Capaci di tutto, capaci di niente

Io mi ricordo, di Capaci.
Mi ricordo quella sensazione di titanic, di fine del mondo. Anche perché ero in redazione, e le notizie nelle redazioni arrivano così presto e così oscure, crescendo da una sola piccola frase, germinando in se stesse, allargandosi a dismisura come le crepe di un terremoto.
Mi ricordo che non capivamo, che era solo un altro modo per non crederci. Mi ricordo del primo che arrivò, senza fiato, ripetendo “è saltato tutto, tutto”, allargando le braccia senza poter contenere quell’enormità. Quel cratere preistorico apertosi di colpo sull’autostrada, come per certi meteoriti ultraterreni. Quel buco irrimediabile apertosi nelle nostre coscienze.
Perché, a volte, quelli che la mafia e la ‘ndrangheta non riescono a vederla sono proprio quelli che ci vivono in mezzo e accanto e sopra e sotto (come il diritto di proprietà dei romani, che arrivava fino alle stelle e fino agli inferi, qui le Cose Nostre arrivano esattamente fino a lì, alle stelle e agli inferi, che poi certe volte sono pure la stessa cosa).
Non crediate che alcuni di noi abbiano una nozione più precisa della mafia di uno che sta a Bressanone o a Forlì. Potrebbe essere come Gomorra, un paese immaginario che per le misteriose proprietà delle altre dimensioni sta qui ma è invisibile, è inconoscibile.
La mafia è talmente brava a essere ovunque, che è come se non ci fosse. E tu magari non sai riconoscerla, nell’assessore che fa bitumare inutilmente le strade, nell’acqua che sparisce dalla condotta a una certa ora, nel bar sotto casa che cambia continuamente gestione, nelle gru che allungano il collo in tutti gli angoli del cielo, e i palazzi inutili ed enormi che, piano su piano, occupano tutto lo spazio libero e anche quello già occupato, nelle merce del supermercato che ha tutta la stessa marca. Nel locale notturno che s’allarga sul marciapiede e lo ingoia tutto, nei camion del movimento terra che entrano sempre negli stessi cantieri.
Non sai riconoscerla nel tizio del baracchino della frutta, nel compagno di scuola che veniva sempre vestito di nero perché gli avevano ammazzato un sacco di fratelli e cugini, e un giorno è sparito pure lui, partito per chissà quale vendetta o comando.
Non sai riconoscerla nei fori dei proiettili sui cartelli stradali o sul costato del Cristo Sparato di Zervò.
Non sai riconoscerla nell’economia oscura, volatile eppure ferrea che governa certi cortili, certe piazzette, certi angoli di strada.
Tu dici: io non so, ed è follemente vero.
Tu dici: io so, ma non so i nomi. Ed è ancora più vero.
Tu dici: io so, so i nomi, ma non posso provarlo. E’ verissimo.
Non basta che loro siano Capaci di tutto. E’ che noi, noi così a volte non siamo capaci di niente.

Perdonatemi, ma in un giorno solo troppa retorica non la sopporto: vent’anni dopo la Dia che voleva Falcone non è stata organizzata, e non c’è chiarezza sulla morte di Borsellino. Tanti che avevano odiato e isolato Falcone si sono riciclati in pii falconisti.
Tutti a dire “la legalità si impara a scuola”, e a tagliare ogni energia della scuola.
Tutti a “destinare risorse”, tagliando su uomini e mezzi. 

E noi abbiamo due eroi morti in più.

FONTE : http://manginobrioches.wordpress.com/2012/05/23/capaci-di-tutto-capaci-di-niente-2/

Ho vinto io

Suonarono come pietre quelle parole che dal pulpito della cattedrale di Palermo diceva quell’esile signora, fino a quel momento sconosciuta, davanti a tutta quella gente, riunita per i funerali di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Mortinaro e Vito Schifani, assassinati due giorni prima dalla mafia, facendo esplodere 500 kilogrammi di tritolo sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lei era Rosaria, la vedova di Vito Schifani. I funerali erano trasmessi in diretta televisiva e la chiesa traboccava di rabbia, tanta rabbia, che travolgeva, anche fisicamente i politici presenti, fra cui il neo eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Già, i politici che per molti dei presenti erano i veri responsabili della morte di Giovanni Falcone, lasciato praticamente solo in prima linea nella lotta alla mafia.

Sono passati vent’anni da quella data e quella frase così semplice ma allo stesso tempo così complessa: “Vi perdono però dovete mettervi in ginocchio” seguita da un’altra frase che lasciava poche speranze “se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano” è stampata lì nella memoria di chi seguiva in diretta quelle immagini o era lì presente in quella cattedrale o nella piazza antistante. Questa sera sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo Rosaria Schifani si racconta e ci racconta questi venti anni nel documentario “Ho vinto io” la sua storia di dolore e di coraggio. La storia di una donna che ha lasciato Palermo, con un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ora ventenne arruolato nella guardia di finanza, alla ricerca di una vita, che 500 kilogrammi di tritolo gli aveva strappato.

Oggi come ieri dice che non crede al pentimento dei mafiosi, ma stasera racconterà come, con grande fatica, ha saputo ricostruirsi una vita, mentre gli esecutori materiali e non di quella strage, restano avvolti in una spirale di morte, senza speranza.

Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l’arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».

Rosaria se ne andò da Palermo, adesso vive in Toscana, si è rifatta una vita con un militare della Guardia di Finanza “un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Pensi che in una delle rare volte che sono tornata a Palermo, uno che mi ha riconosciuta mi ha bisbigliato: te lo sei portato appresso lo sbirro”.

Altri fingono di non riconoscerla, non si avvicinano, con una così è meglio non averci a che fare, mentre Manù le domanda “Mamma, perchè Palermo è così bella e così brutta?”.

Dal terrazzino della sua casa-vacanza il panorama è mozzafiato, ma si tratta di sepolcri imbiancati, poco è cambiato in vent’anni. Motorini truccati che sfrecciano con a bordo ragazzini senza casco, il mare cristallino che bagna polvere e rifiuti.

Rosaria pensa che si sia persa un’occasione irripetibile “Poteva cambiare tutto, invece lo Stato si è fermato. I giudici hanno incominciato a litigare fra di loro, caselli ani contro grassiani, pur con tutti i meriti che vanno dati loro”.

I suoi ricordi vanno a quando era ragazzina, sempre ottimista, anche se erano anni terribili per Palermo, erano gli anni del maxiprocesso “quando uscivo da scuola e sentivo le sirene delle macchine delle scorte, venivo pervasa da un senso di inquietudine, di tristezza. Cercavo risposte in una città cosparsa di lapidi di gente morta ammazzata. Amavo Palermo, ma mi terrorizzava”.

