La società del cordoglio

Troppo cordoglio nell’aria. Abbiamo un presidente della Repubblica che esce dal coma praticamente solo per esprimere cordoglio e invocare coesione nazionale. Presto avremo un ministro per il cordoglio, uno che viene fuori da un corso per cordogliatori o cordoglianti, che piange il giusto, che usa parole come “oltremodo” “infausto” e “strazio”, che ha una posa popular/friendly perché bisogna pur far capire che i governanti sono empatici con le disgrazie di noi poveri umani di quaggiù.

Poi c’è il giornalista del cordoglio, quello che si straccia le vesti e batte il pugno al petto e soffre, senti come soffre?, c’ha la sofferenza che gli cordoglia inside e come cordoglia lui proprio nessuno, e va cercando elementi cordoglianti in ogni dove per mantenere desta l’attenzione e per provocare orgasmi collettivi a quella gente così commossa, così partecipe, così curiosa e affamata di dettagli morbosi. Sono zombies che si eccitano alla vista di tanta pornografia emotiva e non sanno esistere senza un pelo di pube dell’adolescente stuprata, una pagina del diario con i cuoricini della ragazzina ammazzata, un “Filomena, piccolo angelo” tatuato sulla fronte.

Vogliono carne, carne a brandelli, brandelli umani, e diteci se in rete se ne reperiscono dei morti terremotati (ché però pare non interessino a nessuno) e delle adolescenti frantumate, di quella uccisa che al pari di una qualunque altra adolescente dalla faccia bella e pulita diventa oggetto di mercificazione. A proposito: qualcun@ è andat@ a casa sua a sottrarre lo spazzolino da denti per rivenderlo su e-bay?

E non ho il coraggio di fermarmi ad assistere alle elucubrazioni di psichiatri e presentatori da quattro soldi che hanno fatto diventare ogni delitto una festa paesana, un momento di incontro in cui porti babbaluci e fuochi d’artificio e i palloncini per i picciriddi, ché tanto è come se fossimo tornati alle grandi feste per le impiccagioni, per i roghi alle streghe, e così siamo eccitati/e aspettando di nutrirci di particolari della defunta, con la tv che pensa agli ascolti per la cronaca in diretta dai funerali di Stato, ché quello per Melissa o il matrimonio di Lady Diana pari sono.

E’ tutto un gossippare cordogliando o un cordogliare gossippando. Ed è talmente americana questa cosa, americana della peggior specie, di quella cultura che ci ha colonizzato fino a farci diventare degli automi, che quasi ci si chiede se tutto ciò non alimenti il desiderio di mitomani di apparire in televisione, di far discutere di se’, per comunicare idee completamente folli, per vedere le fazioni, pro e contro, i simpatizzanti, perfino, quelli che si preparano a provare empatia con gli assassini.

I giornalisti, quelli di una volta, Pippo Fava, Peppino Impastato, per tirare fuori due nomi a caso, non esistono più. Oggi come oggi l’inchiesta consiste nel trovare le mutande sporche della ragazza assassinata, scavare nella vita privata di ciascuno per trovare tracce torbide, buttare fango su tutto e tutti, svendere sentimenti ed emozioni, quelle che fanno presa perché il resto si censura, e si codifica un nuovo tipo di essere umano, l’homo televisivus che parla come maria de filippi e si eccita per il plastico di bruno vespa.

Non so. Abbiamo provato a fare dei ragionamenti e ogni volta che ci proviamo, dal terremoto de L’Aquila alla faccenda di Brindisi ci dicono che il cordoglio e zitte e tacete, perdio, su, sospendete la critica e i pensieri perché si parla con il “cuore” e qui invece abbiamo l’impressione che si parli con il culo, senza offesa per nessuno, ma sembrano tante imperiture scorregge dell’umanità cordogliante che cordoglia e cordoglia e cordoglia e che esige che si cordogli a reti unificate perché anche per il dolore c’è un tempo e un luogo.

“Applausi” e tutti applaudono. “Cordoglio” e tutti cordogliano. Ci faranno anche la danza del cordoglio. Paparaparaparaparapà, e applausi, yeah, e cordoglio… e cordoglia bene, capito?

Scusate il tono dissacrante, ché qui si rispetta il dolore, quello vero e non quello da tastiera, il dolore delle persone ferite a morte, ma non si può che avere il desiderio di restituire due pensieri con quei due neuroni che ci sono rimasti. Cordogliando, of course!

FONTE :http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/21/la-societa-del-cordoglio/

AUGURI MAMME!!

Auguri a tutte le mamme e speriamo che la nostra società ricordi sempre che siamo, prima di tutto, donne e persone! (Viviana)

fonte : https://www.facebook.com/#!/photo.php?fbid=396212767084806&set=a.139083052797780.14707.138835256155893&type=1&theater

Quaresimale

Fakra Younas, giovane pachistana, ex ballerina, alle spalle un’infanzia cancellata dalla madre prostituta e tossicodipendente e da un marito vecchio, aveva creduto di trovare un riscatto in un secondo matrimonio, ricco, felice, appassionato. Cancellato anche quello, ben presto, da una sequela di violenze, umiliazioni, stupri. Fakra si oppone, resiste: non ha che sé stessa, e si raccoglie ai quattro stracci della sua anima violata ma viva, solida, l’unica presenza reale, quasi fisica, in quel suo mondo cancellato. Il marito acculturato e facoltoso non tollera quella che considera lesa maestà: la “sua” donna ha osato ribellarsi, si è sciolta dalle sue catene. Le rovescia addosso un odio ancestrale, possente, che sembra provenire dai secoli, come direbbe Primo Levi. La cancella, ancora. Il volto con l’acido. Non la sopporta come persona, come entità slegata da quel guinzaglio muto al quale lui la pretende “naturalmente” confinata. La brucia col liquido. Abrasivo ossimoro. Fakra sopravvive, fugge, il suo volto azzerato diventa simbolo della bestialità del potere. Scrive anche un libro: Il volto cancellato è il logico titolo. Ma non basta. E’ rimasto qualcosa d’incancellabile nella vita cancellata di Fakra, ed è quell’anima stuprata, che adesso è diventata fantasma, e grida, in un vorticoso salto all’indietro, reclama i suoi diritti di bambina mai sbocciata, e vuole tutto e tutti con sé per non finire inghiottita nel gorgo fatale dell’ossessione.

Poi, viene il giorno dell’abbandono. In un palazzone di Roma, dove si sente sola, insopportabilmente sola. Quel suo corpo cancellato è diventato catena. Peso. Lo getta letteralmente via, dalla finestra, come un rifiuto. E’ un volo cencioso, un’anima singola non può che appartenere all’aria e lì ritorna.La marocchina Amina Filali è ancor più giovane di Fakra: solo sedicenne. E’ stata abusata, picchiata e costretta a sposare il suo carnefice. Soffoca. Nel suo chiuso universo comprende che non può né deve tacere ma che, ancora, l’unica possibilità a lei concessa per urlare è tacere per sempre [l'articolo 475 del codice penale marocchino dà la possibilità allo stupratore di evitare il processo e il carcere sposando la sua vittima se questa è minorenne. ]. Lo fa. Tanto, quella non è vita. Non si tratta di suicidi, ma di omicidi per procura.

