente carne, niente succhi, né biscotti per le piccole… Le bollette, luce e metano che usiamo il meno possibile, le pago sempre in ritardo;  l’acqua e la spazzatura purtroppo non riesco a pagarle!

I Tuoi figli, i Tuoi nipoti come vivono questa situazione? 

I miei figli sono mortificati, a volte piangono perché non hanno il minimo indispensabile; le nipotine sono cresciute in questa situazione, non chiedono molto, sono buone, non fiatano.

I parenti, gli amici Vi sono vicini?

Mia madre è anziana, con la sua pensione ci aiuta un poco, per quello che può; viviamo in una casa popolare, a lei assegnata; ormai non paga l’affitto  da 5 anni,  arrivano di continuo lettere di sollecito, ma se pagasse non potrebbe più aiutarci per la spesa o per le bollette.

I parenti? Hanno tutti  famiglia e un reddito basso, troppo basso!

Lo scorso anno due mesi in cassa integrazione, che poi mi pagarono a settembre e fine novembre pochi spiccioli, luglio ed agosto senza lavorare… mi aiutò una famiglia, conosciuta su facebook, per le spese mediche: avevo avuto un intervento al seno. Sapevano che ero stata licenziata, che ero proprio a terra. Mi diedero 300 euro, mi fecero respirare, li utilizzai per  medicine e cerotti.

Gli amici? Non voglio che sappiano della mia disperazione.

Come vedi il Vostro futuro?

Il nostro futuro… lo vedo NERO; sono allo stremo e il 10 giugno sarò in cassa integrazione, ho già la lettera della cig in mano, mi aspettano buste paghe da quattro soldi: 490 euro e non so neppure quando ce li daranno.

Cerco di resistere, ma non so che farò prossimamente, non ne posso più!

Mi sono offerta per lavori domestici e pulizie: niente da fare non si trova nulla; lavorano solo stranieri sfruttati, sottopagati a tre euro l’ora!

Al futuro hanno diritto tutti! Non solo i giovani, ma anche chi non lo è più e quelli di mezza età, come me!  Quelli che lavorano in proprio già da venti o trent’anni, ma hanno ancora dieci o quindici anni di carriera davanti, sulle spalle dei quali gravano famiglie già costruite, vite già strutturate, mutui già erogati….

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha dichiarato: “L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per nove mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”.  Cosa ne pensi?

La Fornero è brava a parlare a sproposito! Per lei non è un problema pagare l’affitto, le bollette, mettere insieme il pranzo con la cena, uscire a comprarsi un gelato e magari fare qualche giorno di vacanza. Le farei mangiare pasta al pomodoro: solo questa pietanza per tre mesi di seguito per vedere cosa ne pensa… dopo!

Il ministro  per la Cooperazione internazionale e l’Integrazione, Andrea Riccardi, ha dichiarato: “Abbiamo aiutato tutti, anche i più bisognosi… ma lavoriamo con mezzi impoveriti”. Con questo governo avete avuto dei miglioramenti, avete ricevuto degli aiuti?

Miglioramenti, aiuti… alle banche, alle loro fondazioni, ma ai cittadini come noi… no! Siamo abbandonati, ignorati! Riccardi ci dica a chi possiamo rivolgerci: se vai alla Croce Rossa o alla Caritas ti dicono che prima vengono gli stranieri, e aiuti per noi non ne rimangono; se ti rivolgi in municipio dicono che lo Stato ha tagliato loro i fondi e non hanno nulla, non possono aiutarci!

Cosa chiedi a Monti? E ai politici?

LAVORO! Un lavoro per me e per mia figlia, per crescere dignitosamente i nostri figli, un lavoro dignitoso per tutti coloro che lo cercano ma non lo trovano e che vedono se stessi e le loro famiglie andare a fondo, giorno dopo giorno, sempre di più!

Dato che l’Italia è nell’Unione europea chiedo gli stessi diritti che hanno gli  altri popoli: reddito minimo garantito, sanità gratuita – io pago tutto pur avendo un basso reddito – sostegni economici per pagare gli affitti, aiuti per crescere i bambini; diritti riconosciuti ad ogni essere umano anche dalla nostra Costituzione!

I politici?? Li odio, di un odio viscerale. Cosa chiedo loro? Le stesse cose che chiedo a Monti!

13 maggio Monti e Papa ad Arezzo : cosa accade ?

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Mario Monti ospite a Rondine: domani il super tecnico nella cittadella della pace.

Curioso contrasto con la militarizzazione della città di Arezzo che accoglierà il doppio evento  Monti+Papa.

350 uomini delle forze dell’ordine mobilitati  per l’evento e…si parla  di   cecchini sui tetti del centro città.

Andando al nazionale ….è notorio che gli F35 sono formati di carta da disegno assolutamente indispensabili per il funzionamento delle scuole statali

Polemiche crescenti e diffuse tra molti cittadini per i costi della doppia visita ( siamo a oltre 500.000 euro ).
Nella mattinata di domenica 13 il Comitato 13 maggio  invita  i cittadini aretini e non, ad un SIT IN dalle 9 del mattino in poi in Piazza Zucchi.

Chi paga il caro-Papa e il caro-Monti?

Presidio unitario di protesta contro le politiche clericali ed antisociali e per una società più giusta, civile e vivibile, per dimostrare che esiste un’Arezzo, una Toscana molto diverse da quanto vogliono farci credere che siano.

e non solo…

Mario Monti ad Arezzo è l’occasione, per il MoVimento 5 stelle, “ …per far capire che i cittadini aretini non solo contestano le manovre economiche adottate dal suo governo, che penalizzano le fasce più deboli e già tartassate della popolazione italiana ovvero: i lavoratori dipendenti, pensionati, artigiani, piccole imprese preservando invece i soliti centri di potere come le lobby economiche, il sistema bancario e finanziario, la casta politica, ma hanno anche delle proposte alternative da proporgli”.

Per questo domenica il MoVimento 5 stelle di Arezzo sarà in piazza della Stazione e in piazza S. Jacopo dalle 8 del mattino fino alle 12 per censurare le politiche del governo del professor Monti ma soprattutto informare i cittadini che esiste un altro modo di fare politica, insieme alla gente, con i cittadini per una maggiore equità sociale ed economic

Il Bel Paese degli scarti… umani!

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di Luchino Galli e Maria Cabri – Mai Più Disoccupati

Italia: repubblica dell’Europa meridionale un tempo rinomata per l’ottima cucina, le bellezze storico-artistiche e paesaggistiche, la vocazione artigianale e manifatturiera, oggi alla ricerca di nuova identità.

