A chi marcia per la Vita..

In Italia si interessano della tua vita se sei un embrione, un feto o sei in coma irreversibile e vegeti.

Quando invece sei vivo, perdi il lavoro, non riesci a sfamare la tua famiglia, e non riesci a pagare le tasse, allora ti puoi impiccare, di te non gliene frega più un accidente a nessuno.
Cetti De Paoli

(dalla pagina facebook  Italia libera e democratica)

Report il monte dei fiaschi

Massoneria, clientelismo della politica, nomine di dirigenti fatte per soddisfare le voglie dei partiti, soldi a pioggia per tenere buono il popolino (di Siena), una banca che non concede prestiti per le imprese che fanno economia reale, ma che fa invece speculazioni e investimenti rischiosi.
Una banca piccola ma antica che si si crede grande e che, per le manie di gigantismo, ora si ritrova senza buona parte del patrimonio (venduto per fare cassa) e con una brutta situazione debitoria.

Ieri sera Report parlava di Siena e della sua banca Il Monte dei paschi, e della fondazione che la controlla. Ma sembrava che si stesse parlando dell’Italia e dei suoi problemi.

E per fortuna che nella sala dei nove del palazzo pubblico di Siena c’è il dipinto sulle allegorie del buono e del cattivo governo:

“La sapienza divina tiene la bilancia della giustizia da cui parte una corda che finisce
alla concordia che ha in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e livellatrice dei
contrasti. La corda passa per ventiquattro cittadini e finisce nella mano destra del
comune, rappresentato da un monarca. Ai suoi lati siedono la giustizia con la spada, la
corona e il capo mozzo; la temperanza con la clessidra segno di saggio impiego del
tempo, la prudenza con uno specchio per interpretare il passato e prevedere il futuro;
la fortezza con la mazza e lo scudo; la pace, sdraiata su un cumulo di armi, e la
magnanimità, dispensatrice di corone e denari”.

A Siena potrebbero essere ricchi, per il fatto di essere un vero museo all’aria aperta, per la cultura e la storia. E anche per questa banca che dovrebbe investire sul territorio i propri profitti: invece i cittadini senesi si sono risvegliati da questo sogno di ricchezza e grandiosità all’improvviso, il 16 marzo scorso, con i contratti di solidarietà decisi dal nuovo AD della banca Viola.

Il groviglio armonioso, per usare le parole del venerabile maestro Bisi, si è alla fine rivelato per quello che è: una lottizzazione da parte dei partiti, con operazioni che hanno portato all’indebitamento della banca.
Per gli stipendi del management:

Giuseppe Mussari da presidente guadagnava 700 mila euro l’anno, Antonio Vigni, direttore generale uscente, con la banca in piena crisi ha preso 1,9 milioni nel 2009, 1,4 milioni nel 2010 e 5,8 milioni nel 2011 compresa la buonuscita; Emilio Tonini, ex manager, tra stipendio e liquidazione ha incassato in tre anni 10 milioni e mezzo di euro e si è beccato una condanna a otto mesi di reclusione per aggiotaggio, poi salvato dalla prescrizione.

Per le operazione speculative fatte dal desk area finanze di Londra: tramite broker stranieri MPS si è lanciata nel business dei cdo (Alexandria Capital), che ha portato solo pedite al gruppo oggi difficilmente rintracciabili nel bilancio.

Oggi il passivo conta 8,4 miliardi di euro: MPS ha preso 34 miliardi dalla BCE, di questi 26 sono finiti in BTP: un investimento sicuro per la banca che però così non fa il suo mestiere che dovrebbe essere quello di prestare capitali alle imprese, non fare speculazioni. Come quella con la IMCO dei Ligresti, a Roma.

Non concedere prestiti alle imprese ha peggiorato le cose: il risultato ottenuto è stato mettere in crisi l’economia del posto; le imprese senza prestiti diventano insolventi (totale insolvenza, cioè soldi che la banca non recupererà più, ammmonta a 14 miliardi).
Poi ci sono stati i prestiti ai membri del cda che usavano la banca come un bancomat; le vendite degli immobili fatte per creare utili da distribuire.

Anche la Fondazione MPS, che controlla la banca, dal 2001 si è lanciata in spese superiori a quelle che si poteva permettere: la cattiva amministrazione è derivata anche dalle nomine dei suoi vertici, che hanno seguito più criteri clientelari che non meritocratici.

Il presidente delle fondazioni bancarie, Guzzetti, ha cercato di difendere Mancini, pres. fondazione MPS, impiegato della Asl, ma sembrava più un volersi arrampicare sugli specchi.

GIUSEPPE GUZZETTI – PRESIDENTE ASS. FONDAZIONI BANCARIE –
FONDAZIONE CARIPLO
No. Mah, le dico: intanto essere amministratore di Asl quantomeno la conoscenza dei problemi del sociale… Ma lei sa che tra i settori due dei nostri settori d’intervento c’è la sanità, quindi non mi pare proprio uno sprovveduto.

Forse, le nomine di Mussari e Mancini sono dovute alla loro tessera politica della DC.

Altri problemi per MPS sono arrivati dall’acquisizione di Banca Antonveneta:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
e nel 2007 il Monte dei Paschi acquista Banca Antonveneta dal Banco Santander, la più
importante banca spagnola guidata da Emilio Botin, uomo dell’Opus Dei.

Una banca comprata a 10 miliardi, quando pochi mesi prima era stata acquistata da Santander a 6 miliardi e che oggi vale ancora meno. Un acquisto deciso da Mussari a scatola chiusa:

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Improvvisamente Mussari fa la grande operazione: compra la Banca Antonveneta. E la
compra senza più avere un soldo in cassa. Quindi che fa? Per spendere i 10 miliardi
che gli servono, di euro lui ricorre per la metà a indebitarsi e, per l’altra metà, li
chiede ai soci. E quindi la Fondazione che fa? Si libera di tutti i suoi investimenti
obbligazionari e compra tutte azioni Monte Paschi. Spende circa 2 miliardi e 9 della
sua liquidità, per sottoscrivere questo aumento di capitale che serve a comprare
Antonveneta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La banca a questo punto è senza liquidità e per andare avanti è costretta a comprare
1,9 miliardi di euro di Tremonti Bond che la obbligano a riconoscere al Tesoro una
cedola annua di 160 milioni. E a pagare sono i risparmiatori. Ma siccome il debito è
troppo alto, l’anno scorso la banca chiede un nuovo aumento di capitale per oltre 2
miliardi di euro. E la Fondazione si svena.

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Quindi la Fondazione fa la sua parte per sottoscrivere il suo miliardo di capitale
sociale, perché è proprietaria per metà del Montepaschi , si indebita, dà in garanzia di
questo debito tutto il suo patrimonio di azioni Montepaschi, perché poco altro ha nel
suo portafoglio …

Risultato? 4,7 miliardi di perdita, il titolo di MPS che scende precipitosamente. Non è solo colpa della crisi o sfortuna.
Viene da chiedersi in che modo in Italia si viene nominati a capo di qualcosa, visto che lo stesso Mussari è stato presidente dell’Abi.