Daniel Zamudio è un ragazzo cileno di 24 anni, ma dalle foto ne dimostra quattro di meno. Ha uno sguardo tenerissimo e notturno, d’una inerme consapevolezza. Di quel che gli riserverà il destino. Sguardo di croci, di desideri e sospiri. Sguardo indagatore di segrete e vellutate gioie. Sguardo adolescente. Non so se i suoi coetanei aggressori abbiano occhi. Fatico a immaginarli, nei neonazisti. Sono occhi, i loro, che non guardano, ma vedono: la curiosità chirurgica e gelida dei criminali torturatori di Salò. Torturatori di ragazzi anch’essi, sadici sezionatori di occhi. Senza gioia, peraltro, senza nemmeno godimento sensuale. Seviziano Daniel, colpevole di essere omosessuale, per sei ore. Come accadde sette anni fa a un altro ragazzo gay, Matthew Shepard. Gli staccano un orecchio, gli massacrano il cranio, gli incidono svastiche sul corpo agonizzante. Forse non si divertono abbastanza, forse sono annoiati. Alla fine lo massacrano di botte e lo lasciano lì esanime sul selciato. Come quel Nazareno in croce col quale si era deciso di farla finita, e allora tanto valeva una lancia nel costato. Daniel defunge dopo breve agonia e senza aver ripreso conoscenza. Del resto, era impossibile. E i crocifissi moderni non hanno resurrezione.

Altrove. Nuova Delhi, India. Un giovane attivista tibetano, Ciampa Yeshj, 26 anni, muore dopo essersi dato fuoco per protesta contro la visita del leader cinese Hu Jintao, a capo di uno dei governi più tirannici del mondo, soprattutto verso la minoranza tibetana. Una dittatura con la quale il democratico Occidente, sensibile ai diritti umani, non ha scrupoli a intessere affari. A Bologna Giacomo, artigiano 58enne oberato dai debiti, compie lo stesso gesto davanti alla sede dell’Agenzia delle Entrate. Vittima d’un fascismo non meno spietato, quello del Mercato. Un ragazzo romeno cerca di soccorrerlo, ma senza successo. Lui glielo ripete, con ostinazione da martire perduto, prima di sprofondare nel buio: voglio morire. Nemmeno tanto per i soldi: per la vergogna. Chiede persino scusa del gesto di cui pure è convinto. Come annota acutamente Michele Serra (“Repubblica” di ieri), solo i galantuomini avvertono il peso del loro debito, solo gli onesti se ne lasciano travolgere, al contrario dell’evasore, che esibisce la propria filibusteria come un trofeo. E la lista non è conclusa. Contemporaneamente, a Verona, un operaio edile marocchino di 27 anni si brucia davanti al municipio di Verona. Non riceveva lo stipendio da quattro mesi.

Morti, tutte, che ardono. Quasi tutte accomunate dal fuoco: barbare, primitive, mattanze dell’ingiustizia, della discriminazione e del potere, politico ed economico. Solo all’apparenza maturate in contesti diversi, hanno in realtà un unico comun denominatore: la disumanizzazione. Ordalie, provocazioni, smembramenti, questi addii al calor bianco, quest’incenerimento grondante sangue, ci riporta al presente impassibile, ci rilascia alla pietra, all’urlo primordiale, spaventoso, immane. E colpevole. La lunga Quaresima sembra non aver fine.

FONTE : http://www.mentecritica.net/quaresimale/leggere/daniela-tuscano/24946/

Da quella società che celebra gli ergastolani: Onore a Giuseppe Iacovone

di Michele Rinelli –  In Giacca Blu

Non lo fai per una questione di soldi ma lo fai e basta, perché è quello che senti ed è ciò che è giusto fare ed è per questo forse che è morto Giuseppe Iacovone, Agente Scelto della Polizia di Stato caduto ad Isernia a seguito di un incidente stradale mentre inseguiva un SUV che si era dato alla fuga.

Non lo fai perché vuoi le medaglie o qualche soldo in più, a fine mese sempre 1300 euro sono, ne ammanetti 5 o 10,  o nessuno non cambia nulla ma questa vita ha un senso e non può non averlo.

Per quanto assurdo sembri quando ti lanci dietro a un folle che scappa con una macchina a tutta velocità non ci pensi minimamente al tuo stipendio, alla tua vita, alla tua famiglia a quello che lasceresti: ti lanci, lo insegui e capita che muori perché quella è la tua vita e quello era ed è il tuo dovere.

Ci possiamo pure arrabbiare ma lo sappiamo dal primo giorno, le statistiche poi parlano chiaro, gli esponenti delle forze dell’ordine numericamente non muoiono nel fragore o con l’onore delle armi ma muoiono banalmente  per colpa dei potenti cavalli a motore quali sono le moderne autovetture.

Quello che però mi fa arrabbiare è il silenzio, la capacità di questo sistema di informazione immerso nel disinteresse della pubblica opinione che non si preoccupa di chi siano davvero i poliziotti tranne se li arrestano per qualche nefandezza, sono violenti o quando fanno scalpore e generano chiacchierare scandalizzate nei bar… ma quando muoiono nell’interesse della collettività durante l’espletamento del servizio ecco che i media si fanno di nebbia e a parte solo qualche lancio di agenzia striminzito limitandosi a darne il triste annuncio in sordina e senza poi così tanto rispetto.

Ed è quindi nel silenzio dei canali di informazione che ci lascia Giuseppe a soli 28 anni, troppo pochi per una vita, ma abbastanza per i suoi cari, i suoi amici e i suoi colleghi per non onorarlo come sarebbe giusto.

Restituiteci o meglio dateci il beneficio della morte bianca, i nostri non sono considerati morti bianche,  perché in Italia lo sbirro deve mettere in conto anche di morire ma non importa come, se muore fa parte del mestiere ma nella più assoluta indifferenza la sua dipartita quasi non esiste nelle cronache al contrario di ben più blasonati ergastolani come Bernardo Provenzano di cui il dolore del figlio ha “inspiegabilmente” trovato molta più enfasi rispetto a come muore un servitore dello stato.

Chissà perchè poi ?

Ma dove andrà  a finire una società che celebra i delinquenti e seppellisce gli eroi quotidiani ?

Giuseppe ci lascia quindi  con questo dubbio oltre che con il dolore, la rabbia e lo scoraggiamento di valere sempre meno in mezzo alla strada e davanti ai media come uomini, persone e operatori della forza pubblica.

Onore all’Agente Scelto Giuseppe Iacovone.


