IMU: proviamo un semplice ragionamento


Ragionare non è lo sport nazionale. Evidentemente.
Non siamo tedeschi, noi. Non siamo tedeschi da usare “konsequent” come motto (“consistent” in inglese, “coerente” in italiano. Ma di una coerenza “consequenziale). Noi siamo piuttosto gente da sentimenti, da emozioni. Specie nel portafoglio.

Ma proviamo comunque: un semplice ragionamento.
Parliamo di IMU.
Tema abusato e per questo, nella marea di chiacchiere, baggianate e slogan, abbastanza detestabile. Ma anche tema-chiave per comprendere alcuni elementi di politica e di economia politica, prospettiva per inquadrare l’intero discorso della struttura statale e delle sue riforme.

Abolire l’IMU“, si dice.
Lasciamo momentaneamente da parte i mille modi in cui l’IMU potrebbe essere riformata (dall’abolizione, alla proposta PD); lasciamo anche da parte le giustissime considerazioni di chi dice che l’IMU non è il tema giusto e piuttosto la riforma fiscale dovrebbe focalizzarsi sulle imposte sul lavoro.
Pensiamo per un attimo che abolire o modificare l’IMU sia davvero il tema centrale, davvero la soluzione.
Ma cos’è l’IMU? Se come diceva il buon Nanni Moretti “le parole sono importanti“,  se come diceva Confucio bisogna “fare ordine con i nomi delle cose“, allora dobbiamo intenderci sull’oggetto del discorso.
I.M.U. Imposta Municipale Propria, ovvero l’imposta che -in sostituzione della vecchia ICI (Imposta Comunale sugli Immobili)- dovrebbe costituire la primaria fonte di gettito dei comuni.
Gli enti locali per eccellenza.
Non solo locali, ma anche i più prossimi ai cittadini, quelle amministrazioni pubbliche che in base al principio di sussidiarietà dovrebbero fornire in primo luogo i servizi ai cittadini stessi.

Prendo a prestito le semplici ma efficaci parole del Sen. emerito Marco Stradiotto (PD) -usate anche in una puntata di Report- per esprimere un concetto essenziale: “pago, vedo, voto“.
Cito direttamente lo status facebook del Senatore Stradiotto: “L’autonomia finanziaria degli enti locali ed in particolare dei comuni è una cosa seria ed importante. Togliete pure l’IMU, togliete la TARES, fate pure quello che volete ma il tema resta aperto. Qualcuno dovrà rispondere a questa domanda: Chi pagherà i servizi comunali? Io credo che per equità e giustizia non debbano essere pagati dall’addizionale IRPEF (che per l’85% è pagata da pensionati e lavoratori dipendenti).
Delle due l’una: o si crede ad un decentramento fiscale ed amministrativo serio, ad un trasferimento di servizi agli enti locali più prossimi ai cittadini con autonomia di entrata e di spesa (quello che viene volgarmente ed erroneamente chiamato “federalismo” - sic) ; o si fa propaganda sull’IMU.
Che servizi possono fornire gli enti locali se non hanno soldi? Se non hanno autonomia d’entrata e di spesa?

La questione è assai semplice: quale “federalismo” (sic) senza fondi?
Con che soldi pagheremo i servizi locali se aboliamo proprio le imposte a riscossione locale?
Chi predica le due cose in contemporanea, risponda prima a questa domanda. Dopo discuteremo dei contenuti, semmai.
Vogliamo abolire le imposte a riscossione locale, le prime e più dirette nell’alimentare i bilanci (quindi i servizi) che i cittadini vedono e vivono ogni giorno, quelli di cui usufruiscono quotidianamente? Come pensiamo di finanziarli allora? Pensiamo ancora ai trasferimenti da Roma? Oppure domani di metteremo ad urlare slogan sul “75% di tasse” trattenute?imu-150x150

Il “pago, vedo, voto” di Stradiotto è un concetto semplicissimo, ma fondamentale:
- i comuni hanno il controllo migliore sugli immobili presenti nel loro territorio: il controllo più diretto ed immediato, quindi sono gli enti meglio posizionati per riscutere simili imposte; pago
- essendo una riscossione diretta, i cittadini hanno modo di capire immediatamente e quotidianamente per cosa vengono utilizzati i loro soldi; vedo
- grazie a questo controllo diretto, i cittadini possono anche valutare l’operato delle amministrazioni e dei politici, possono chiamarli a rispondere delle proprie scelte ed imporgli un’assunzione di responsabilità. voto
Il federalismo è esattamente questo. Responsabilità localizzate, controlli localizzati.
Se pensiamo invece ai trasferimenti da Roma abbiamo esattamente l’effetto inverso:  i soldi di tutti buttati in un unico calderone e ridistribuiti. Con allungamento dei tempi, ma soprattutto con allentamento dei controlli da parte dei cittadini stessi.
Ed un perverso effetto di “clientelismo” fra amministrazioni locali e centrali: io do i soldi a te, solo perché eei della mia parte politica.