Ma tanto c’era il palio, a tenere occupata la gente: vince chi paga il fantino, e le contrade per pagare il migliore hanno chiesto soldi alla stessa banca (babbo Monte).
In questo modo si è cercato di tenere buone le voci critiche che ogni tanto si alzavano: coi soldi della banca.

“Il groviglio armonioso”, anzichè portare benessere, ha reso la città conformista, dove sinistra e destra (PD o PDL) erano uguali.
Tutti d’accordo, nessuno contrario, i soldi della banca fanno miracoli: soldi finiti anche agli amici del responsabile PDL Verdini (che ha messo nella fondazione un suo uomo, Pisaneschi), il costruttore Fusi. Che si è preso un finanziamento per la BTP, che oggi ha lasciato ad altri.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Andrea Pisaneschi e Denis Verdini sono indagati dal tribunale di Firenze nell’ambito
delle indagini sul credito cooperativo fiorentino, la banca che, da presidente, Verdini
avrebbe spolpato per finanziare amici e soci. I magistrati stanno scavando sulla
procedura attraverso cui nel 2008 un pool di banche, in testa il Montepaschi,
concedevano un mutuo di 150 milioni di euro alla BTP, l’impresa in crisi di Riccardo
Fusi, già finito nelle indagini sui grandi eventi della protezione civile. Pisaneschi, amico di Verdini e manager Montepaschi, sarebbe stato l’uomo giusto del finanziamento che
la banca accorda a Fusi. Oggi l’inchiesta procede, ma nel frattempo fusi ha lasciato ad
altri la sua BTP dopo aver accumulato circa un miliardo di euro di debiti.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Insomma, nessuno controlla l’operato dell’altro perché fanno tutti più o meno la stessa
cosa, spartirsi la torta e il potere. Verdini, che è il capo del pdl nazionale, mette un
suo uomo Pisaneschi dentro il cda di Montepaschi e questo, secondo i magistrati,
avrebbe spinto Montepaschi a prestare tanti milioni ad un imprenditore, che ha in
mano una società fallita. Verdini conosce Fusi, e Fusi li restituirà quei milioni al Monte?
C’è da dire che a Siena quasi tutte le famiglie hanno qualcuno che lavora dentro al
Monte, visto che ci sono 22 filiali, praticamente una in ogni strada. E poi c’è la
massoneria che ha un suo tesoriere, che è stato dirigente della società di gestione
dell’aeroporto, che adesso aspira a diventare un aeroporto internazionale, nonostante
in zona ce ne siano altri 3. Si fa un po’ fatica a vedere quale sia il vantaggio
imprenditoriale, ma fondazione e banca pagano.

L’aeroporto di Ampugnano.
Altro affare della banca: un aeroporto gestito dal tesoriere della Massoneria; sotto i suoi terreni scorre la falda acquifera; il pubblico estromesso dal provato, un’inchiesta della magistratura, per un grande progetto strategico in una zona dove esistono già altri aeroporti.

Un privato che dovrebbe finanziare l’opera che però ha dietro il pubblico:

FERNANDO GIANNELLI COMITATO AEROPORTO AMPUGNANO
Questo fondo è un private equity con sede in Lussemburgo partecipato però, o meglio
finanziato, da 3 Casse depositi e prestiti, la italiana, la francese e la tedesca. Cassa
Depositi e Prestiti è partecipato dal ministero e finanziato dai risparmiatori, dai libretti
postali e non ultime dalle fondazioni bancarie che hanno investito in questa società.
Quindi i soldi che sarebbero arrivati qua non erano effettivamente soldi privati.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per capire di chi sono i soldi basta guardare dentro la società che nel 2007 vince la
gara. Galaxy è partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti a sua volta partecipata dalla
fondazione Montepaschi. Quindi Galaxy risulta indirettamente partecipata anche dalla
banca. Il groviglio armonioso non sembra aver fatto attenzione alle forme: Mussari
guida la banca ed già presidente del comitato di indirizzo della Cassa Depositi e
Prestiti, mentre la professoressa Luisa Torchia, dominus del procedimento di
privatizzazione dello scalo, è nel cda della Cassa Depositi e Prestiti e consulente della
società aeroportuale, ma poco tempo prima era stata legale della Fondazione.
Insomma, più che una gara sembrava un matrimonio.

Un progetto naufragato in cui compare di tutto: dai soldi pubblici spesi male per l’università di Siena (membro della Fondazione) e delle pressioni sulla stampa locale, per le sue critiche a certe operazioni:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In realtà, non si è mai saputo quanto sarebbe costato l’aeroporto internazionale. E
oggi, in seguito all’inchiesta, Galaxy sta uscendo dalla società che gestisce lo scalo.
Resta però misterioso come un aeroporto pubblico sia passato a un privato contro il
parere del Ministero dei Trasporti. Forse per via del senatore Franco Mugnai, molto
legato all’allora ministro Matteoli e reclutato dalla società aeroportuale per 300 mila
euro. Ma tutto questo è davvero niente in confronto a quel che accade nel bilancio
dell’università.

GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Si trova di tutto, consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture
pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute,
centro di servizi costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatori senza
copertura finanziaria per i figli e gli amici, compensi illimitati ai docenti dei master dei
corsi di perfezionamento, tasse del post laurea, cioè degli studenti del post laurea
senza alcun tetto in parte intascate da qualche furbo.

[..]
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per migliorare il bilancio l’università vende il complesso del San Niccolò, sede della
facoltà di ingegneria e di lettere. Lo cede nel 2009 per 74 milioni alla società Fabrica
Immobiliare, partecipata da Montepaschi e Francesco Gaetano Caltagirone, che della
banca era azionista e vicepresidente. E Fabrica lo riaffitta subito all’università a 5
milioni l’anno per 24 anni. Ma in ateneo proprio nessuno controlla vendite e bilanci?
GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Tenga conto che nel consiglio di amministrazione dell’università di Siena c’è un
rappresentante del comune, il rappresentante della regione, il rappresentante della
provincia, il rappresentante della camera di commercio, il rappresentante della regione
toscana, tutti potevano vedere e quindi capire cosa stava succedendo nell’università di
Siena.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
il piatto piange per tutti e quando i soldi finiscono si litiga. così il pd senese si divide. il
presidente della fondazione mancini, ex margherita, contro il sindaco Ceccuzzi, ex ds.
la fondazione che non ha un soldo, contro il comune che senza quei soldi chiude. uno
scontro che blocca il bilancio in consiglio comunale e quando finisce sui giornali ci
lascia le penne un direttore.
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTOER LA NAZIONE
Avevo un giornale che stava andando molto bene, in un mercato in grande calo.
All’improvviso ero sul Frecciarossa diretto a Bologna, ho ricevuto una telefonata
dall’editore che mi comunicava che un articolo uscito in cronaca di Siena, un articolo
in cui si riferiva di un comunicato ufficiale della fondazione Monte dei Paschi, aveva
fatto irritare profondamente il sindaco di Siena che è un po’ l’azionista di riferimento,
diciamo, del mondo bancario senese. E tutto questo ha fatto sì che l’editore mi
dicesse che dovevo passare dalla sede dell’azienda nel gruppo poligrafici, che
controlla anche la Nazione, a Bologna, dove c’era una cosa per me. E questa cosa per
me era una lettera di licenziamento in tronco, del tutto inusitata.
PAOLO MONDANI
Andrea Riffeser Monti, il suo editore, ha un rapporto col Monte dei Paschi?
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTORE LA NAZIONE
Questo non lo posso dire onestamente, so che essendo in Toscana la Nazione, ed
essendo il Monte dei Paschi la più grossa banca della Toscana, è una cosa
assolutamente normale che ci fossero dei rapporti economici. 

