L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA


di Davide Reinafermata-diseguaglianza

Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

 

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/06/la_diseguaglianza_italiana.html#anchor

 

23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

http://www.milanox.eu/

Ordine Fornero: al lavoro fino alla morte


fornero-piange-sDi Rita Pani

Signora Fornero, la prego mi aiuti: ho due figlie, la maggiore per fortuna ha già espatriato, ma ancora non riesco a convincere la piccola a lasciare questa landa desolata governata da voi. Pensavo, che se lei potesse emanare ancora qualche editto, forse la mia bambina potrebbe finalmente convincersi che persino in Burkina Faso, potrebbe avere un futuro migliore che qui.
Ho appena letto – una riga sì e una no, che leggere tutto sarebbe stato uno spreco – la sua ennesima riforma del sistema pensionistico, e ho capito – come se ci fosse bisogno di ulteriori evidenze – che lei proprio non ha idea di cosa sia il lavoro. Ho anche dedotto, o meglio fortificato la mia convinzione – che voi vogliate continuare a sanguisugare il lavoratore, con la speranza che egli crepi prima di poter riavere, anche in minima parte il maltolto.

Se non fosse una tragedia, le giuro che lei sarebbe davvero esilarante, e con lei tutto quel manipolo di scaltri affaristi al soldo del capitalismo, che siedono abusivamente al governo di questo ormai ridicolo paese.
Lavorare fino a 70 anni, ma volendo arrivare anche a 75. Perché no?
Vede signora, lavorare non significa alzarsi la mattina con comodo, farsi venire a prendere dalla macchina comoda che non rispetta il traffico e i semafori, andare a chiudersi in una stanza fresca d’estate e calda d’inverno, posando il santo culetto santo su una poltrona in pelle umana, delegando ogni cosa da fare a uno schiavo sottoposto, magari uno stagista pagato a un euro l’ora, quando è fortunato, o pagato nulla quando è ricattato. Lavorare è fatica. Il lavoro logora le membra, il cervello, le mani. Lavorare fa ammalare, spesso non dà abbastanza nemmeno per mangiare, o per aiutare i figli a crearsi quel futuro che comunque, con una legge idiota come quella da lei partorita, gli verrebbe negato.

Immagini un maestro elementare, a 70 anni circondato da una miriade di ragazzini chiassosi, esperti di Internet appena smesso il biberon, veloci di mente e curiosi. Immagini un Carabiniere in pattuglia che vede il ladro scappare per una campagna impercorribile col veloce mezzo (magari a corto di benzina) che sceso dalla macchina, si lancia all’inseguimento. Immagini l’operaio alla catena di montaggio – già è vero, quelli ormai son quasi estinti: obiettivo raggiunto! – Immagini l’autista di un autobus, guidare nel traffico stoicamente dopo i 70 anni. Immagini una persona che da una vita ogni mattina si alza alle cinque del mattino, inverno ed estate, con la neve o con la pioggia, percorrere sempre la stessa strada, fare sempre gli stessi movimenti, un professore dire sempre le stese cose, e poi immagini sé stessa, condannata dalla vita a viverne una reale …

Poi me lo venga a raccontare che è tutta una questione di coefficienti, che bisogna dare di più per avere il minimo, che è giusto farsi derubare ogni mese di quasi la metà dello stipendio per finanziare uno stato ingordo, derubato da un manipolo di ladri a cui non avete il coraggio di imporre di ripagarci tutti, con gli interessi, di quel che si sono portati a casa.
La prego signora Forneno, mi aiuti a convincere mia figlia che è ingiusto il suo sacrificio, mi aiuti a spiegarle sempre più e meglio che se ne deve andare da questo paese di merda. Ci convochi tutti i giorni, attraverso i giornali e la TV ad ascoltare una delle sue mirabolanti e geniali trovate. Almeno per questo, la prego, si renda più utile. Non ci vuol nulla, in fondo, nemmeno uno sforzo … le sue idiozie hanno l’aria di venirle con massima spontaneità.