Insomma, abolire l’IMU significa:
- abolire i controlli dei cittadini sulle entrate e spese pubbliche;
- abolire i controlli locali sull’abusivismo (edilizio …toh, una nuova casa: ora ci paghi);
- aumentare le lungaggini burocratiche tramite lunghi trasferimenti, ovvero: ridurre l’autonomia di spesa (quindi, ritardi nei pagamenti dei fornitori) e abolire i servizi locali (quelli che i cittadini più usano …hai pagato, ecco i tuoi autobus);
- favorire rapporti clientelari fra amministrazioni (utile strumento da campagna elettorale: votate noi, perché con loro i soldi non arriveranno);
- non avere la possibilità di ridurre le imposizioni fiscali su altri settori, quali il reddito da lavoro.

Secondo me, l’IMU dovrebbe essere iscritta in Costituzione: Imposta Municipale Propria, primaria e principale fonte di finanziamento dei comuni e, di conseguenza, primario e principale strumento di controllo delle amministrazioni locali sul proprio territorio e primario e principale strumento di controllo dei cittadini sulle attività delle proprie amministrazioni.
Questo sarebbe un vero passo verso il “federalismo”.

http://redpoz.wordpress.com/2013/05/17/imu-proviamo-un-semplice-ragionamento/

concorso esterno for dummies


Ieri sera mentre tornavo a casa in autobus sentivo un giovincello studente di giurisprudenza presso un celebre ateneo predicare sul perchè i giudici “si sono inventati il concorso esterno in associazione mafiosa“, sciovinando all’incauto ascoltatore massime di giustizia, di equit, di analogia legis ed esigenze di tutela…

Chi avesse già letto il mio blog, avrà già visto lì le mie argomentazioni contro la bislacca idea di un “reato di pura creazione giurisprudenziale”, come sostiene Berlusconi ed i suoi adepti.
Tuttavia, voglio qui riproporre quello stesso ragionamento, in base a quella massima dell’avvocato Denzel Washington nel film “Philadelphia“: “me la spieghi come se avessi cinque anni“.
Allora, per tutti coloro che si ostinano a credere che i giudici si siano “inventati” il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, lo spiego come se avessimo cinque anni.

Tanto per cominciare, una precisazione: i giudici con il “concorso esterno” non hanno creato un ‘reato’(ovvero, un illecito penale, una fattispecie sanzionata dalla legge), bensì una forma di partecipazione nel reato. Un concorso di persone.

Ma cosa intendiamo con questa “creazione” dei giudici? (che creazione, come vedremo, non è).
Pensiamolo in un esempio immaginario in un altro mondo: diciamo che il legislatore emani un codice penale nella quale si sanzioni come reato “ogni sport”.
“Ogni sport” sarebbe troppo generico e violerebbe il principio di tassatività, quindi il bravo legislatore decide di precisare un pò le fattispecie. Immaginiamo per semplicità che preveda solo fattispecie dolose (intenzionali).
Siccome il rugby gli piace e gli stanno simpatici i rugbysti, lo “depenalizza”. Però, ad esempio, detesta il calcio, la pallavolo, lo scii ed il pattinaggio. Più di tutti odia il calcio, per il quale prevede una pena da 5 a 15 anni.
La pallavolo tuttosommato gli sta meno antipatica e la sanziona solo da 2 a 5 anni.
Scii pattinaggio li sanziona da 3 a 7 anni.
Tutti capiamo che per fare dello scii, lo poso fare da solo. Ma per giocare a calcio o pallavolo ho bisogno di altri, ho bisogno del “concorso” di altre persone. I primi li diremo quindi a “concorso eventuale“, i secondi a “concorso necessario“: non potendo giocare a calcio da solo, se non ci sono altri che giocano con me, non commetto il reato.