Il commento finale di Milena Gabanelli:

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Mussari ha lasciato la presidenza di Mps giusto una settimana fa, per dedicarsi a
tempo pieno all’Abi, l’associazione bancaria italiana, che si occupa di tutto il sistema
bancario. Significa che se il piccolo azionista non era adeguato, per il sistema invece
sì. Al suo posto è arrivato Alessandro Profumo, ha qualche sospeso per via di indagini
legate all’elusione fiscale di Unicredit, ma al governo una norma che prevede di
derubricare il reato, quindi è probabile che possono stare tutti tranquilli. Però Profumo
rinuncerà allo stipendio, lo ha detto il sindaco che lo ha scelto. Possiamo aggiungere
che essendo uscito da Unicredit con una quarantina di milioni, anche senza stipendio
la vita di Profumo non cambierà. Però il gesto è molto apprezzabile. Ci dispiace invece
di non esser in grado di fornire dei fatti anche la versione del presidente della banca,
del presidente della fondazione e del sindaco di Siena, perché purtroppo hanno
rinunciato ad intervenire.

Qui il pdf della puntata.

Perchè pagare il debito?

Leggo dall’editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L’austerità non ha risanato i conti, ha depresso l’economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino fino alla bancarotta (default). L’Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

* * *
Perchè non possiamo fare come l’Islanda ? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

* * *
In una intervista Loretta Napoleoni propone: “L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro” .

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica – e va bene tagliare gli sprechi – hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L’Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.

Una guida critica alla riforma del mercato del lavoro

E’ arrivata.

La riforma del lavoro ha raggiunto una forma, pare, definitiva, approvata dal Consiglio dei Ministri. Curioso che questa forma si presenti come relazione del Ministro del Welfare e non come vero e proprio documento licenziato dall’Esecutivo.

È assai discutibile che, a tavolo con le parti sociali concluso e approvazione da parte del CdM avvenuta, ancora non sia stato reso noto un testo ufficiale  e definitivo. Si tratta di una opacità di non poco conto: sia per questioni estremamente concrete (nei tecnicismi delle formulazioni risiedono ricadute molto incisive sulla vita materiale di tutte e tutti coloro cui la riforma si rivolge), sia per ragioni di trasparenza e democrazia nel dibattito pubblico. Impossibile non notare, infatti, che l’assenza di testi definitivi si accompagni a dichiarazioni da parte del ministro Fornero sostanzialmente contraddittorie con i documenti circolati. Tanto da indurre nei più smaliziati il sospetto di una deliberata strategia di mistificazione. Queste mistificazioni si avviluppano in via preferenziale intorno al tema della precarietà (Non solo sulla precarietà tuttavia. Di questi giorni è la vulgata su una presunta estensione dell’art.18 per licenziamenti discriminatori smascherata qui efficacemente da Umberto Romagnoli), terreno prediletto della retorica governativa, sul quale sono state sbandierate rivoluzioni che non è dato oggi rilevare e dove, invece, emergono contraddizioni non da poco. Vediamo perché.

Riduzione contratti precari: falso! E’ stata la prima delle tante promesse non mantenute del Governo. Appena cominciato l’iter della trattativa il Ministro Fornero aveva assicurato una riduzione drastica delle oltre 40 tipologie contrattuali oggi presenti. A parte la limitazione del contratto di associazione in partecipazione, rimane in piedi la pletora di tipologie contrattuali precarie: perché per esempio non abolire il lavoro a chiamata o lo staff leasing, obrobri filosofici e giuridici?

Lotta agli abusi contrattuali:  discutibile. Il Governo aveva garantito un contrasto “secco e severo agli abusi”. Restano dubbi, tuttavia, sull’efficacia della strategia scelta: la ridefinizione normativa delle tipologie contrattuali. Una ridefinizione apprezzabile, in quanto le riconduce ad una funzione genuina: si sancisce l’illegittimità, per esempio, di un  contratto a progetto per mansioni strettamente esecutive o uguali a quelle svolte da lavoratori dipendenti, oppure di una prestazione con partita iva se prolungata per oltre sei mesi o produttrice di oltre il 75% del reddito del prestatore d’opera. Tuttavia si tratta di una stretta normativa che può essere fatta valere solo ex post, cioè nel caso in cui un lavoratore faccia causa al suo datore di lavoro oppure in base a una denuncia fatta dagli ispettori del lavoro. Non è un problema da poco se teniamo presente la strutturale fragilità e ricattabilità dei parasubordinati (o di larga parte di essi). Privi di un contratto collettivo nazionale di riferimento, di rappresentanza sindacale e con il rischio costante di non vedersi rinnovato il contratto, per un collaboratore fare causa è una specie di atto eroico. Soprattutto in  un mercato del lavoro in cui la disoccupazione giovanile al 30% funziona come un ricatto strisciante che costringe ad accettare anche condizioni di lavoro chiaramente illecite. Del resto è difficile pensare che i servizi siano in grado di sorvegliare sull’attivazione di tutti i contratti di lavoro a termine.

Alcuni interventi pensati come contrasto agli abusi, poi, oltre a non essere efficaci rischiano di produrre un effetto peggiorativo rispetto alla condizione di partenza.

E’ il caso dell’aumento delle aliquote per i collaboratori (e p.iva?): dannoso! Per i co.co.pro, infatti, è previsto un aumento dei contributi da versare alla gestione separata dell’Inps che porti dall’attuale 27,72% al 33% nel 2018. Contemporaneamente però niente è stato fatto sui compensi minimi, con il rischio che l’aumento delle aliquote si scarichi sui compensi netti dei collaboratori, provocandone un ulteriore abbassamento. Più che di un rischio, in realtà, si tratta di una certezza come mostrano le clausole inserite da solerti datori di lavoro nei nuovi contratti dei loro collaboratori, nelle quali, nero su bianco, si avvisa che in caso di un aumento del costo del lavoro previsto dalla riforma i compensi pattuiti saranno rivisti al ribasso (ne parla Saldutti qui). Non si capisce se l’aumento riguarderà solo i collaboratori a progetto o tutti coloro che versano alla gestione separata. In questo secondo caso il problema assumerebbe proporzioni insostenibili per le partite iva, che, ricordiamolo, pagano interamente i propri contributi previdenziali perché non soggetti alla ripartizione del carico contributivo come avviene per i collaboratori.