Poi, Vito, un uomo perbene, per lei un uomo speciale “Avevamo tanti sogni, il suo era quello di pilotare gli elicotteri della polizia”, sogni spazzati via da una furia bestiale, che ha distrutto le vite di chi le è sopravvissuto. “La settimana prima della strage avevo sognato delle croci bianche, ero turbata, percepivo il nervosismo di Vito. Vito aveva lavorato fino al venerdì sera all’ufficio scorte, ma il turno festivo era saltato perché il dottore Falcone sarebbe arrivato il sabato”.

Un ultimo saluto e Vito, insieme agli altri ragazzi, corre incontro alla morte “Per l’inizio di un calvario, mi ritrovo sola con mio figlio, a farmi e rifarmi mille domande, perché morire così? Perché era morto Giovanni Falcone?”.

Rosaria voleva delle risposte “Alla camera mortuaria c’erano tutte le istituzioni, la loro presenza era irritante. Il Capo della polizia  mi disse: vedrà, l’aiuteremo, lei lavora? Sul tavolo c’erano delle buste con dei soldi per i familiari delle vittime. Io rifiutai, mi sentii offesa, cme se con quelle buste volessero tapparci la bocca e pulirsi la coscienza. La busta venne presa dai parenti di Vito”.

Rosaria non ci sta, non si è mai arresa, quelle risposte non le ha avute, nessuna certezza di giustizia, di verità “Ecco da dove nasce la mia ribellione. I risarcimenti non possono comprare il mio urlare al mondo il senso di legalità.Tanti hanno continuato a ripetermi che è stata una disgrazia, ma ad uccidere Vito è stata una fatalità chiamata mafia”.

 

FONTI : http://www.tvblog.it/post/35975/ho-vinto-io-strage-capaci-rosaria-schifani-rai3

http://www.articolotre.com/2012/05/capaci-1992-2012-rosaria-schifani-racconta-la-sua-palermo/87350

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/22/schifani_palermo_mafia_falcone_Cavallaro.shtml

Il terremoto dimostra di essere scemi

Di  Samanta Di Persio  

Voglio cominciare da una testimonianza del libro “Ju tarramutu” dell’architetto Perrotti, raccolta dopo il terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito L’Aquila, da esperto sottolineava: “L’allarme e la preoccupazione scoppiano dove e quando avviene il terremoto, che dimostra che sei stato uno scemo perchè non hai pensato alla statica dell’edificio e alla migliore esecuzione. Spesso sono stati fatti restauri e ristrutturazioni in base all’estetica formale e non alla tenuta statica.”  Purtroppo a distanza di soli tre anni in Emilia Romagnavediamo la stessa identica scena, con la fortuna che i comuni colpiti sono minori, non ci sono oltre centomila sfollati e soprattuttole vittime non sono 309.

Lascia attoniti la morte degli operai, lascia perplessi il capannone sbriciolato al suolo con accanto un capannone sano. Gli aquilani se lo sono chiesto e se lo continuano a chiedere perché case perfettamente uguali, separate soltanto da una strada, una è crollata provocando morti e l’altra è rimasta intatta.

Disturba quel giornalismo molesto con domande che hanno fatto già discutere tre anni fa, quel bussare al finestrino e chiedere banalità quando ci si aspetterebbero inchieste del tipo chi ha costruito? come ha costruito? chi ha restaurato? e come ha restaurato? Chiedere a chi amministra se il patrimonio edilizio esistente è stato adeguato come previsto dalla normativa nazionale in materia sismica che dal 2000 pone il problema della revisione del vincolo sismico e della sua classificazione.

Fa rabbia sentire le dichiarazioni di esperti come Enzo Boschi ex presidente dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia: “Secondo le nostre conoscenze nella pianura padana quella registrata è la scossa di intensità più forte pensabile per quelle zone” Conoscenze che si sono già dimostrate non affidabili perché Boschi era presente quel 31 marzo come tecnico della Commissione Grandi Rischi che si riunì a L’Aquila dopo uno sciame sismico che si protraeva da mesi, con scosse che crescevano di numero ed intensità. Tutti firmarono il verbale dove si legge che il presidente della Commissione Franco Barberi dichiarò: “Non c’è nessuno strumento che possa avvisarci che ci sarà un terremoto. Non vale la pena che la Commissione grandi rischi discuta di questo […]” mentre De Bernardinis (vice di Bertolaso) dichiarava: “La comunità scientifica conferma che non c’è pericolo, perché c’è uno scarico continuo di energia, la situazione è favorevole. Questa situazione deve insegnare due cose: convivere con i territori fatti in questo modo, cioè a rischio sismico, mantenere uno stato di attenzione senza avere ansia

L’ingegnere Rui Pinho sostiene che Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda sono Paesi a elevata pericolosità sismica, come Italia, Grecia e Turchia, nel senso che ci sono frequentemente terremoti di intensità elevata. Però questi primi tre Paesi non hanno un rischio elevato, proprio perché le loro strutture sono ben progettate e costruite, contrariamente a quanto succede negli ultimi tre.

Il 17 ottobre 1989 a San Francisco un tragico e devastante terremoto distrugge la città. Dopo quell’evento gli Stati Uniti si sono guardati attorno e hanno pensato che il Giappone poteva insegnare loro qualcosa. Lo Stato nipponico ha redatto a livello governativo sei punti focali per la prevenzione/organizzazione contro i terremoti:

  • Informativa di prevenzione su larga scala (volantini, manuali, documentazione)
  • Strutture preorganizzative e visibili di cartellonistica di percorsi di emergenza
  • Pianificazione dettagliatissima delle evacuazioni post sisma
  • Strutture globali (abitazioni, tubature cavi elettrici) antisismici
  • Kit di sopravvivenza in uffici e case
  • Esercitazioni cicliche antisisma

Questo manuale eccelle nella semplicità e completezza ed è stato copiato in Canada, Usa e Paesi Scandinavi come esempio di eccellenza organizzativa. Dopo L’Aquila, in Italia di questo manuale non si è mai discusso! La Protezione Civile continua ad intervenire a catastrofe avvenuta ed il Governo dei tecnici decide che lo Stato non si accolla più le spese dei disastri delle calamità naturali, potrebbe essere anche giusto, ma in un Paese dove esiste la responsabilità civile della politica, in un Paese dove i reati non prescrivono.