La Costituzione della Repubblica italiana la vuole fondata sul lavoro, ma è stata approvata nel 1947, un tempo ormai remoto in cui era arduo immaginare l’attuale presente, in cui il lavoro… scarseggia.

Italia: qui sempre più esseri umani – italiani e stranieri –  figli di un dio minore vengono mortificati e offesi, abbandonati, dimenticati, traditi!

Anche nel Bel Paese sempre più persone sono trasformate in merci a basso costo, in strumenti di produzione a perdere, usa e getta… per poi diventare esuberi… avanzi, scarti umani! 

Angela, 40enne toscana, ha un disperato bisogno di lavorare. Su segnalazione di un conoscente, si propone ad un imprenditore commerciale del posto che l’assume in qualità di lavoratore a chiamata. In realtà, Angela svolge un lavoro stagionale continuativo di 40 ore settimanali, retribuite 2.88 euro all’oracon un forfettario complessivo di 500 euro mensili. Il compenso mensile è ritenuto “esoso” dall’imprenditore, dato l’orario ridotto (!!) per cui viene corrisposto; “un compenso che può essere pagato solo in alta stagione, per massimizzare la produttività dell’azienda”… Per Angela, sola ed emarginata – condizioni comuni a tanti poveri – quei 500 euro mensili sono comunque una piccola boccata d’ossigeno, visto che non è riuscita a trovare altro lavoro: per quattro mesi potrà in qualche modo tirare avanti e forse, anche quest’anno, non finirà in strada…

Nella stessa impresa lavorano da anni due giovani cittadini non comunitari, Dinesh e Jedda. Ad Angela, Jedda e Dinesh è affidata la cucina. Improvvisati operatori professionali del settore, non hanno neppure frequentato il corso HACCP, obbligatorio per il personale addetto alla produzione, preparazione, somministrazione e distribuzione di alimenti e bevande.

In anni, mai un controllo del personale da parte delle autorità preposte (Istituzioni a volte indifferenti e sorde alle stesse denunce dei dipendenti!!).

Jedda e Dinesh hanno un contratto part-time a tempo indeterminato; in realtà entrambi lavorano a tempo pieno, anzi pienissimo: Jedda per almeno dieci ore giornaliere; Dinesh – in qualità di factotum e svolgendo saltuariamente diverse incombenze presso l’abitazione del titolare – anche fino a quattordici ore giornaliere. Entrambi sono retribuiti con un forfettario di 650 euro mensili. La busta paga è una mera formalità… che non valga niente quello che c’è scritto lo ripete spesso il titolare!

Dinesh, il collaboratore di fiducia, non riuscendo a trovare un alloggio, è ospitato per la notte da amici o dorme nello scantinato (non attrezzato all’uso) dei locali sede dell’impresa…

Italia, Bel Paese per tanti privi di coscienza che annichiliscono l’esistenza di donne e uomini, italiani e stranieri, accomunati da identiche storie di bisogno, povertà e sfruttamento!

La disoccupazione adulta

di Luchino Galli – Mai Più Disoccupati
 

Attualmente in Italia si tende a identificare la disoccupazione con la disoccupazione giovanile.

Ma c’è anche un’altra disoccupazione: quella adulta, un drammatico fenomeno sociale in continua crescita, che coinvolge già milioni di persone!

Se la disoccupazione giovanile “tarpa le ali” ai nostri ragazzi, impedendo loro di progettare e costruire il proprio futuro, la disoccupazione adulta si abbatte sulle persone sradicando vite, devastando famiglie, dissolvendo percorsi esistenziali …

E se non si è supportati da una rete di salvataggio, da parenti e amici, se non si dispone di adeguate risorse proprie, è la morte civile, il nulla, l’annichilimento dello stesso diritto di vivere, in quanto la disoccupazione adulta precipita persone e famiglie in una spirale di povertà, anticamera di un’emarginazione ed esclusione sociale dalle quali può non esserci ritorno.

Troppo spesso ai disoccupati adulti il mercato del lavoro preclude qualsiasi opportunità di reinserimento lavorativo, discriminandoli per motivi anagrafici. Over 50, over 40, over 35… ormai è una deriva inarrestabile!

Nel momento in cui scrivo di disoccupazione adulta, non intendo contrapporla a quella giovanile, ma rimarcarne l’esistenza!

La disoccupazione giovanile e la disoccupazione adulta sono due facce della stessa bruttissima moneta, una moneta indesiderata che milioni di persone nel nostro Paese, loro malgrado, portano in tasca.

Vite sospese e interrotte, umiliate da una precarietà assoluta, totalizzante, che giorno dopo giorno annichilisce e avvelena l’esistenza, negando il presente e il futuro a intere generazioni: genitori e figli.

La disoccupazione adulta è la meno conosciuta, quella di cui più si tace!

Il primo passo per affrontare il drammatico fenomeno sociale della disoccupazione adulta è riconoscerne invece l’esistenza, analizzandone le dinamiche e le peculiarità, per contrastarla con interventi mirati e qualificati.

Ricordiamoci che essere disoccupati – da adulti – spesso vuol dire non riuscire a far fronte alle scadenze economiche più impellenti: rate del mutuo, canoni di locazione, bollette di acqua, luce, gas, spese per la salute della famiglia, per l’istruzione dei figli, le stesse spese alimentari…

Sono molti i disoccupati che per la mancanza di adeguati ammortizzatori sociali rischiano di finire letteralmente per strada. Mario Furlan, fondatore dei City Angels, lamenta una situazione sempre più angosciosa:Aumentano i clochard, ma l’aspetto più inquietante è l’incremento degli insospettabili, persone che si presentano bene e che non diresti affatto si trovino in situazioni drammatiche, che ci chiedono cibo, vestiti e addirittura coperte e sacchi a pelo per scaldarsi nel letto”.

I senzatetto sono in maggioranza uomini, soprattutto 40enni, che hanno perso il lavoro…

REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA – Intervista all’economista Andrea Fumagalli, vicepresidente di Bin Italia

Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Andrea Fumagalli, professore associato di economia politica all’Università di Pavia.

Andrea, tra gli economisti italiani sei uno dei maggiori esperti di reddito minimo garantito; sei anche vicepresidente di BIN Italia. Di cosa si occupa e perché è nata quest’associazione?

Il Bin (Basic Income Network . Italia) è costituito da sociologi, economisti, filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. A tal fine è stato ideato un sito come strumento per l’aggregazione delle idee (http://www.bin-italia.org). Ne è risultato un network di competenze diverse che muovono però nella medesima direzione, sotto un «logo comune», quello del “BIN Italia”, perché comune è l’obiettivo: giungere all’introduzione di un Basic Income per tutti.

