A chi marcia per la Vita..

In Italia si interessano della tua vita se sei un embrione, un feto o sei in coma irreversibile e vegeti.

Quando invece sei vivo, perdi il lavoro, non riesci a sfamare la tua famiglia, e non riesci a pagare le tasse, allora ti puoi impiccare, di te non gliene frega più un accidente a nessuno.
Cetti De Paoli

(dalla pagina facebook  Italia libera e democratica)

Perchè pagare il debito?

Leggo dall’editoriale di Galapagos sul Manifesto, che nel 2009 il debito pubblico della Grecia era il 120% del Pil e dopo due anni di cure da cavallo è diventato il 180% del Pil. L’austerità non ha risanato i conti, ha depresso l’economia, quindi il Pil, costringendo la Grecia a indebitarsi ulteriormente e a decidere ulteriori sacrifici. Una spirale perversa fino fino alla bancarotta (default). L’Italia in recessione (Pil -0.7% ultimo trimestre 2011, più 55 miliardi di debito per il solo mese di dicembre) è sulla stessa strada?

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Perchè non possiamo fare come l’Islanda ? Un paese molto più grande come l’Argentina lo ha fatto.

Se io faccio un debito, poi devo restituirlo. Perciò, evito di farne. Ma qualcuno può decidere di farne al posto mio, senza che io possa oppormi. La mia banca o il mio governo. E se le cose vanno male, le conseguenze ricadono su di me. Se la banca fallisce, magari devo salvarla come contribuente. Se lo stato si avvicina alla bancarotta, devo rimetterci salario, servizi sociali o pagare più tasse. Perchè, insieme con tanti altri che sono stati indebitati a loro insaputa, dovrei accettare questo sistema?

Può succedere che io sia obbligato dal bisogno a fare un debito. E mi rivolga alla banca, a istituti finanziari, a privati. E che il credito mi venga concesso con tassi di interesse esosi. Se anche riesco a ripagare il debito, devo continuare ad indebitarmi per pagare gli interessi. E’ immorale ribellarsi agli strozzini?

In Italia, una grande quantità di risorse è assorbita dall’evasione fiscale, dalla corruzione politica, dalla criminalità organizzata. Inoltre, il 45% della ricchezza nazionale è posseduto dal 10% delle famiglie. Pagando il prezzo del debito, di fatto, non continuo a finanziare ruberie e diseguaglianze?

So che la Cgil ha proposto una tassa straordinaria dell’1% sui redditi superiori agli 800 mila euro l’anno. Riguarderebbe il 5% della popolazione e raccoglierebbe 18 miliardi in un anno, quasi l’equivalente dell’intera manovra annuale. Ma, l’argomento, non è neanche discusso.

Perchè è meglio dissanguare l’economia nazionale, i redditi dei ceti medio e medio bassi, per pagare un debito che non finisce mai?

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In una intervista Loretta Napoleoni propone: “L’Italia faccia come l’Islanda, scelga il ‘default pilotato’ ed esca dall’euro” .

La sua soluzione non sarà semplice e lei stessa dice che è impraticabile a causa dell’opposizione francese, ma rischia di dover prima o poi diventare obbligata, se anche le manovre di risanamento si riveleranno inutili. Potrà diminuire il debito, ma se diminuisce anche il PIL, o crescono i tassi di interesse, il rapporto debito/PIL resta invariato o può persino peggiorare. Qual’è allora la soluzione semplice?

Tagliare pensioni, sanità, enti locali? Ma non sono soluzioni semplici per chi ne deve pagare le conseguenze. Inoltre cosa è questa soluzione se non un prelevare soldi da lavoratori, pensionati, malati, per darli ai creditori banchieri. Il meccanismo del debito e del suo continuo risanamento funziona come una permanente redistribuzione alla rovescia.

I fautori più convinti del risanamento del debito, per interessi di classe o per facilità di soluzione, non si concentrano sull’evasione fiscale, sulla concentrazione delle ricchezze, sulle risorse assorbite da corruzione e criminalità organizzata. Si concentrano sullo stato sociale. Sui redditi, sulle pensioni. Che però sono anche una leva dello sviluppo. Anche lo stato sociale è reddito redistribuito. E come si concilia la riduzione dello stato sociale con l’emancipazione dal Welfare privato e familistico e la possibilità per le donne di andare a lavorare?

All’inizio degli anni ‘80 il debito pubblico era al 60% del PIL e fino al 1990 era sotto il 100%. Poi, oltre la spesa pubblica – e va bene tagliare gli sprechi – hanno inciso i tassi di interesse, l’evasione e l’economia sommersa.

Infine, mi sfugge la razionalità e la necessità di un sistema in cui ogni stato è creditore e debitore, e si deve dannare per farsi pagare il debito e per ripagarlo a sua volta. Tra governo, imprese e famiglie, la Francia arriva ad un debito del 175% sul PIL. L’Italia al 220%

Senza il debito non potremmo fare investimenti? Ma anche il risanamento del debito sottrae risorse agli investimenti.

Una guida critica alla riforma del mercato del lavoro

E’ arrivata.

La riforma del lavoro ha raggiunto una forma, pare, definitiva, approvata dal Consiglio dei Ministri. Curioso che questa forma si presenti come relazione del Ministro del Welfare e non come vero e proprio documento licenziato dall’Esecutivo.

È assai discutibile che, a tavolo con le parti sociali concluso e approvazione da parte del CdM avvenuta, ancora non sia stato reso noto un testo ufficiale  e definitivo. Si tratta di una opacità di non poco conto: sia per questioni estremamente concrete (nei tecnicismi delle formulazioni risiedono ricadute molto incisive sulla vita materiale di tutte e tutti coloro cui la riforma si rivolge), sia per ragioni di trasparenza e democrazia nel dibattito pubblico. Impossibile non notare, infatti, che l’assenza di testi definitivi si accompagni a dichiarazioni da parte del ministro Fornero sostanzialmente contraddittorie con i documenti circolati. Tanto da indurre nei più smaliziati il sospetto di una deliberata strategia di mistificazione. Queste mistificazioni si avviluppano in via preferenziale intorno al tema della precarietà (Non solo sulla precarietà tuttavia. Di questi giorni è la vulgata su una presunta estensione dell’art.18 per licenziamenti discriminatori smascherata qui efficacemente da Umberto Romagnoli), terreno prediletto della retorica governativa, sul quale sono state sbandierate rivoluzioni che non è dato oggi rilevare e dove, invece, emergono contraddizioni non da poco. Vediamo perché.

Riduzione contratti precari: falso! E’ stata la prima delle tante promesse non mantenute del Governo. Appena cominciato l’iter della trattativa il Ministro Fornero aveva assicurato una riduzione drastica delle oltre 40 tipologie contrattuali oggi presenti. A parte la limitazione del contratto di associazione in partecipazione, rimane in piedi la pletora di tipologie contrattuali precarie: perché per esempio non abolire il lavoro a chiamata o lo staff leasing, obrobri filosofici e giuridici?