Ora mettiamo che Tizio sia preso a scendere da una montagna con gli scii ai piedi… condannato a 4 anni.
Mettiamo però che il legislatore non voglia neanche che qualcuno possa aiutare gli altri a commettere simili reati, quindi prevede che chiunque contribuisca in qualche modo alla commissione di un reato, è punito con la stessa pena.
Quindi, se becchiamo Caio a passare la sciolina sugli scii di Tizio, anche Caio si beccherà 4 anni. Ecco un concorso eventuale in reato unipersonale: solo Tizio sciava e commetteva il fatto punito, ma Caio lo aiutava.
Ovviamente, se la nostra polizia becca i sei giocatori di una squadra di pallavolo, i giudici li dovranno condannare.
Ma se oltre ai giocatori la polizia trovasse anche Mevio che li allena, spiega loro le tattiche di gioco, distribuisce bevande…. oppure Sempronio che salito su una scaletta detti i tempi fra sei+ sei giocatori, decida i punti ed i falli anche Mevio e Sempronio dovranno essere condannati. Ovvero, avremo un concorso eventuale in un reato plurisoggetti (ovvero, concorso eventuale in concorso necessario).

In inglese lo diremo “aiding and abetting“: aiutare od incitare chi commette un crimine.

Ma il calcio, come la mafia, è leggermente diverso in questo nostro mondo immaginario.
Qui, per giocare a calcio, bisogna essere necessariamente (generalmente) parte di un’ “Associazione calcistica”, altrimenti gli altri affiliati, gli altri calciatori si incazzano…. Quindi, chiunque voglia giocare a calcio, si dovrà affiliare ad un’associazione: “Usura S.C.”, “Pizzo F.C.”, “Protezione U.S.” etc. etc. E che tutte queste associazioni abbiamo di fondo uno scopo, condiviso dai loro membri; nel nostro caso: vincere il campionato!
Capite bene, però, che fondamentalmente, il principio è lo stesso con o senza questa forma di associazione: più persone si mettono insieme, occasionalmente (nella pallavolo) od in pianta stabile e con uno scopo determinato (nel calcio), per commettere uno o più reati.
Per giocare a pallavolo, ci si può anche solo incontrare al parco. Per giocare a calcio bisogna essere aderenti ad un’associazione.
Per giocare.
Ma le associazioni non hanno nulla in contrario a che altri, non associati, non calciatori, contribuiscano alle proprie partite ed al proprio campionato: non giocano, ma possono dare una mano. Possono tagliare l’erba del campo, pulire gli spogliatoi, arbitrare ed allenare.
Così, anche nel caso del calcio, se la polizia becca due squadre che giocano ed un pirla che arbitra, arresterà tutti i giocatori e anche l’arbitro. Così l’arbitro, anche se non dovesse risultare iscritto a nessuna “Associazione calcistica”, dovrà essere condannato per aver contribuito alla partita, al gioco.

Vediamo, brevemente, come funzionano le cose nel nostro -vero- diritto penale.
Il furto, ad esempio, è un reato unipersonale a concorso eventuale: Tizio può rubarmi il portafoglio da solo.
La corruzione, a contrario, è un reato a concorso necessario: corrotto e corruttore. Tizio e Caio si mettono d’accordo che Caio, dietro pagamento di Tizio, trucchi un appalto. Senza sia Tizio che Caio (senza il loro contributi e, quindi, il loro accordo) non c’è corruzione.
Così l’associazione di tipo mafioso: Tizio, Caio, Sempronio e Mevio fondano una “cosca”. Un’associazione in pianta stabile per commettere certi reati.

Ma il nostro codice penale prevede altresì, all’art. 110, che più persone possano contribuire allo stesso reato. Concorrere.
Così, Tizio può rubarmi il portafoglio da solo. Ma Caio può fare il palo.
Tizio e Caio possono accordarsi per la corruzione di quest’ultimo, ma Sempronio può dare i soldi necessari a Tizio e Mevio può aiutare Caio a truccare l’appalto.
In tutti questi casi, anche coloro che svolgono un’azione collaterale e non essenziale per integrare il reato saranno puniti: possiamo toglierli di mezzo e l’azione resterebbe invariata, ma il loro apporto va comunque sanzionato.

Lo stesso non vale per l’associazione di tipo mafioso?
E perchè mai? Se Tizio, Caio, Sempronio e Mevio affiliati alla cosca “tal dei tali” vengono a riuscuotere il pizzo da me mese dopo mese ed un pirla qualsiasi prima per caso gli fa un fischio mentre passa la polizia; poi una seconda volta si ferma proprio ad aspettare e controllare; una terza gli fa un cenno; una quarta passeggia ed una quinta si becca 10 euro per non averli fatti arrestare…. bhè, anche lui avrà contribuito agli scopi dell’associazione mafiosa.