Non essere intervenuti sui compensi rappresenta contemporaneamente un danno ai parasubordinati che vedranno ulteriormente comprimersi i loro compensi (per dare un’idea il compenso medio annuo di un collaboratore monocommittente nel 2009 era di 8.023 Euro, Indagine Di Nicola); e un’enorme occasione persa dato che un intervento congiunto di aumento del costo del lavoro parasubordinato e dei compensi di chi lavora con tali contratti avrebbe rappresentato un disincentivo ex ante all’utilizzo improprio di tali forme e un risarcimento per i lavoratori del rischio connesso alla scadenza del contratto.

Ma la beffa più amara per l’esercito dei precari è rappresentata dall’ASpI (assicurazione sociale per l’impiego) il nuovo ammortizzatore firmato Elsa Fornero, che unifica l’ indennità di disoccupazione e la mobilità, di cui già abbiamo parlato qui.

L’ASpI è stata spacciato come universale, cioè finalmente rivolta a tutti, ma è una falsità clamorosa: per i precari non cambia niente. I parasubordinati che erano esclusi prima dall’indennità di disoccupazione, lo sono oggi dall’ASpI. Per avere un’idea si tratta di circa 1 milione di lavoratori atipici (dati Isfol 2010): cococo, cocopro, assegni di ricerca, docenze a contratto, partite iva, collaborazioni occasionali ecc. I dipendenti a tempo determinato, formalmente inclusi dall’Aspi come lo erano dall’indennità di disoccupazione, continuano a sottostare a requisiti d’accesso altissimi che penalizzano i più giovani e i più precari (2 anni di anzianità contributiva e 52 contributi settimanali versati, che rimangono identici nel passaggio da indennità di disoccupazione a Aspi), tanto da determinare un’esclusione sostanziale di gran parte della platea di riferimento. Prevede requisiti più bassi la Mini-Aspi: nome nuovo per la vecchia indennità di disoccupazione a requisiti ridotti, sempre rivolta ai soli dipendenti e così poco generosa da essere quasi ininfluente per chi è senza lavoro e ha bisogno di un sostegno al reddito.

La novità del testo uscito dal Consiglio dei Ministri (venerdì 23 Marzo) riguarderebbe invece il rafforzamento e la resa strutturale dell’una tantum per i cocopro. Il testo non spende più di due righe per affrontare un problema che doveva essere il principale del riordino degli ammortizzatori: come fornire un sostegno al reddito a chi è storicamente dimenticato dal sistema di protezione, ma anche il più esposto al rischio disoccupazione e alla fragilità economica. E, in più, l’affronta male.

L’una tantum, misura istituita dalla Finanziaria Tremonti 2009 e ratificata dalle finanziarie degli anni successivi, è escludente e avara: oltre a lasciare fuori i cococo del pubblico impiego, le partite iva e tutti gli altri parasubordinati, pone requisiti di accesso ai cocopro così stringenti che di tutti i cocopro rimasti senza lavoro, tra il 2009 e il 2011 hanno usufruito dell’ una tantum solo 13.000; l’importo della misura, poi, corrisponde al 30% del reddito percepito nell’anno precedente (comunque mai superiore ai 4000 Euro) a prescindere dal tempo effettivamente lavorato. Che significa? Che il meccanismo di calcolo è particolarmente penalizzante proprio per i soggetti più fragili, quelli che hanno lavorato solo pochi mesi nell’anno passato. In vista di un imminente (?) intervento in merito, quelle appena ricordate sono osservazioni a memoria dei limiti che non si devono replicare.

Ma il problema non è solo di ripensamento tecnico, bensì di senso complessivo di tale strumento: non rientrante nel sistema degli ammortizzatori sociali tradizionali, ma diverso da un reddito di base o d’inserimento a carattere universale. L’una tantum, per la sua stessa ontologia, somiglia a qualcosa di molto meno sofisticato di un ammortizzatore sociale, o di un reddito di base: somiglia a un’elemosina. E di elemosina non è più tempo.

Per chi aspettava una riforma del lavoro capace finalmente di ridurre le tipologie contrattuali precarie, scoraggiare gli abusi con l’aumento dei contributi e dei compensi (magari con l’aggancio ai contratti collettivi nazionali di riferimento), costruire un welfare più equo e universale, con ammortizzatori sociali per tutti e l’istituzione di un reddito di base questa riforma è un niente di fatto. Per il Governo una grande occasione persa. O forse no.

Inevitabile domandarsi a cosa è servita la retorica sui giovani e sulla precarietà e il perché di tante promesse non mantenute. L’attacco violento all’articolo 18 (che con il modello tedesco ha ben poco a che fare, come spiega qui Ambrosino) suggerisce la risposta. Un atto molto più ideologico che tecnico aveva bisogno di una giustificazione convincente, che tuttavia non ha convinto i più, dato che il governo Monti cala drasticamente nella fiducia degli italiani proprio a causa della riforma del lavoro. Probabilmente inizia a sgretolarsi l’illusione della neutralità della tecnica e il “Ce lo chiede l’Europa” non convince più.

(Claudia Pratelli)

FONTE  http://italia2013.org/2012/03/26/una-guida-critica-alla-riforma-del-mercato-del-lavoro/

ASPI, ecco da dove prendere i soldi: legalizzazione di prostituzione e droghe leggere.

L’obiettivo del governo sarebbe quello di fornire una copertura per tutti i lavoratori nel periodo di disoccupazione. Naturalmente non tutti potranno accedervi ma solamente i soggetti con determinati requisiti: 52 settimane lavorative nei due anni precedenti alla richiesta e due anni di assicurazione contributiva. Dovrebbe essere prevista anche una copertura per coloro che hanno lavorato nei due anni precedenti alla richiesta meno di 52 settimane, con un minimo di 13 settimane lavorative. La durata dell’ Aspi per questi lavoratori sarà della metà.

Chi non possiede i requisiti è tagliato fuori e saranno in tanti. Ma c’è un altro problema: la copertura finanziaria che ha il governo per l’Aspi non supera 1,7 miliardi di euro e secondo gli esperti ne servirebbero 15 miliardi.

Ora, se l’obiettivo di Monti è aumentare notevolmente le tasse sui contribuenti già tartassatissimi (comprese le odiose accise) per trovare i fondi necessari, sappia che questi fondi si possono cercare altrove.

Qualche giorno fa ho scritto un articolo dal titolo Lo Stato e (e’) l’antistato, verbo o congiunzione ?

Ci sono delle attività altamente lucrative sulle  quali lo Stato lucra senza lasciare spazio ad intermediatori, come nel gioco d’azzardo, le sigarette e via dicendo. Poi ci sono altre attività altamente lucrative , come gli stupefacenti e la prostituzione, sulle quali lo Stato fa una scelta ben precisa: cede il passo all’antistato, ovvero alla criminalità organizzata.

Il gioco d’azzardo, come è ampiamente dimostrato, genera in molti soggetti dipendenza. Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità il gioco d’azzardo compulsivo è una malattia sociale. E’ altrettanto ampiamente dimostrato che fumare  esponga l’organismo ad essere potenzialmente piu’ vulnerabile. Insomma, il gioco d’azzardo e il fumo possono risultare, in tutti i soggetti che ne fanno uso, potenzialmente dannosi. A ben poco servono scritte del tipo “Gioca con prudenza” oppure “Il fumo uccide”, perché un soggetto che ha una dipendenza se ne frega altamente di quelle scritte ipocrite.