Lotta agli abusi contrattuali:  discutibile. Il Governo aveva garantito un contrasto “secco e severo agli abusi”. Restano dubbi, tuttavia, sull’efficacia della strategia scelta: la ridefinizione normativa delle tipologie contrattuali. Una ridefinizione apprezzabile, in quanto le riconduce ad una funzione genuina: si sancisce l’illegittimità, per esempio, di un  contratto a progetto per mansioni strettamente esecutive o uguali a quelle svolte da lavoratori dipendenti, oppure di una prestazione con partita iva se prolungata per oltre sei mesi o produttrice di oltre il 75% del reddito del prestatore d’opera. Tuttavia si tratta di una stretta normativa che può essere fatta valere solo ex post, cioè nel caso in cui un lavoratore faccia causa al suo datore di lavoro oppure in base a una denuncia fatta dagli ispettori del lavoro. Non è un problema da poco se teniamo presente la strutturale fragilità e ricattabilità dei parasubordinati (o di larga parte di essi). Privi di un contratto collettivo nazionale di riferimento, di rappresentanza sindacale e con il rischio costante di non vedersi rinnovato il contratto, per un collaboratore fare causa è una specie di atto eroico. Soprattutto in  un mercato del lavoro in cui la disoccupazione giovanile al 30% funziona come un ricatto strisciante che costringe ad accettare anche condizioni di lavoro chiaramente illecite. Del resto è difficile pensare che i servizi siano in grado di sorvegliare sull’attivazione di tutti i contratti di lavoro a termine.

Alcuni interventi pensati come contrasto agli abusi, poi, oltre a non essere efficaci rischiano di produrre un effetto peggiorativo rispetto alla condizione di partenza.

E’ il caso dell’aumento delle aliquote per i collaboratori (e p.iva?): dannoso! Per i co.co.pro, infatti, è previsto un aumento dei contributi da versare alla gestione separata dell’Inps che porti dall’attuale 27,72% al 33% nel 2018. Contemporaneamente però niente è stato fatto sui compensi minimi, con il rischio che l’aumento delle aliquote si scarichi sui compensi netti dei collaboratori, provocandone un ulteriore abbassamento. Più che di un rischio, in realtà, si tratta di una certezza come mostrano le clausole inserite da solerti datori di lavoro nei nuovi contratti dei loro collaboratori, nelle quali, nero su bianco, si avvisa che in caso di un aumento del costo del lavoro previsto dalla riforma i compensi pattuiti saranno rivisti al ribasso (ne parla Saldutti qui). Non si capisce se l’aumento riguarderà solo i collaboratori a progetto o tutti coloro che versano alla gestione separata. In questo secondo caso il problema assumerebbe proporzioni insostenibili per le partite iva, che, ricordiamolo, pagano interamente i propri contributi previdenziali perché non soggetti alla ripartizione del carico contributivo come avviene per i collaboratori.

Non essere intervenuti sui compensi rappresenta contemporaneamente un danno ai parasubordinati che vedranno ulteriormente comprimersi i loro compensi (per dare un’idea il compenso medio annuo di un collaboratore monocommittente nel 2009 era di 8.023 Euro, Indagine Di Nicola); e un’enorme occasione persa dato che un intervento congiunto di aumento del costo del lavoro parasubordinato e dei compensi di chi lavora con tali contratti avrebbe rappresentato un disincentivo ex ante all’utilizzo improprio di tali forme e un risarcimento per i lavoratori del rischio connesso alla scadenza del contratto.

Ma la beffa più amara per l’esercito dei precari è rappresentata dall’ASpI (assicurazione sociale per l’impiego) il nuovo ammortizzatore firmato Elsa Fornero, che unifica l’ indennità di disoccupazione e la mobilità, di cui già abbiamo parlato qui.

L’ASpI è stata spacciato come universale, cioè finalmente rivolta a tutti, ma è una falsità clamorosa: per i precari non cambia niente. I parasubordinati che erano esclusi prima dall’indennità di disoccupazione, lo sono oggi dall’ASpI. Per avere un’idea si tratta di circa 1 milione di lavoratori atipici (dati Isfol 2010): cococo, cocopro, assegni di ricerca, docenze a contratto, partite iva, collaborazioni occasionali ecc. I dipendenti a tempo determinato, formalmente inclusi dall’Aspi come lo erano dall’indennità di disoccupazione, continuano a sottostare a requisiti d’accesso altissimi che penalizzano i più giovani e i più precari (2 anni di anzianità contributiva e 52 contributi settimanali versati, che rimangono identici nel passaggio da indennità di disoccupazione a Aspi), tanto da determinare un’esclusione sostanziale di gran parte della platea di riferimento. Prevede requisiti più bassi la Mini-Aspi: nome nuovo per la vecchia indennità di disoccupazione a requisiti ridotti, sempre rivolta ai soli dipendenti e così poco generosa da essere quasi ininfluente per chi è senza lavoro e ha bisogno di un sostegno al reddito.

La novità del testo uscito dal Consiglio dei Ministri (venerdì 23 Marzo) riguarderebbe invece il rafforzamento e la resa strutturale dell’una tantum per i cocopro. Il testo non spende più di due righe per affrontare un problema che doveva essere il principale del riordino degli ammortizzatori: come fornire un sostegno al reddito a chi è storicamente dimenticato dal sistema di protezione, ma anche il più esposto al rischio disoccupazione e alla fragilità economica. E, in più, l’affronta male.

L’una tantum, misura istituita dalla Finanziaria Tremonti 2009 e ratificata dalle finanziarie degli anni successivi, è escludente e avara: oltre a lasciare fuori i cococo del pubblico impiego, le partite iva e tutti gli altri parasubordinati, pone requisiti di accesso ai cocopro così stringenti che di tutti i cocopro rimasti senza lavoro, tra il 2009 e il 2011 hanno usufruito dell’ una tantum solo 13.000; l’importo della misura, poi, corrisponde al 30% del reddito percepito nell’anno precedente (comunque mai superiore ai 4000 Euro) a prescindere dal tempo effettivamente lavorato. Che significa? Che il meccanismo di calcolo è particolarmente penalizzante proprio per i soggetti più fragili, quelli che hanno lavorato solo pochi mesi nell’anno passato. In vista di un imminente (?) intervento in merito, quelle appena ricordate sono osservazioni a memoria dei limiti che non si devono replicare.

Ma il problema non è solo di ripensamento tecnico, bensì di senso complessivo di tale strumento: non rientrante nel sistema degli ammortizzatori sociali tradizionali, ma diverso da un reddito di base o d’inserimento a carattere universale. L’una tantum, per la sua stessa ontologia, somiglia a qualcosa di molto meno sofisticato di un ammortizzatore sociale, o di un reddito di base: somiglia a un’elemosina. E di elemosina non è più tempo.