I giudici hanno “inventato” o “creato” qualcosa che non c’era, che non esisteva? Giudicate voi.
tribunalePer quel che mi riguarda, si tratta di una logica applicazione di principi e norme generali. Se si prevede, come fa il nostro art. 110 cp che ogni forma di aiuto in un reato sia punita, non si vede perchè escludere da questa il reato specifico di cui all’art. 416 bis del codice.
Diverso sarebbe se fossero “tipizzate”, specificate e dettagliatamente elencate le forme di concorso (“palo”, “basista” ect. etc) come avviene in alcuni ordinamenti.
Certo, essendo l’art. 416 bis un “reato associativo” non basterà il mero aiuto esterno all’associazione -che estenderebbe troppo l’area del concorso- ma dovrà essere ben focalizzato in aiuto concreto e stabile a raggiungerne gli scopi.

La prossima volta che qualcuno vi parla di “invezione dei giudici”, ricordatevi del calcio…

A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.


Nel mio incubo ci sono Andreotti, Napolitano e Berlusconi.

Nel mio incubo Andreotti volava via verso altri Mondi portadosi con se’ tutti i misteri italiani ma lasciando in questo Mondo il suo  preziosissimo posto di senatore a vita. 

Nel mio incubo Berlusconi era tutto contento, non per la morte del Maestro ne’ tantomeno per la morte dei misteri italiani, era tutto contento per via di quella poltrona rimasta in questo Mondo, per lui era la poltrona portatrice dell’immunita’ a vita .

Nel mio incubo Napolitano era molto amico di Berlusconi ed assecondava ogni suo desiderio.

Gio’ Chianta

VISITA DEL POLO NELLE ZONE DEL TERREMOTO

Al comando una oligarchia politico economica per far rispettare il fiscal compact.


Fonte: micromega | Autore: giorgio cremaschifiscalc

Quando un Presidente della Repubblica che dura sette anni viene rieletto per altri sette, siamo in un sistema più simile all’antica monarchia elettiva polacca che a quello delineato dalla nostra Costituzione.Quando questo stesso Presidente ha di fatto governato per quasi un anno e mezzo attraverso un Presidente del Consiglio da lui nominato senatore a vita, che ha ricevuto la fiducia delle Camere sotto la pressione incostituzionale dello spread; siamo in un sistema più simile alle repubbliche presidenziali che a quella parlamentare costituzionale.

Quando questo Presidente nomina una commissione di saggi che prepara un programma che probabilmente sarà adottato dal nuovo governo di emanazione presidenziale, al cui sostegno nessuna delle forze che lo hanno rieletto potrà ovviamente sottrarsi, questo somiglia ad una repubblica presidenziale senza neanche il voto del popolo.

Quando tutto questo avviene nel quadro di un accordo, frutto della disperazione ma non per questo meno sostanziale, tra i partiti che si sono alternati a governare in questi venti anni, usare la parola regime non è certo un errore. Inciucio è solo la sua definizione gergale.

Quando questo regime a sua volta è espressione di una sovranità totalmente limitata dal pareggio di bilancio costituzionale, dal fiscal compact, dalla Troika e da tutti i trattati liberisti europei, per cui gran parte delle decisioni economiche vanno in automatico, come ha affermato Draghi, tutto questo con una vera democrazia ha ben pochi rapporti. La forma della nostra democrazia è forse salva, ma la sostanza no.

E che la democrazia costituzionale sia oramai un simulacro lo dimostrerà ancora di più il futuro. Infatti quando il prossimo governo di emanazione presidenziale continuerà le politiche di austerità, l’opposizione ad esso sarà inevitabilmente e oggettivamente opposizione al Presidente della Repubblica.

D’altra parte questo è ciò che hanno voluto, non solo subìto, PD e PDL. Che al momento buono hanno deciso ancora una volta di stare assieme. Come hanno fatto quando hanno portato la pensione a settanta anni, cancellato l’articolo 18, imposto l’Imu.

PD e PDL sono oramai parte integrante della oligarchia politico economica del paese, oligarchia che al momento buono decide e basta.