FONTE :  http://sdp80.wordpress.com/2012/05/21/il-terremoto-dimostra-di-essere-scemi/

Quel pasticciaccio brutto di Sant’Apollinare

Di Pino Scaccia

Finalmente sta uscendo fuori una storia che circola da molti anni, ma che mai nessuno ha avuto la forza di diffondere e che un giudice, Adele Rando,  ha inseguito per anni. Il coraggio della verità arriva da padre Gabriele Amorth, capo degli esorcisti e stimatissimo dal Papa, che ha rivelato un movente a sfondo sessuale dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi (e Mirella Gregori). Una storia supportata anche dall’archivista vaticano monsignor Simeone. Si parla dell’organizzazione di festini e di un gendarme della Santa Sede come reclutatore di ragazze. La trappola sarebbe scattata nella sacrestia di Sant’Apollinare grazie ai rapporti stretti fra il rettore e la malavita romana, tanto che – si dice – suor Dolores della scuola di flauto sconsigliava alle ragazze di recarsi in quel posto. Ci sono evidentemente riscontri se don Pietro Vergari, l’allora rettore che poi favorì la sepoltura del boss De Pedis, è stato adesso indagato per sequestro di persona. L’ipotesi è stata comunicata al fratello di Emanuela che l’ha considerata credibilissima poichè non ha mai creduto a un rapimento. Tutto coincide. Molti anni fa raccontai un particolare importante che s’inquadra perfettamente con la versione attuale. “Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un’altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell’Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. Ma c’è di più. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa (pensava che fosse il fidanzato). Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa”. Probabilmente proprio il reclutatore (che sarebbe gà stato identificato). Il servizio andò in onda al Tg1. Successe il finimondo e non se ne parlò più. Quello che non dissi allora è che c’erano ottimi elementi per pensare che le ragazze fossero rimaste vittime – durante i festini (sembra con alti prelati) – magari di eccesso di droghe. Quindi morte subito e subito seppellite, proprio come sostiene padre Amorth. Adesso che le indagini sono entrate (era ora) dentro Sant’Apollinare si cercano i resti sia di Emanuela che di Mirella. Confermando la confidenza di un vecchio vaticanista. 

FONTE : http://pinoscaccia.wordpress.com/2012/05/22/quel-pasticciaccio-brutto-di-santapollinare/

Report il monte dei fiaschi

Massoneria, clientelismo della politica, nomine di dirigenti fatte per soddisfare le voglie dei partiti, soldi a pioggia per tenere buono il popolino (di Siena), una banca che non concede prestiti per le imprese che fanno economia reale, ma che fa invece speculazioni e investimenti rischiosi.
Una banca piccola ma antica che si si crede grande e che, per le manie di gigantismo, ora si ritrova senza buona parte del patrimonio (venduto per fare cassa) e con una brutta situazione debitoria.

Ieri sera Report parlava di Siena e della sua banca Il Monte dei paschi, e della fondazione che la controlla. Ma sembrava che si stesse parlando dell’Italia e dei suoi problemi.

E per fortuna che nella sala dei nove del palazzo pubblico di Siena c’è il dipinto sulle allegorie del buono e del cattivo governo:

“La sapienza divina tiene la bilancia della giustizia da cui parte una corda che finisce
alla concordia che ha in grembo una pialla, simbolo di uguaglianza e livellatrice dei
contrasti. La corda passa per ventiquattro cittadini e finisce nella mano destra del
comune, rappresentato da un monarca. Ai suoi lati siedono la giustizia con la spada, la
corona e il capo mozzo; la temperanza con la clessidra segno di saggio impiego del
tempo, la prudenza con uno specchio per interpretare il passato e prevedere il futuro;
la fortezza con la mazza e lo scudo; la pace, sdraiata su un cumulo di armi, e la
magnanimità, dispensatrice di corone e denari”.

A Siena potrebbero essere ricchi, per il fatto di essere un vero museo all’aria aperta, per la cultura e la storia. E anche per questa banca che dovrebbe investire sul territorio i propri profitti: invece i cittadini senesi si sono risvegliati da questo sogno di ricchezza e grandiosità all’improvviso, il 16 marzo scorso, con i contratti di solidarietà decisi dal nuovo AD della banca Viola.

Il groviglio armonioso, per usare le parole del venerabile maestro Bisi, si è alla fine rivelato per quello che è: una lottizzazione da parte dei partiti, con operazioni che hanno portato all’indebitamento della banca.
Per gli stipendi del management:

Giuseppe Mussari da presidente guadagnava 700 mila euro l’anno, Antonio Vigni, direttore generale uscente, con la banca in piena crisi ha preso 1,9 milioni nel 2009, 1,4 milioni nel 2010 e 5,8 milioni nel 2011 compresa la buonuscita; Emilio Tonini, ex manager, tra stipendio e liquidazione ha incassato in tre anni 10 milioni e mezzo di euro e si è beccato una condanna a otto mesi di reclusione per aggiotaggio, poi salvato dalla prescrizione.

Per le operazione speculative fatte dal desk area finanze di Londra: tramite broker stranieri MPS si è lanciata nel business dei cdo (Alexandria Capital), che ha portato solo pedite al gruppo oggi difficilmente rintracciabili nel bilancio.

Oggi il passivo conta 8,4 miliardi di euro: MPS ha preso 34 miliardi dalla BCE, di questi 26 sono finiti in BTP: un investimento sicuro per la banca che però così non fa il suo mestiere che dovrebbe essere quello di prestare capitali alle imprese, non fare speculazioni. Come quella con la IMCO dei Ligresti, a Roma.

Non concedere prestiti alle imprese ha peggiorato le cose: il risultato ottenuto è stato mettere in crisi l’economia del posto; le imprese senza prestiti diventano insolventi (totale insolvenza, cioè soldi che la banca non recupererà più, ammmonta a 14 miliardi).
Poi ci sono stati i prestiti ai membri del cda che usavano la banca come un bancomat; le vendite degli immobili fatte per creare utili da distribuire.

Anche la Fondazione MPS, che controlla la banca, dal 2001 si è lanciata in spese superiori a quelle che si poteva permettere: la cattiva amministrazione è derivata anche dalle nomine dei suoi vertici, che hanno seguito più criteri clientelari che non meritocratici.

Il presidente delle fondazioni bancarie, Guzzetti, ha cercato di difendere Mancini, pres. fondazione MPS, impiegato della Asl, ma sembrava più un volersi arrampicare sugli specchi.

GIUSEPPE GUZZETTI – PRESIDENTE ASS. FONDAZIONI BANCARIE –
FONDAZIONE CARIPLO
No. Mah, le dico: intanto essere amministratore di Asl quantomeno la conoscenza dei problemi del sociale… Ma lei sa che tra i settori due dei nostri settori d’intervento c’è la sanità, quindi non mi pare proprio uno sprovveduto.