Per chi aspettava una riforma del lavoro capace finalmente di ridurre le tipologie contrattuali precarie, scoraggiare gli abusi con l’aumento dei contributi e dei compensi (magari con l’aggancio ai contratti collettivi nazionali di riferimento), costruire un welfare più equo e universale, con ammortizzatori sociali per tutti e l’istituzione di un reddito di base questa riforma è un niente di fatto. Per il Governo una grande occasione persa. O forse no.

Inevitabile domandarsi a cosa è servita la retorica sui giovani e sulla precarietà e il perché di tante promesse non mantenute. L’attacco violento all’articolo 18 (che con il modello tedesco ha ben poco a che fare, come spiega qui Ambrosino) suggerisce la risposta. Un atto molto più ideologico che tecnico aveva bisogno di una giustificazione convincente, che tuttavia non ha convinto i più, dato che il governo Monti cala drasticamente nella fiducia degli italiani proprio a causa della riforma del lavoro. Probabilmente inizia a sgretolarsi l’illusione della neutralità della tecnica e il “Ce lo chiede l’Europa” non convince più.

(Claudia Pratelli)

FONTE  http://italia2013.org/2012/03/26/una-guida-critica-alla-riforma-del-mercato-del-lavoro/

La nuova Costituzione

By ilsimplicissimus

La Costituzione
della Repubblica Italiana

Principi fondamentali
Art. 1

L’Italia è una Repubblica  fondata sul lavoro precario.

La sovranità appartiene alle Banche e alle Fondazioni, che la esercitan0 informalmente e senza i limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili di chi ha il potere, sia come singoli sia nelle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di egoismo politico, economico e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno diversa dignità sociale e non sono eguali davanti alla legge, con distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la diseguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo dello sfruttamento e l’effettiva esclusione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto alla disoccupazione e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra all’arricchimento materiale della classe dirigente.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le cricche locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio trasferimento di fondi pubblici; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia di potenti, aziende e mafie.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme la minoranza linguistica italiana.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, dipendenti e correlati.

I loro rapporti sono regolati dal governo e dalla Cei. Le modificazioni dei patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con la chiesa cattolica.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con il Vaticano.

Art. 9

La Repubblica promuove lo repressione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica.

Tutela l’abuso edilizio e svende il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle lettere della Bce.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e del trattato internazionale sulla tratta degli schiavi del 1768.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche non ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

E’ ammessa l’estradizione dello straniero e del cittadino per reati politici.

Art. 11

L’Italia ripudia la pace come strumento di offesa alla libertà dell’industria bellica e come antieconomico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri l’ingiustizia  fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il monocolore italiano:  bianco a bande verticali di ogni tipo.

fonte : http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2012/03/22/la-nuova-costituzione/

Italia, paese dai bassi salari: una lettura ragionata

Siamo tra i paesi europei che pagano meno i lavoratori, mentre abbiamo gli orari di lavoro più lunghi. Nonostante ciò la competitività delle nostre imprese è tra le più basse. Il quadro di un paese che ha sbagliato obiettivi e che si appresta a commettere ulteriori errori.

 

Ieri e oggi i quotidiani hanno riferito la diffusione dei dati Eurostat sui salari medi lordi nei paesi dell’Unione. Tuttavia i dati diffusi, per ciò che riguarda l’Italia, si riferiscono al 2006, mentre per altri paesi si arriva al 2009. Inoltre i dati italiani riguardano le aziende con più di 10 dipendenti, mentre per altri paesi il campione è l’intero mondo del lavoro. Evitiamo quindi di riportare statistiche così disomogenee e ci affidiamo invece all’OCSE che fornisce dati più aggiornati e uniformi.

Salari medi lordi

Questo grafico rappresenta la situazione al 2002:

OCSE: salari medi anno 2002, in US$ 2009 a parità di potere d’acquisto, prezzi correnti

Come si può notare l’Italia è una posizione defilata, ben lontana dal “centro” dell’Europa e vicina ai paesi meno ricchi.

La situazione al 2010 è invece questa:

OCSE: salari medi anno 2010, in US$ 2009 a parità di potere d’acquisto, prezzi correnti

Si può notare che la situazione è peggiorata negli 8 anni trascorsi. L’Italia viene scavalcata dalla Spagna e dalla Finlandia e viene avvicinata dalla Slovenia. In sostanza, l’Italia da ultimo paese dell’Europa “ricca” nel 2002 passa ad essere il secondo dell’Europa “povera”. Da notare anche il modesto incremento dei redditi da lavoro in Germania, paese che ha adottato una politica di stabilità salariale, ma che continua a mantenere un differenziale importante con l’Italia e il resto dei “Pigs”.

Ore lavorate

Mentre i lavoratori italiani sono tra i peggio pagati d’Europa, il numero di ore di lavoro per anno per addeto risulta fra i più alti.

OCSE: ore lavorate per addetto in un anno, anno 2010

Anche qui, si può notare come il nostro paese risulti vicino alle nazioni meno sviluppate d’Europa, piuttosto che alle maggiori economie. Si noti inoltre come la Grecia, spesso dipinta come paese di “fannulloni” risulti invece in testa tra i paesi considerati.

Costo del lavoro

Il costo del lavoro in Italia, inteso come retribuzione, oneri sociali e altre spese, risulta minore rispetto alle grandi economie europee, come si evince da questo grafico:

Eurostat: costo del lavoro totale orario, anno 2010

L’Italia si colloca al di sotto della media della zona Euro. E’ quindi privo di fondamento l’assunto che le imprese italiane paghino il lavoro più di quelle delle economie avanzate europee, ad eccezione della sola Gran Bretagna (dove è particolarmente bassa la componente degli oneri sociali).

Produttività

Il quadro è ribaltato invece quando si considera la produttività. Qui mostreremo la produttività come calcolata dall’OCSE, Prodotto interno lordo (in Euro) per ora lavorata:

OCSE: Produttività (Pil in euro / ore di lavoro) a prezzi costanti

Come si può notare, la produttività italiana risulta bassa in valore assoluto e stagnante, quella Greca è addirittura calante, mentre tutte le altre sono crescenti, sia pure con inclinazioni differenti.

In altre parole, l’Italia è un paese fermo da molti anni. La sua produzione, intesa nel senso più generale, è rimasta poco remunerativa, mentre i partner europei hanno saputo migliorare la capacità di produrre reddito.

Da notare che nel 2003 è intervenuta una significativa modifica del mercato del lavoro, con l’introduzione di nuove forme di lavoro flessibile, ampiamente sfruttate dalle imprese. Ciò però non ha avuto effetti significativi sulla produttività del lavoro.