FONTE : http://www.mentecritica.net/31866/informazione/cronache-italiane/rita-pani/31866/

Ilva. Il cinismo di Fabio Riva: “Due casi tumore, cosa vuoi che sia? una minchiata” e per il gip era Vendola il regista dell’operazione


 5000 operai dell‘Ilva di Taranto sono stati messi in libertà o in ferie forzate: l’azienda ha annunciato la chiusura dell stabilimento.

Gli arresti nella notte, gli avvisi di garanzia nei confronti del presidente del cda dell’acciaieria,Bruno Ferrante e del direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati hanno fatto scattare il campanello d’allarme. L’azienda ha reagito nella maniera temuta: l’Ilva ha annunciato che “il sequestro dei prodotti finiti e dei semilavorati comporterà la cessazione di ogni attività, nonchè la chiusura dello stabilimento di Taranto e di tutti gli stabilimenti del gruppo che dipendono, per la propria atività, dalle forniture dello stabilimento di Taranto”.

La fabbrica è presidiata dai lavoratori, in assemblea permanente, non vogliono allontanarsi, temono di non rientrarci mai più, mentre l’azienda disattiva i badge e ferma i cronometri contatempo.

E’ vero che la nuova bufera giudiziaria rischia di travolgere la più grande acciaieria del Paese e la seconda d’Europa, che l’ordinanza del Gip Patrizia Todisco rischia di trasformarsi in un certificato di morte per lo stabilimento, ma potevano i magistrati voltarsi dall’altra parte e non prendere in considerazione quanto emerso dalle intercettazioni?

Fabio Riva, il rampollo della dinasty, è irreperibile, c’è chi lo da in America, chi in Algeria, lo insegue un’ordinanza di custodia cautelate in carcere per associazione per delinquere, corruzione e reati ambientali.

Il 9 giugno 2010 Fabio Riva è al telefono con il suo legale, l’avvocato Perli, in ballo la nuova Autorizzazione integrata ambientale ”Va un  pò pilotata questa roba della commissione” dice Perli. Riva risponde “Mette molto tranquilli anche la lettera della Porta rispetto a quel matto dell’Assennato (il presidente dell’Arpa). …due casi di tumore in più, una minchiata”.

Era successo che l’Arpa regionale aveva prodotto una relazione nella quale si affermava che le emissioni di benzoapirene erano di gran lunga superiori ai limiti di legge, rimarcando la natura altamente cancerogena della sostanza “lle concentrazioni -si legge nella relazione- è associata la stima di circa due casi di tumore al polmone nella popolazione del quartiere Tamburi”.

Assennato è un incubo per i vertici dell’Ilva. Dalle telefonate di Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, emerge la precisa volontà di neutralizzare Giorgio Assennato e il gip Todisco arriva alla conclusione che fosse Nichi Vendola in prima persona a rassicurare  e fornire garanzie. Anzi il giudice sostiene che il regista dell’operazione fosse proprio il governatore della Puglia, peraltro mai indagato “Alla luce della suddetta intercettazione è assolutamente attendibile che tutto si sia svolto sotto l’attenta regia del Presidente Vendola e del suo Capo di Gabinetto Avvocato Manna”.

Il 6 luglio 2010 Vendola è al telefono con con Archinà “Siccome ho capito com’è la situazione, mettiamo in agenda un incontro con l’ingegnere, State tranquilli che non mi sono scordato…ho paura che metto la faccia mia e si possono accendere ancora di più i fuochi”.

Patrizia Todisco è colpita dalla capacità persuasiva, per usare un eufemismo, dell’Ilva, che riesce a sottomettere parlamentari, sindaci, presidenti, assessori provinciali, financo cardinali.

C’è un referendum di un comitato che raccoglie firme contro l’azienda? L’ineffabile  e infaticabile Archinà chiama il sindaco Ippazio Stefano e gli chiede che la data della consultazione sia “il più lontano possibile… per farci lavorare un pò tranquilli”. Il sindaco “Tranquilli…va benissimo”.