Forse, le nomine di Mussari e Mancini sono dovute alla loro tessera politica della DC.

Altri problemi per MPS sono arrivati dall’acquisizione di Banca Antonveneta:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
e nel 2007 il Monte dei Paschi acquista Banca Antonveneta dal Banco Santander, la più
importante banca spagnola guidata da Emilio Botin, uomo dell’Opus Dei.

Una banca comprata a 10 miliardi, quando pochi mesi prima era stata acquistata da Santander a 6 miliardi e che oggi vale ancora meno. Un acquisto deciso da Mussari a scatola chiusa:

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Improvvisamente Mussari fa la grande operazione: compra la Banca Antonveneta. E la
compra senza più avere un soldo in cassa. Quindi che fa? Per spendere i 10 miliardi
che gli servono, di euro lui ricorre per la metà a indebitarsi e, per l’altra metà, li
chiede ai soci. E quindi la Fondazione che fa? Si libera di tutti i suoi investimenti
obbligazionari e compra tutte azioni Monte Paschi. Spende circa 2 miliardi e 9 della
sua liquidità, per sottoscrivere questo aumento di capitale che serve a comprare
Antonveneta.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
La banca a questo punto è senza liquidità e per andare avanti è costretta a comprare
1,9 miliardi di euro di Tremonti Bond che la obbligano a riconoscere al Tesoro una
cedola annua di 160 milioni. E a pagare sono i risparmiatori. Ma siccome il debito è
troppo alto, l’anno scorso la banca chiede un nuovo aumento di capitale per oltre 2
miliardi di euro. E la Fondazione si svena.

RENATO LUCCI – PENSIONATO MPS – AZIONISTA
Quindi la Fondazione fa la sua parte per sottoscrivere il suo miliardo di capitale
sociale, perché è proprietaria per metà del Montepaschi , si indebita, dà in garanzia di
questo debito tutto il suo patrimonio di azioni Montepaschi, perché poco altro ha nel
suo portafoglio …

Risultato? 4,7 miliardi di perdita, il titolo di MPS che scende precipitosamente. Non è solo colpa della crisi o sfortuna.
Viene da chiedersi in che modo in Italia si viene nominati a capo di qualcosa, visto che lo stesso Mussari è stato presidente dell’Abi.

Ma tanto c’era il palio, a tenere occupata la gente: vince chi paga il fantino, e le contrade per pagare il migliore hanno chiesto soldi alla stessa banca (babbo Monte).
In questo modo si è cercato di tenere buone le voci critiche che ogni tanto si alzavano: coi soldi della banca.

“Il groviglio armonioso”, anzichè portare benessere, ha reso la città conformista, dove sinistra e destra (PD o PDL) erano uguali.
Tutti d’accordo, nessuno contrario, i soldi della banca fanno miracoli: soldi finiti anche agli amici del responsabile PDL Verdini (che ha messo nella fondazione un suo uomo, Pisaneschi), il costruttore Fusi. Che si è preso un finanziamento per la BTP, che oggi ha lasciato ad altri.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Andrea Pisaneschi e Denis Verdini sono indagati dal tribunale di Firenze nell’ambito
delle indagini sul credito cooperativo fiorentino, la banca che, da presidente, Verdini
avrebbe spolpato per finanziare amici e soci. I magistrati stanno scavando sulla
procedura attraverso cui nel 2008 un pool di banche, in testa il Montepaschi,
concedevano un mutuo di 150 milioni di euro alla BTP, l’impresa in crisi di Riccardo
Fusi, già finito nelle indagini sui grandi eventi della protezione civile. Pisaneschi, amico di Verdini e manager Montepaschi, sarebbe stato l’uomo giusto del finanziamento che
la banca accorda a Fusi. Oggi l’inchiesta procede, ma nel frattempo fusi ha lasciato ad
altri la sua BTP dopo aver accumulato circa un miliardo di euro di debiti.

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Insomma, nessuno controlla l’operato dell’altro perché fanno tutti più o meno la stessa
cosa, spartirsi la torta e il potere. Verdini, che è il capo del pdl nazionale, mette un
suo uomo Pisaneschi dentro il cda di Montepaschi e questo, secondo i magistrati,
avrebbe spinto Montepaschi a prestare tanti milioni ad un imprenditore, che ha in
mano una società fallita. Verdini conosce Fusi, e Fusi li restituirà quei milioni al Monte?
C’è da dire che a Siena quasi tutte le famiglie hanno qualcuno che lavora dentro al
Monte, visto che ci sono 22 filiali, praticamente una in ogni strada. E poi c’è la
massoneria che ha un suo tesoriere, che è stato dirigente della società di gestione
dell’aeroporto, che adesso aspira a diventare un aeroporto internazionale, nonostante
in zona ce ne siano altri 3. Si fa un po’ fatica a vedere quale sia il vantaggio
imprenditoriale, ma fondazione e banca pagano.

L’aeroporto di Ampugnano.
Altro affare della banca: un aeroporto gestito dal tesoriere della Massoneria; sotto i suoi terreni scorre la falda acquifera; il pubblico estromesso dal provato, un’inchiesta della magistratura, per un grande progetto strategico in una zona dove esistono già altri aeroporti.

Un privato che dovrebbe finanziare l’opera che però ha dietro il pubblico:

FERNANDO GIANNELLI COMITATO AEROPORTO AMPUGNANO
Questo fondo è un private equity con sede in Lussemburgo partecipato però, o meglio
finanziato, da 3 Casse depositi e prestiti, la italiana, la francese e la tedesca. Cassa
Depositi e Prestiti è partecipato dal ministero e finanziato dai risparmiatori, dai libretti
postali e non ultime dalle fondazioni bancarie che hanno investito in questa società.
Quindi i soldi che sarebbero arrivati qua non erano effettivamente soldi privati.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per capire di chi sono i soldi basta guardare dentro la società che nel 2007 vince la
gara. Galaxy è partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti a sua volta partecipata dalla
fondazione Montepaschi. Quindi Galaxy risulta indirettamente partecipata anche dalla
banca. Il groviglio armonioso non sembra aver fatto attenzione alle forme: Mussari
guida la banca ed già presidente del comitato di indirizzo della Cassa Depositi e
Prestiti, mentre la professoressa Luisa Torchia, dominus del procedimento di
privatizzazione dello scalo, è nel cda della Cassa Depositi e Prestiti e consulente della
società aeroportuale, ma poco tempo prima era stata legale della Fondazione.
Insomma, più che una gara sembrava un matrimonio.

