MUOS, storia di un mostro.


muos fotoPartiamo dalla fine,nonostante i presupposti affinchè questo tormentone continui ci sono tutti. Lo Stato Italiano, tramite il ministero della Difesa, ha impugnato le delibere della regione Sicilia in cui si revocavano le autorizzazioni per la costruzione del Muos (il famigerato sistema satellitare), infliggendo anche una multa di 25 mila euro al giorno per “l’incrinazione causata nei rapporti con gli Stati Uniti”. Si, paradossale.

Tutto inizia circa due anni fa quando viene deciso che nella base americana di Niscemi (che tra l’altro sorge in una riserva naturale) dev’essere ospitato uno dei quattro terminali di un complesso sistema radar satellitare, allo scopo di guidare al meglio le truppe Usa durante le loro operazioni di guerra; il fatto che gli altri 3 si trovino in zone scarsamente abitate è stata fonte di preoccupazione, così come lo spostamento da Sigonella (iniziale candidata ad ospitare il Muos), per l’elevata densità abitativa della zona.

Il probabile impatto sulla salute dei cittadini è stato dunque l’episodio scatenante della contestazione, la mancanza di studi ufficiali che certificano la non pericolosità un campanello d’allarme. In realtà sono stati gli stessi abitanti di Niscemi a richiedere lumi circa le ripercussioni che le potenti antenne possono avere sulla loro salute, ed il responso del politecnico di Torino, nella persona di Massimo Zucchetti non lascia alito a dubbi: il Muos nuoce alla salute. Le emissioni elettromagnetiche sono superiori ai limiti di legge e le 3 antenne del diametro di 18 metri ciascuna, sono virtualmente letali nel diametro di 140 chilometri.

 La campagna elettorale dello scorso anno per l’elezione del presidente della regione Sicilia ha messo il caso-Muos al centro dell’attenzione, e nel gennaio di quest’anno sono arrivate le prime risposte dalla politica. Il governatore Rosario Crocetta si è impegnato a bloccare i lavori in attesa di studi approfonditi circa l’impatto sulla salute nella comunità, si è però dovuto aspettare quasi un mese affinchè dalle parole si passasse ai fatti; importante il contributo del movimento 5 stelle, significativi i blocchi dei cittadini per impedire il passaggio di automezzi e operai che nel frattempo il satellite lo hanno quasi ultimato, e in mezzo botte e denunce per gli attivisti.

Gli Stati Uniti hanno solo a parole dato disponibilità a ridiscutere i loro progetti, di fatto hanno sistematicamente ignorato le revoche delle autorizzazioni giunte dalla presidenza della regione in maniera ufficiale lo scorso 6 febbraio, continuando nell’ultimazione del radar.

A poco sono servite le oltre 10 mila persone che, pacificamente, lo scorso 30 marzo hanno manifestato affinchè il Muos venga definitivamente archiviato, anzi è stato necessario un innalzamento del livello della protesta, di pochi giorni fa il blitz che ha visto 5 attivisti arrampicarsi sulle antenne, 2 dei quali arrestati.

Niscemi continua la sua lotta, nonostante le rassicurazione giunte più volte dalla politica; il presidio permanente è ancora in attività, così come i blocchi e le iniziative di sensibilizzazione. Il comitato no-muos è un grande movimento trasversale, all’interno del quale troviamo scuole, mamme e semplici cittadini.

A quando la fine di questa storia? Sicuramente non adesso….

Luca Castrogiovanni

Approfondimenti sul Muos possono essere letti nel seguente link: http://buongiornosicilia.it/cerca/muos

i bambini non sono tutti uguali


aan-8yearold-among-victims-of-boston-bomb-atta-001-fabf6Il razzismo degli incoscienti.

 

Questa foto è di Martin, il bambino di 8 anni morto, lunedi 15 aprile, nel vile attentato alla maratona di Boston. Tutti siamo indignati e soprattutto immensamente addolorati per le tre vite stroncate e decine di altre ferite, mutilate. L’informazione globale continua a fornire dettagli dell’attentato e assicura che le autorità Usa cattureranno i responsabili per punirli in modo esemplare… Speriamo che, non trovandoli, non dichiarino un’altra guerra… ai paesi produttori di pentole a pressione.

In quest’altra foto si vedono undici bambini afghani (i nomi nessuno li ha pubblicati; tanto, undici più, undici in meno, che importanza hanno: afghani sono!) uccisi da un missile lanciato da un Drone in dotazione all’esercito di occupazione USA.

In questo caso, la stessa informazione globale è parca di notizie e ancor meno di dettagli. Risultato: quasi nessuno, specie in Occidente, sa di questa recente, ennesima strage d’innocenti. Un silenzio irreale, incosciente copre le notizie imbarazzanti.

Tra i pochi che hanno saputo, solo pochissimi si sono mostrati altrettanto addolorati per quei morti allineati sopra un tappeto e legati con lo spago, quasi si temesse che potessero alzarsi e scappare dalla guerra infinita che, come una maledizione biblica, dilania, da circa 30 anni, il loro Paese. Poveri figli! Nessuno ha chiesto alle autorità Usa di punire i responsabili sicuramente noti… Anche se, si sa, quelle autorità non avrebbero punito gli alti gradi del loro esercito e le loro ditte costruttrici di Droni e di missili.

afghanistan-bimbi-uccisi-reuters-258-80053E il mondo guarda, sgomento, a queste morti diverse, di serie A e di serie B o C. E quante altre stragi, assassinii di bambini in giro per il mondo! Nella sola “operazione piombo fuso” (una delle tante compiute dagli eserciti israeliani) furono uccisi decine, centinaia di bambini palestinesi. Eppure, non un fiore, nemmeno una lacrima per quei bambini innocenti. Salvo, poi, quando ne cade uno dell’altra parte, a pretendere cortei di capi di Stato e di governo al funerale. Anche la pietà procede a senso unico e non s’incontra mai col dolore dell’altro!