Intanto rabbia e tensione, se possibile, crescono, anche negli altri stabilimenti Ilva. A Cornigliano c’è lavoro la massimo fino a lunedì, a Racconigi le maestranze non hanno ricevuto comunicazioni dalla direzione, ma c’è incertezza sull’arrivo dei rifornimenti.

A Novi Ligure è ancora peggio, anche qui silenzio dai piani alti “Da Taranto i compagni ci hanno detto che i rotoli destinati ai clienti sono stati bloccati. I sindacato li hanno consigliati di non uscire dalla fabbrica, non non sappiamo se riusciremo a entrare.”

http://www.articolotre.com/2012/11/ilva-il-cinismo-di-fabio-riva-due-casi-tumore-cosa-vuoi-che-sia-una-minchiata-e-per-il-gip-era-vendola-il-regista-deeloperazione/120817

Riflusso al femminile


Negli anni ’80 del secolo scorso andava di moda la parola riflusso. L’immagine che suggeriva era quella di una marea che, dopo essere salita al massimo, tristemente si ritrae lasciando solo detriti. All’epoca il riflusso riguardava l’impegno politico e le contrapposte ideologie dopo gli anni di piombo. Tempi lontani.

Ma oggi si potrebbe tornare a parlare di riflusso e lo spunto potrebbe fornircelo quella che è stata la foto di qualche settimana fa. Barack Obama è stato rieletto, come tutti sappiamo. In molti in Italia hanno gioito e si sono commossi davanti alle parole immediatamente post-elezione. Quelle dedicate a Michelle e che sono la perfetta didascalia della foto di cui sopra. Barack in maniche di camicia che abbraccia Michelle.Lui, ovviamente, porge il volto all’obiettivo. Michelle è di spalle. Perché, è risaputo, dietro ogni grande uomo c’è una grande donna. La cui importanza è riconosciuta. “Non sarei l’uomo che sono se 20 anni fa non avessi sposato Michelle”, ha dichiarato il neo-eletto presidente degli Stati Uniti. Ma riconosciuta a patto, appunto, che la grande donna resti alle spalle del grande uomo.

Riflusso. Rifluiscono verso il focolare le manager in carriera americane, ammettendo la sconfitta. Perché una donna, nel secondo decennio del terzo millennio, ormai lo sa che non si può avere tutto: casa, amore, figli, successo personale. A una cosa si deve rinunciare e sarebbe egoistico farlo per aspetti dell’esistenza che coinvolgono terze persone (casa, amore, figli). Quindi via il successo personale. Via il lavoro. Via gli obiettivi di realizzazione. Via l’indipendenza.

Così succede, come racconta Natalia Aspesi in un editoriale, che il film ebraico ultraortodosso “La sposa promessa”, in uscita questa settimana ma visto in anteprima alla Mostra di Venezia, abbia “sedotto e turbato” le donne presenti. Scopriamo così dalla penna di una donna di acuta e ironica intelligenza qual è la Aspesi, che la regista del film si chiama Rama Burshtein, ha 46 anni. Era laica e americana, oggi è ortodossa ed ebraica, ha cinque figli, come prescrive la legge ebraica, obbedisce al marito e al rabbino ed è felice. Talmente felice che “dovunque l film venga proiettato, conquista soprattutto le donne, per lo meno quelle che cominciano a sentirsi affaticate dalla loro indipendenza”.

Per la cronaca, il film racconta di una ragazza cui i genitori scelgono il marito in una società dove le donne vivono separate dagli uomini, si sposano vergini con uno sconosciuto e lo rendono padre di quanti più figli possibili mentre lo servono e lo riveriscono ben chiuse in casa. Dopo i contratti sadomaso, le sottomesse e i dominatori, scopriamo che le donne italiane anelano a rifluire in massa nell’apartheid sessista delle religioni più estreme. Stanche come sono di lottare per una parità che sembrava a portata di mano solo pochi anni fa. Poi la marea si è ritratta e Cenerentola è tornata di gran moda.