Il confronto nazionale ed internazionale sul reddito di cittadinanza (Basic income) ha conosciuto un vibrante sviluppo ed al tempo stesso uno straordinario arricchimento. Il ragionamento collettivo sul tema ha trovato ulteriori connotazioni negli anni nei quali sono divenute egemoni condizioni e modalità produttive che in genere vengono riassunte nell’espressione “biocapitalismo cognitivo” o, più generalmente, “post-fordismo”. Il Basic income è diventato, in questo modo, il fulcro attorno al quale diveniva possibile ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo del lavoro, ma della cittadinanza. Il reddito di esistenza, come è stato spesso definito il Basic Income, pone la questione centrale su cosa siano oggi, a fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti sociali, cosa significa garanzia di un livello socialmente decoroso di esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei soggetti sociali. Il dibattito italiano ha goduto di una forte varietà di riferimenti e di ottiche di lettura che bene fa comprendere la sua originalità e ricchezza. È stata centrale, in questo dibattito, proprio l’analisi delle trasformazioni produttive degli ultimi decenni, in particolare l’emergere della condizione precaria come condizione generale del lavoro, la cui indagine rappresenta il contributo forse più interessante che il dibattito italiano può offrire al contesto internazionale.

Cosa si intende per reddito minimo garantito? È possibile darne una definizione? Qual è la Tua idea di reddito minimo garantito per il nostro Paese?

Il reddito minimo garantito è un reddito di base incondizionato (RBI), dato a livello individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), incondizionato (ovvero non sottoposto a nessun obbligo), pagato dalla fiscalità generale e non dai contributi sociali. Non è una misura assistenziale, in quanto è reddito primario, cioè è reddito che remunera un’attività produttiva di valore, che è l’attività di vita, che solo in parte oggi, sulla base delle leggi vigenti, è certificata come lavoro e quindi remunerata. Il RBI remunera quella parte di vita produttiva che non viene considerata tale (apprendimento, formazione, mobilità/trasporto, riproduzione, consumo). È una misura di welfare (sicurezza sociale) che parzialmente esiste in tutti i paesi dell’Unione europea eccetto Italia e Grecia: un sostegno economico alle persone con un lavoro intermittente o disoccupate. Varia da poche centinaia di euro ai 1.200 al mese della Danimarca e Lussemburgo. In Italia dovrebbe essere come minimo di 720 euro al mese (20% in più della soglia di povertà relativa). Oggi, ammortizzatori sociali come la cassa integrazione o il sussidio di disoccupazione sono riservati a chi ha perso un lavoro a tempo indeterminato e determinato; il RBI invece dovrebbe essere dato a tutte le persone che hanno un reddito inferiore ai 720 euro/mese, per esempio ai precari tra un contratto e l’altro, ai disoccupati e ai lavoratori/trici che pur impiegati/e guadagno salari da fame, inferiori ai 720 euro/mese, in modo incondizionato, ovvero slegato sia dal tipo di contratto precedente che dall’obbligo di accettare qualsiasi impiego proposto o i programmi di inserimento lavorativo.

Il ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture e dei Trasporti Corrado Passera ha dichiarato: “Se non si guarda solo ai disoccupati ma anche a chi non cerca più il lavoro o chi ha un lavoro, ma un reddito insufficiente, parliamo di 6-7 milioni di persone, e con i familiari forse si arriva alla metà del nostro Paese”.  Chi potrebbe beneficiare del reddito minimo garantito e come trovare le risorse per finanziarlo?

In realtà, secondo le indagini statistiche condotte dalla Caritas e dalla Commissione Parlamentare contro la povertà e l’esclusione sociale, coloro che si trovano nel 2011 ad avere un reddito individuale al di sotto della soglia di povertà relativa ammontano a circa 8 milioni e mezzo di persone.

Secondo i nostri calcoli, una misura di RBI di 720 euro/mese, necessita poco meno di 35 miliardi. Al netto dei sussidi oggi esistenti di uguale entità (pensioni sociali e di invalidità, sussidi di disoccupazione, indennità e casse integrazioni), le risorse da aggiungere sono pari a 15,7 miliardi. Una cifra abbordabile che dovrebbe essere a carico della collettività (e non finanziata dai contributi sociali dell’Inps, come avviene oggi). I dati sono contenuti nei Quaderni di San Precario e sul sito Bin.

Il sistema fiscale si basa sulla tassazione dei fattori produttivi. Oggi si tassano solo il lavoro dipendente (tanto), la proprietà delle macchine (poco) e il consumo (molto). Ma ci sono ben altri fattori produttivi: la finanziarizzazione, la conoscenza, lo spazio. Si potrebbero tassare le transazioni finanziarie, anche solo per lo 0,01%; i diritti di proprietà intellettuale; i grandi patrimoni immobiliari che lucrano sugli spazi delle città. Ma anche l’uso delle forme contrattuali atipiche: ad esempio, introducendo l’Iva sull’intermediazione di lavoro effettuato dalle agenzie interinali. E poi ci sono le spese da sopprimere come gli aerei da guerra F35 che la Difesa sta acquistando per 15 miliardi di euro. Si parla molto di patrimoniale. Una sua introduzione porterebbe da sola nelle casse dello Stato più di 10 miliardi. In altre parole, la questione non è di fattibilità ma di volontà politica. E non abbiamo nemmeno citato l’evasione fiscale… Comunque, per un approfondimento del tema fiscale e per un’analisi delle possibili proposte in materia, rimando al n. 3 dei Quaderni di San Precario che esce proprio in questi giorni e al sito del Bin – Italia.

Nell’Unione europea il reddito minimo garantito è una realtà consolidata, ma tre Stati membri non l’hanno istituito: Italia, Grecia e Ungheria.  A Tuo avviso, perché le forze politiche e sociali italiane sono così poco sensibili all’introduzione di questo istituto nel nostro ordinamento giuridico?