Un progetto naufragato in cui compare di tutto: dai soldi pubblici spesi male per l’università di Siena (membro della Fondazione) e delle pressioni sulla stampa locale, per le sue critiche a certe operazioni:

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In realtà, non si è mai saputo quanto sarebbe costato l’aeroporto internazionale. E
oggi, in seguito all’inchiesta, Galaxy sta uscendo dalla società che gestisce lo scalo.
Resta però misterioso come un aeroporto pubblico sia passato a un privato contro il
parere del Ministero dei Trasporti. Forse per via del senatore Franco Mugnai, molto
legato all’allora ministro Matteoli e reclutato dalla società aeroportuale per 300 mila
euro. Ma tutto questo è davvero niente in confronto a quel che accade nel bilancio
dell’università.

GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Si trova di tutto, consulenze dorate per gli amici, uso privato di mezzi e strutture
pubbliche, compensi in conto terzi senza controllo, rimborsi di missioni mai avvenute,
centro di servizi costituiti per macinare profitti per pochi, posti di ricercatori senza
copertura finanziaria per i figli e gli amici, compensi illimitati ai docenti dei master dei
corsi di perfezionamento, tasse del post laurea, cioè degli studenti del post laurea
senza alcun tetto in parte intascate da qualche furbo.

[..]
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
Per migliorare il bilancio l’università vende il complesso del San Niccolò, sede della
facoltà di ingegneria e di lettere. Lo cede nel 2009 per 74 milioni alla società Fabrica
Immobiliare, partecipata da Montepaschi e Francesco Gaetano Caltagirone, che della
banca era azionista e vicepresidente. E Fabrica lo riaffitta subito all’università a 5
milioni l’anno per 24 anni. Ma in ateneo proprio nessuno controlla vendite e bilanci?
GIOVANNI GRASSO, DOCENTE ANATOMIA UNIVERSITÀ SIENA
Tenga conto che nel consiglio di amministrazione dell’università di Siena c’è un
rappresentante del comune, il rappresentante della regione, il rappresentante della
provincia, il rappresentante della camera di commercio, il rappresentante della regione
toscana, tutti potevano vedere e quindi capire cosa stava succedendo nell’università di
Siena.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
il piatto piange per tutti e quando i soldi finiscono si litiga. così il pd senese si divide. il
presidente della fondazione mancini, ex margherita, contro il sindaco Ceccuzzi, ex ds.
la fondazione che non ha un soldo, contro il comune che senza quei soldi chiude. uno
scontro che blocca il bilancio in consiglio comunale e quando finisce sui giornali ci
lascia le penne un direttore.
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTOER LA NAZIONE
Avevo un giornale che stava andando molto bene, in un mercato in grande calo.
All’improvviso ero sul Frecciarossa diretto a Bologna, ho ricevuto una telefonata
dall’editore che mi comunicava che un articolo uscito in cronaca di Siena, un articolo
in cui si riferiva di un comunicato ufficiale della fondazione Monte dei Paschi, aveva
fatto irritare profondamente il sindaco di Siena che è un po’ l’azionista di riferimento,
diciamo, del mondo bancario senese. E tutto questo ha fatto sì che l’editore mi
dicesse che dovevo passare dalla sede dell’azienda nel gruppo poligrafici, che
controlla anche la Nazione, a Bologna, dove c’era una cosa per me. E questa cosa per
me era una lettera di licenziamento in tronco, del tutto inusitata.
PAOLO MONDANI
Andrea Riffeser Monti, il suo editore, ha un rapporto col Monte dei Paschi?
MAURO TEDESCHINI – EX DIRETTORE LA NAZIONE
Questo non lo posso dire onestamente, so che essendo in Toscana la Nazione, ed
essendo il Monte dei Paschi la più grossa banca della Toscana, è una cosa
assolutamente normale che ci fossero dei rapporti economici. 

Il commento finale di Milena Gabanelli:

MILENA GABANELLI IN STUDIO
Mussari ha lasciato la presidenza di Mps giusto una settimana fa, per dedicarsi a
tempo pieno all’Abi, l’associazione bancaria italiana, che si occupa di tutto il sistema
bancario. Significa che se il piccolo azionista non era adeguato, per il sistema invece
sì. Al suo posto è arrivato Alessandro Profumo, ha qualche sospeso per via di indagini
legate all’elusione fiscale di Unicredit, ma al governo una norma che prevede di
derubricare il reato, quindi è probabile che possono stare tutti tranquilli. Però Profumo
rinuncerà allo stipendio, lo ha detto il sindaco che lo ha scelto. Possiamo aggiungere
che essendo uscito da Unicredit con una quarantina di milioni, anche senza stipendio
la vita di Profumo non cambierà. Però il gesto è molto apprezzabile. Ci dispiace invece
di non esser in grado di fornire dei fatti anche la versione del presidente della banca,
del presidente della fondazione e del sindaco di Siena, perché purtroppo hanno
rinunciato ad intervenire.

Qui il pdf della puntata.

Antipolitica o questione morale?

Intervista a Enrico Berlinguer

«I partiti sono diventati macchine di potere»   

 «I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.

«I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

«La Repubblica», 28 luglio 1981

FONTE : http://www.metaforum.it/berlinguer/questionemorale.htm


«L’ITALIANO-MEDIO E’ UN DELINQUENTE CHE VOTA DELINQUENTI»

di Giacomo Salerno

Solo per fare chiarezza, vorrei soffermarmi su una frase che, ultimamente, scrivo spesso. Che gli italiani siano “Delinquenti che votano delinquenti”. Detta da uno che combatte il qualunquismo da una vita sembra una frase contraddittoria. Ma il mio non è qualunquismo. E’ l’osservazione della società italiana degli ultimi sessant’anni.

E’ chiaro che non mi riferisco a tutti gli italiani, ci mancherebbe! Mi riferisco alla MAGGIORANZA degli italiani. Sarò pessimista? Forse. Ma è la storia di questo lercio Paese a dimostrarlo. Noi non rappresentiamo l’italiano-medio. Possiamo illuderci di farlo. Ma resta solo un’illusione. Un modo per avere speranza nel futuro. Speranza che non deve mai morire. Ma siamo e resteremo sempre MINORANZA. Basta prenderne atto.

L’italiano-medio è quello che va in chiesa la mattina e a puttane la sera. E’ quello che non ha mai letto un libro in vita sua e se ne vanta. E’ quello che ammira l’evasore fiscale. Ma è anche quello che – pur non pagando le tasse – porta i figli negli ospedali e nelle scuole pubbliche. E s’incazza pure se deve aspettare il suo turno. E’ quello che è “furbo” e si vanta di avere “santi in paradiso” e chiama “fesso” chi è onesto. E’ quello che posteggia il suv – regolarmente comprato in barba al fisco – in terza fila e s’incazza col vigile che gli prende la multa…devo continuare?