Autore: Laura Costantini

http://www.mentecritica.net/it/riflusso-al-femminile/meccanica-delle-cose/vere-donne/laura-costantini/31438/

Le nostre colpe nel mondo di X Factor


Di Giorgio Cremaschi

Il simpatico spettacolo televisivo delle primarie del centro sinistra, giustamente ospitato negli studi dove si sfidano i cantanti di X Factor, ci consegna tutta l’insostenibile leggerezza della politica italiana di fronte alla crisi.

Mentre la condizione sociale del paese sprofonda e non uno solo dei fattori economici segna al positivo, non una sola delle scelte di fondo che ci stanno governando viene sottoposta al giudizio degli elettori. E’ giusta l’austerità e se no quali sono le alternative? Cosa si fa in Europa, come ci comportiamo con la Grecia, continuiamo ad essere complici dell’infamia sociale e civile verso un intero popolo o rompiamo con chi la sta producendo?

Mi fermo qui perché di fronte allo spettacolino del centro sinistra – invidiato dalla destra che ora dice lo faremo anche noi – di fronte a tutto questo la cosa più sciocca è stupirsi. Nella carta di intenti sottoscritta da tutti i candidati del centro sinistra, in mezzo a tanti fumosi buoni propositi un impegno è chiaro senza equivoci. Il centrosinistra è impegnato a sostenere tutti i patti di austerità europea, tutti i trattati, tutti gli impegni assunti da Monti, a partire dal fiscal compact. La vera agenda Monti è già sottoscritta, il resto è solo spettacolo televisivo.

Allora il punto vero è solo questo: cosa facciamo noi?

Noi che siamo scesi in piazza il 27 ottobre. Noi che scioperiamo e manifestiamo insieme a tanti popoli d’Europa contro l’austerità. Noi che non ne possiamo più di pagare i costi materiali della crisi e anche quello morale dovuto all”ipocrisia di chi governa. Noi che facciamo?

Ci facciamo ancora rappresentare dalla compagnia di X Factor? E se questa volta vogliamo non farci fregare dalla narrazione del centro sinistra, dopo vent’anni di narrazione berlusconiana, per quale alternativa lavoriamo?

La sola vera forza dell’inconsistenza del centrosinistra sta proprio nella nostra incapacità di costruire l’alternativa.

Portiamo in piazza una marea di persone e il giorno dopo riprendiamo come prima, con tutti i nostri gruppi e organizzazioni, quasi ci fossimo incontrati per caso e con qualche fastidio.

Dall’inizio del secolo in Italia si susseguono grandi movimenti, lotte generose e mobilitazioni, ma la rappresentanza istituzionale è sempre quella, altro che rottamazione. Sì c’ è il movimento 5 Stelle, ma sappiamo tutti che non rappresenta la nostra lotta, il nostro punto di vista. Noi non riusciamo a consolidare nulla e la compagnia di X Factor, più o meno allargata a seconda delle circostanze, alla fine è sempre l’unica in campo.

Che facciamo allora, ci occupiamo solo dei nostri spazi? Per scelta o per costrizione restiamo extra parlamentari, extraconfederali, extra insomma? Possiamo cominciare a dire che se le cose vanno così male in Italia, ne abbiamo responsabilità anche noi?

I militanti e i dirigenti dei sindacati di base e del dissenso confederale, quelli dei partiti a sinistra del centro sinistra, quelli delle organizzazioni sociali e civili che rifiutano tutto o parti rilevanti di questo sistema, pensano davvero di proseguire così e di sopravvivere, ognuno a casa sua, alla devastazione della crisi e all’assimilazione del potere che la governa?

C’è bisogno oggi di una vera grande rottura, ma o la produrremo assieme o non ci sarà.

Se l’alternativa di cui misuriamo ogni giorno la grande domanda e l’immenso bisogno, se questa alternativa non nasce, non è a questo punto colpa nostra? Vorrei delle risposte.

Fonte: micromega

http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2012/11/17/28448-le-nostre-colpe-nel-mondo-di-x-factor/

Lavoro e dignità


Di Vincenza63

Avrei preferito di gran lunga essere manganellata da questi poliziotti piuttosto che subire l’umiliazione di essere “dimissionata”, come mi è successo anni fa. Qualcuno si chiederà cosa abbia a che fare quest’immagine con la fine del mio rapporto di lavoro subordinato, ottenuta in modo apparentemente e falsamente volontario, con l’azienda per la quale lavoravo fino al 2 febbraio 1996.