Poche storie, sono usciti dalla Costituzione Repubblicana e bisogna prenderne atto. Le prossime lotte contro le politiche di austerità e contro il massacro sociale saranno anche contro il Presidente Giorgio Napolitano. Non facciano gli ipocriti, è questo ciò che hanno voluto e fatto.

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2013/4/20/32908-al-comando-una-oligarchia-politico-economica-per-far/

Non è un golpe, è una resa


napolitano21-112844_159x159di Marco Revelli -

Da oggi l’Italia non è più una democrazia parlamentare. Non c’è altro modo di leggere il voto di ieri se non come una resa. Una clamorosa, esplicita e trasversale abdicazione del parlamento. Per la seconda volta in poco più di un anno una composizione parlamentare maggioritaria si è messa attivamente in disparte. Ha dichiarato la propria impotenza, incompetenza e irrilevanza, offrendo il capo e il collo a un potere altro, chiamato a svolgere un ruolo di supplenza e, in prospettiva, di comando. E se la prima volta poteva apparire ancora “umana”, la seconda volta – con un nuovo parlamento, dopo un voto popolare dal significato inconfutabile nella sua domanda di discontinuità – è senz’altro diabolica, per lo meno nei suoi effetti. C’è, in quella triste processione di capi partito col cappello in mano, in fila al Quirinale per implorare un capo dello stato ormai scaduto di rimediare alla loro congiunta e collegiale incapacità di decisione, il segno di una malattia mortale della nostra democrazia. La conferma che la crisi di sistema è giunta a erodere lo stesso assetto costituzionale fino a renderlo irriconoscibile. Forse non è, in senso tecnico, un colpo di stato. Possiamo chiamarlo come vogliamo: un mutamento della costituzione materiale. Una cronicizzazione dello stato d’eccezione. Una sospensione della forma di governo… Certo è che questo presidenzialismo di fatto, affidato a un presidente fuori corso per un mandato tendenzialmente fulmineo, stravolge tutti gli equilibri di potere. Produce una lesione gravissima al principio di rappresentanza. Soprattutto fa scomparire la tradizionale forma di mediazione tra istituzioni e società che era incarnata dal parlamento, tanto più se questo venisse occupato e bloccato da una maggioranza ibrida e bipartisan, contro-natura e contrapposta al volere della stragrande maggioranza degli elettori. D’ora in poi – e in un momento socialmente drammatico – Governo e Piazza verranno a confrontarsi direttamente e frontalmente, senza diaframmi in mezzo, senza corpi intermedi per la banale ragione che il principale strumento di mediazione, il partito politico, si è estinto in diretta, travolto dalla propria incapacità di mediare non più, ormai, gli interessi e le domande di una società abbandonata da tempo ma le proprie stesse tensioni interne, le contraddizioni tra le sue disarticolate componenti. Di questo è morto il partito democratico: della sua incapacità a contenere la spinta centrifuga dei propri interiori furori, degli odii covati per anni, delle idiosincrasie personali (rispetto a cui, diciamolo sinceramente, un voto per Rodotà avrebbe costituito uno straordinario antidoto e il segno di una possibilità di cura). Né si può dire che il Pdl sia mai esistito come partito, incentrato com’è sulla esclusiva figura del suo leader e sulla difesa dai suoi guai giudiziari. Dopo questa ostentazione pubblica di dissennatezza e incapacità non basterà nessun accanimento terapeutico, nessun appuntamento tardivo o attesa di una figura salvifica per rimediare al rogo simbolico della residua capacità operativa del Pd e in generale del centro-sinistra. Così come non sarà sufficiente un’estemporanea cooptazione nei giochi di potere del Pdl con relativi cespugli per assicurargli una qualche capacità di «controllo sociale». Anzi, lo vedremo sempre più spesso soffiare sul fuoco. Il rischio che la crisi italiana, contenuta finora entro le sponde imprevedibilmente solide della dialettica elettorale, entri in una fase esplosiva è terribilmente alto. E non si riduce proclamando coprifuoco tardivi. Né maldestri tentativi di abbassare la pressione con betabloccanti predicatori, ma con un surplus di partecipazione. Favorendo, con tutti i mezzi legali disponibili, una collettiva presa di parola capace di surrogare in basso il vuoto di senso generatosi in alto.
 
il manifesto 21 aprile 2013

E’ morta la Repubblica, ma non chiamatelo golpe.


Adesso conosciamo non solo la data di nascita della Repubblica italiana ma anche quella di morte: 20 aprile 2013, è morta nel sonno dopo 67 anni di lunga agonia. E’ tornata la Monarchia, è tornato il Re e si chiama Re Giorgio Napolitano.