 FONTE : http://paroleingiaccablu.wordpress.com/2012/03/25/da-quella-societa-che-celebra-gli-ergastolani-onore-a-giuseppe-iacovone/

La nuova Costituzione

By ilsimplicissimus

La Costituzione
della Repubblica Italiana

Principi fondamentali
Art. 1

L’Italia è una Repubblica  fondata sul lavoro precario.

La sovranità appartiene alle Banche e alle Fondazioni, che la esercitan0 informalmente e senza i limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili di chi ha il potere, sia come singoli sia nelle formazioni sociali ove si svolge la loro personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di egoismo politico, economico e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno diversa dignità sociale e non sono eguali davanti alla legge, con distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la diseguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo dello sfruttamento e l’effettiva esclusione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto alla disoccupazione e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra all’arricchimento materiale della classe dirigente.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le cricche locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio trasferimento di fondi pubblici; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia di potenti, aziende e mafie.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme la minoranza linguistica italiana.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, dipendenti e correlati.

I loro rapporti sono regolati dal governo e dalla Cei. Le modificazioni dei patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con la chiesa cattolica.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con il Vaticano.

Art. 9

La Repubblica promuove lo repressione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica.

Tutela l’abuso edilizio e svende il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle lettere della Bce.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e del trattato internazionale sulla tratta degli schiavi del 1768.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche non ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

E’ ammessa l’estradizione dello straniero e del cittadino per reati politici.

Art. 11

L’Italia ripudia la pace come strumento di offesa alla libertà dell’industria bellica e come antieconomico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri l’ingiustizia  fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il monocolore italiano:  bianco a bande verticali di ogni tipo.

fonte : http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2012/03/22/la-nuova-costituzione/

Senza verità e giustizia (Ilaria e Miran uccisi 2 volte)

20 marzo 2012: a 18 anni dalla morte di Ilaria e Miran. Mariangela Gritta Grainer ripercorre il Caso ancora senza verità e giustizia.

Ilaria Alpi: tutti la conoscono come vittima di quell’agguato in cui, insieme a Miran Hrovatin, fu assassinata a Mogadiscio, quasi 18 anni fa, il 20 marzo 1994. Ma chi era Ilaria? Chi era lei, la donna, la giornalista. I racconti che di lei sono stati fatti, con diversi linguaggi – la musica, il cinema, la poesia, le inchieste, il teatro fino a questo testo – ci hanno avvicinato a lei, ci hanno fatto conoscere Ilaria, ci hanno detto che è stata uccisa perché era brava, era un talento. E’ stato il suo modo di fare giornalismo di cercare sempre la verità e di comunicarla che ha fatto paura e che fa ancora paura. Per questo la verità sulla sua uccisione ancora non si conosce per intero.

Si sa che si è trattato di un’ esecuzione. Un’esecuzione su commissione: questo è quanto è emerso da tutte le inchieste giornalistiche, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta che ne hanno evidenziato anche il movente. “Impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”

Si sa che si tratta di traffici illeciti che solamente organizzazioni criminali, la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere.

Si sa che recenti inchieste della magistratura riferite al nord Italia dimostrano che tali organizzazioni criminali  possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati  perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private.

Si sa che in tutti questi anni sono emerse notizie, dettagli che potrebbero collegare l’attività di inchiesta di Ilaria ad altri fatti tragici come ad esempio  il delitto Rostagno, la tragedia del traghetto Moby Prince (1991),  l’omicidio dell’ufficiale del Sismi Vincenzo Li Causi avvenuto proprio a Mogadiscio pochi mesi prima dell’assassinio di Ilaria e Miran: è il filo “rosso” di cui parlava sempre Giorgio Alpi il papà di Ilaria che ci ha lasciato senza aver avuto giustizia.

Si sa che a Mogadiscio in quei giorni c’erano ancora migliaia di soldati dell’ONU,

che il generale Carmine Fiore comandava il contingente italiano,

che il colonnello Luca Rayola Pescarini era responsabile del SISMI,

che il colonnello Fulvio Vezzalini era a capo dell’intelligence dell’UNOSOM,

che Mario Scialoja era ambasciatore italiano in Somalia,

che anche un nucleo di carabinieri del Tuscania con compiti di indagine era lì.

Si sa che nessuno di loro si recò sul luogo del duplice delitto e che quando Giancarlo Marocchino, un “chiacchierato” italiano in Somalia dal 1984, arriva sul posto e recupera i corpi, come documentato da un filmato dell’ABC, Ilaria è ancora viva. Ci fu un’omissione di soccorso.

Si sa che non vennero sequestrate le armi dell’autista di Ilaria né della scorta, non vennero interrogati i testimoni.

Si sa che nessuna inchiesta è stata finora conclusa da parte delle istituzioni che avevano il dovere di indagare e di assicurare alla giustizia esecutori e mandanti.

Si sa che senza l’impegno e la determinazione di Luciana e Giorgio Alpi questo “caso” sarebbe chiuso da anni.

Si sa che non fu disposta l’autopsia ma solo un esame esterno del corpo il cui risultato è però chiarissimo:

Il 22 marzo 1994 al cimitero Flaminio, il dottor Giulio Sacchetti, perito medico scrive:

“….trattasi di ferita penetrante al capo da colpo d’arma da fuoco a proiettile unico; mezzo adoperato pistola, arma corta…….

Quanto ai mezzi che produssero il decesso si identificano in un colpo d’arma da fuoco a proiettile unico esploso a contatto con il capo.”

Si sa che Miran Hrovatin è stato colpito da un proiettile analogo al capo.

Si sa che il corpo di Ilaria è stato dolorosamente riesumato due volte (1996, 2004).

Si sa che sono spariti il certificato di morte redatto sulla nave Garibaldi (riemerso dopo molti anni), e il body anatomy report redatto dalla compagnia Brown Root di Huston, insieme ai bloch notes di Ilaria e alle videocassette registrate.

Si sa che la sentenza di condanna all’ergastolo di Hashi Omar Assan (secondo processo), nelle sue motivazioni, indica un solo movente di quella che definisce una esecuzione premeditata e organizzata.

“…. E che questi scopi siano da individuarsi nella eliminazione e definitiva tacitazione della Alpi e di chi collaborava professionalmente con la giornalista perché divenuta costei estremamente “scomoda” per qualcuno è ipotesi non seriamente contestabile alla luce non solo di quanto sopra argomentato ma anche degli elementi e delle considerazioni che seguono.