Conclusioni

Mentre il dibattito pubblico appare tutto concentrato sulla riduzione delle tutele del lavoro, le cui conseguenze più immediate sono il contenimento salariale e l’aumento delle ore di lavoro effettive, i dati mostrano invece che le politiche sinora adottate in questa stessa direzione non hanno avuto l’effetto di ridurre il gap di produttività rispetto alle potenze economiche europee e si sono pertanto dimostrate del tutto inefficaci rispetto agli obiettivi enunciati.

Come abbiamo già evidenziato, il problema della bassa produttività italiana non può addebitarsi al fattore lavoro, che anzi risulta maggiormente a buon mercato che altrove.

Secondo l’UE “la crescita della produttività dipende dalla qualità del capitale fisico, dal miglioramento delle competenze e della manodopera, dai progressi tecnologici e dalle nuove forme di organizzazione.”

Le cause probabili delle scarse performance italiane andrebbero ricercate nella scarsa “produttività del capitale”, vale a dire dei mezzi di produzione, intesi nel senso più ampio, obsoleti o sottoutilizzati, così come nella frammentazione del capitale in moltissime microimprese che non riescono a realizzare quelle economie di scala e quell’innovazione di processo e di prodotto che permettono una maggiore competitività delle stesse e nella specializzazione produttiva. Non sorprende quindi la bassa qualificazione dei lavoratori richiesta nel nostro paese dal tessuto produttivo, che abbiamo già evidenziato in passato.

La discussione pubblica si sta quindi svolgendo sul lato sbagliato dei fattori produttivi. Riforme che tendessero a precarizzare ulteriormente il lavoro e/o ridurre i salari effettivamente percepiti, non avrebbero probabilmente impatti positivi sulla produttività, come non li hanno avuti in passato, mentre risulterebbero nocive sul lato della domanda aggregata.

FONTE :  http://keynesblog.wordpress.com/2012/02/27/italia-paese-dai-bassi-salari-una-lettura-ragionata/

Il massacro dei poveri cristi

I precari sono la razza peggiore del paese
Chi prende una laurea dopo i 28 anni è uno sfigato
La tutela dei lavoratori non è un tabù
“Possiamo anche togliere la cassa integrazione e sostituirla con…
Io non ho mai preso 500 euro al mese; mi sono fatto un mazzo così e chi prende 500 euro al mese è uno che sfigato
Il lavoro fisso è una noia mortale; bisogna cambiare
Quali opportunità? Quale osare? Neppure ci si sposa più per paura di mettere su famiglia, di avere una casa e rischiare di mettere al mondo dei figli. Quale lavoro fisso noioso? Forse quello di alcuni viziosi del potere finanziario? O dei figli di mamma e papà che hanno potuto prendersi (o pagarsi) una laurea e che adesso possono vivere tranquillamente accanto a mamma e papà che sono o sono stati ministri e sottosegretari? Forse quello di alcuni piduisti cicchittari che dal 1976 (in Russia c’era ancora Breznev) non schiodano il culo dalla poltrona? Forse quello dei tanti complici di stragi e assassini di ieri, oggi e domani? Forse quello dei tanti De Pedis? Questi avvoltoi che in nome del profitto politico e finanziario non esitano a massacrare facendosi poi beffe delle loro vittime meritano forse pietà?”. Ermanno Bartoli (barlow), Reggio Emilia

FONTE : http://www.beppegrillo.it/2012/02/il_massacro_dei.html

Forconi in Sicilia

L’unica cosa che è possibile dire sui forconi in Sicilia è che non si capisce niente. Prendere posizione risulta difficile per due motivi in stretta relazione tra loro:

- Manca il punto di vista dei media “istituzionali” (tv e stampa nazionale hanno omesso o declassato a trafiletto la notizia, spesso relegata addirittura fra le informazioni sul traffico) che di solito orienta l’opinione pubblica con nettezza: se il tg 1 dice una cosa, ti fai comunque un’idea, o perché credi che dica la verità o perché sai che tipo di minchiate dice di solito.

-  L’informazione via social network, rete, blog e videofonini - utilizzata come unica fonte - dimostra tutti i suoi limiti, primo tra tutti la confusionarietà. È plurale, libera, ma è frammentata e non è orientata da niente. Sembra un pregio e invece è un difetto. Chi mette in circolo le informazioni è “illegibile”: non se ne conoscono l’affidabilità, le idee generali, la credibilità di portavoce.

La cosa potrebbe perfino essere voluta. I forconi magari hanno deciso di non vendere il servizio ai soliti giornalisti proprio per non alienarsi le simpatie di nessuno, oppure per fare antipatia a tutti. Oppure per costringere chi vuole farsi un’idea a indagare per conto proprio, rivolgendosi quindi a fonti “dal basso”, molto più manovrabili perché in pratica  costituite dai manifestanti stessi.

Le obiezioni al movimento che più circolano in rete sono due:

1) Che dietro ci siano forza nuova, Scilipoti, Micciché e Pippo Gianni e, conseguentemente al deficit informativo di cui sopra, che nessuno abbia smentito la cosa. Ecco: come si fa a smentire o a confermare? Un conto è smentire il tg 3, un conto è smentire twitter. Smentire (o confermare) il tg3 ha un ritorno, smentire twitter, intanto non si può, e poi sarebbe pure da scemi. Chi smentisci? O quanti smentisci? Uno per uno? E ti conviene? No, perché più circola il tweet, per quanto infondato o pilotato, più tu forcone stai facendo bingo.

 2) Che il movimento dei forconi sia composto da quella stessa maggioranza che ha eletto l’assemblea regionale contro la quale protesta. È un ragionamento che non tiene.  Non è che se la maggioranza ha agito da clientela poi non può morire di fame. Anche le clientele muoiono di fame. E la fame è fame per il cliente come per l’elettore.

Il quadro è incasinato al punto che anche chi va a dare un’occhiata di persona si smarrisce. I presidi davanti alle autostrade sono composti in prevalenza da gente umile, che probabilmente forza nuova e Scillipoti non sa neanche chi o che siano. Gli umili stanno subito simpatici, siamo noi. Però in Sicilia la gente umile è spesso quella che beneficia dalle politiche clientelari e dei finanziamenti utilizzati come elemosina o come busta della spesa compravoto. Motivo per cui è facile interpretare il movimento come la rivolta di chi si è visto tagliare quell’elemosina che fa sopravvivere lui e affossa il resto dell’isola, e che non  appena qualche spiccio pioverà sulla sua mano tesa, tutto tornerà come prima. E rieccoci all’obiezione 2.