La ragione principale è che siamo in presenza di un deficit culturale. Una proposta di RBI viene ritenuta non a caso politicamente inaccettabile dalla classe imprenditoriale ma incontra difficoltà anche nel campo sindacale. I primi la considerano una misura sovversiva nella misura in cui essa è in grado di ridurre la ricattabilità dal bisogno e dalla dipendenza del lavoro, con la possibilità di mettere in crisi la subalternità del lavoro al capitale. Per i secondi, credo che purtroppo nella maggior parte dei casi vi sia ancora troppa diffidenza verso la proposta del reddito di base. Essa viene ritenuta politicamente inaccettabile in quanto proposta sovversiva nella misura in cui contraddice quell’etica del lavoro su cui parte dei sindacati stessi continua a basare la propria esistenza. La possibilità di rifondare una politica sindacale autonoma e adeguata ai processi di accumulazione di oggi sta nel comprendere che, nel contesto economico attuale, produzione e riproduzione sono interconnesse, la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale tende a essere meno rilevante, tempo di lavoro e tempo di vita tendono a mischiarsi: lo dimostra il fatto che dopo un secolo di riduzione, l’orario di lavoro negli ultimi trent’anni ha ricominciato a crescere. La lotta per il reddito e per un nuovo welfare interviene direttamente dentro le condizioni di lavoro come premessa per incidere sulla stessa organizzazione del lavoro, sul tempo di lavoro, sul livello di ricattabilità e subordinazione che fanno dipendere il lavoro dal capitale. Non c’è più separazione tra politiche del lavoro e politiche di welfare. Esse sono due facce della stessa medaglia. E oggi, più di ieri, la lotta per un nuovo welfare è strumento diretto di regolazione del mercato del lavoro e di miglioramento della condizione lavorativa.

Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Elsa Fornero ha dichiarato: “L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, che ha il sole per nove mesi l’anno, e con un reddito di base la gente si adagerebbe, si siederebbe e mangerebbe pasta al pomodoro”. Andrea, non ritieni invece che il reddito minimo garantito possa costituire un elemento propulsivo e un’opportunità per l’economia e la società italiana?

Assolutamente sì. E ciò vale proprio per le condizioni del lavoro oggi, dove sempre più le facoltà cognitive e relazionali sono messe al lavoro (e a valore). Ciò darebbe impulso a quella cooperazione e produttività sociale che sta oggi alla base della creazione di valore, favorendo un miglior sfruttamento dell’economia di apprendimento e di rete.

Per un approfondimento al riguardo occorre inizialmente domandarsi il significato del termine “lavoro”.  L’idea di “lavoro” fa riferimento alla libera espressione della capacità e della creatività umana (nel qual caso sarebbe meglio usare il termine “opera”) o invece si fa riferimento a quel lavoro che si è costretti ad accettare (appunto “coercitivo”) perché non vi sono alternative se non il ricatto e la miseria (dal latino labor = fatica). Quando si parla di catena di montaggio, di lavoro in fabbrica o in un call center o in un ufficio a imputare dati su dati, non si parla di “opera”, ma più prosaicamente di “lavoro”: un lavoro che non dà nessuna dignità umana, ma solo asservimento. La favola del lavoro che nobilita l’uomo viene dall’antica Grecia, quando per lavoro (nel senso di opera) si intendeva otium, ovvero la possibilità di coltivare i propri interessi (il concetto di “gioco”).

Oggi è solo schiavitù, in quanto finalizzato a creare valore in modo alienato per pochi. Non è un caso che l’attività umana in quasi tutte le lingue e tradizioni dei popoli del mondo si esprime con due termini: uno significa fatica, dolore, tortura (travail, lavoro, trabajo, labour, arbeit, ecc.), l’altro significa scelta, vita activa, produzione artistica (opus, opera, ouvre, work, werke, ecc.).

E’ dal capitalismo (ma direi anche prima, dalla nascita del protestantesimo) che l’idea di attività umana come dolore, fatica, tortura, schiavismo, asservimento è diventata l’unica vera attività lavorativa (la cd. “etica del lavoro”), con la scusa che bisogna contribuire alla società (leggasi, ai profitti e alle rendite di pochi). A più di trent’anni dai movimenti degli anni Settanta che teorizzavano e predicavano il rifiuto del lavoro salariato (e che tanto hanno influito sulla mia formazione politica), è disperante osservare come l’attuale arretratezza culturale (presente anche all’interno della sinistra e della pratica sindacale) non sia in grado di fare questa distinzione fondamentale e si focalizzi ancora sulla richiesta di riconoscere la dignità dello stesso lavoro salariato.

Ridurre il grado di coercizione al lavoro, proprio perché si riduce la ricattabilità al bisogno, aumenta il diritto alla scelta e quindi la libertà e l’autonomia degli individui (diritto alla scelta del lavoro, non diritto al lavoro tout court!): due elementi che vanno a braccetto con l’ampliamento dei diritti sociali e delle stesse garanzie del lavoro. E farebbero bene anche al sistema economico, come antidoto per uscire dalla crisi attuale.

In Italia c’è chi sostiene sia più realistico, data l’attuale congiuntura economica, estendere e potenziare il sistema di ammortizzatori sociali esistenti piuttosto che introdurre il reddito minimo garantito. Cosa pensi di questo orientamento e qual è la Tua valutazione in merito al nuovo sistema di ammortizzatori sociali contemplati dalla riforma del mercato del lavoro Monti-Fornero?

Il giudizio è molto negativo. La riforma si muove in un’unica direzione: abolire quegli ammortizzatori sociali che sono a carico del bilancio dello Stato, con l’ovvio obiettivo di fare cassa. Indennità di disoccupazione e di mobilità e la Cassa Integrazione Straordinaria (dal 2014) saranno abolite a favore dell’introduzione dell’Assicurazione Sociale per l’Impiego (Aspi), che entrerà a regime ben nel 2017 e che verrà finanziata con i contributi sociali (in particolare con l’aumento dell’aliquota contributiva dell’1,4% a carico dei contratti a termine). Rimarranno in vigore, sino al 2017, la Cassa Integrazione Ordinaria (già oggi a carico della contribuzione sociale) e la Cassa in deroga, finché saranno esigibili i finanziamenti stanziati a livello europeo e oggi utilizzati dalle regioni (e che il governo si limita ad auspicare che diventino strutturali). La nuova assicurazione sociale potrà essere usufruita dai lavoratori dipendenti (quindi non dai parasubordinati e dagli “autonomi”), dagli apprendisti e dagli artisti, purché siano stati garantiti due anni di anzianità assicurativa e 52 settimane di lavoro nell’ultimo biennio (art. 23). Rimangono così inalterati quei parametri di accesso già oggi in vigore per il sussidio di disoccupazione e che tagliano fuori da qualsiasi forma di sostegno al reddito la maggior parte dei precari. Sarà pari al 75% della retribuzione fino a 1.150 euro e al 25% oltre questa soglia, per un tetto massimo, comunque, di 1119 euro lordi al mese. La durata dell’Aspi viene estesa dagli attuali 8 mesi (12 per gli over 50) a 12 mesi (18 per gli over 55), ma sarà a scalare con una riduzione nella misura del 15% dopo i primi sei mesi di fruizione e di un ulteriore 15% dopo il dodicesimo mese di fruizione (art. 24). Per rendere più digeribile questa pillola amara, nel periodo di transizione, è prevista una mini-Aspi, applicabile ai giovani lavoratori, con parametri di accesso più favorevoli: sono infatti necessarie almeno 13 settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi. L’indennità verrà calcolata in maniera analoga a quella prevista per l’Aspi. La durata massima dell’istituto sarà però pari alla metà delle settimane di contribuzione negli ultimi 12 mesi, ultimi 12 mesi, detratti i periodi di indennità eventualmente fruiti nel periodo (art. 28). Rimangono però esclusi le varie forme di collaborazioni e altre tipologie precarie di lavoro.