Credetemi, ha molto a che fare…

Non vi ho mai raccontato di questo. Oggi ho deciso, dopo una riflessione indotta da un amico giornalista e a sua volta blogger molto più famoso di me, di far emergere i ricordi e liberarmi di questo ennesimo dolore. Tutto è cominciato nella tarda mattinata di un paio di giorni fa, quando ho letto un post di Andrea Riscassi sulla morte avvenuta poche ore prima di una persona da lui molto apprezzata: Ezio Trussoni, scomparso a causa della SLA. Lo cito per un motivo molto particolare, e cioè come l’azienda RAI a detta di Andrea abbia rispettato la persona e soprattutto il lavoratore anche se malato da tutti punti di vista. Salvaguardando la sua posizione, rispettandone la professionalità fino all’ultimo giorno e soprattutto, non da ultimo, vedendolo come risorsa e non come peso per l’azienda stessa dimostrando in questo modo un’elevata umanità e il giusto rispetto per l’uomo.

Non così è stato per me. Brevemente la mia storia lavorativa, ovvero il mio rapporto con l’azienda dove ho mosso i primi passi nel mio settore per poi apprendere sempre di più e specializzarmi in quello che poi sarebbe diventata la mia professione attuale: la traduttrice di testi tecnici scientifici, meglio conosciuto come technical writer. Per sei anni ho continuato ad apprendere nozioni di tutti i tipi: dalla lettera commerciale agli inizi e man mano alle pratiche di export fino a raggiungere un alto livello nel settore traducendo brochure, manuali d’uso e riparazione, manuali di manutenzione e intrattenendo rapporti di tipo tecnico affiancando i responsabili di officina e di produzione nella mia azienda. Tutto questo, imparato per la mia buona volontà e la curiosità che mi ha sempre contraddistinto nella vita non mi è mai stato riconosciuto, né moralmente né tantomeno economicamente, con avanzamenti di carriera e di stipendio. In più… ero una donna.

Non c’era spazio per l’ambizione, tutto ciò che si riceveva era pressione e stress.

I miei 41° di febbre mi facevano compagnia sotto le lenzuola completamente nuda, mentre mi trovavo da più di tre mesi nel reparto di neurologia dell’ospedale San Paolo a Milano senza sapere neanche quale sarebbe stato il mio destino definitivo.Completamente sdraiata, incapace di muovere qualsiasi muscolo, passavo i giorni interminabili in attesa di non so neppure io cosa. Mio marito sempre al mio fianco. Mia madre pure. Dio… era steso dentro di me.

Dopo tre mesi in quella situazione, senza diagnosi certa si viveva un giorno alla volta. Per me è ancora così, nonostante tutto. Progetti a breve termine. Anzi, brevissimo.

Un giorno, ricordo come fosse ora… ero sola, probabilmente chi mi assisteva tutto il giorno (mio marito e mia madre) si erano assentati per qualche momento. Mi sembrava di vivere in un sogno. Anzi un incubo. Vedo spuntare come dal nulla il capo del personale della mia azienda accompagnata da un’altra persona. Dopo un breve colloquio in cui mi chiedevano notizie delle mie condizioni di salute, ho appreso che quell’uomo era un notaio venuto apposta in ospedale perché fossero formalizzate le mie “dimissioni”. Poiché erano necessari due testimoni, hanno chiesto la disponibilità a due infermieri di turno in quel momento.C’è voluto meno di un quarto d’ora. Mi è passata davanti agli occhi la mia vita tra i miei colleghi, i clienti, i grafici, le operaie del reparto di produzione… l’amministratore delegato, che mi è capitato di incontrare in Rinascente anni dopo.