Gli argomenti trattati dalla giornalista durante il colloquio avuto poco prima della sua partenza per Bosaso con Faduma Mohamed Mamud (teste sentita nel primo processo) nonché quelli oggetto dell’intervista con il sultano di Bosaso difficoltosamente ottenuta, l’interesse dimostrato in relazione al sequestro della nave della società Shifco, la visita dei pozzi oggetto di uno scandalo connesso con la cooperazione, il tenore della telefonata intercorsa tra la Alpi e il suo caporedattore Massimo Loche nel corso della quale la giornalista aveva anticipato al collega di avere in mano “cose molto grosse”…… sono tutte circostanze che inducono a fondatamente ritenere che Ilaria Alpi avesse nella sua attività di giornalista scoperto fatti ed attività connesse con traffici illeciti di vasto ambito……”

Si sa che Ilaria Alpi era stata minacciata di morte a Bosaso nei giorni precedenti il suo assassinio e probabilmente sequestrata se pur per breve tempo da esponenti di clan locali.

Si sa che è in corso il processo per il reato di calunnia nei confronti di Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni.

Si sa che c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto e pagato da un’autorità italiana perchè accusasse Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Si sa che se verrà confermato che Jelle ha mentito e che è stato pagato per mentire si dovrà riaprire tutta l’inchiesta sul duplice assassinio di Ilaria e Miran.

Si sa che la sentenza di assoluzione (primo processo)  di Hashi Omar Assan definiva tutto il procedimento come “la costruzione di un capro espiatorio” stante che “il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti tra Italia e Somalia” e stante che “alcune piste potrebbero portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (presidente della Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Fara Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando ndr)”.

Si sa che quando Ilaria effettuò la prima (di sette in poco più di un anno) missione in Somalia (20 dicembre 1992-10 gennaio 1993) erano giunti da pochi giorni i primi elementi di ricognizione del nostro contingente militare per la missione internazionale al comando USA.

Si sa che il 9 dicembre erano sbarcati per primi in Somalia i marines americani in modo spettacolare e con le Tv di tutto il mondo appostate sulle spiagge: una risposta allo shoc delle immagini dell’immane tragedia somala che erano entrate in tutte le case nei mesi precedenti. Dal gennaio del 1991, alla caduta (e alla fuga) di Siad Barre, sanguinario dittatore, corrotto, sostenuto e foraggiato anche dall’Italia fino all’ultimo, la Somalia era precipitata in una guerra civile disastrosa: cinque milioni di somali divisi in sei etnie, cinquanta clan e oltre 200 sottoclan. I clan, le faide tribali, i signori della guerra sono i nuovi padroni. Le conseguenze per la popolazione già stremata e poverissima sono esodi, carestie, epidemie, criminalità, contrabbando: un terreno fecondo per faccendieri e trafficanti di ogni tipo.

Si sa che esiste un documento (ancora segretato ma già all’attenzione del Copasir, l’organismo di controllo sull’attività dei servizi segreti)  che rivelerebbe come il SISMI (attuale Aise) sarebbe “coinvolto” nella gestione del traffico e dello smaltimento dei rifiuti tossici con un esplicito riferimento anche al traffico di armi.

Il documento porta la data dell’11 dicembre 1995 e rivela “che il governo di allora, guidato da Lamberto Dini, avrebbe destinato una somma ingente di denaro al nostro servizio segreto per «lo stoccaggio di rifiuti radioattivi e armi»”.

Si sa che il 13 dicembre 1995, in circostanze misteriose (secondo gli stessi magistrati impegnati nelle indagini) muore il capitano Natale De Grazia, figura chiave del pool investigativo coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri che indaga sulle “navi dei veleni”.

Francesco Neri  nell’audizione del 18.1.2005 davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi ha raccontato della sua indagine  sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Ha spiegato dettagliatamente della perquisizione a casa di Giorgio Comerio, noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi che prevedeva la messa in custodia di rifiuti radioattivi delle centrali nucleari in appositi contenitori e il loro ammaramento.

Francesco Neri dirà tra molte altre cose:

“Nella perquisizione ……la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia……

insieme a corrispondenze sulle autorizzazioni richieste al governo somalo e con Ali Mahdi, ad altre informazioni su siti e modalità di smaltimento illegale di rifiuti radioattivi”. Che ci faceva il certificato di morte di Ilaria tra le carte di Comerio?

Si sa che l’avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin invece che ricercare i responsabili del duplice assassinio ha perseguito con tenacia e senza risparmio di mezzi l’obiettivo di scagionare alcune persone quali:

Giancarlo Marocchino ha raccontato diverse versioni di quanto accadde il 20 marzo 1994; ha assistito forse anche all’agguato stesso, di certo non ha detto tutto quello che sa e forse ha anche mentito.

Omar Mugne, ingegnere della Shifco, società a cui apparteneva la Farah Omar, il peschereccio sequestrato a Bosaso di cui si occupò Ilaria Alpi nel suo ultimo viaggio in Somalia. E’ possibile che Mugne abbia anche  incontrato Ilaria forse proprio sulla Farah Omar sospettata di trasportare armi e rifiuti; dell’incontro esisterebbe una cassetta registrata, come sostenuto dal alcuni testimoni.

Si sa che le conclusioni di Taormina sono vergognosamente false, offensive della professionalità e della memoria di Ilaria e Miran: “Si trattò di un tentativo di sequestro finito male; nessun mistero, dunque, Ilaria e Miran non stavano conducendo alcuna indagine scottante. A Bosaso erano andati in vacanza, al mare. Eroi del giornalismo perché sono morti. Ma nulla stavano cercando o avevano trovato circa ipotetici traffici di armi di rifiuti o altro”.

Si sa che sono state fatte carte false ignorando tutte le testimonianze che provavano la tesi dell’esecuzione e “pilotandone” altre.

Il sultano di Bosaso, ad esempio, ha confermato la sparizione di alcune cassette video registrate (ha detto che l’intervista che gli fece Ilaria, pochi giorni prima di essere uccisa, durò due o tre ore, solo una di una ventina di minuti è giunta in Italia!) e ha dichiarato davanti alla commissione d’inchiesta (10 febbraio 2006): “…a Ilaria ho detto che quelle navi portavano via dalla Somalia il pesce e poi venivano con le armi………tutti parlavano del trasporto delle armi e dei rifiuti….chi diceva di aver visto…non si vedeva vivo o spariva, in un modo o nell’altro, moriva…

Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 17 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove.

Si conosce ormai quasi tutto su quel che accadde in quei giorni a Mogadiscio, sul perché del duplice delitto, perfino su chi poteva far parte del commando. Ma gli esecutori sono ancora impuniti e non si è ancora arrivati ai mandanti a chi ha armato il gruppo di fuoco.

Perché alla verità giudiziaria non si è ancora arrivati? Chi non vuole questa verità e quindi giustizia e perché?

In fondo basterebbe indagare a fondo su quanto aveva scritto Ilaria su alcuni bloch notes ritrovati.