L’interrogativo che rimbalza su facebook è: perché ci sono gli agricoltori? Gli agricoltori sono l’equivalente siciliano dei pastori sardi: una corporazione stritolata da interessi più grandi (la cosiddetta grande distribuzione), che tentano di trascinarsi dietro nella protesta tutte le  corporazioni che hanno a che vedere col suo indotto, in primis gli autotrasportatori, esasperati dal caro gasolio.

Con chi stare? Con i forconi che protestano? Con chi,  impossibilitato dal loro blocco a guadagnarsi la giornata da precario o da prestatore d’opera occasionale in un cantiere, protesta contro i forconi? Boh. Qua può succedere tutto come niente. Può scoppiare una bolla di sapone come una bomba H. Questa è un’isola paradossale. Le sue proteste lo sono altrettanto.

Ieri i paradossi si intuivano, oggi  si palesano. A Rosolini, centro agricolo-senile del siracusano dall’economia finto-depressa, c’è Pippo Gennuso che si incatena coi forconi perché le rivendicazioni del movimento vengano ascoltate. Ma ascoltate da chi? Gennuso, appartiene all’Mpa, l’unico partito stabilmente al governo di quella Ars che il movimento sollecita a colpi di badile affinché abbassi le accise sul gasolio e attui lo statuto siciliano. Quindi forse Gennuso si sta incatenando per curarsi la sordità. Ma la sordità si cura dall’otorino, con gli apparecchi acustici, non sulle rotaie del treno, con le catene. Che poi treni da Rosolini ormai ne passano pochi, mannaggia. E quelli del movimento, visto che Gennuso è là con loro, bello che incatenato, perché non gli infilzano le orecchie con un dente del forcone, che magari gliele stuppano dal cerume? Non volevano mandare a morte la classe politica come nei vespri siciliani? Ora che c’è? Si spaventano pure a fargli un cotton fioc?

Gennuso ieri se ne è uscito con dichiarazioni simili a quelle degli scilipotiani: la colpa di tutto questo bordello è del governo nazionale. E il paradosso è risolto. La guerra tra Ars e Roma, cominciata ai tempi della scissione di forza italia siciliana, oggi si combatte sul terreno della sommossa popolare. Prima l’interlocutore era Berlusconi, e ci andavano un po’ più leggeri. Oggi è Monti e ci possono andare giù pesante. Il senso è sempre lo stesso. Un reminder, un post-it giallo fosforescente dove c’è scritto: l’avete capito o no che il serbatoio dei voti è qua, e che se non ci sbloccate gli stessi soldi che ci davate prima, ve lo prosciughiamo? La protesta è più che trasversale o trasformista: è camaleontica, non riesci a stargli dietro. Perché qualche giorno prima si era dimesso Cammarata da sindaco di Palermo. Per protesta. Contro Lombardo, governatore della Sicilia, reo di trascurare il capoluogo siciliano, tagliandogli le risorse. E Lombardo, che protestava contro Tremonti, ora protesta contro Monti. Sempre per lo stesso motivo di Cammarata: taglio di risorse. Alla Sicilia. Quindi alla fine protestano tutti per riavere indietro i soldi che gli hanno consentito di avere clienti al posto di elettori. Che se ai clienti non gli vendi niente, quelli che si devono comprare? Vuoi vedere che poi il voto glielo danno gratis a qualcuno che non siamo noi? E vuoi vedere che così vi ritrovate senza voti pure a Roma?

Nel mezzo ci sono gli esponenti di Forza Nuova (se qualcuno ancora non l’ha capito, guardi la loro pagina facebook), che siccome sono uno dei pochissimi gruppi abbastanza attivi da scendere in piazza, fanno numero e colore. E danno visibilità. Con loro basta usare qualche termine vintage tipo “autarchia” o “localismo”, e subito si infilano il bomber e si allacciano gli anfibi, come quando fai vedere il guinzaglio al cane e quello capisce che finalmente si esce a fare la passeggiata. Insomma i forconi sono lo spot sul territorio della destra populista e scissionista siciliana.

È rassicurante vivere qua. Nel resto d’Italia, i politici e la classe dirigente si guardano attorno tutti smarriti, tra un poco si vota e nessuno sa che pesci pigliare. Qua li prendono per scemi, la calma non la perdono mai, dubbi non ne hanno per principio. Ma veramente non sapete che fare? Si fa come sempre, no? E cos’altro vorreste fare? Guardate, ora vi facciamo vedere. E organizzano subito una bella rivoluzione. Di cui però non c’è da preoccuparsi. Perché tanto ha per obiettivo il restauro dello status quo. Che ci vuole?

L’Appello-manifesto del Movimento

Le Cinque giornate della Sicilia che si aprono oggi con l’occupazione pacifica di tutti i punti strategici dell’Isola coincidono con la possibile realizzazione di un obiettivo ambizioso: la riunificazione, sotto un unico ‘cartello’, di tutti i movimenti che si battono per difendere gli interessi reali della Sicilia.
Nell’ ‘Appello alla Sicilia tutta’, che già ieri sera a mezzanotte campeggiava, con tanto di cartelloni in tutti i punti da dove è iniziata la manifestazione, c’è un invito all’unità di intenti.
“Una grande forza ha detto no! – si legge nell’appello -. Basta! è ora di smetterla di mortificare e razziare la Sicilia: è il Movimento dei Forconi! Dal 16 al 20 gennaio nell’Isola si ferma tutto. Finalmente dimostreremo, che la Sicilia è Viva! E che non tollererà più abusi e ingiustizia. Riprendiamoci la nostra dignità! Una dignità che questi parolai della politica, ladri e ascari al servizio del potere e dei propri interessi, ci hanno tolto”.
Quindi l’appello “alla Sicilia Tutta a Partiti Sicilianisti a Gruppi a Movimenti ad Associazioni etc. E’ arrivata l’ora di dare vita ad una Costituente del Popolo Siciliano atta a dare una svolta forte, per un riscatto vero della nostra terra. Basta con le divisioni, Basta con gli orticelli, L’elezione di un consigliere comunale non serve a nulla! Miriamo più in alto e alziamo la testa, accontentarsi di poco fa gli uomini schiavi! Sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono!”.
Si’ un omu camina calatu torci la schina, se un populu torci la storia”
“UNITA’ è la parola, FORZA è il risultato. La Sicilia è nostra!!! Riprendiamocela!”.

Chi sono? A firmare la chiamata alle armi, il ‘Movimento dei Forconi’, un’associazioni di agricoltori, allevatori ed ora anche di autotrasportatori “stanchi del disinteresse quanto del maltrattamento da parte delle istituzioni” e, cosa non di poco conto, da quell’arcipelago di movimenti che difendono gli interessi reali della Sicilia e del suo Statuto (dalla protesta che si è chiamato fuori solo il Fronte nazionale siciliano).

“Tutti possono partecipare, basta che siano apartitici”, dicono gli organizzatori. Sui social network la febbre è altissima. Tutto fa pensare che la forza d’urto di questa protesta sarà dirompente.