 Re Giorgio Napolitano ha cancellato 67 anni di storia repubblicana distruggendo la piu’ bella prassi che le nostre Istituzioni potessero vantare: Il Presidente della Repubblica dura 7 anni, poi va casa. Ma non chiamatelo Golpe.

Re Giorgio Napolitano ha ignorato la Costituzione italiana che non solo dice che il Capo dello Stato dura 7 anni ma anche che se ne deve eleggere uno nuovo: “Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il NUOVO Presidente della Repubblica. Per 67 anni tutti hanno seguito queste prassi, dopo 67 anni Napolitano ha deciso, insieme ai suoi fedeli adepti, che in assenza di una norma precisa sul divieto alla rielezione è possibile anche fregarsene di 67 anni di storia. Ma non chiamatelo golpe.

Re Giorgio Napolitano, fregandosene del risultato elettorale e delle prerogative del Capo dello Stato,  nominerà un Governo formato da persone che gli stanno simpatiche, tutta gente sempre prontissima a ubbidire e strisciare. Roba da Re insomma ma non chiamatelo golpe.

Non chiamatelo golpe, non perché non lo sia, non è un golpe militare ma un golpe che nasce e vive dentro le regole democratiche ed utilizza scientificamente, a proprio piacimento, regole e norme esistenti e non esistenti al fine di instaurare un nuovo Regime che sarà, evidentemente, dal volto democratico. Non chiamatelo golpe perchè  nei Regimi dal volto democratico non è possibile chiamare le cose con il loro nome.

Gio’ Chianta

b al quirinale

“Sette anni in Napolitano”


 

napolitanoC’è chi pensa, probabilmente la maggioranza degli italiani, che Napolitano sia stato uno dei migliori Presidenti della Repubblica, per i seguenti motivi: è riuscito a tenere in piedi le Istituzioni in un periodo difficilissimo, la scelta di Monti è stata l’autentico capolavoro del suo settennato e piu’ in generale ha svolto nel migliore dei modi il suo ruolo di Capo dello Stato.

Opinioni che rispetto ma non condivido e per spiegare perché non condivido le tesi dei sostenitori di Napolitano riporterò quelle che ritengo 4 tappe   fondamentali del suo settennato.

- Nel 2008 Napolitano firma immediatamente la legge 124/2008 meglio conosciuta come Lodo Alfano. Una legge riconosciuta palesemente incostituzionale direi da tutti. Cosa poteva fare Napolitano ? Rimandarla alle Camere (è una delle attribuzioni presidenziali rinviare alle Camere con messaggio motivato le leggi non promulgate e chiederne una nuova deliberazione, se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata) dando un segnale fortissimo al PDL e a tutta l’opinione pubblica, del tipo: “Questa legge è incostituzionale, modificatela.” Fortunatamente è stata dichiarata incostituzionale con pronuncia della Corte Costituzionale del 7 ottobre 2009 per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione (sentenza 262\2009). Questa è stata solo una delle leggi ad personam  firmate immediatamente da Napolitano, leggi che poteva rispedire al mittente perché quello è il suo mestiere, altrimenti che ci sta a fare ?

-Trattativa Stato-mafia, escono alcune intercettazioni indirette e fortuite di conversazioni tra Napolitano e Mancino. Napolitano solleva il conflitto di attribuzione davanti la Corte Costituzionale e la Corte gli da ragione. La trattativa Stato-mafia rappresenta il nodo cruciale di tutta la storia repubblicana, capire come siano andate le cose sarebbe fondamentale per la storia di questo Paese e la Procura di Palermo sta lavorando per fare chiarezza. Penso che i cittadini dovevano e debbano sapere cosa si dicevano Napolitano e Mancino e che un Presidente della Repubblica, anziché nascondersi dietro un conflitto di attribuzione che nel 99,9% dei casi da sempre ragione al Capo dello Stato, visto che a decidere è proprio la Corte costituzionale il cui presidente viene eletto dal Capo dello Stato, aveva l’obbligo morale di chiedere la pubblicazione di quelle conversazioni per eliminare ogni possibile insinuazione.