A partire da questa piccola nota: ” 1400 miliardi di lire dove è finita questa impressionante mole di denaro? “ (1.400.000.000.000 “Sono tanti undici zero. Proprio tanti. Troppi. …. non è che il viaggio è finito. E infatti ce ne vuole, ancora, per arrivare in fondo al viaggio, in fondo a tutti e undici gli zero.” da Lo schifo – omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione” )

Ilaria nel film “il più crudele dei giorni” ad un certo punto con sullo sfondo la strada Garoe Bosaso, costruita con i fondi della cooperazione italiana dice:

“Per darvi un’idea di quanto sia utile spendere centinaia di miliardi della cooperazione in Somalia ecco…questa è la strada Garoe Bosaso una strada…che almeno è servita per coprire ogni sorta di porcherie tossiche e radioattive che l’occidente ha la buona abitudine di affidare a questi poveri disgraziati del terzo mondo, tutto con la complicità di politici, militari, servizi segreti, faccendieri italiani e somali….

“Io so.

Io so e so anche i nomi e adesso ho anche le prove”.

Mariangela Gritta Grainer

Portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi

(postfazione tratta dal libro LO SCHIFO  di Stefano Massini, Promo Music, Corvino Meda Editore)

fonti :  http://www.ilariaalpi.it/?p=4552

MAMADOU VA A MORIRE : L’ITALIA CONDANNATA PER I RESPINGIMENTI

La Corte europea dei diritti umani (Cedu) di Strasburgo ha condannato l’Italia per i respingimenti verso la Libia. Era il 6 maggio del 2009, e alle motovedette italiane venne dato per la prima volta l’ordine di invertire la rotta. E di riportare in Libia i naufraghi che avevano intercettato in mare 35 miglia a sud di Lampedusa. Sul molo di Tripoli li aspettava la polizia libica, con i camion container pronti a caricarli, come carri bestiame, per poi smistarli nelle varie prigioni del paese. A bordo di quelle motovedette c’era un fotogiornalista, Enrico Dagnino, che ha raccontato la violenza di quell’operazione. Poi fu censura. In Libia vennero respinte altre mille persone in un anno. Ma nessuno vide. E nessuno si indignò. Fortuna che a Roma uno studio di avvocati non ha mai smesso di crederci, e tramite alcuni buoni contatti in Libia, è riuscito a raccogliere le procure di 24 di quei respinti, undici eritrei e tredici somali. Sono stati loro a denunciare il governo italiano di fronte alla Corte europea. Per essere stati espulsi collettivamente e senza identificazione, per non aver avuto il diritto a un ricorso effettivo davanti a un tribunale, e per essere stati respinti in un paese terzo, la Libia di Gheddafi, dove sono stati incarcerati in condizioni inumane e degradanti e in alcuni casi sottoposti a torture.

Quei due avvocati sono Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci. Oggi raccolgono il frutto del lavoro di quasi tre anni di processo. La Corte europea ha riconosciuto la colpevolezza dell’Italia e ha condannato il governo a risarcire con 15.000 euro di danni i ricorrenti, due dei quali nel frattempo sono morti annegati tentando di nuovo la traversata. Una condanna importante, che però lascia senza risposta due domande fondamentali. Che fine hanno fatto i mille respinti del 2009? E che conseguenze politiche avrà la sentenza, visto che in Libia è cambiato tutto?

Le storie dei 24 ricorrenti le avevamo già raccontate due anni fa. Ma nel frattempo in Libia c’è stata una guerra e oggi c’è da chiedersi dove si trovino loro e gli altri mille respinti. La stessa domanda che si sono fatti Andrea Segre e Stefano Liberti, autori del nuovo documentario “Mare chiuso“, che sarà presto distribuito in tutta Italia con la sperimentata diffusione dal basso che in passato ha permesso di far circolare il film “Come un uomo sulla terra“. In “Mare chiuso”, sono andati a cercare i respinti di un altro respingimento, quello effettuato dalla Marina militare il 30 agosto 2009. E hanno scoperto che alcuni di loro sono nei campi profughi di Shousha, al confine tra Tunisia e Libia. Altri sono arrivati in Italia con gli sbarchi di metà 2011, mentre a Tripoli c’era la guerra. Altri ancora sono morti annegati, nei tanti, troppi naufragi che sono accaduti quest’anno in frontiera.

L’Italia non è l’unico Stato ad avere effettuato respingimenti. La Grecia respinge in Turchia, la Spagna respinge in Marocco e in Mauritania. Eppure l’Italia è l’unico paese ad aver collezionato una condanna così forte. Sarebbe banale dire che è la giusta condanna alle politiche xenofobe dei Berlusconi e dei Maroni. Sia perché l’accordo sui respingimenti porta la firma del governo Prodi e dell’allora ministro dell’interno Amato. Sia perché fino alla fine del 2010 la Commissione europea e Frontex stavano lavorando a un accordo quadro con Gheddafi proprio sul tema dell’immigrazione. Tutto questo in realtà dà un peso politico ancora maggiore alla sentenza della Cedu, che di fatto boccerebbe tutte le politiche europee di controllo delle frontiere. Se non fosse che…

Se non fosse che nel frattempo Gheddafi è stato ucciso e il suo regime sostituito da un governo transitorio tutt’altro che ostile verso le Nazioni Unite e le convenzioni internazionali. La Libia di oggi non è la Libia di ieri. Certo ci sono ancora episodi di torture in carcere e di morti sospette. Ma a differenza di prima iniziano a diventare l’eccezione anziché la regola. Tutta la società lavora per la costruzione di un paese fondato su uno Stato di diritto. E lo svolgimento delle elezioni amministrative a Misrata la settimana scorsa sono un buon esempio in questa direzione, come pure la formazione di decine di partiti politici, centinaia di testate giornalistiche e di associazioni culturali e sociali. In questo quadro di rinnovamento, c’è da aspettarsi che cambierà anche l’approccio al tema immigrazione. 

Sono stato un mese fa a Tripoli e a Kufra ed ho avuto modo di verificare di persona come per la prima volta in Libia le Nazioni Unite hanno accesso regolare nelle prigioni, e come per la prima volta in Libia si stia distinguendo tra richiedenti asilo politico e non. A Tripoli un’associazione caritatevole libica gestisce un centro di accoglienza ricavato nelle casette abbandonate degli operai del cantiere della stazione del treno di Tripoli, bloccato da quando è iniziata la guerra. Ci vivono circa 700 somali, sono tutti entrati dal deserto di Kufra negli ultimi mesi, senza documenti, e da Kufra sono stati rilasciati in quanto ritenuti rifugiati politici. Così con una sorta di attestato rilasciato dall’associazione che gestisce il campo, sono lasciati liberi di circolare e di lavorare in Libia.

Gli stessi funzionari delle Nazioni Unite ci hanno detto che il governo transitorio è molto più disponibile a collaborare di quanto non fosse il regime. E allora c’è da aspettarsi che presto la nuova Libia firmi la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, probabilmente appena ci sarà un governo legittimato dal voto popolare, le elezioni sono previste a giugno 2012. E a quel punto sarà ritenuta tecnicamente un paese terzo sicuro. Con lo stesso ragionamento che si applica oggi alla Turchia quando la Grecia vi respinge qualcuno. E con qualche accortezza i respingimenti potranno riprendere. Ad esempio basterà non prendere i naufraghi a bordo delle motovedette italiane, e lasciare fare il tutto ai mezzi libici purché in acque internazionali, restando così fuori dalla giurisdizione europea. 