Ecco, Berlusconi ha rappresentato tutto questo. Ha rappresentato i sogni e gli “ideali” di questi delinquenti. E la sinistra – invece di combattere questo sistema – pian piano ci è caduta dentro come un animale nella rete. Non considero nemmeno più Berlusconi il mio principale nemico, se non per quello che rappresenta ai miei occhi. E non me la prendo più neanche con i politici. Loro sono solo il “prodotto finito” dell’italiano-medio. Sono la “punta dell’icerberg”, la parte emersa. Il novanta per cento dell’iceberg, quello sott’acqua, è formato dagli italiani delinquenti. Sono loro che hanno sempre deciso i delinquenti da mandare in Parlamento. Abbattiamo i politici attuali? Gli italiani sapranno come sostituirli. Voteranno altri delinquenti al posto di questi delinquenti.

L’italiano-medio non ha nessuna intenzione di combattere il malaffare. Ci sguazza dentro da una vita. E’ nel suo dna. L’italiano-medio è “furbo” e noi – minoranza da una vita – siamo i “fessi”. L’italiano-medio non vuole combattere i delinquenti al potere. Sogna solo di imitarli e di poter, un giorno, prendere il loro posto.

Come spieghereste altrimenti la storia dei governi italiani dal dopoguerra in poi? La DC di Andreotti e Salvo Lima, poi il PSI di Craxi e Mario Chiesa, e – dulcis in fundo – l’accoppiata Berlusconi-Bossi con Dell’Utri e Mangano, Cosentino e Papa? E nel mezzo – per non farci mancare niente – la mafia e il Vaticano?

PER CONCLUDERE dico solo che la mia NON E’ UNA RESA, nè RASSEGNAZIONE, ci mancherebbe altro! O rinuncia a combattere fino alla morte COL COLTELLO FRA I DENTI. Basta, però, sapere che il nostro avversario non è il politico di turno.

Il nostro avversario è sempre stato e sempre sarà il nostro VICINO DI CASA!

fonte : http://giacomosalerno.wordpress.com/2012/04/01/ecco-in-cosa-credo/

Il sorriso spento di una rapinatrice


Questa ragazza si chiamava Rosa Donzelli, aveva trentasei anni. Scusate se la chiamo ancora ragazza, ma a una certa età cambiano i termini di paragone. E’ morta per quattro colpi di pistola, l’ultimo decisivo al cuore. Il cuore in effetti è sempre stato il suo problema. Napoletana, da un pò di anni si era trasferita nel sud delle Marche trascinata da un amore sbagliato, un balordo che l’aveva portata alla droga. Anche l’ultima storia era con uno spacciatore. Era una ragazza dolce, dicono tutti, che lavorava come aiuto-cuoca in una pizzeria. Infilata di brutto dentro il tunnel una mattina va a fare una rapina. Gli altri con la scacciacani, lei addirittura disarmata. Per carità, non era una vittima, in ogni caso incarnava la parte del carnefice, nessuno la assolve. Il gioielliere ha reagito con una pistola vera: quattro colpi e il sorriso di Rosa è sparito per sempre insieme alla sua vita sballata, finalmente in pace. Le indagini dimostreranno se è stata legittima difesa o se la rapinatrice bionda è stata colpita alle spalle. Comunque c’è da capire la reazione. Quello che non riuscirò mai a capire sono gli applausi della gente. Non si festeggia mai una morte.   PINO SCACCIA

FONTE :  http://pinoscaccia.wordpress.com/2012/04/06/il-sorriso-spento-di-una-rapinatrice/

ROMANZO DI UNA STRAGE

Il trailer di “Romanzo di una strage”, il film di Marco Tullio Giordana in uscita venerdì 30 marzo sulla strage di piazza Fontana

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RECENSIONI IN RETE

Mymovies

Romanzo di una strage

Un film di Marco Tullio Giordana. Con Valerio MastandreaPierfrancesco FavinoMichela CesconLaura ChiattiFabrizio Gifuni.

 Drammatico, durata 129 min. – Italia 2012.

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Ondacinema

Matteo De Simei Romanzo di una strage

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Film Scoop

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Cinema del Silenzio

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RASSEGNA STAMPA

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Corriere della Sera 25 marzo 2012

Romanzo di una strage visto da Mario Calabresi

Aldo Cazzullo

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L’Unità 27 marzo 2012

Un film fatto per la meglio Italia

Alberto Crespi

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L’Unità 27 marzo 2012

Il romanzo di una strage infinita

Gabriella Gallozzi

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Corriere della Sera 27 marzo 2012

L’anarchico e il commissario. I due protagonisti tra i poteri oscuri

Paolo Mereghetti

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La Repubblica 27 marzo 2012

Il romanzo di Piazza Fontana ma il finale bipartisan non regge

Curzio Maltese

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La Stampa 27 marzo 2012

Rivivono i fantasmi di un Paese che non ha memoria

Michele Brambilla

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Il Riformista 27 marzo 2012

Piazza Fontana, bugie e depistaggi. I giovani andranno?

Romanzo di una strage

di Michele Anselmi

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Secolo d’Italia  27 marzo 2012

Piazza Fontana, finalmente un film contro le vulgate

Maurizio Cabona

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Libero 27 marzo 2012

L’hanno ucciso un’altra volta

Giampaolo Pansa

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Il Messaggero 27 marzo 2012

Quella lotta tra Stato e antistato

Mario Ajello

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Corriere della Sera 28 marzo 2012

Dalle due bombe a Lotta Continua. Su Piazza Fontana buchi e forzature

 Nel film di Giordana episodi non verificabili. E manca la passione di quegli anni
Corrado Stajano
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Gli Altri  29 marzo 2012

Andrea Colombo

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L’Espresso 30 marzo 2012

Calabresi vittima non carnefice

intervista a Dario Fo

Roberto Di Caro

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Il Fatto Quotidiano 30 marzo 2012

La seconda bomba di piazza Fontana

Cucchiarelli con il suo libro ha ispirato il film di Giordana: «Lo dicono le perizie»

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Malcom Pagani

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Il Messaggero 31 marzo 2012

«A piazza Fontana una sola bomba» L’altra verità di Adriano Sofri

L’ex leader di Lotta Continua contesta la tesi del libro da cui è tratto il film di Giordana

Stefano Cappellini

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Il Fatto Quotidiano 1 aprile 2012
Gianni Barbacetto
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.L’Unità 1 aprile 2012
Lo scrittore Carlo Lucarelli smentisce la tesi sostenuta nel film di Giordana sulla strage di Piazza Fontana: «Nessuna prova. Si rischia di oscurare la verità»
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Il Sole 24 ore 1 aprile 2012
Goffredo Fofi
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La Repubblica 1 aprile 2012
Miguel Gotor
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LIBRI

Il Post  31 marzo 2012

43 anni. Piazza Fontana. Un libro, un film

Adriano Sofri
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 si può scaricare qui.