L’unico ricordo che ho distinto e doloroso di quel giorno è stato chiedere a uno di quegli infermieri di coprirmi il viso per non dover vedere quelle persone, solo che purtroppo mi raggiungeva ancora il suono della loro voce molto distinto. Parlavano di cose tecniche, erano a soli 2 m da me sul tavolo della stanza dell’ospedale, avevano appoggiato là documenti vari.

Ho desiderato veramente di morire quel giorno, schiacciata dall’umiliazione di non poter reagire né fisicamente né in altro modo, sentendomi completamente indifesa e in balia degli eventi. Sarei stata licenziata comunque di lì a qualche mese perché avrei superato il limite massimo di malattia consentito dal mio contratto nazionale metalmeccanici. Però… io posso capire chi si sente messo da parte per i motivi più disparati in questi periodi di crisi e di disoccupazione sempre più crescente. Soprattutto se ad essere colpita è una persona isolata, come lo ero io in quel letto, dal resto della società civile.

Finalmente… un saluto da lontano… senza neanche il coraggio di avvicinarsi guardandomi in viso… se ne stanno andando. Ora posso anche piangere. Meno male che sono da sola, perché chi mi ama sta soffrendo già così tanto per la mia salute che mi ha detto addio da qualche mese e che, così come intesa comunemente, non tornerà mai più.

Ho detto addio quel giorno alla mia azienda, alla vecchia Vicky che si dava da fare in ufficio, a quella ancora più piacevole che traduceva i manuali andando in officina dei riparatori per capire come funzionassero gli strumenti da noi commercializzati, oppure semplicemente imparare a tararli secondo le richieste del cliente oppure il tipo di applicazione. Sì, è stato un brutto giorno. Ma non da dimenticare, piuttosto da ricordare quando la tentazione di lasciarmi andare e di non reagire o non voler prendere decisioni, magari anche le più piccole, si affaccia nella mia mente.

Nessuno può decidere da un bel po’ di anni della mia vita al mio posto. Questo in alcuni momenti è un peso. In altri una grandissima gioia, quella di una dignitosa indipendenza intellettuale e culturale.

Dedico questa breve riflessione a chi pensa di rubarci la dignità togliendoci il lavoro. Li osservo a volte dall’alto mentre seduta sulla mia carrozzina li guardo strisciare… altre volte li vedo dal basso, quando ricordo me stessa sdraiata come morta sotto quel lenzuolo.
Sono ancora qui. Mi sono reinventata per anni altre collaborazioni lavorative, dopo il tempo necessario a stabilizzare la mia situazione di salute, o meglio quel poco che mi rimaneva.

Mi è capitato di incontrare vecchi colleghi e anche di intravedere qualche dirigente nel centro commerciale di Rozzano, alle soglie di Milano sud.
Non ho provato sentimenti particolari, se non un iniziale imbarazzo da entrambe le parti superato velocemente. Ma soprattutto…non ho provato alcun sentimento d’inferiorità perché privata di un mezzo fondamentale per vivere: il lavoro. Quello che ci fa contare nella società, quello senza il quale per gli altri non sei più nessuno, se non un peso.

Io… mi sento leggerissima!

Sempre Vicky!

 

FONTE : http://vincenza63.wordpress.com/2012/11/10/lavoro-e-dignita/

Le tragedie in campagna non sono mai un caso: perché alla lobby dei cacciatori la politica ha sempre concesso qualunque cosa


Non sono contro la caccia. Capisco che per le comunità dei paesi sardi si tratta di un momento di straordinaria importanza, perché crea dinamiche di socializzazione, perché crea gruppi coesi, perché unisce le persone anziché dividerle. Non sono contro la caccia anche se non ci sono mai andato e non mi è mai piaciuto tenere le armi in mano. Non sono contro la caccia e penso che la tragedia di Irgoli (con un ragazzino di 12 anni colpito al volto da un pallettone sparato per errore) non abbia bisogno di reazioni isteriche che non portano a nulla (come la richiesta dell’abolizione della caccia, ad esempio).

http://blog.libero.it/ValledelCedrino/

«Era vicino a me e aveva un cappellino giallo per farlo notare meglio a chiunque: è stato colpito alla testa proprio nel momento in cui gli ho gridato di buttarsi a terra».