Perché allora lo Stato lucra su delle attività potenzialmente dannose per ogni cittadino che ne fa uso mentre decide di non lucrare su altre attività che sono ugualmente dannose ?  Se il principio è che anche se qualcosa è potenzialmente dannosa al singolo si lascia comunque la libertà individuale di “potersi fare male” in nome di un interesse comune (ovvero piu’ soldi nelle tasche dello Stato, piu’ servizi per la comunità) questo principio non dovrebbe valere, ad esempio, anche per droghe leggere e prostituzione ?

Perché lo Stato rinuncia a qualche miliardo di euro non legalizzando la prostituzione ? Fare sesso con una donna o con un uomo che tramite una propria libera scelta decide di prostituirsi fa male ? Puo’ essere moralmente non accettabile per taluni individui ( generalmente gli stessi che di giorno condannano pubblicamente la prostituzione e la sera si intrattengono con prostitute/i) ma non fa  male. Fa piu’ male lasciare la prostituzione in mano a gente senza scrupoli. Pensate quante cose di potrebbero fare con i soldi che lo Stato incasserebbe dalla legalizzazione della prostituzione: si potrebbero finanziare molti settori oggi in crisi. Ma lo Stato rinuncia e delega all’antistato.

Lo stesso identico discorso vale per la legalizzazione delle droghe leggere, una canna, per intenderci, non fa piu’ male di una sigaretta. I miliardi di euro che lo Stato incasserebbe sarebbero talmente tanti da rinunciare a folli manovre per mettere i conti in ordine.”

Senza contare agli effetti collaterali che la legalizzazione di attività oggi illegali avrebbe. Ad esempio, tutti quei miliardi che oggi incassa illegalmente la malavita organizzata finirebbero  nelle tasche dello Stato: meno corruzione.

Lo so che a tutti voi è già venuto in mente ”Ma il problema è il Vaticano, è notorio.” Infatti, bravi, il Vaticano è da sempre la terza camera dello Stato, influenza le scelte dei partiti. I politici, sono sempre ben contenti di assecondare il Vaticano perché rappresenta un caterva di voti. Non è certo un caso che la defunta ma sempre viva Democrazia cristiana ha dettato legge  in questo Paese.

Uno Stato laico (solo sulla carta) rinuncia a miliardi di euro utilissimi per la collettività perché i rappresentanti del popolo, da sempre, si mettono nella mani del Vaticano per loro convenienza.”

Legalizzando questi due settori (sulle cifre precise lascio la parola agli esperti) si potrebbe pagare l’Aspi a tutti i disoccupati anche a quelli che oggi ne sono tagliati fuori perché privi di requisiti andando a colpire due settori che non conoscono crisi.

Gio’ Chianta

Cosa c’è di sbagliato, secondo Monti, nell’art.18 dello Statuto dei lavoratori.

Ormai da mesi si parla di riformare l’art. 18 come causa della rigidità del mercato del lavoro. A leggere l’articolo però non si capisce quali siano le parti invalidate da grave scorrettezza o palesemente sbagliate e dannose.

L’articolo dice in sostanza che non si può licenziare senza una giusta causa, lasciando ad altre leggi la definizione di “giusta causa”.

E’ proprio su questa limitazione che si appuntano le critiche di Confindustria, dell’ex governo Berlusconi, dell’attuale governo Monti e del futuro governo Casini-Fini-Veltroni-D’Alema-Passera-Rutelli.

Ecco cosa ne pensa lo stesso Monti.

Mario Monti e l'art.18

FONTE: http://fugadigas.blogspot.com/

Italia, paese dai bassi salari: una lettura ragionata

Siamo tra i paesi europei che pagano meno i lavoratori, mentre abbiamo gli orari di lavoro più lunghi. Nonostante ciò la competitività delle nostre imprese è tra le più basse. Il quadro di un paese che ha sbagliato obiettivi e che si appresta a commettere ulteriori errori.

 

Ieri e oggi i quotidiani hanno riferito la diffusione dei dati Eurostat sui salari medi lordi nei paesi dell’Unione. Tuttavia i dati diffusi, per ciò che riguarda l’Italia, si riferiscono al 2006, mentre per altri paesi si arriva al 2009. Inoltre i dati italiani riguardano le aziende con più di 10 dipendenti, mentre per altri paesi il campione è l’intero mondo del lavoro. Evitiamo quindi di riportare statistiche così disomogenee e ci affidiamo invece all’OCSE che fornisce dati più aggiornati e uniformi.

Salari medi lordi

Questo grafico rappresenta la situazione al 2002:

OCSE: salari medi anno 2002, in US$ 2009 a parità di potere d’acquisto, prezzi correnti

Come si può notare l’Italia è una posizione defilata, ben lontana dal “centro” dell’Europa e vicina ai paesi meno ricchi.

La situazione al 2010 è invece questa:

OCSE: salari medi anno 2010, in US$ 2009 a parità di potere d’acquisto, prezzi correnti

Si può notare che la situazione è peggiorata negli 8 anni trascorsi. L’Italia viene scavalcata dalla Spagna e dalla Finlandia e viene avvicinata dalla Slovenia. In sostanza, l’Italia da ultimo paese dell’Europa “ricca” nel 2002 passa ad essere il secondo dell’Europa “povera”. Da notare anche il modesto incremento dei redditi da lavoro in Germania, paese che ha adottato una politica di stabilità salariale, ma che continua a mantenere un differenziale importante con l’Italia e il resto dei “Pigs”.

Ore lavorate

Mentre i lavoratori italiani sono tra i peggio pagati d’Europa, il numero di ore di lavoro per anno per addeto risulta fra i più alti.

OCSE: ore lavorate per addetto in un anno, anno 2010

Anche qui, si può notare come il nostro paese risulti vicino alle nazioni meno sviluppate d’Europa, piuttosto che alle maggiori economie. Si noti inoltre come la Grecia, spesso dipinta come paese di “fannulloni” risulti invece in testa tra i paesi considerati.

Costo del lavoro

Il costo del lavoro in Italia, inteso come retribuzione, oneri sociali e altre spese, risulta minore rispetto alle grandi economie europee, come si evince da questo grafico:

Eurostat: costo del lavoro totale orario, anno 2010

L’Italia si colloca al di sotto della media della zona Euro. E’ quindi privo di fondamento l’assunto che le imprese italiane paghino il lavoro più di quelle delle economie avanzate europee, ad eccezione della sola Gran Bretagna (dove è particolarmente bassa la componente degli oneri sociali).

Produttività

Il quadro è ribaltato invece quando si considera la produttività. Qui mostreremo la produttività come calcolata dall’OCSE, Prodotto interno lordo (in Euro) per ora lavorata:

OCSE: Produttività (Pil in euro / ore di lavoro) a prezzi costanti

Come si può notare, la produttività italiana risulta bassa in valore assoluto e stagnante, quella Greca è addirittura calante, mentre tutte le altre sono crescenti, sia pure con inclinazioni differenti.