Personalmente penso che occorra una drastica rimessa in discussione degli attuali ammortizzatori sociali, che vada verso la creazione di un unico ammortizzatore sociale, appunto il RBI. Troppe sono le distorsioni, le iniquità e l’impraticabilità di accesso di quelli attuali. Alcune precondizioni potrebbero essere utili:

• La separazione tra assistenza e previdenza, ovvero tra fiscalità generale a carico della collettività e contributi sociali, a carico dei lavoratori e delle imprese (Inps). In altre parole, la somma che finanzia il reddito di base non deve derivare dai contributi sociali, ma piuttosto dal pagamento delle tasse dirette e indirette e dalle entrate fiscali generali dello Stato, relative ai diversi cespiti di reddito, qualunque sia la loro provenienza. Il reddito di base incorpora, sostituisce e universalizza gli attuali iniqui, parziali e distorsivi ammortizzatori sociali, non più da contabilizzare nel bilancio Inps ma all’interno del bilancio dello Stato (Legge Finanziaria nazionale e regionale). In tal modo, si riducono i contributi sociali (per la quota relativa agli ammortizzatori sociali), con l’effetto di far aumentare i salari e ridurre il costo del lavoro per le imprese.

• La costituzione di un bilancio autonomo di welfare. Occorre costituire e definire un bilancio suo proprio, dove vengono contabilizzate tutte le voci di entrata e di uscita, ovvero le fonti di finanziamento e le voci di spesa. La legge quadro 328/2000  di “riforma del welfare locale”, unitamente ad altre disposizioni legislative precedenti (in particolare il D.L. 31 marzo 1998, n. 112), consente tale innovazione, anche grazie alla possibile costituzione di un Osservatorio Regionale sul Welfare, che abbia come compito il monitoraggio della spesa sociale e la sua efficacia, l’analisi della composizione della ricchezza, della struttura del mercato del lavoro, della distribuzione del reddito e l’individuazione delle fasce sociali a rischio di povertà ed esclusione sociale. Tale bilancio è un sotto insieme del bilancio generale (regionale, nazionale o europeo). Tale operazione consente un processo di razionalizzazione, semplificazione e trasparenza, in grado di:

1. ridurre gli ambiti discrezionali di gestione del bilancio in materia di welfare, oggi suddivisi tra assessorati diversi (o centri di spesa) con bilanci separati, ognuno dei quali rappresenta un centro di potere;

2. ridurre le sovrapposizioni e le moltiplicazioni di spese e provvedimenti di protezione sociale, con un risparmio di bilancio, che si stima essere intorno al 5-7%;

3. snellire l’iter burocratico e centralizzare il processo di controllo e di monitoraggio, riducendo ulteriormente i costi della macchina statale.

• Ridefinizione, a fini fiscali, del concetto di attività lavorativa. Una definizione omogenea, seppur flessibile, di prestazione lavorativa, basata sul grado di dipendenza e di etero direzione, è necessaria per un equo trattamento nell’imposizione fiscale e nella contribuzione previdenziale.

RIFIUTI… CHE PASSIONE!

 

Nota Facebook  di Margherita Pagliaro 

( foto di Margherita,Paul Connett è al centro  )

E’ domenica 25 marzo 2012, sto partendo per Paternò (CT), mille pensieri si affollano mentre la macchina scorre veloce sul manto sempre più sconnesso dell’autostrada, ad ogni sobbalzo i pensieri si fermano, ma poi riprendono come prima. Sono partita da Messina perchè Cristiano Scoto, di Catania, aveva tanto insistito perchè io andassi al convegno con Paul Connett, il massimo protagonista della crescente diffusione nel mondo di Rifiuti Zero. Da quel momento in poi un crescendo di emozioni, prima per l’organizzazione del viaggio, poi per convincere qualcuno ad accompagnarmi, infine parto da sola, forse doveva andare così.

A Misterbianco incontro per la prima volta Cristiano Scoto e Sebastiano Spina e l’empatia è immediata, ci si capisce al volo quasi senza parlare, loro saranno vicini a me per tutto il tempo, mi fanno conoscere diverse persone, tra le quali il professor Paul Connett, alcuni sono giovani, che bello,  tutti con un retroterra di grande rispetto, ma anche con un’umiltà che solo pochi riescono ad avere e con un’esperienza che solo l’azione nel merito dei Rifiuti Zero ancora troppo pochi hanno. Sono presenti al convegno alcuni delle istituzioni locali, invitate proprio per capire cosa possono fare di più, perché attraverso i rifiuti si possono creare posti di lavoro, i quali renderebbero le nostre città più vivibili, ma non solo! Il professore Paul Connett rende esaustiva la sua relazione in merito ai 10 punti con i quali la raccolta differenziata può essere la rivoluzione di cui tutti abbiamo bisogno, nel suo libro Rifiuti Zero- la rivoluzione in corso è tutto spiegato con la chiarezza di un bambino.

C’è anche l’avvocato Marisa Falcone, che racconta la sua esperienza con un problema di salute, si chiama MSC, che due anni fa l’ha costretta ad iniziare a vivere la sua vita con una mascherina, e non solo…perchè allora scopre che il contatto con altri esseri umani che lavano i propri indumenti con i detersivi in commercio, che usano prodotti, sempre in commercio, per l’igiene personale ed altro ancora, per lei diventa un pericolo costante alla sua salute… e non solo… così per un breve momento fa la sua apparizione per sensibilizzare i presenti, dimostrando così che la lotta non è inutile…come qualcuno continua a pensare!

L’ultima domanda nella biblioteca comunale di Paternò è la mia, la più semplice. Mi alzo e rivolgendomi al pubblico chiedo se qualcuno è di Messina, silenzio tombale, eppure non eravamo pochi, ma solo io sono presente, sia come associazione Onlus FIOR DI LOTO (Far rifiorire la società con il lavoro e la cultura) e sia come Margherita. A questo punto è inevitabile chiedere di poter presenziare ad un convegno che possa tenersi a Messina così com’è è inevitabile la risposta positiva del professore Paul Connett, il quale fu a Messina il giorno dell’alluvione nel 2009 a Giampilieri, per tal motivo, sembra, pochi furono presenti a quel convegno, ma credo che sia comprensibile.