«Io non lo so, io non lo so cosa gli è preso ma quello ci ha sparato addosso, aveva appena visto il cinghiale. Io ho fatto giusto in tempo a sentire la pioggia di pallettoni, mi risuonavano vicino all’orecchio, ho fatto in tempo a girarmi e a gridare a mio figlio “Buttati a terra”, che me lo sono visto cadere davanti. Ma in quel letto d’ospedale, adesso, potevo esserci anch’io». Barba di qualche giorno, volto scuro, occhiaie profonde, frutto di una notte insonne a macerarsi tra mille domande, alle 14.30 di ieri, il papà di A.C. è un uomo stravolto ma che non ha ancora perso del tutto la speranza. Abbraccia la moglie, ormai senza voce e senza più lacrime, stringe tra le braccia il figlio più grande, risponde, seppur a fatica, ai tanti perché di amici e parenti. E come un soldato tenace non abbandona neppure per un minuto la postazione: le panche del repartodi rianimazione dell’ospedale San Francesco dove è ricoverato suo figlio di appena 12 anni. Centrato da un pallettone alla testa in una battuta di caccia nelle campagne di Irgoli. I medici gliel’hanno detto, che ha un figlio forte. Che sta lottando per restare in vita anche se un pallettone se lo vorrebbe portare via. I medici gli hanno detto anche che il suo cervello da giovinetto sta rispondendo bene ai medicinali e si è sgonfiato. Ma gli hanno anche fatto capire che c’è una spada di Damocle che incombe sulla sua testa: il pallettone, dopo aver centrato il piccolo alla fronte, ha portato via un po’ di materia cerebrale.

Detto ciò, questa ennesima tragedia non può però passare come se nulla fosse accaduto. Un punto di non ritorno è stato superato. Ora bisogna veramente fare qualcosa.

Lo scorso anno in Sardegna quattro persone sono morte durante la stagione venatoria e decine sono rimaste ferite, ma il dibattito sulle condizioni di sicurezza e sulla necessità di prevenire meglio gli incidenti è durato lo spazio di un mattino.

Solo dopo non so quanti morti i cacciatori si sono decisi ad indossare i giubbotti fosforescenti. I Forestali dovrebbero fare i controlli, ma non hanno risorse, e dunque tutto è rimesso alla buona volontà e al buon senso dei cacciatori. Dunque, anche al caso. Perché spesso la caccia è vissuta come un momento dove alle regole imposte dalla legge si deroga con troppa facilità. Le campagne sarde sono da anni un luogo dove tutto può succedere.

I giornali hanno difficoltà ad affrontare il tema perché ogni dibattito è orientato solamente a far scontrare gli opposti estremismi: da una parte chi parla di semplice fatalità, dall’altra chi semplicemente abolirebbe la caccia. Così non si va da nessuna parte, e infatti ogni anno si contano i morti. Le regole devono essere fatte rispettare, e se occorre a questo punto ne vanno fissate anche di nuove, assai più stringenti.

Ma la politica da questo orecchio non ci ha mai volute sentire, anzi. Il pelo della lobby dei cacciatori è stato lisciato sempre e in tutti i modi possibili: varando allungamenti della stagione venatoria poi regolarmente cassati dalla corte costituzionale; tenendo basse le tasse relative al porto d’armi; evitando di mettere mano al settore, da sempre ritenuto uno straordinario bacino di voti.

La tragedia di Irgoli deve segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Le campagne sarde non possono continuare ad essere nel luogo dove tutto è possibile, dove ogni anno qualcuno ci lascia la pelle come se niente fosse. La politica sarda deve mettersi una mano sulla coscienza: sempre che ne abbia ancora una. E le associazioni dei cacciatori devono smetterla di invocare la fatalità per spiegare tragedie che non dovrebbero mai avvenire.

http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/11/12/le-tragedie-in-campagna-non-sono-mai-un-caso-perche-alla-lobby-dei-cacciatori-la-politica-ha-sempre-concesso-qualunque-cosa/