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani.  (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano). Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti. E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora. “

Indice
43 anni 3
Gunhild 8
Perché comincio da qui 10
L’anonimo e il passeggero 16
Il raddoppio universale 18
Promemoria sugli errori più vistosi 28
I fratelli Erda 31
La toppa peggiore del buco 36
La cantonata del compagno misterioso 38
L’Italia di Maramaldo 42
L’alibi superfluo 43
La tredicesima in tasca 45
Ce l’hanno con Valpreda 52
Sottosanti 56
Sottosanti e la cassetta 58
Dovevamo interrogarlo su Sottosanti 69
Le due bombe “ritirate” 76
La cantonata del numero 7 78
L’altro ferroviere 83
Il treno impossibile 88
Altre illazioni131
Il confronto immaginario 90
Potenza del nazimaoismo 93
Il timer, la miccia e la logica 95
Le mani in tasca a Pinelli 100
Spoon River 103
Le fonti anonime 106
43 anni 108
Appendice
L’alibi di Pinelli 112
Cronologia 122
Persone 125

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Adriano Sofri “La notte che Pinelli” Sellerio 2009 .

la recensione di Valerio Evangelisti a “La notte che Pinelli”  roma.indymedia.it

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Camilla Cederna “Pinelli. Una finestra sulla strage

Nutopia [sergio falcone & co.]

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VIDEO  E TRASMISSIONI TV

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Carlo Lucarelli Piazza Fontana

Blu Notte

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Sergio Zavoli Piazza Fontana

La notte della Repubblica

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Piazza Fontana: una strage di Stato?

La morte di Giuseppe Pinelli

La prima vittima: storia di Luigi Calabresi

La Storia siamo noi

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Ipotesi su Pinelli

Documentario su Giuseppe Pinelli, Strage Piazza Fontana
Elio Petri, Nelo Risi

fonte http://foglianuova.wordpress.com/2012/03/31/romanzo-di-una-strage/

Senza verità e giustizia (Ilaria e Miran uccisi 2 volte)

20 marzo 2012: a 18 anni dalla morte di Ilaria e Miran. Mariangela Gritta Grainer ripercorre il Caso ancora senza verità e giustizia.

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell’agguato in cui, insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata a Mogadiscio, quasi 18 anni fa, il 20 marzo 1994. Ma chi era Ilaria? Chi era lei, la donna, la giornalista. I racconti che di lei sono stati fatti, con diversi linguaggi – la musica, il cinema, la poesia, le inchieste, il teatro fino a questo testo – ci hanno avvicinato a lei, ci hanno fatto conoscere Ilaria, ci hanno detto che è stata uccisa perché era brava, era un talento. E’ stato il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla che ha fatto paura e che fa ancora paura. Per questo la verità sulla sua uccisione ancora non si conosce per intero.

Si sa che si è trattato di un’ esecuzione. Un’esecuzione su commissione: questo è quanto è emerso da tutte le inchieste giornalistiche, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta che ne hanno evidenziato anche il movente. “Impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Si sa che si tratta di traffici illeciti che solamente organizzazioni criminali, la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere.

Si sa che recenti inchieste della magistratura riferite al nord Italia dimostrano che tali organizzazioni criminali  possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati  perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

Si sa che in tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come ad esempio  il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991),  l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran: è il filo “rosso” di cui parlava sempre Giorgio Alpi il papà di Ilaria che ci ha lasciato senza aver avuto giustizia.

Si sa che a Mogadiscio in quei giorni c’erano ancora migliaia di soldati dell’ONU,

che il generale Carmine Fiore comandava il contingente italiano,

che il colonnello Luca Rayola Pescarini era responsabile del SISMI,

che il colonnello Fulvio Vezzalini era a capo dell’intelligence dell’UNOSOM,

che Mario Scialoja era ambasciatore italiano in Somalia,

che anche un nucleo di carabinieri del Tuscania con compiti di indagine era lì.

Si sa che nessuno di loro si recò sul luogo del duplice delitto e che quando Giancarlo Marocchino, un “chiacchierato” italiano in Somalia dal 1984, arriva sul posto e recupera i corpi, come documentato da un filmato dell’ABC, Ilaria è ancora viva. Ci fu un’omissione di soccorso.

Si sa che non vennero sequestrate le armi dell’autista di Ilaria né della scorta, non vennero interrogati i testimoni.

Si sa che nessuna inchiesta è stata finora conclusa da parte delle istituzioni che avevano il dovere di indagare e di assicurare alla giustizia esecutori e mandanti.

Si sa che senza l’impegno e la determinazione di Luciana e Giorgio Alpi questo “caso” sarebbe chiuso da anni.

Si sa che non fu disposta l’autopsia ma solo un esame esterno del corpo il cui risultato è però chiarissimo:

Il 22 marzo 1994 al cimitero Flaminio, il dottor Giulio Sacchetti, perito medico scrive:

“….trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico; mezzo adoperato pistola, arma corta…….

Quanto ai mezzi che produssero il decesso si identificano in un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo.”

Si sa che Miran Hrovatin è stato colpito da un proiettile analogo al capo.

Si sa che il corpo di Ilaria è stato dolorosamente riesumato due volte (1996, 2004).

Si sa che sono spariti il certificato di morte redatto sulla nave Garibaldi (riemerso dopo molti anni), e il body anatomy report redatto dalla compagnia Brown Root di Huston, insieme ai bloch notes di Ilaria e alle videocassette registrate.

Si sa che la sentenza di condanna all’ergastolo di Hashi Omar Assan (secondo processo), nelle sue motivazioni, indica un solo movente di quella che definisce una esecuzione premeditata e organizzata.

“…. E che questi scopi siano da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista perché divenuta costei estremamente “scomoda” per qualcuno è ipotesi non seriamente contestabile alla luce non solo di quanto sopra argomentato ma anche degli elementi e delle considerazioni che seguono.