Insomma la sentenza della Corte europea rischia di avere un valore più storico che politico. Di condannare una pratica del passato, mentre tutti sono al lavoro per ripetere le stesse politiche nel presente. Con un soggetto politico nuovo, la Libia del dopo Gheddafi, e con condizioni materiali migliori. Perché non c’è dubbio che con l’apertura delle prigioni libiche alla stampa, alle organizzazioni internazionali e alle ong, le condizioni di detenzioni stanno migliorando molto.

L’ho visto personalmente anche a Kufra, dove il vecchio infernale campo di detenzione è stato sostituito da una sorta di centro di accoglienza, con le camerate ricavate nei vecchi uffici di un commissariato dato alle fiamme durante la rivolta, e le sbarre sostituite dalle tendine, con la porta aperta ogni mattina per chi vuole andare in strada a cercarsi un lavoro alla giornata. Il tutto in attesa che da Benghazi arrivi l’ordine di trasferire tutti al nord. I somali, e in alcuni casi gli eritrei, per essere rilasciati come rifugiati tramite le Nazioni Unite. Gli altri per essere rimpatriati. Perché è vero che c’è un trattamento migliore per i somali. Ma per tutti gli altri non ci sono eccezioni. Nigerini, sudanesi, maliani, nigeriani, ghanesi, chadiani, tutti vengono sistematicamente detenuti fino al giorno dell’espulsione, di cui per ora si occupa l’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni), ai cui programmi di rimpatrio volontario assistito partecipano anche i detenuti arrestati in frontiera senza documenti. 

E questo è il punto. Che cambierà la forma ma non la sostanza. Ovvero che anche una prigione libica con degli standard di detenzione dignitosi, resta una prigione, nella migliore delle ipotesi assomiglierà ai nostri centri di identificazione e espulsione (Cie). E nel ventunesimo secolo non è accettabile privare qualcuno della libertà, sia per una settimana o per un anno, sia in un carcere o in un Cie, perché colpevole di viaggio.

Viaggi che, a dire il vero, non è affatto certo che ricominceranno. Perché è bene sapere che esiste anche questa possibilità. Che dalla Libia non riprendano più le partenze, o almeno non con la consistenza degli anni passati. Certo è vero che in Libia stanno rientrando molti lavoratori da tutta l’Africa, con e senza documenti. Ma l’economia libica ha un grande bisogno della loro manodopera in questo momento di ripresa e di annunciato boom economico per gli anni a venire. Mentre i racconti telefonici che arrivano a Tripoli dall’Italia, degli amici e dei parenti partiti durante la guerra, sono racconti di amarezza e delusione. L’Europa non è più quella di una volta. La crisi, la disoccupazione, il razzismo. Tutti fattori che di certo non incoraggiano a rischiare la propria vita in mare, almeno finché in Libia c’è lavoro.

E in più c’è da dire che, mai come adesso, le autorità libiche stanno puntando a azzerare le reti degli organizzatori delle traversate. E a fermare le imbarcazioni in partenza per l’Italia. Dalla liberazione di Tripoli, ad agosto, fino a dicembre, praticamente non ci sono stati sbarchi, salvo un paio di imbarcazioni soccorse nel canale di Sicilia. A gennaio sono stati fermati circa duecento somali in partenza, tanti quanti quelli giunti a Malta e in Italia nello stesso mese, mentre altri 55 sono morti in un naufragio. E a febbraio non è ancora arrivato nessuno. Sembrano finiti i tempi in cui il regime incoraggiava le reti del contrabbando quando doveva presentarsi al tavolo del negoziato con l’Italia e con l’Europa. Anche se le mafie del contrabbando sanno sempre riciclarsi, se le opportunità di guadagno valgono il rischio. Ad ogni modo sarà la primavera a svelarci i risultati di queste operazioni di contrasto. Quando il mare sarà buono capiremo se la Libia è ancora un corridoio di ingresso sull’Europa. Quel che è certo è che i giovani del sud continueranno a viaggiare, magari su altre rotte verso l’Europa, o magari – sempre di più – verso altre mete in questo mondo di cui l’Europa è sempre meno una centralità e sempre più una periferia decadente.

Il testo della sentenza può essere scaricato qui

MAMADOU VA A MORIRE

Una vera e propria fortezza con dentro, però, un tesoro che può trasformare la sopravvivenza più becera in vita dignitosa. Questa è l’Europa come la vedono migliaia di immigrati clandestini che ogni anno tentano il tutto e per tutto affrontando viaggi che spesso rasentano le file più basse della disperazione. A raccontarlo è chi è andato a trovarli di persona nei loro paesi di origine, per ricostruirne rotte, percorsi, ricatti e naufragi, dato che molte di quelle storie non hanno avuto e continuano a non avere un lieto fine. È questo il meritevole lavoro, quasi certosino, di Gabriele Del Grande, giornalista, fondatore di Fortress Europe, l’osservatorio mediatico sulle vittime dell’immigrazione clandestina. Con il suo Mamadou va a morire (Infinito edizioni), l’occhio del reporter si mescola alla realtà nuda e cruda che l’Europa spesso si rifiuta di vedere. E così, dai deserti della Libia alla miseria del Maghreb con un salto in Senegal e in Turchia, le mappe si sovrappongono unificate da un unico comune denominatore: la miseria. Che dà il coraggio di affrontare viaggi disumani, a bordo di barche inconsistenti o dentro carichi stipati di merci e di uomini.

Dal 1988 più di 12.000 giovani sono morti, così, tentando di espugnare la fortezza Europa. Morire di frontiera, come è stato definito questo stillicidio pressocché quotidiano, è diventata una delle cause di morte più alta dei paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo. Il titolo del volume scritto da Del Grande trae spunto da una delle tante storie narrate nel libro, quella di Mamadou appunto ma non si fa in tempo a scorgere il suo volto che subito si sovrappone a quello di migliaia di altri. Una generazione in viaggio. Il più delle volte, però, senza ritorno.

Italiani Brava Gente

Le foto di Enrico Dagnino, pubblicate dal magazine parigino Paris Match, sono un reportage straordinario sulla nostra gentile strategia di ‘respingimento’ dei Migranti.

In ossequio a tutti i trattati internazionali, come assicurava  L’ex ministro Maroni. 

Eccoli qui, i pericolosi criminali che assediano le nostre coste e vanno ad ingrossare le fila della malavita che mette a repentaglio la sicurezza dei cittadini italiani (o quella degli anacronistici e generosi padani?).