L’obiettivo è far capire che la Sicilia non può continuare ad essere terra di conquista. Non a caso si ipotizza di bloccare i Tir che trasportano la benzina raffinata in Sicilla nel resto d’Italia (per la cronaca, nelle raffinerie dell’Isola si produce oltre il 50 per cento delle benzine utilizzate nel nostro Paese).

“Stanotte alle ore 00 del 15 gennaio – leggiamo – si muoveranno i Tir degli autotrasportatori siciliani presso i presidi stabiliti in tutte le province, accompagnati da manifestanti provenienti da tutta I’Isola per gridare forte l’indignazione contro una classe politica di ladroni e nepotisti. Il sistema politico istituzionale è al collasso, i politici rubano a doppie mani ,la stessa cosa fanno i burocrati, non c’e… spazio di discussione per risolvere il problemi della gente. Lombardo presidente della Regione siciliana si dichiara incapace d’intervenire, mentre l’economia del’Isola è ferma e le aziende e le famiglie sono al fallimento.

Tutti ci aspettiamo delle risposte, ma non sappiamo da chi. Questo è il momento cruciale per intervenire, per cambiare le regole democratiche ed istituzionali: la rivolta dei siciliani è necessaria ed urgente. A morte questa classe politica come si è fatto contro i francesi con il vespro”.

Qui sotto alcuni dei presidi. Per i politici è tempo di tremare. Link Sicilia seguirà passo dopo passo questa manifestazione.

Adesioni:

  • Autotrasportatori aderenti all’AIAS
  • Movimento dei Forconi
  • Commercianti
  • Pescatori
  • IGP Pomodoro di Pachino
  • IGP Limoni di Avola
  • A.P.M.P.

Ecco chi sono i leader della protesta dei forconi – Nomi,  storie

Imprenditori agricoltori, autotrasportatori, armatori: insomma padroni e padroncini. A guidare la protesta che sta animando la Sicilia in questi  giorni sono i nomi e le storie politiche controverse di uomini cresciuti all’ombra dei poteri forti, ascari di una classe dirigente fallimentare (da Cuffaro in giù) che hanno deciso di mettersi in proprio sfruttando il malcontento popolare nella migliore tradizione gattopardista e con una passione comune:  la morbosa aspirazione ad una poltrona. Ecco chi sono i leader di Forza D’Urto e dei Forconi al netto di miti e leggende:

Martino Morsello

Martino Morsello, 57 anni  di Marsala, ex imprenditore, già deus ex machina di Altragricoltura’. E’ stato consigliere comunale a Marsala dal 1980 al 1993 e più volte Assessore per conto del Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi. Nel 2008 candidato all’Assemblea Regionale Siciliana per la lista degli autonomisti a sostegno dell’attuale governatore della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo. Tra i punti del suo programma figurano anche i condoni previdenziali per le attività agricole artigianali ed industriali. Ultimamente si è avvicinato a Forza Nuova partecipando, lo scorso 10 gennaio al congresso nazionale del movimento neofascista dove ha dichiarato: “Forza Nuova, unico partito con cui interloquiamo”. E’ titolare del dominio internet “movimentoforconi.it” e gestisce, assieme alla figlia Antonella, dipendente di Forza Nuova di Terni, la pagina Facebook del movimento.

MARIANO FERRO

Mariano Ferro, imprenditore agricolo di Avola, ex Forza Italia, ex Mpa con ambizioni in politica, candidato in passato alle amministrative, a sindaco di Avola e poi alla Camera, ma senza successo. E’ intervenuto all’assemblea regionale del Mpa di Raffaele Lombardo (che ha sostenuto alle ultime regionali), svoltasi al Palaghiaccio di Catania il 25 e 26 giugno 2011.

GIUSEPPE RICHICHI

Giuseppe Richichi, 62 anni, da un ventennio alla guida degli autotrasportatori dell’Aias: ex trasportatore, è tra i responsabili di un consorzio che gestisce un autoparco a Catania realizzato con fondi pubblici. Fu proprio Richichi, dodici anni fa, a mettersi a capo della protesta che per una settimana mise in ginocchio la Sicilia. In quell’occasione Richichi, molto abile a tenere i rapporti con la politica tanto ottenere consulenze che  all’assessorato regionale ai Trasporti col governo Cuffaro, finì in carcere con l’accusa di avere tagliato le gomme ad alcuni tir per impedire che aggirassero la protesta, all’epoca ribattezzata ‘tir selvaggio”. Assieme a lui furono arrestati altri due membri dell’associazione, tra cui Nunzio Di Bella, 49 anni, altro storico leader degli autotrasportatori.

Se questa è rivoluzione.

FONTI  http://aciribiceci.com/2012/01/17/forconi-in-sicilia-edizione-straordinaria/

http://aciribiceci.com/2012/01/18/forconi-in-sicilia-parte-2-edizione-regolare/

http://pensareliberi.com/2012/01/16/la-forza-durto-della-rivolta-in-sicilia-operazione-vespri-siciliani-le-cinque-giornate-della-sicilia-e-i-forconi-quando-la-rivoluzione-parte-dalla-sicilia/

http://violapost.wordpress.com/2012/01/19/ecco-chi-sono-i-leader-della-protesta-dei-forconi-nomi-foto-storie/

Evasione: il parassita ha camicia e cravatta

Nella rete i responsabili del sito http://evasori.info hanno fotografato una realtà dell’evasione che consente alcune riflessioni di natura culturale, prima ancora che statistiche. Il parassita non veste, per forza, Prada, ma indossa camicia e cravatta.

La nota pubblicità televisiva anti evasione che ritrae il “parassita della società” si conclude con un’immagine maschile ben precisa: barba incolta, basettoni alla Elvis, camicia sbottonata, senza colletto, e sguardo poco raccomandabile.

La scelta del messaggio e della comunicazione – soprattutto visiva – non è casuale ed è bene rammentare che lo spot venne commissionato dal precedente Governo.

Sullo schermo, poi, sfilano le fotografie di una serie di batteri (raccapriccianti nella forma) definiti quali “parassiti” di alcuni animali.

Viene così data una rappresentazione del fenomeno evasione (i batteri) e degli evasori (l’ultimo fotogramma del soggetto) di anormalità, se non estraneità, al tessuto sociale. Un qualcosa ed un qualcuno diverso e non omogeneo alla società; in altri termini: alieno se non mostruoso. In effetti è assai improbabile avere occasione di incontrare per strada persone somiglianti, anche solo per look ed immagine, all’attore dello spot.

Certamente il rapporto tra cultura, legalità ed evasione è sempre stato complesso e giocato su una serie di equivoci ed ambiguità che hanno, inevitabilmente, distorto il significato di “devianza” e di rottura della regola di convivenza che dovrebbe invece essere associata al comportamento di chi evade o elude le tasse.