Gli argomenti trattati dalla giornalista durante il colloquio avuto poco prima della sua partenza per Bosaso con Faduma Mohamed Mamud (teste sentita nel primo processo) nonché quelli oggetto dell’intervista con il sultano di Bosaso difficoltosamente ottenuta, l’interesse dimostrato in relazione al sequestro della nave della società Shifco, la visita dei pozzi oggetto di uno scandalo connesso con la cooperazione, il tenore della telefonata intercorsa tra la Alpi e il suo caporedattore Massimo Loche nel corso della quale la giornalista aveva anticipato al collega di avere in mano “cose molto grosse”…… sono tutte circostanze che inducono a fondatamente ritenere che Ilaria Alpi avesse nella sua attività di giornalista scoperto fatti ed attività connesse con traffici illeciti di vasto ambito……”

Si sa che Ilaria Alpi era stata minacciata di morte a Bosaso nei giorni precedenti il suo assassinio e probabilmente sequestrata se pur per breve tempo da esponenti di clan locali.

Si sa che è in corso il processo per il reato di calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni.

Si sa che c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto e pagato da un’autorità italiana perchè accusasse Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Si sa che se verrà confermato che Jelle ha mentito e che è stato pagato per mentire si dovrà riaprire tutta l’inchiesta sul duplice assassinio di Ilaria e Miran.

Si sa che la sentenza di assoluzione (primo processo)  di Hashi Omar Assan definiva tutto il procedimento come “la costruzione di un capro espiatorio” stante che “il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti tra Italia e Somalia” e stante che “alcune piste potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (presidente della Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Fara Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando ndr)”.

Si sa che quando Ilaria effettuò la prima (di sette in poco più di un anno) missione in Somalia (20 dicembre 1992-10 gennaio 1993) erano giunti da pochi giorni i primi elementi di ricognizione del nostro contingente militare per la missione internazionale al comando USA.

Si sa che il 9 dicembre erano sbarcati per primi in Somalia i marines americani in modo spettacolare e con le Tv di tutto il mondo appostate sulle spiagge: una risposta allo shoc delle immagini dell’immane tragedia somala che erano entrate in tutte le case nei mesi precedenti. Dal gennaio del 1991, alla caduta (e alla fuga) di Siad Barre, sanguinario dittatore, corrotto, sostenuto e foraggiato anche dall’Italia fino all’ultimo, la Somalia era precipitata in una guerra civile disastrosa: cinque milioni di somali divisi in sei etnie, cinquanta clan e oltre 200 sottoclan. I clan, le faide tribali, i signori della guerra sono i nuovi padroni. Le conseguenze per la popolazione già stremata e poverissima sono esodi, carestie, epidemie, criminalità, contrabbando: un terreno fecondo per faccendieri e trafficanti di ogni tipo.

Si sa che esiste un documento (ancora segretato ma già all’attenzione del Copasir, l’organismo di controllo sull’attività dei servizi segreti)  che rivelerebbe come il SISMI (attuale Aise) sarebbe “coinvolto” nella gestione del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici con un esplicito riferimento anche al traffico di armi.

Il documento porta la data dell’11 dicembre 1995 e rivela “che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi»”.

Si sa che il 13 dicembre 1995, in circostanze misteriose (secondo gli stessi magistrati impegnati nelle indagini) muore il capitano Natale De Grazia, figura chiave del pool investigativo coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri che indaga sulle “navi dei veleni”.

Francesco Neri  nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine  sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Ha spiegato dettagliatamente della perquisizione a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento.

Francesco Neri dirà tra molte altre cose:

“Nella perquisizione ……la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia……

insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi”. Che ci faceva il certificato di morte di Ilaria tra le carte di Comerio?

Si sa che l’avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin invece che ricercare i responsabili del duplice assassinio ha perseguito con tenacia e senza risparmio di mezzi l’obiettivo di scagionare alcune persone quali:

Giancarlo Marocchino ha raccontato diverse versioni di quanto accadde il 20 marzo 1994; ha assistito forse anche all’agguato stesso, di certo non ha detto tutto quello che sa e forse ha anche mentito.

Omar Mugne, ingegnere della Shifco, società a cui apparteneva la Farah Omar, il peschereccio sequestrato a Bosaso di cui si occupò Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio in Somalia. E’ possibile che Mugne abbia anche  incontrato Ilaria forse proprio sulla Farah Omar sospettata di trasportare armi e rifiuti; dell’incontro esisterebbe una cassetta registrata, come sostenuto dal alcuni testimoni.

Si sa che le conclusioni di Taormina sono vergognosamente false, offensive della professionalità e della memoria di Ilaria e Miran: “Si trattò di un tentativo di sequestro finito male; nessun mistero, dunque, Ilaria e Miran non stavano conducendo alcuna indagine scottante. A Bosaso erano andati in vacanza, al mare. Eroi del giornalismo perché sono morti. Ma nulla stavano cercando o avevano trovato circa ipotetici traffici di armi di rifiuti o altro”.

Si sa che sono state fatte carte false ignorando tutte le testimonianze che provavano la tesi dell’esecuzione e “pilotandone” altre.

Il sultano di Bosaso, ad esempio, ha confermato la sparizione di alcune cassette video registrate (ha detto che l’intervista che gli fece Ilaria, pochi giorni prima di essere uccisa, durò due o tre ore, solo una di una ventina di minuti è giunta in Italia!) e ha dichiarato davanti alla commissione d’inchiesta (10 febbraio 2006): “…a Ilaria ho detto che quelle navi portavano via dalla Somalia il pesce e poi venivano con le armi………tutti parlavano del trasporto delle armi e dei rifiuti….chi diceva di aver visto…non si vedeva vivo o spariva, in un modo o nell’altro, moriva…

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 17 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove.

Si conosce ormai quasi tutto su quel che accadde in quei giorni a Mogadiscio, sul perché del duplice delitto, perfino su chi poteva far parte del commando. Ma gli esecutori sono ancora impuniti e non si è ancora arrivati ai mandanti a chi ha armato il gruppo di fuoco.

Perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

In fondo basterebbe indagare a fondo su quanto aveva scritto Ilaria su alcuni bloch notes ritrovati.

A partire da questa piccola nota: ” 1400 miliardi di lire dove è finita questa impressionante mole di denaro? “ (1.400.000.000.000 “Sono tanti undici zero. Proprio tanti. Troppi. …. non è che il viaggio è finito. E infatti ce ne vuole, ancora, per arrivare in fondo al viaggio, in fondo a tutti e undici gli zero.” da Lo schifo – omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione” )

Ilaria nel film “il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….

“Io so.

Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

Mariangela Gritta Grainer

Portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi

(postfazione tratta dal libro LO SCHIFO  di Stefano Massini, Promo Music, Corvino Meda Editore)

fonti :  http://www.ilariaalpi.it/?p=4552

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