In altre parole, l’Italia è un paese fermo da molti anni. La sua produzione, intesa nel senso più generale, è rimasta poco remunerativa, mentre i partner europei hanno saputo migliorare la capacità di produrre reddito.

Da notare che nel 2003 è intervenuta una significativa modifica del mercato del lavoro, con l’introduzione di nuove forme di lavoro flessibile, ampiamente sfruttate dalle imprese. Ciò però non ha avuto effetti significativi sulla produttività del lavoro.

Conclusioni

Mentre il dibattito pubblico appare tutto concentrato sulla riduzione delle tutele del lavoro, le cui conseguenze più immediate sono il contenimento salariale e l’aumento delle ore di lavoro effettive, i dati mostrano invece che le politiche sinora adottate in questa stessa direzione non hanno avuto l’effetto di ridurre il gap di produttività rispetto alle potenze economiche europee e si sono pertanto dimostrate del tutto inefficaci rispetto agli obiettivi enunciati.

Come abbiamo già evidenziato, il problema della bassa produttività italiana non può addebitarsi al fattore lavoro, che anzi risulta maggiormente a buon mercato che altrove.

Secondo l’UE “la crescita della produttività dipende dalla qualità del capitale fisico, dal miglioramento delle competenze e della manodopera, dai progressi tecnologici e dalle nuove forme di organizzazione.”

Le cause probabili delle scarse performance italiane andrebbero ricercate nella scarsa “produttività del capitale”, vale a dire dei mezzi di produzione, intesi nel senso più ampio, obsoleti o sottoutilizzati, così come nella frammentazione del capitale in moltissime microimprese che non riescono a realizzare quelle economie di scala e quell’innovazione di processo e di prodotto che permettono una maggiore competitività delle stesse e nella specializzazione produttiva. Non sorprende quindi la bassa qualificazione dei lavoratori richiesta nel nostro paese dal tessuto produttivo, che abbiamo già evidenziato in passato.

La discussione pubblica si sta quindi svolgendo sul lato sbagliato dei fattori produttivi. Riforme che tendessero a precarizzare ulteriormente il lavoro e/o ridurre i salari effettivamente percepiti, non avrebbero probabilmente impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata.

FONTE :  http://keynesblog.wordpress.com/2012/02/27/italia-paese-dai-bassi-salari-una-lettura-ragionata/

20 anni da Mani Pulite. La democrazia rubata

Corruzione, concussione, finanziamento illecito ai partiti: il sistema di illegalità diffusa che minacciava l’Italia del ’92 è ancora forte, anzi fortissimo. A lanciare l’allarme gli stessi magistrati allora protagonisti di una vicenda giudiziaria clamorosa. Ma se l’emergenza non è affatto finita e occorre tenere alta la guardia, come si fa a ridare legalità e trasparenza all’Italia?

“Mario Chiesa lo sorprendemmo mentre intascava una mazzetta di 7 milioni di vecchie lire. Non era un “mariuolo isolato” come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio, Tangentopoli.
Era il 17 febbraio di venti anni fa, iniziava Mani Pulite.
 
In questi vent’anni molti grandi imbonitori della politica e della stampa hanno cercato in tutti i modi di rovesciare la frittata e di far passare quei furfanti per vittime, e quelli che li avevano acciuffati per mostri e cospiratori.
Io non credo che il gioco sia loro riuscito. I politici fanno finta di non sapere chi erano gli onesti e chi i disonesti. I cittadini invece se lo ricordano benissimo e sanno che quella di Mani pulite è stata la più grande occasione persa dal nostro Paese. Già allora l’Italia poteva liberarsi dal cancro della corruzione ma per colpa della politica non ci è riuscita.
Il prossimo 17 febbraio a Milano l’Italia dei Valori organizzerà una grande iniziativa insieme a giornalisti, magistrati, esponenti della società civile per ricordare quegli eventi: l’inizio di Mani pulite.
Non lo faremo per celebrare il passato, ma perché l’Italia ha bisogno di ritrovare nuova energia per cambiare strada e liberarsi dalla malattia della corruzione che la sta distruggendo.”
 
ANTONIO DI PIETRO  
 
 

Intervista a Piercamillo Davigo di Rossella Guadagnini

“E’ l’oblio dei misfatti che lentamente consuma la libertà delle istituzioni”. A dirlo è Piercamillo Davigo, dal 2005 giudice di Corte di Cassazione, nel ’92 pm del pool milanese di Mani Pulite, guidato da Francesco Saverio Borrelli, con Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Francesco Greco. A vent’anni di distanza contro l’oblio dei misfatti, di quello che è stato, si susseguono dichiarazioni e bilanci dei protagonisti di allora sull’inchiesta che scosse l’Italia e il sistema dei partiti dalle fondamenta. Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in questi giorni ha detto che nella lotta alla corruzione occorre “un impegno legislativo, politico e culturale che deve essere innanzitutto profuso dalle autorità centrali e locali. Sono certo – ha poi aggiunto – che il governo si muoverà con decisione e convinzione”.

In quegli anni furono cinque le formazioni che letteralmente scomparvero dalla scena politica. Il partito di maggioranza relativa dei democristiani e altri quattro: socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali. Tre di queste formazioni avevano più di cento anni, ricorda Davigo nella prefazione al volume “Mani Pulite. La vera storia, 20 anni dopo” di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e MarcoTravaglio, riedito per l’occasione da Chiarelettere. Un terremoto dalle cui macerie nacque la Seconda Repubblica. E ora?

“Ora viviamo una fase di restaurazione. Il sistema politico si è rapidamente ricomposto in forme nuove – risponde il magistrato – pur continuando a calpestare sia la volontà dell’opinione pubblica (aggirando, ad esempio, l’esito del referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti), che le esigenze imposte da istanze istituzionali (come Onu, Consiglio d’Europa, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Ocse) di ridare legalità e trasparenza alle istituzioni e al mercato”. La crisi economica che oggi come nel 1992 grava sul Paese probabilmente “ridarà slancio a iniziative serie per ridurre la corruzione e, di conseguenza, a una repressione più incisiva. Ma tanti anni sono passati invano ed è necessario ricominciare dall’inizio a fronteggiare questi fenomeni”.

Davigo lei sottolinea l’importanza della memoria, che ci permette di ricordare quanto è accaduto. Mani Pulite è una ricorrenza ‘celebrativa’ o qualcosa più di un anniversario?
E’ soprattutto un’occasione per ricordare quali dimensioni ha realmente la corruzione e quali danni ha fatto e continua ad arrecare all’Italia. Secondo gli indici di percezione della corruzione il nostro continua a essere un Paese gravemente corrotto, ma le condanne sono scese a un decimo, rispetto al passato. E’ questo il frutto dell’attività della politica, che non solo non ha cercato di contrastare la corruzione, ma spesso ha contrastato indagini e processi.