Non si tratta del solo comune sentire secondo il quale l’evasore è un furbo: l’argomento è molto più profondo. Come se fosse stata cucita nel DNA del tessuto sociale un’impronta culturale che non consente, nemmeno al singolo, di apprezzarne il reale disvalore. Il professionista e l’imprenditore che sottraggono anche solo una piccola parte dei loro utili al fisco e pure l’operaio o l’impiegato (costretti al lavoro nero) sono addirittura “assolti” o giustificati dall’opinione pubblica. Analoga sorte non spetta al borseggiatore, ad esempio, per il quale si reclama ad alta voce severità e certezza della pena. Molti provano anche senso di disagio o imbarazzo – seppure consapevoli della violazione – a richiedere la ricevuta, la fattura o lo scontrino fiscale.

Per rendersi conto quanto sia vero questo atteggiamento psicologico e, quindi, quanto sia esteso (e tollerato) il fenomeno dell’evasione è sufficiente visitare il sito http://evasori.info che raccoglie le segnalazioni degli utenti, anche per piccole somme, riguardanti il mancato rilascio di ricevute o scontrini fiscali. I segnalatori ed i segnalati rimangono anonimi, ad eccezione di una generica individuazione per provincia o città di competenza.

Ciascuna comunicazione viene riportata in tempo reale su una mappa dell’Italia ove viene “taggata” la somma evasa (ad esempio un omesso scontrino per una consumazione) e la provincia o la città ove l’episodio si è verificato. E’ assai impressionante constatare il continuo e ininterrotto fluire delle segnalazioni che nell’ambito di una sola giornata raggiungono somme complessivamente molto elevate.

 responsabili del sito così giustificano la scelta dell’anonimato per chi denuncia e per chi è denunciato: “Gli utenti possono segnalare la categoria di evasione, ma non informazioni specifiche che possano servire ad identificare l’evasore. L’anonimato è essenziale per eliminare incentivi all’abuso, per esempio l’uso di segnalazioni fasulle a scopo di diffamazione. Per assicurare che sia impossibile risalire all’identità degli evasori anche nei piccoli comuni, tutti i dati sono aggregati in zone geografiche”.

Viene poi precisato: ”Per chi voglia far seguito alla segnalazione anonima con un esposto ufficiale, identificando l’evasore ma anche fornendo le proprie generalità, può rivolgersi al 117 della Guardia di Finanza, chiamando dal posto dell’evasione. Evasori.info fornisce anche un modulo pronto per essere stampato e portato ad un comando provinciale della GdF”.

Il maggior numero di segnalazioni riguarda esercizi commerciali e servizi per la persona, seguiti da medici, avvocati e professionisti.

Naturalmente questo non fornisce alcun dato effettivo e reale sul fenomeno e tanto meno è possibile costruire una mappa territoriale degli evasori e dell’evasione. Ma l’esperimento, come ogni ricerca empirica, fornisce elementi di riflessione.

Il corretto fluire dei dati è assicurato dall’anonimato. Evidentemente un diverso presupposto di indagine renderebbe del tutto inattendibili i dati. Questo non solo per fenomeni di diffamazione – come osservato dai responsabili del sito – ma perché sarebbero davvero poche le persone disposte a segnalare un fatto di evasione anche minimo nell’entità della somma sottratta all’erario. Non c’è il coraggio di richiedere la ricevuta, ma “se nessuno sa come risalire al nominativo” qualcuno si rende disponibile alla comunicazione in rete.

Se venisse introdotta una legge di abrogazione della ritenuta di acconto sugli stipendi e sui salari (così che il dipendente dovesse dichiarare il proprio reddito e pagare direttamente le imposte) il fenomeno dell’evasione aumenterebbe in misura geometrica.

Gli accertamenti eseguiti di recente a Portofino e, prima ancora, a Cortina non hanno scatenato sentimenti di approvazione nella maggior parte della popolazione, quanto reazioni di soddisfazione “vendicativa”: chi non può evadere lamenta di non poterlo fare a dispetto di coloro che ne hanno invece l’opportunità.

Nell’immaginario collettivo vi è poi la rappresentazione dell’evasore come di colui che sottrae milioni di euro al fisco, ha lo yacht e conduce una vita da Vip.

Mentre nessuno riflette – o è indotto a riflettere – sul fatto che è sufficiente non dichiarare al fisco ricavi per 60.000,00 euro annui per avere un lucro illecito di circa 30.000,00 euro ogni anno. Ciò che consente di avere un auto di grossa cilindrata, permettersi una vacanza alle Maldive, trascorrere un fine settimana a Cortina, regalare alla moglie la pelliccia o il diamante e condurre una vita agiata.

Per non dichiarare 60.000 euro di ricavi è poi sufficiente che un ristoratore ometta una ricevuta per 300 giorni in un anno per un pranzo od una cena di sei persone.

L’esempio non è finalizzato a criminalizzare la categoria dei ristoratori (qualsiasi generalizzazione è espressione di un errore e di una ingiustizia), ma semplicemente ad una più consapevole comprensione di quanto l’evasione sia una realtà molto meno distante di quanto si immagini.

Ciò che dovrebbe indurre politici, intellettuali e più in generali le classi dirigenti a riflettere sul concetto e sul significato di legalità.

Una riforma del sistema vigente – anche in una prospettiva più efficacemente sanzionatoria – non può prescindere dallo sviluppo di una nuova cultura e del senso etico della responsabilità del singolo verso gli altri consociati.

L’adempimento dei doveri civici deve trovare espressione, innanzitutto, nella scuola e davvero costituire il DNA di una diversa società.

MAURIZIO VECCHIO

FONTE : http://www.agoravox.it/Evasione-il-parassita-ha-camicia-e.html?

Noi vogliamo decidere!

Referendum sulle misure economiche della BCE.

Alla vigilia dell’assemblea nazionale del 17 dicembre del Comitato No Debito , rendiamo noto l’appello per il referendum contro i diktat dell’Unione Europea.

 

Con tre lettere scambiate tra Governo italiano, Commissione europea ed Euro Vertice, si sono decise misure di risanamento del debito pubblico con piani di austerità che mirano a tagliare salari, stipendi e pensioni, a manomettere il diritto del lavoro, a privatizzare i beni comuni, e che prevedono addirittura la modifica della Carta costituzionale.

I governi, qualunque siano i loro colori politici, devono attuare le decisioni della Commissione europea e della BCE.

I leaders dei partiti così come il presidente del Consiglio Monti, così come quelli della finanza e dell’industria, parlano di provvedimenti impopolari, quasi fossero il segno di lungimiranza delle classi dirigenti che pretendono di interpretare l’interesse generale dei e delle cittadini/e.