Con la FIOR DI LOTO da poco meno di un mese abbiamo avviato il Progetto Ecoland, di cui l’artefice è Danilo Micelli, che ha studiato e messo a punto un nuovo modo di vivere in comunità, già, quel modo di vivere che abbiamo perso ormai da troppo tempo ma che abbiamo bisogno di riappropriarcelo, perché tutti insieme possiamo credere che il cambiamento sia possibile! Per questo sono convinta più che mai che sia arrivato il momento di mollare i personalismi ed unire idee, progetti ed intenti della massa di persone che si stanno muovendo, in Italia e non solo, per il cambiamento, ognuno mettendo un pezzo del suo, perché, come dice Paul Hawken, noi siamo la Moltitudine inarrestabile, e da qui non si torna più indietro!

A notte fonda, dopo la cena insieme agli organizzatori, con il professore e la sua consorte, arrivo finalmente a casa stanca ma con un’energia ancora più grande di quando sono partita, l’ultima occhiata a fb, Marisa mi offre la sua amicizia e mi aggiunge al gruppo in cui si parla dei problemi legati all’ambiente, lei fa parte di un’associazione, l’A.D.A.S., per la difesa dell’Ambiente e della Salute… ne conosco un’altra simile per l’impegno profuso nei luoghi intorno alla raffineria di Milazzo e nella Valle del Mela, dove la gente muore nel silenzio non solo della politica ma anche degli italiani tutti, tranne loro ed alcuni altri…

C’è ancora molto da fare, ma l’obiettivo è ormai fin troppo chiaro, l’unione del genere umano, seppur con le sue diversità!

Ringrazio tutti quelli che ho conosciuto e tutti coloro che mi leggeranno… la RIVOLUZIONE E’ IN CORSO!

Questo link vi darà l’idea di come sia semplice la soluzione, poi non smettete di saperne di più:

http://www.rifiutizerocapannori.it/i-10-passi-verso-rifiuti-zero.html 

Margherita Fiordiloto Pagliaro

Pasolini e il movimento No TAV (di Lucio Garofalo)

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Una bieca circostanza, solo apparentemente marginale, che si inquadra nel profilo della vertenza sorta in Val di Susa e che ha destato in me una reazione di scandalo, al di là della dura repressione scatenata contro il movimento No TAV, si riferisce al tentativo di strumentalizzazione e mistificazione ideologica del pensiero di Pier Paolo Pasolini compiuto da alcuni esponenti prezzolati dell’informazione nazionale. Alludo a quanti hanno provato a distorcere e strumentalizzare in modo indegno e disonesto una posizione assunta da Pasolini molti anni fa, il 16 giugno 1968, quando pubblicò i famosi versi intitolati “Il Pci ai giovani”, sugli scontri di Valle Giulia a Roma. In quella occasione Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti, in quanto di estrazione proletaria, mentre si scagliò apertamente contro la “massa informe” degli studenti, figli di quella borghesia che egli detestava profondamente. Eppure Pasolini non ha mai rinnegato o esecrato i movimenti di contestazione come Lotta Continua o altre formazioni extraparlamentari, con cui ha persino collaborato attraverso esperienze di controinformazione. Si pensi solo alla controinchiesta condotta dal collettivo politico di Lotta Continua guidato da Giovanni Bonfanti e Goffredo Fofi, che si concretizzò nel film-documentario “12
dicembre”
, uscito nel 1972 e dedicato alla strage di Piazza Fontana. Un’opera la cui realizzazione coinvolse direttamente Pasolini, il quale contribuì pure alla sceneggiatura.

In altri termini, la disonestà intellettuale e la mistificazione ideologica di questi presunti operatori dell’informazione, in evidente mala fede, consistono nel fatto che essi espongono solo la versione dei fatti che fa loro comodo, mentre tacciono, o fingono di dimenticare, quella porzione di verità che non conviene (o non interessa) raccontare.

Tornando alla questione della TAV, è assai probabile che Pasolini avrebbe solidarizzato e simpatizzato nei confronti della mobilitazione popolare sorta in Val di Susa, conoscendo il rispetto quasi sacrale e la passione viscerale che nutriva per lo studio e la salvaguardia di ogni identità antropologica particolaristica, da intendersi in un’accezione tutt’altro che nostalgica o reazionaria, intimamente connessa ai valori più autentici e genuini dell’uomo, spazzati via dall’omologazione imposta dall’ideologia del “pensiero unico”.

In tal senso la vertenza scaturita in Val di Susa è paradigmatica, in quanto la TAV non è un progetto al servizio della modernità e del progresso dei popoli, bensì delle merci e dei profitti, ossia delle forze egemoni nel mondo capitalistico. Si tratta di una vicenda esemplare che smaschera il volto ipocrita, autoritario e affaristico dei sedicenti “stati democratici”, che dirottano soldi pubblici nelle tasche della grande imprenditoria privata, infiltrata dalla criminalità organizzata, per finanziare opere faraoniche prive di vantaggi sociali e molto discutibili a livello economico, in quanto costose ed inutili per rilanciare l’economia in crisi. Nel contempo si depotenziano le infrastrutture ferroviarie del Sud Italia, considerate di minore importanza, e si tagliano fondi ai settori pubblici che, oltre a creare opportunità di lavoro, forniscono beni e servizi utili alla collettività.

In questa ottica la TAV è una chiara testimonianza dell’assoluta subalternità del potere pubblico alla logica del profitto privato, l’ennesima conferma che certifica il primato della sfera economica sulla dimensione collettiva della politica, anteponendo le leggi ferree e spietate del mercato e la forza smisurata del capitale, agli interessi della comunità, del territorio e della sanità locale, della democrazia e della giustizia sociale.

Di fronte ad ingranaggi così folli e mostruosi, si erge in termini antagonistici il movimento No TAV che, a dispetto di quanti sostengono il contrario, denota un ruolo di protagonismo attivo delle popolazioni locali, che ormai oltrepassa i confini territoriali della Val di Susa e coinvolge gruppi di militanti provenienti da tutta l’Italia e persino dall’estero. Non è un caso che questa vertenza locale si allacci saldamente con le proteste e le rivolte globali che hanno sconvolto il mondo nell’anno appena trascorso.