Lei di recente ha detto che “la corruzione non può essere il costo della democrazia. E’ una balla. Così la democrazia ce l’hanno rubata”.
“In Italia ci sono meno condanne per corruzione che in Finlandia, il Paese meno corrotto del mondo secondo una classifica di Transparency International, mentre noi siamo in fondo alla lista. La corruzione è simile alla mafia, un fenomeno seriale e diffusivo. Quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco, di solito non e’ la prima volta che lo fa. Della mafia ha tre caratteristiche: la sommersione, il contesto omertoso, una cifra ‘nera’, ossia la differenza tra delitti commessi e quelli denunziati. In più le leggi vigenti rendono difficile scoprirla e reprimerla.

Tutti i dati indicano che nel 2012 la corruzione non è inferiore a quella di 20 anni fa: anzi, probabilmente è cresciuta. Eppure una ‘Mani Pulite 2′ non c’è: come mai?
Non basta la corruzione diffusa a far reagire l’opinione pubblica. Le indagini giudiziarie hanno maggior impatto nei periodi di recessione. Peraltro ciò che accadde nel 1992 era anche frutto di un forte scollamento tra il mondo della politica e l’opinione pubblica. Anche oggi sembra esserci questo scollamento e infatti vi è un governo tecnico. L’opinione pubblica invece sembra rassegnata.

Chi sono oggi i corrotti e chi i corruttori?
In parte gli stessi, in parte sono mutati. I partiti politici oggi, da un lato, hanno ingenti disponibilità erogate dallo Stato, dall’altro sono molto più fluidi che in passato: vi sono continue separazioni, fusioni, passaggi dall’uno all’altro schieramento. Quanto agli imprenditori, accanto ad aziende strutturate, ve ne sono altre che sembrano ruotare solo intorno all’imprenditore, affidando poi quasi tutta l’attività produttiva in subappalto. Inoltre, molta parte dell’attività amministrativa è affidata a società di diritto privato, con la sostituzione del contratto all’atto amministrativo. Tutto questo rende ancora più difficile la scoperta e la repressione della corruzione.

In commissione alla Camera c’e’ un disegno di legge anticorruzione, ritenuto da molti insufficiente. Quali elementi, a suo avviso, dovrebbero essere rafforzati?
Quel disegno di legge ha poco a che vedere con i veri problemi relativi alla repressione della corruzione. E’ necessario riscrivere le fattispecie penali, abolire la concussione per induzione -come ci chiede l’Ocse- che permette a molti corruttori di evitare la condanna, presentandosi come concussi anche quando traggono vantaggi da patti illeciti. Occorre ratificare la convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, firmata nel 1999, ma a oggi non ratificata, e infine introdurre i reati da questa previsti come il traffico di influenza e la corruzione privata. E’ indispensabile inserire l’autoriciclaggio e ripristinare norme serie sulle falsità contabili. Tuttavia, data la situazione, forse neppure questo è più sufficiente. Un rimedio potrebbe essere la previsione di operazioni sotto copertura in materia di corruzione, in cui un ufficiale di polizia giudiziaria, simulandosi corrotto o corruttore, potrebbe individuare chi offre o accetta denaro. Negli Usa chiamano queste operazioni “test di integrità”.

Perché in Italia le Authority, preposte al controllo di settori nevralgici dalla finanza alla concorrenza, non hanno ‘scoperto’ alcunché, una funzione assolta invece dalla magistratura inquirente?
Le autorità indipendenti sono organi amministrativi. Possono servire a prevenire reati, non a scoprirli. La scoperta di reati richiede atti intrusivi, quali perquisizioni, sequestri, accertamenti bancari, intercettazioni, rogatorie internazionali, che di solito non sono consentiti agli organi amministrativi, ma richiedono, in base alla Costituzione, alle leggi ed alle convenzioni internazionali, l’intervento dell’autorità giudiziaria.

Lei adesso è giudice di Corte di Cassazione: si sente parte della casta?
Escludo che i magistrati in generale siano membri di una casta. È sufficiente un’osservazione: i magistrati che rubano o colludono con il crimine organizzato, quando scoperti, finiscono in carcere. A mandarceli sono altri magistrati e, abitualmente, i provvedimenti sono confermati proprio dalla Corte di Cassazione.

FONTI :  http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-democrazia-rubata-perche-una-mani-pulite-2-oggi-e-impossibile-intervista-a-piercamillo-davigo/

http://www.italiadeivalori.it/mani-pulite/

Evasione: il parassita ha camicia e cravatta

Nella rete i responsabili del sito http://evasori.info hanno fotografato una realtà dell’evasione che consente alcune riflessioni di natura culturale, prima ancora che statistiche. Il parassita non veste, per forza, Prada, ma indossa camicia e cravatta.

La nota pubblicità televisiva anti evasione che ritrae il “parassita della società” si conclude con un’immagine maschile ben precisa: barba incolta, basettoni alla Elvis, camicia sbottonata, senza colletto, e sguardo poco raccomandabile.

La scelta del messaggio e della comunicazione – soprattutto visiva – non è casuale ed è bene rammentare che lo spot venne commissionato dal precedente Governo.

Sullo schermo, poi, sfilano le fotografie di una serie di batteri (raccapriccianti nella forma) definiti quali “parassiti” di alcuni animali.

Viene così data una rappresentazione del fenomeno evasione (i batteri) e degli evasori (l’ultimo fotogramma del soggetto) di anormalità, se non estraneità, al tessuto sociale. Un qualcosa ed un qualcuno diverso e non omogeneo alla società; in altri termini: alieno se non mostruoso. In effetti è assai improbabile avere occasione di incontrare per strada persone somiglianti, anche solo per look ed immagine, all’attore dello spot.

Certamente il rapporto tra cultura, legalità ed evasione è sempre stato complesso e giocato su una serie di equivoci ed ambiguità che hanno, inevitabilmente, distorto il significato di “devianza” e di rottura della regola di convivenza che dovrebbe invece essere associata al comportamento di chi evade o elude le tasse.

Non si tratta del solo comune sentire secondo il quale l’evasore è un furbo: l’argomento è molto più profondo. Come se fosse stata cucita nel DNA del tessuto sociale un’impronta culturale che non consente, nemmeno al singolo, di apprezzarne il reale disvalore. Il professionista e l’imprenditore che sottraggono anche solo una piccola parte dei loro utili al fisco e pure l’operaio o l’impiegato (costretti al lavoro nero) sono addirittura “assolti” o giustificati dall’opinione pubblica. Analoga sorte non spetta al borseggiatore, ad esempio, per il quale si reclama ad alta voce severità e certezza della pena. Molti provano anche senso di disagio o imbarazzo – seppure consapevoli della violazione – a richiedere la ricevuta, la fattura o lo scontrino fiscale.

Per rendersi conto quanto sia vero questo atteggiamento psicologico e, quindi, quanto sia esteso (e tollerato) il fenomeno dell’evasione è sufficiente visitare il sito http://evasori.info che raccoglie le segnalazioni degli utenti, anche per piccole somme, riguardanti il mancato rilascio di ricevute o scontrini fiscali. I segnalatori ed i segnalati rimangono anonimi, ad eccezione di una generica individuazione per provincia o città di competenza.