Bossi, con voce stentorea (avete fatto caso che tutti i leghisti hanno un tono da duri del Far West?), ghigna che lui va tra la gente e sa quali sono le reali esigenze del Paese; mica come quelli della sinistra, arroccati nella loro turris eburnea a registrare la continua perdita di voti, rei di aver aperto indiscriminatamente le porte a tutti i clandestini dell’universo, .

Mi chiedo come mai, in una nazione che compatta chiede sicurezza (da chi, da cosa?), una nazione che negli ultimi 15 anni ha goduto soprattutto delle strategie politiche di Berlusconi&Company, a colpi di sondaggi popolari a pagamento, tema lo spauracchio – vero o indotto – dell’orda clandestina che giunge a depredare le nostre ricchezze e stuprare le nostre donne, e non si preoccupi di combattere la vera criminalità organizzata? Qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare perché le mafie mondiali abbiano eletto l’Italia a perfetta sede per il riciclaggio del denaro sporco globalizzato, perché l’esecutivo   continuava ad affossare o rinviare la class action o il vero contrasto ai grandi truffatori ed evasori? Chissà… Credo che combattere questi reati e questi criminali siano azioni molte più concrete per la ‘sicurezza’ dei cittadini.

Poi, se davvero il paese reale, chiede questo tipo di trattamento per i disperati che vengono fatti passare per ‘feroci saladini’, se davvero la maggioranza degli italiani approva il razzismo mascherato da legalità, allora rinuncio volentieri alla cittadinanza italiana per diventare apolide e clandestino.

Sul sito di Paris Match si leggono i commenti dei lettori a queste immagini terribili: “Ignobile”, “Inquietante”, ecco gli aggettivi più gettonati. Anche qualche nostro compatriota lascia la propria testimonianza e dice: “Mi vergogno di essere italiano”.

Se le ‘attenzioni’ rivolte ai migranti rispecchiano il sentimento attuale del Belpaese popolato dalla ex brava gente, allora, come Gaber e Prezzolini, non mi sento, non voglio più essere, non sono italiano.

FONTI  :  http://fortresseurope.blogspot.com/2012/02/la-corte-europea-condanna-litalia-per-i.html#more

http://blog.panorama.it/libri/2008/08/02/mamadou-va-a-morire-rotte-ricatti-e-naufragi-di-migranti/

http://pensierosuperficiale.ilcannocchiale.it/?TAG=paris%20match

Il massacro dei poveri cristi

I precari sono la razza peggiore del paese
Chi prende una laurea dopo i 28 anni è uno sfigato
La tutela dei lavoratori non è un tabù
“Possiamo anche togliere la cassa integrazione e sostituirla con…
Io non ho mai preso 500 euro al mese; mi sono fatto un mazzo così e chi prende 500 euro al mese è uno che sfigato
Il lavoro fisso è una noia mortale; bisogna cambiare
Quali opportunità? Quale osare? Neppure ci si sposa più per paura di mettere su famiglia, di avere una casa e rischiare di mettere al mondo dei figli. Quale lavoro fisso noioso? Forse quello di alcuni viziosi del potere finanziario? O dei figli di mamma e papà che hanno potuto prendersi (o pagarsi) una laurea e che adesso possono vivere tranquillamente accanto a mamma e papà che sono o sono stati ministri e sottosegretari? Forse quello di alcuni piduisti cicchittari che dal 1976 (in Russia c’era ancora Breznev) non schiodano il culo dalla poltrona? Forse quello dei tanti complici di stragi e assassini di ieri, oggi e domani? Forse quello dei tanti De Pedis? Questi avvoltoi che in nome del profitto politico e finanziario non esitano a massacrare facendosi poi beffe delle loro vittime meritano forse pietà?”. Ermanno Bartoli (barlow), Reggio Emilia

FONTE : http://www.beppegrillo.it/2012/02/il_massacro_dei.html

20 anni da Mani Pulite. La democrazia rubata

Corruzione, concussione, finanziamento illecito ai partiti: il sistema di illegalità diffusa che minacciava l’Italia del ’92 è ancora forte, anzi fortissimo. A lanciare l’allarme gli stessi magistrati allora protagonisti di una vicenda giudiziaria clamorosa. Ma se l’emergenza non è affatto finita e occorre tenere alta la guardia, come si fa a ridare legalità e trasparenza all’Italia?

“Mario Chiesa lo sorprendemmo mentre intascava una mazzetta di 7 milioni di vecchie lire. Non era un “mariuolo isolato” come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio, Tangentopoli.
Era il 17 febbraio di venti anni fa, iniziava Mani Pulite.
 
In questi vent’anni molti grandi imbonitori della politica e della stampa hanno cercato in tutti i modi di rovesciare la frittata e di far passare quei furfanti per vittime, e quelli che li avevano acciuffati per mostri e cospiratori.
Io non credo che il gioco sia loro riuscito. I politici fanno finta di non sapere chi erano gli onesti e chi i disonesti. I cittadini invece se lo ricordano benissimo e sanno che quella di Mani pulite è stata la più grande occasione persa dal nostro Paese. Già allora l’Italia poteva liberarsi dal cancro della corruzione ma per colpa della politica non ci è riuscita.
Il prossimo 17 febbraio a Milano l’Italia dei Valori organizzerà una grande iniziativa insieme a giornalisti, magistrati, esponenti della società civile per ricordare quegli eventi: l’inizio di Mani pulite.
Non lo faremo per celebrare il passato, ma perché l’Italia ha bisogno di ritrovare nuova energia per cambiare strada e liberarsi dalla malattia della corruzione che la sta distruggendo.”
 
ANTONIO DI PIETRO  
 
 

Intervista a Piercamillo Davigo di Rossella Guadagnini

“E’ l’oblio dei misfatti che lentamente consuma la libertà delle istituzioni”. A dirlo è Piercamillo Davigo, dal 2005 giudice di Corte di Cassazione, nel ’92 pm del pool milanese di Mani Pulite, guidato da Francesco Saverio Borrelli, con Gerardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo e Francesco Greco. A vent’anni di distanza contro l’oblio dei misfatti, di quello che è stato, si susseguono dichiarazioni e bilanci dei protagonisti di allora sull’inchiesta che scosse l’Italia e il sistema dei partiti dalle fondamenta. Lo stesso capo dello Stato, Giorgio Napolitano, in questi giorni ha detto che nella lotta alla corruzione occorre “un impegno legislativo, politico e culturale che deve essere innanzitutto profuso dalle autorità centrali e locali. Sono certo – ha poi aggiunto – che il governo si muoverà con decisione e convinzione”.

In quegli anni furono cinque le formazioni che letteralmente scomparvero dalla scena politica. Il partito di maggioranza relativa dei democristiani e altri quattro: socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali. Tre di queste formazioni avevano più di cento anni, ricorda Davigo nella prefazione al volume “Mani Pulite. La vera storia, 20 anni dopo” di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e MarcoTravaglio, riedito per l’occasione da Chiarelettere. Un terremoto dalle cui macerie nacque la Seconda Repubblica. E ora?