Del resto, una lotta per la tutela dell’ambiente e della salute della gente, potrebbe configurarsi come una posizione di retroguardia, quindi di conservazione. E in un certo senso lo è. A tale proposito rammento una provocazione “corsara” che Pasolini lanciò oltre 35 anni fa, l’ennesima intuizione “profetica”: in una società consumistica di massa che promuove “rivoluzioni” ultraliberiste che potremmo facilmente definire “di destra”, i veri rivoluzionari sono (paradossalmente) i “conservatori”. I cambiamenti innescati nel quadro dell’economia capitalistica contemporanea, sono di natura liberticida e reazionaria, frutto di un’accelerazione storica improvvisa che ha determinato un processo di sviluppo abnorme ed irrazionale, di globalizzazione a senso unico, in ultima analisi sono “rivoluzioni conservatrici”. Il ricorso ad un ossimoro serve ad indicare la funzionalità ad un’istanza di stabilizzazione conservatrice dei rapporti di forza esistenti.

Quanti si battono per arginare la deriva autoritaria e destabilizzante provocata dallo strapotere delle oligarchie finanziarie, per contenere l’offensiva neocapitalista sferrata contro le conquiste dei lavoratori, per resistere agli assalti della destra più agguerrita e oltranzista (che non è tanto la destra berlusconiana o leghista, quanto quella più elegante e sofisticata delle tecnocrazie che fanno capo al governo Monti), coloro che si adoperano per mantenere le condizioni residuali di legalità democratica e le tutele costituzionali, sono indubbiamente “conservatori”, per cui oggi sono i veri rivoluzionari.

Ma essere contro la TAV non equivale ad essere contro il progresso, bensì contro un falso e aberrante modello di sviluppo che genera una perversa e fallace nozione di “modernità”. Gli esiti rovinosi di questa modernizzazione posticcia sono ravvisabili ovunque, soprattutto in un processo di perversione e degrado dei rapporti umani, improntati in maniera sempre più ossessiva ad un interesse esclusivo, la ricerca del profitto, quale unica ragione esistenziale da esibire e proporre alle nuove generazioni.

Questo paradigma ideologico è altamente diseducativo e deviante, poiché si assume come fine univoco uno stile di vita e di comportamento che diviene pervasivo e non è sorretto da una coscienza intellettuale sufficientemente critica, capace di sostituire, se occorre, quell’esigenza unilaterale e morbosa con valori etici e culturali più gratificanti.

L’imposizione di una visione  della vita che è perfettamente conforme all’ordinamento economico e politico dominante, non si esercita più attraverso strumenti di coercizione e di oppressione diretta, ma si esplica con procedimenti diversi rispetto al passato, ricorrendo a sistemi di alienazione subdola e strisciante che solo apparentemente sono democratici e pacifici, ma in effetti si rivelano più repressivi di una dittatura fascista. Il controllo degli stati e delle società tecnologicamente avanzate non si regge tanto sull’uso della forza militare, quanto sul ruolo di condizionamento, disinformazione e manipolazione ideologica svolto dalla televisione. Vale la pena di richiamare la tesi sostenuta da Pasolini in diverse circostanze a proposito della televisione, considerata come un mezzo di comunicazione antidemocratico, poiché non suscita e non consente uno scambio dialettico interattivo, ossia aperto e paritario, ma al contrario privilegia ed esalta un rapporto autoritario e paternalistico, che non ammette possibilità di replica.

In tal senso, la televisione incarna il nuovo fascismo, il vero Leviatano della modernità.

Tremonti tardo no-global

 

Lucio Garofalo

DELUSIONI 1

nella mia vita ho avuto forti convinzioni.
ed ho cercato di supportarle con la conoscenza e l’informazione.
Sono stato a pelle anticomunista, ma prima di lanciarmi lancia in resta contro quella idea, ho letto IL CAPITALE e poi ho tratto le mie conclusioni, ovvero che il Comunismo assomiglia al Cristianesimo, e sono due idee belle ma folli destinate a scontrarsi con la natura umana, che è cinica e spietata.
Mi hanno colpito i valori di patria, onore, coraggio, d’altronde se inizi a fare arti marziali ad 8 anni è anche ovvio, e mi ha affascinato l’idea di ordine dell’estrema destra.
Mi sono letto il MEIN KAMPF, l’ho trovato delirante nell’antisemitismo e nell’associazione ebraismo – comunismo, ma ampiamente condivisibile per il disprezzo dei politici, del malaffare e la ricerca di ordine e riscatto.
Quindi a 18 anni voti MSI.
Poi, inizi a vedere che non è tutto oro quello che luccica e ti fai ingannare dal grande venditore, Silvione.
Che a parole è bravissimo e nei fatti non fa nulla.
Quindi, speri che almeno la Lega, che dice le cose giuste le faccia.
La Lega è stata la delusione peggiore.
A parole dice le ricette economiche giuste, nei fatti è il partito più inetto e corrotto.
Quindi impari.
Che i valori non esistono, se non per i soldati che muoiono per una bandiera che i politici offendono solo con la loro presenza.
Ti domandi: ma gli altri?
Improponibili.
Nel 2012 propongono soluzioni vecchie a problemi nuovi.
Quindi, uno come me, non vota +.
Perchè gli ideali esistono solo sulla carta, la classe dirigente italiana è indegna e non vale il mio tempo la domenica pomeriggio.
E come me siamo in tanti, ritengo significativo che uno come me non voti +, visto che se non vota uno che non si è appassionato di politica lo capisco, se non vota uno che aveva forte idee, ribadisco AVEVA, è significativo.
Ed è significativo che questo branco di politicanti non si renda conto che l’atmosfera è la stessa che precedette l’avvento del Nazismo, quando la gente si è rotta talmente tanto i coglioni dei politici incompetenti ed ha scelto, visto che Hitler è stato eletto, l’Uomo forte che li ha spazzati via.
In Italia si salvano perchè non c’è una persona con un simile carisma, ma le persone sono disilluse ed incazzate, ed a partire dal Re Sole, passando per gli Zar, quando la gente non ne può più cambia drasticamente.

JD

Un blocco sociale contro il regime dei banchieri

La crisi odierna è inequivocabilmente dovuta a fenomeni di sovrapproduzione e sottoconsumo, in sostanza deriva da una restrizione dei mercati che è un effetto della variazione della morfologia sociale. L’enorme rigonfiamento della massa proletarizzata, con la riduzione di gran parte dei ceti medi alla condizione salariata, significa che non ci sono abbastanza compratori per le merci: il proletariato non può ricomprare tutte le merci che esso stesso ha prodotto. Ma ciò rappresenta un’antinomia del capitalismo, dato che non può esistere una società composta esclusivamente da borghesi e proletari.