Ciascuna comunicazione viene riportata in tempo reale su una mappa dell’Italia ove viene “taggata” la somma evasa (ad esempio un omesso scontrino per una consumazione) e la provincia o la città ove l’episodio si è verificato. E’ assai impressionante constatare il continuo e ininterrotto fluire delle segnalazioni che nell’ambito di una sola giornata raggiungono somme complessivamente molto elevate.

 responsabili del sito così giustificano la scelta dell’anonimato per chi denuncia e per chi è denunciato: “Gli utenti possono segnalare la categoria di evasione, ma non informazioni specifiche che possano servire ad identificare l’evasore. L’anonimato è essenziale per eliminare incentivi all’abuso, per esempio l’uso di segnalazioni fasulle a scopo di diffamazione. Per assicurare che sia impossibile risalire all’identità degli evasori anche nei piccoli comuni, tutti i dati sono aggregati in zone geografiche”.

Viene poi precisato: ”Per chi voglia far seguito alla segnalazione anonima con un esposto ufficiale, identificando l’evasore ma anche fornendo le proprie generalità, può rivolgersi al 117 della Guardia di Finanza, chiamando dal posto dell’evasione. Evasori.info fornisce anche un modulo pronto per essere stampato e portato ad un comando provinciale della GdF”.

Il maggior numero di segnalazioni riguarda esercizi commerciali e servizi per la persona, seguiti da medici, avvocati e professionisti.

Naturalmente questo non fornisce alcun dato effettivo e reale sul fenomeno e tanto meno è possibile costruire una mappa territoriale degli evasori e dell’evasione. Ma l’esperimento, come ogni ricerca empirica, fornisce elementi di riflessione.

Il corretto fluire dei dati è assicurato dall’anonimato. Evidentemente un diverso presupposto di indagine renderebbe del tutto inattendibili i dati. Questo non solo per fenomeni di diffamazione – come osservato dai responsabili del sito – ma perché sarebbero davvero poche le persone disposte a segnalare un fatto di evasione anche minimo nell’entità della somma sottratta all’erario. Non c’è il coraggio di richiedere la ricevuta, ma “se nessuno sa come risalire al nominativo” qualcuno si rende disponibile alla comunicazione in rete.

Se venisse introdotta una legge di abrogazione della ritenuta di acconto sugli stipendi e sui salari (così che il dipendente dovesse dichiarare il proprio reddito e pagare direttamente le imposte) il fenomeno dell’evasione aumenterebbe in misura geometrica.

Gli accertamenti eseguiti di recente a Portofino e, prima ancora, a Cortina non hanno scatenato sentimenti di approvazione nella maggior parte della popolazione, quanto reazioni di soddisfazione “vendicativa”: chi non può evadere lamenta di non poterlo fare a dispetto di coloro che ne hanno invece l’opportunità.

Nell’immaginario collettivo vi è poi la rappresentazione dell’evasore come di colui che sottrae milioni di euro al fisco, ha lo yacht e conduce una vita da Vip.

Mentre nessuno riflette – o è indotto a riflettere – sul fatto che è sufficiente non dichiarare al fisco ricavi per 60.000,00 euro annui per avere un lucro illecito di circa 30.000,00 euro ogni anno. Ciò che consente di avere un auto di grossa cilindrata, permettersi una vacanza alle Maldive, trascorrere un fine settimana a Cortina, regalare alla moglie la pelliccia o il diamante e condurre una vita agiata.

Per non dichiarare 60.000 euro di ricavi è poi sufficiente che un ristoratore ometta una ricevuta per 300 giorni in un anno per un pranzo od una cena di sei persone.

L’esempio non è finalizzato a criminalizzare la categoria dei ristoratori (qualsiasi generalizzazione è espressione di un errore e di una ingiustizia), ma semplicemente ad una più consapevole comprensione di quanto l’evasione sia una realtà molto meno distante di quanto si immagini.

Ciò che dovrebbe indurre politici, intellettuali e più in generali le classi dirigenti a riflettere sul concetto e sul significato di legalità.

Una riforma del sistema vigente – anche in una prospettiva più efficacemente sanzionatoria – non può prescindere dallo sviluppo di una nuova cultura e del senso etico della responsabilità del singolo verso gli altri consociati.

L’adempimento dei doveri civici deve trovare espressione, innanzitutto, nella scuola e davvero costituire il DNA di una diversa società.

MAURIZIO VECCHIO

FONTE : http://www.agoravox.it/Evasione-il-parassita-ha-camicia-e.html?

Noi vogliamo decidere!

Referendum sulle misure economiche della BCE.

Alla vigilia dell’assemblea nazionale del 17 dicembre del Comitato No Debito , rendiamo noto l’appello per il referendum contro i diktat dell’Unione Europea.

 

Con tre lettere scambiate tra Governo italiano, Commissione europea ed Euro Vertice, si sono decise misure di risanamento del debito pubblico con piani di austerità che mirano a tagliare salari, stipendi e pensioni, a manomettere il diritto del lavoro, a privatizzare i beni comuni, e che prevedono addirittura la modifica della Carta costituzionale.

I governi, qualunque siano i loro colori politici, devono attuare le decisioni della Commissione europea e della BCE.

I leaders dei partiti così come il presidente del Consiglio Monti, così come quelli della finanza e dell’industria, parlano di provvedimenti impopolari, quasi fossero il segno di lungimiranza delle classi dirigenti che pretendono di interpretare l’interesse generale dei e delle cittadini/e.

Noi invece, ispirandoci alla saggia massima della giurisprudenza romana ‘ciò che tocca tutti, da tutti deve essere deciso’, chiediamo di far esprimere i/le cittadini/e con un referendum di indirizzo – come quello tenutosi in Italia nel 1989 – sui ‘piani di austerità’ indicati nelle lettere scambiate tra il governo italiano e gli organismi dell’UE.

La democrazia non può essere commissariata per salvare i mercati finanziari e le banche. A decidere le linee di intervento, i modi e i tempi per superare la crisi devono essere i e le cittadini/e: la democrazia è la sola via per compiere responsabilmente le scelte che toccano la vita di ogni persona.

 

Prime adesioni:

Alessandra Algostino; Alfonso Di Giovine; Giorgio Cremaschi; Franco Russo; Giulietto Chiesa; Paola Giaculli; Sergio Bellavita; Fabrizio Tomaselli; Jacopo Venier; Giovanni Russo Spena; Mauro Casadio; Ciro Pesacane; Sergio Cararo; Roberto Musacchio; Alfonso Gianni; Piero Bevilacqua; Paola Cacciari; Gianluigi Pegolo; Antonia Sani; Piero Di Siena; Imma Barbarossa; Pasquale Voza; Annamaria Rivera; Mario Agostinelli; Ersilia Salvato; Francesco Piobbichi; Alfio Nicotra; Franco Ragusa; Mario Cocco;Andrea Fioretti; Carlo Guglielmi; Danilo Corradi; Eleonora Forenza; Emidia Papi; Fabrizio Burattini; Franco Grisolia; Giorgio Sestili; Monica Usai; Moreno Pasquinelli; Nando Simeone; Paolo Di Vetta; Paolo Grassi, Luciano Vasapollo, Joaquim Arriola, Rita Martufi

FONTE  http://www.contropiano.org/

 

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