“Ora viviamo una fase di restaurazione. Il sistema politico si è rapidamente ricomposto in forme nuove – risponde il magistrato – pur continuando a calpestare sia la volontà dell’opinione pubblica (aggirando, ad esempio, l’esito del referendum sull’abrogazione del finanziamento pubblico dei partiti), che le esigenze imposte da istanze istituzionali (come Onu, Consiglio d’Europa, Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale, Ocse) di ridare legalità e trasparenza alle istituzioni e al mercato”. La crisi economica che oggi come nel 1992 grava sul Paese probabilmente “ridarà slancio a iniziative serie per ridurre la corruzione e, di conseguenza, a una repressione più incisiva. Ma tanti anni sono passati invano ed è necessario ricominciare dall’inizio a fronteggiare questi fenomeni”.

Davigo lei sottolinea l’importanza della memoria, che ci permette di ricordare quanto è accaduto. Mani Pulite è una ricorrenza ‘celebrativa’ o qualcosa più di un anniversario?
E’ soprattutto un’occasione per ricordare quali dimensioni ha realmente la corruzione e quali danni ha fatto e continua ad arrecare all’Italia. Secondo gli indici di percezione della corruzione il nostro continua a essere un Paese gravemente corrotto, ma le condanne sono scese a un decimo, rispetto al passato. E’ questo il frutto dell’attività della politica, che non solo non ha cercato di contrastare la corruzione, ma spesso ha contrastato indagini e processi.

Lei di recente ha detto che “la corruzione non può essere il costo della democrazia. E’ una balla. Così la democrazia ce l’hanno rubata”.
“In Italia ci sono meno condanne per corruzione che in Finlandia, il Paese meno corrotto del mondo secondo una classifica di Transparency International, mentre noi siamo in fondo alla lista. La corruzione è simile alla mafia, un fenomeno seriale e diffusivo. Quando qualcuno viene trovato con le mani nel sacco, di solito non e’ la prima volta che lo fa. Della mafia ha tre caratteristiche: la sommersione, il contesto omertoso, una cifra ‘nera’, ossia la differenza tra delitti commessi e quelli denunziati. In più le leggi vigenti rendono difficile scoprirla e reprimerla.

Tutti i dati indicano che nel 2012 la corruzione non è inferiore a quella di 20 anni fa: anzi, probabilmente è cresciuta. Eppure una ‘Mani Pulite 2′ non c’è: come mai?
Non basta la corruzione diffusa a far reagire l’opinione pubblica. Le indagini giudiziarie hanno maggior impatto nei periodi di recessione. Peraltro ciò che accadde nel 1992 era anche frutto di un forte scollamento tra il mondo della politica e l’opinione pubblica. Anche oggi sembra esserci questo scollamento e infatti vi è un governo tecnico. L’opinione pubblica invece sembra rassegnata.

Chi sono oggi i corrotti e chi i corruttori?
In parte gli stessi, in parte sono mutati. I partiti politici oggi, da un lato, hanno ingenti disponibilità erogate dallo Stato, dall’altro sono molto più fluidi che in passato: vi sono continue separazioni, fusioni, passaggi dall’uno all’altro schieramento. Quanto agli imprenditori, accanto ad aziende strutturate, ve ne sono altre che sembrano ruotare solo intorno all’imprenditore, affidando poi quasi tutta l’attività produttiva in subappalto. Inoltre, molta parte dell’attività amministrativa è affidata a società di diritto privato, con la sostituzione del contratto all’atto amministrativo. Tutto questo rende ancora più difficile la scoperta e la repressione della corruzione.

In commissione alla Camera c’e’ un disegno di legge anticorruzione, ritenuto da molti insufficiente. Quali elementi, a suo avviso, dovrebbero essere rafforzati?
Quel disegno di legge ha poco a che vedere con i veri problemi relativi alla repressione della corruzione. E’ necessario riscrivere le fattispecie penali, abolire la concussione per induzione -come ci chiede l’Ocse- che permette a molti corruttori di evitare la condanna, presentandosi come concussi anche quando traggono vantaggi da patti illeciti. Occorre ratificare la convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa, firmata nel 1999, ma a oggi non ratificata, e infine introdurre i reati da questa previsti come il traffico di influenza e la corruzione privata. E’ indispensabile inserire l’autoriciclaggio e ripristinare norme serie sulle falsità contabili. Tuttavia, data la situazione, forse neppure questo è più sufficiente. Un rimedio potrebbe essere la previsione di operazioni sotto copertura in materia di corruzione, in cui un ufficiale di polizia giudiziaria, simulandosi corrotto o corruttore, potrebbe individuare chi offre o accetta denaro. Negli Usa chiamano queste operazioni “test di integrità”.

Perché in Italia le Authority, preposte al controllo di settori nevralgici dalla finanza alla concorrenza, non hanno ‘scoperto’ alcunché, una funzione assolta invece dalla magistratura inquirente?
Le autorità indipendenti sono organi amministrativi. Possono servire a prevenire reati, non a scoprirli. La scoperta di reati richiede atti intrusivi, quali perquisizioni, sequestri, accertamenti bancari, intercettazioni, rogatorie internazionali, che di solito non sono consentiti agli organi amministrativi, ma richiedono, in base alla Costituzione, alle leggi ed alle convenzioni internazionali, l’intervento dell’autorità giudiziaria.

Lei adesso è giudice di Corte di Cassazione: si sente parte della casta?
Escludo che i magistrati in generale siano membri di una casta. È sufficiente un’osservazione: i magistrati che rubano o colludono con il crimine organizzato, quando scoperti, finiscono in carcere. A mandarceli sono altri magistrati e, abitualmente, i provvedimenti sono confermati proprio dalla Corte di Cassazione.

FONTI :  http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-democrazia-rubata-perche-una-mani-pulite-2-oggi-e-impossibile-intervista-a-piercamillo-davigo/

http://www.italiadeivalori.it/mani-pulite/

Santanchè Shock: I poliziotti non sono assassini nemmeno quando uccidono

Ieri la Cassazione ha confermato la condanna a nove anni di reclusione per l’agente di polizia Spaccatorella, quello che ha sparato senza motivo e a sangue freddo al tifoso della Lazio, Gabriele Sandri. II poliziotto è stato condannato per omicidio volontario. Significa che è tecnicamente un assassino. Ma per la Santanché non vale nemmeno la sentenza della Cassazione: secondo lei, un poliziotto non è mai un assassino, nemmeno quando sbaglia, nemmeno quando uccide volontariamente.  Guardate cosa ha scritto sulla sua pagina Facebook.

FONTE :  http://violapost.wordpress.com/2012/02/15/santanche-shock-i-poliziotti-non-sono-assassini-nemmeno-quando-uccidono-foto/

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