La razione di miseria obbligatoria imposta a paesi come Portogallo, Grecia, Italia, Spagna e progressivamente a tutti i popoli europei, non basterà a fermare la caduta di rendimento del capitale finanziario, per cui serviranno altre manovre finanziarie che spingeranno sempre di più verso una condizione di insopportabilità dei sacrifici imposti ai proletari. Ormai il capitalismo non ha più nulla con cui tacitare la protesta sociale, anzi, per sopravvivere è costretto ad estorcere sempre di più e in dosi sempre maggiori.

Se Obama è costretto a raddoppiare i fondi sociali di assistenza con cui vengono finanziati sottobanco i grandi supermercati dei distretti popolari al fine di non fare esplodere rivolte, se in Europa si procede all’abolizione di ogni copertura di welfare (pensioni, sanità, scuola, ecc.), se neppure uno solo dei grandi economisti borghesi è stato in grado di prospettare un modo per uscire dalla crisi e stabilizzare l’economia, tutto questo procedere verso il disfacimento totale del capitalismo ha una sua ragione d’essere ed è l’irrazionalità del capitalismo rispetto alle ragioni dell’intera umanità.

Oggi la miseria obbligatoria imposta dal proconsole della BCE per l’Italia, Mario Monti, al solo fine di garantire il pagamento degli interessi del debito pubblico italiano al capitale finanziario internazionale può valere qualche settimana di ripresa dei titoli italiani. Più del 97% di questi titoli sono incettati dalle banche che esigono i pagamenti, pena il default: sono le grandi banche mondiali, a cui la BCE e le banche italiane sono consociate. Di ripresa nemmeno l’ombra, anzi prosegue la liquidazione sistematica dell’industria e del piccolo commercio. La crisi abbatte chi non è abbastanza forte da resisterle: si contano già 60-70 mila piccoli esercizi commerciali chiusi con relativo numero di disoccupati, per lo più clandestini, dato che erano clandestini anche come lavoratori. Questa ecatombe forza il mercato in direzione dei grandi gruppi commerciali, cioè dei grandi supermercati nei quali i prezzi sono stabiliti nell’ambito dei commerci internazionali. Ci avviamo verso un commercio con forti connotazioni autocratiche, verso cui i consumatori non dispongono di alcun mezzo di influenza e di contrattazione.

Al momento i grandi centri commerciali mantengono i prezzi al di sotto di quelli del piccolo commercio, fa parte della strategia per liquidare quest’ultimo e la quantità di merci vendute assicura ai grandi gruppi margini soddisfacenti di profitto, dato anche che possono servirsi di lavoro precario a basso costo. Quando essi avranno imposto condizioni di monopolio, allora potranno esercitare tutta la loro forza per spremere i consumatori.

Il piccolo commercio è stata una delle attività fondamentali della piccola borghesia urbana. Le sue attuali condizioni di reddito non sono dissimili da quelle dei proletari. Ma molta della sua sopravvivenza dipende dall’evasione fiscale sistematica, da essa  concepita come lotta di sopravvivenza contro lo Stato e la concorrenza. Essa è oggi un rimasuglio di ciò che era quando il fascismo la mobilitò contro il movimento operaio.

Crollata l’illusione berlusconiana in cui essa si riconosceva completamente, oggi la piccola borghesia urbana si trova sul baratro della sua scomparsa come ceto sociale. Il capitale finanziario la sacrifica per acquisire il potere enorme di monopolizzare i commerci e utilizzarlo come forma di controllo e pressione sociale. E’ noto che i capitali dei grandi gruppi commerciali sono consociazioni internazionali gestite dalle banche.

E’ evidente che per gli ultimi residui della piccola borghesia urbana e commerciale le prospettive future sono uno status di proletarizzazione, disoccupazione e precarietà. Ma bisogna stare attenti poiché è proprio da questi ambienti sociali che stanno riemergendo le tesi complottiste, l’antisemitismo di ritorno, il razzismo contro gli extra-comunitari.

 Di fronte alla proletarizzazione forzata della piccola borghesia urbana, il proletariato non può più combattere con gli strumenti, ormai anacronistici, della democrazia parlamentare borghese, un nemico di classe che ha finalmente gettato la maschera, uscendo allo scoperto e ponendosi direttamente al vertice di Stati come Italia e Grecia.

Un’analisi della situazione che sia attendibile, onesta e coerente, non può non generare una presa di posizione ferma ed intransigente di fronte all’inasprimento della crisi e alle soluzioni “lacrime e sangue” adottate dai governi in un quadro capitalistico. Governi che non sono più condizionati in modo occulto e latente, come succedeva all’interno dei precedenti scenari parlamentari, da lobby che fanno capo alle grandi banche d’affari e all’alta finanza, ma sono un’emanazione diretta e palese del potere capitalistico, poiché al vertice degli Stati, in Grecia e in Italia, si sono insediati ufficialmente dei regimi guidati da tecnocrati e alti funzionari del sistema bancario e finanziario internazionale.

Su questo punto non si può non concordare, a meno che non si voglia negare l’evidenza.

In un quadro di crescenti ingiustizie e diseguaglianze sociali, è inevitabile che le proteste, frutto della disperazione dilagante, non saranno più facilmente gestibili con gli strumenti tipici della legalità costituzionale e della democrazia liberale borghese, e da semplici movimenti di indignazione e contestazione pacifica e non violenta, potranno assumere la forma delle rivolte o dei tumulti di massa, ovvero una veste insurrezionale.

Pertanto, serve la formazione di un blocco sociale e popolare, di impronta classista, che sia in grado di esercitare un ruolo antagonista, intransigente e deciso, contro il regime dei banchieri, che è (per l’appunto) un’emanazione diretta e palese, persino dichiarata, di un blocco economico molto agguerrito che fa capo agli affari (di classe) del sistema bancario e dell’alta finanza internazionale, che sono evidentemente contrapposti in maniera irriducibile agli interessi del mondo del lavoro produttivo e salariato, precisamente a quelli delle classi operaie e, più in generale, delle masse proletarizzate.

Ma come e con quale durata temporale si potrebbe conseguire un simile obiettivo? E con quali metodi di lotta è possibile, oltre che necessario, agire per concretizzare tale progetto? Ed è un traguardo di breve termine, o di medio e lungo periodo? Sempre che sia realizzabile. Inoltre, ammesso che lo sia, il processo dovrà e potrà svilupparsi dal basso, quindi compiersi in modo spontaneo ed auto-organizzato, o dovrà essere diretto dall’alto, cioè da un soggetto politico che si configuri come avanguardia rivoluzionaria?

A tutti questi interrogativi, che non sono affatto accademici, astrusi o peregrini, bensì estremamente pratici, occorrerebbe dare una risposta. Una risposta che eventualmente può giungere solo dal basso, ovvero dal magma ribollente delle lotte sociali e materiali.

Lucio Garofalo

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