-Come sappiamo, il Capo dello Stato nomina, dopo le opportune consultazioni e “normalmente” dopo regolari elezioni, il Presidente del Consiglio.  L’operazione Mario Monti, a mio avviso, è stata invece al limite della costituzionalità, Napolitano è andato oltre le attribuzioni e le facoltà del Presidente della Repubblica soprattutto nelle modalità della scelta. Per non parlare del fatto che Monti è stato nominato Senatore a vita dal Capo dello Stato con lo scopo di renderlo  uomo al di sopra delle parti, talmente al di sopra delle parti da candidarsi alle elezioni successive: operazione fallimentare.

-Come ho ricordato in precedenza, molti, compreso il sottoscritto, rimproverano a Napolitano l’eccessiva lentezza di riflessi nei confronti delle tante nefandezze fatte da Berlusconi. Detto delle leggi ad personam,  il vero capolavoro di Napolitano è recentissimo. “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione”. Con questa formula rituale i parlamentari prestano giuramento. Qualche giorno fa, dei parlamentari del PDL, rappresentanti del potere legislativo, hanno manifestato davanti ad un Tribunale dichiarando, di fatto, guerra al potere giudiziario. In qualsiasi altro Paese democratico questi eversori sarebbero stati allontanati dalle forze dell’ordine, denunciati per aver manifestato senza l’autorizzazione della Digos, messi alla gogna mediatica per aver tradito il giuramento e richiamati frettolosamente e vigorosamente all’ordine dal Presidente della Repubblica. Cosa ha fatto invece Napolitano ? Ha scritto una nota tenera tenera nei confronti di gente che da decenni lotta contro il potere giudiziario mettendosi dalla parte dell’eversione.

Una nota che va anche oltre il “cerchiobottismo” : da una parte Napolitano esprime rammarico per la manifestazione, invoca piu’ rispetto per la magistratura e trova inammissibile che qualcuno sospetti che la magistratura voglia far fuori, politicamente, Berlusconi; dall’altra comprende  la preoccupazione del partito “che il suo leader possa partecipare adeguatamente a questa fase politico istituzionale”. Che tradotto dal politichese all’italiano vuol dire che:  la magistratura deve essere indipendente ma è meglio che non metta troppo sotto pressione B e che gli conceda tutti i legittimi impedimenti del caso. O si sta dalla parte dell’eversione o si sta dalla parte delle Istituzioni, questa via di mezzo è invece irritante.

Sarebbe il caso che Napolitano si dimettesse prima della scadenza naturale del suo mandato perchè, proprio in questi delicatissimi mesi, a poco serve al Paese un Capo dello Stato dai poteri limitati (perchè nel semestre bianco). Serve invece un Capo dello Stato nel pieno delle sue funzioni, magari piu’ coraggioso, non sarà difficile trovarne uno migliore.

Gio’ Chianta

 

Elezioni 2013, odissea nello spazio


SILVIOOre nove di mattina, le prime elezioni d’inverno della storia italiana hanno restituito i risultati definitivi da pochissimo. Un bello schiaffo per chi diceva che sarebbe stato il ritorno della Sinistra, che Berlusconi era finito, che il populismo di Beppe Grillo avrebbe catturato “solo” i voti di protesta. E invece, tanto per far un riassunto breve breve, ci troviamo in una quasi parità tra i tre: benvenuto, tripolarismo, mai visto prima nel Governo italiano, benvenuti Vendola, Berlusconi, Maroni, Bersani, Renzi, Storace, Meloni, tutti insieme in Parlamento a fare un’unico grande mappazzone (per dirla alla Masterchef).
Succede che oggi l’Italia di fatto non ha una maggioranza che garantisca stabilità. Succede che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, non può sciogliere le camere, in modo da avere nuove elezioni, perché si trova alla fine del suo mandato.  Succede che senza un capo dello Stato non si possono fissare nuove elezioni, senza un governo stabile non si può eleggere il nuovo capo dello Stato. Succede che anche se andassimo a votare subito lo faremo con una legge elettorale, gentilmente nominata Porcellum dal suo stesso inventore, che ci riporterà nella stessa situazione di caos, dato che è fatta apposta.

I miei amici italiani che stanno all’estero non fanno che scriverci quanto sono felici di aver lasciato il paese, i miei amici italiani che sono rimasti qua invece sono molto arrabbiati. Tutti si chiedono, di volta in volta, dove la Sinistra ha sbagliato, se il risultato sarebbe stato lo stesso con Matteo Renzi e non con Bersani come leader, se le cose sarebbero andate diversamente senza Grillo e Ingroia a portar via voti alla sinistra.