Noi invece, ispirandoci alla saggia massima della giurisprudenza romana ‘ciò che tocca tutti, da tutti deve essere deciso’, chiediamo di far esprimere i/le cittadini/e con un referendum di indirizzo – come quello tenutosi in Italia nel 1989 – sui ‘piani di austerità’ indicati nelle lettere scambiate tra il governo italiano e gli organismi dell’UE.

La democrazia non può essere commissariata per salvare i mercati finanziari e le banche. A decidere le linee di intervento, i modi e i tempi per superare la crisi devono essere i e le cittadini/e: la democrazia è la sola via per compiere responsabilmente le scelte che toccano la vita di ogni persona.

 

Prime adesioni:

Alessandra Algostino; Alfonso Di Giovine; Giorgio Cremaschi; Franco Russo; Giulietto Chiesa; Paola Giaculli; Sergio Bellavita; Fabrizio Tomaselli; Jacopo Venier; Giovanni Russo Spena; Mauro Casadio; Ciro Pesacane; Sergio Cararo; Roberto Musacchio; Alfonso Gianni; Piero Bevilacqua; Paola Cacciari; Gianluigi Pegolo; Antonia Sani; Piero Di Siena; Imma Barbarossa; Pasquale Voza; Annamaria Rivera; Mario Agostinelli; Ersilia Salvato; Francesco Piobbichi; Alfio Nicotra; Franco Ragusa; Mario Cocco;Andrea Fioretti; Carlo Guglielmi; Danilo Corradi; Eleonora Forenza; Emidia Papi; Fabrizio Burattini; Franco Grisolia; Giorgio Sestili; Monica Usai; Moreno Pasquinelli; Nando Simeone; Paolo Di Vetta; Paolo Grassi, Luciano Vasapollo, Joaquim Arriola, Rita Martufi

FONTE  http://www.contropiano.org/

 

Se la lobby entra a Palazzo

Il fronte politico anti-liberalizzazioni.

Farmacie. Taxi. Edicole. Negozi. Nelle ore decisive della scrittura della manovra di Mario Monti, le lobby professionali ed economiche italiane si sono fatte sentire. Stoppando buona parte delle liberalizzazioni che l’ex presidente della Bocconi aveva in mente. Generando nervosismo all’interno del governo. «Le lobby non ci fermeranno. Basta con le brutte figure. A gennaio ripresentiamo tutto. Interverremo su farmacie, taxi, professionisti, autostrade e servizi pubblici locali», ha detto un amareggiato Antonio Catricalà. Ma tant’è: Monti, l’uomo che da commissario europeo aveva osato dire no a Bill Gates, stavolta si è fermato davanti ai capetti dei tassisti romani e milanesi.
PDL E FLI: ONOREVOLI DA BANCO. Ma le lobby che si sono mosse per fermare le liberalizzazioni quali terminali vantano all’interno del Palazzo? Si prendano, per esempio, le farmacie, che sono riuscite a evitare la vendita dei farmaci di fascia C nei supermercati grazie a un vero e proprio blitz dei deputati Gianfranco Conte (Pdl) e Chiara Moroni (Fli, farmacista) in commissione Bilancio.
Il loro gioco di sponda è stato perfetto e l’emendamento del governo è stato bocciato.
ALLEATI DI FEDERFARMA. Ma Federfarma e le altre associazioni possono contare anche sull’appoggio di altri esponenti politici: il deputato Pietro Laffranco e il senatore Luigi D’Ambrosio Lettieri, entrambi del Pdl. Ma anche Rocco Crimi, Massimo Corsaro e l’ex ministro Maurizio Sacconi (tutti del partito berlusconiano) la cui consorte è direttore generale di Farmindustria. Insomma, le 18 mila farmacie italiane (che con la fascia C fatturano 3 miliardi di euro l’anno) si sono fatte sentire. E sono riuscite a bloccare il governo.

Gasparri per i tassisti romani. Lega per i milanesi

Altra potente lobby è quella dei taxi. Specialmente a Roma e Milano, dove, con rispettivamente 7.500 e 5 mila licenze, da anni sono determinanti nell’elezione dei sindaci. E se nel capoluogo lombardo i tassisti hanno scelto come partito di riferimento la Lega, nella capitale sono legati al mondo degli ex An. Specialmente a Gianni Alemanno (che non avrebbe vinto senza di loro) e a Maurizio Gasparri. Ma soprattutto a Marco Marsilio (deputato “gasparriano” del Pdl), che ha contribuito a forza di emendamenti a fermare Monti. E lo stesso Fabrizio Cicchitto è apparso particolarmente sensibile ai problemi dei tassinari romani, che da anni conducono una strenua lotta contro l’emissione di nuove licenze e gli Ncc.
AUTOSTRADE ED EDICOLE. Un’altra categoria che gode di difensori nel Palazzo, specialmente in settori nordisti del Pdl, è quello delle Autostrade, che ha nell’Aiscat (associazione di 23 concessionari che hanno in gestione 5.600 chilometri di rete autostradale) il difensore d’ufficio.
Mentre gli edicolanti, che hanno proclamato una serrata di tre giorni contro la proposta di vendere i giornali in altri punti vendita, contano agganci con il Partito democratico e con l’Udc di Pier Ferdinando Casini.
EX AN PER IL PUBBLICO IMPIEGO. Poi c’è il pubblico impiego. Monti non ha messo i dipendenti pubblici nel mirino, ma quando l’ha fatto Silvio Berlusconi (Giulio Tremonti voleva diminuire i loro stipendi) sono subito insorti tramite gli ex An. Sia quelli che ora stanno nel Pdl, come Andrea Augello e Fabio Rampelli, sia i finiani, a partire dal presidente della Camera e dai suoi fedelissimi Italo Bocchino e Carmelo Briguglio.
Infine, naturalmente, ci sono le banche. Che per alcuni non hanno bisogno di essere difese, visto che hanno rappresentanti direttamente all’interno della squadra di governo (Corrado Passera e Mario Ciaccia). Anche tra i parlamentari, però, esistono terminali direttamente collegati al mondo bancario. Come i pidiellini Luigi Grillo (uno degli alleati dell’ex governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, e di Gianpiero Fiorani) e Giampiero Cantoni.
98 PARLAMENTARI AVVOCATI. Se poi apriamo il campo delle professioni, basti pensare che un parlamentare su due è iscritto a un ordine. E che 58 avvocati siedono sugli scranni di Montecitorio e 38 su quelli di Palazzo Madama. Infine, contro la liberalizzazione degli orari dei negozi si sono battuti i commercianti e le loro associazioni: Confcommercio e Confesercenti. Che nel mondo politico possono contare su diversi rappresentanti, tra cui l’ex ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla, ex presidente dei giovani di Confcommercio..

FILIPPO CONTI

FONTE  http://www.lettera43.it/economia/macro/34338/se-la-lobby-entra-a-palazzo.htm

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