Il mio dubbio di stamattina invece è un altro: dopo vent’anni di Berlusconismo (che per comodità riassumo in poche parole: quello delle battute infelici tipo l’abbronzatura di Obama o del nazismo al deputato tedesco, del cucù alla Merkel, della volgarità istituzionalizzata, delle condanne per corruzione, dei processi per prostituzione minorile, delle leggi ad personam, delle bugie dette col sorriso a reti unificate, degli imbroglietti, delle tangenti e delle amicizie mafiose, dei voti comprati e, in ultimo, della solenne cazzata della promessa sul rimborso IMU arrivata a casa nostra – perdonatemi se ho dimenticato qualcosa) dopo vent’anni di Berlusconismo, dicevo, ancora oggi, febbraio 2013, il trenta-per-cento degli elettori ancora gli da fiducia, lo vuole al governo.

Trenta-per-cento, ovvero quasi un italiano su quattro.

E’ un numero spaventoso, inquietante, tragico. Non voglio pensare che davvero uno su quattro creda ancora a Silvio Berlusconi (che la stampa internazionale, quella che ci guarda da lontano con tutta l’obiettività e la freddezza possibile, da tempo vede come un disastro di proporzioni mondiali). E allora passo la notte a chiedermi chi, e che cosa, possa aver portato a un risultato simile. Ecco le risposte che sommariamente mi sono data, senza alcuna valenza scientifica ma così, a sentimento.

La lettera sul rimborso IMU quacuno lo avrà pure convinto, immagino ultraottantenni colpiti da analfabetismo di ritorno, gli stessi che sono andati alle poste con la lettera in mano per avere l’assegno. Diciamo 1% degli elettori.

Quelli “della destra”, che hanno votato per le destre estreme coalizzate con Berlusca, tipo Lega, Storace: facciamo il 5% degli elettori?

Quelli dei vari partiti dei Pensionati, del Sud, il meraviglioso partito “Basta Tasse” (si merita solo un grande punto interrogativo, non un commento) degli AntiEquitalia. Saremo su un altro 2%, immagino.

E il restante 92%? Chi sono questi elettori della coalizione di Berlusconi? Persone che realmente credono in un programma politico che cambia di ora in ora a seconda di come tira il vento? Fedelissimi realmente affezionati al leader, ai suoi nobili ideali, alla gloriosa storia politica di Forza Italia?

E invece credo che tutta questa valanga di voti siano specchio dell’Italia: sfiduciata, ignorante, che crede nell’ora e subito, nella promessa di oggi, nella garanzia del poco istantaneo, nella furbata che premia chi è più scaltro. Gli elettori di Berlusconi sono acchiappati porta a porta grazie alle telefonate dei capetti da quartiere, quelli che ti promettono aiutini, che ti assicurano un posticino se darai loro una mano. Sono quelli conquistati con gli scambi, con le promesse da quattro soldi, attraverso una rete che ha tanti punti in comune con i sistemi mafiosi, tu mi voti e io ti assicuro che.

E’ l’unica spiegazione che mi viene in mente, davvero non voglio credere che milioni di Italiani oggi si fidano ancora, veramente, nel ghigno del nano di Arcore. O si?

http://francescamulas.wordpress.com/2013/02/26/elezioni-2013-odissea-nello-spazio/

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L’ignoranza genera mostri.


Questa lettera è stata inviata anche a persone che non hanno mai votato Berlusconi in vita loro ma anche a persone che non sono proprio piu’ in vita e questo è già parecchio indecente. Ma è l’aspetto meno grave, perchè questa lettera viola almeno un paio di articoli del Codice penale.

Ma, paradossalmente, il vero problema non è la lettera.

Il vero problema non è colui che invia la lettera abusando ancora una volta della credulità popolare per fini personali ma coloro che credendo al contenuto di quella lettera andranno a fare inutili file presso gli sportelli dell’Agenzia delle Entrate e alla fine, per non saper ne’ leggere ne’ scrivere, voteranno Berlusconi.

 Il vero problema di questo Paese non è  Berlusconi ma i suoi elettori perchè senza i loro voti starebbe nel posto il cui dovrebbe stare uno come lui: la galera.

 Per cause di forza maggiore Berlusconi prima o poi cesserà di esistere ma ci sarà sempre gente disposta a votare per uno come Berlusconi. Perchè l’ignoranza genera mostri.

Gio’ Chianta

lettera berlusconi

“Berlusconiani Anonimi”, il video che tutti dovrebbero vedere…credono a tutto.


Il sonno della ragione genera mostri…

Arcore_Hardcore