Insomma, è terribile dirlo, nemmeno di fronte alla morte, che per fortuna non fa eccezioni, c’è uguaglianza di percezione, di pietosa considerazione. Domanda: perché questa diversità di sensibilità, di reazione persino di fronte alla morte crudele di bambini innocenti? Siamo o non siamo tutti esseri umani, uguali per diritto naturale e costituzionale? Si può tergiversare intorno a questi interrogativi, ma nessuno, moralmente, potrà mai giustificare tale diversità. Tranne un razzista dichiarato o anche inconsapevole.

Domanda chiama domanda: perché il razzismo, comunque camuffato, dilaga in Occidente? Cosa sta succedendo alla “grande civiltà giudaico-cristiana”?

 

Provo a dire la mia.

Credo che il fattore religioso c’entri poco. Io penso che il “male” che oggi domina l’Occidente ossia il“neoliberismo”, finanziario capitalista e senza regole, sia riuscito a inaridire le nostre coscienze e sapienze, ad inoculare dentro di noi i semi, spietati, dell’individualismo, del rampantismo, del razzismo, del pensiero unico.

Mediante il potere dei suoi mezzi di persuasione occulta o palese (compreso questo che stiamo utilizzando) è riuscito a fiaccare, parcellizzare le società, le comunità e a ridurre gli uomini e le donne da persone a individui solitari, praticamente asociali.

Si ricorre al razzismo e ai terrorismi per imporre il disegno della “nuova economia del terrore” che dilanierà i popoli in questo nuovo secolo. Che fare? Esattamente non lo so. Bisognerebbe discuterne insieme e in tanti.

So solo che non basta recriminare. E’ da oltre venti anni che recriminiamo, inutilmente.

Se si vuole, davvero, bloccare questa pericolosa deriva e riprendere nelle nostre mani il filo della speranza, del futuro dell’umanità dobbiamo riprendere, su basi completamente nuove, il discorso del socialismo, dellacooperazione diffusa, dei diritti e dei servizi fondamentali di cittadinanza, ecc.

In primo luogo, bisogna battersi per riformare o abrogare gli attuali accordi sul commercio internazionale di merci e capitali, ricostituire la primazia dello Stato democratico, laico e di diritto, per salvare l’uomo e il Pianeta dall’ autodistruzione.

L’altro grande tema da porre sul tappeto è quello dell’uso sociale delle scoperte scientifiche e tecnologiche.La conoscenza è patrimonio comune dell’umanità, non di gruppi ristretti di ricchi speculatori ed evasori degli obblighi sociali!

Per fare tutto ciò (ed altro) è indispensabile svegliarci dal torpore asintomatico in cui siamo caduti, creare nuovi sindacati e partiti (con idee chiare, alternative) da mettere al servizio del buongoverno e della giusta lotta dei lavoratori, dei giovani, di tutti gli oppressi ossia della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, oggi, ridotta al silenzio, all’impotenza da un gruppo di potere tutto sommato ristretto e fortemente minoritario. Non vedo altra via. Pensateci!

 

http://www.agoravox.it/Attentato-di-Boston-Ma-i-bambini.html

http://www.infomedi.it/razzismo-incoscienti.htm

L’8 marzo delle donne italiane


(dedicato a Matilde, Giovanna, Antonella, Tina e Maria )1317817562207barletta_ragazze_morte

Di Samanta Di Persio

Il 3 ottobre del 2011 ci fu il crollo di una palazzina a Barletta e si scoprì un mondo latente: donne sfruttate a nero per 4 euro l’ora. Nel nostro Paese emergono le storture sempre quando accade una tragedia. Una costruzione si sbriciola se non esiste un monitoraggio degli edifici, se non esiste un piano di riqualificazione dell’esistente. Se le case vengono giù, il rischio di uccidere qualcuno è molto alto. Maffei, il sindaco della città, dopo il fatto dichiarò che solo il palazzo adiacente, a quello crollato, aveva dato segnali di cedimento. Quindi qualcosa si sapeva, ma si è aspettato che si verificasse l’irrimediabile. Cinque donne persero la vita: Matilde Doronzo, di 32 anni, Giovanna Sardaro, di 30 anni, Antonella Zaza, di 36 anni, Tina Ceci, di 37 anni e una ragazzina di 14 anni, Maria Cinquepalmi, figlia dei titolari del laboratorio tessile (casualmente era nel laboratorio). Per il fisco l’azienda era sconosciuta, tutto abusivo. Perché è possibile violare la legge in Italia così tanto facilmente? Lavoro sommerso vuol dire evasione, mancanza di diritti e del rispetto delle norme sulla sicurezza. Quante aziende in Italia possono permettersi di essere abusive? Quante aziende in Italia chiudono perchè essere in regola significa pagare le tasse anche per chi non lo è?

Le donne erano impiegate in un opificio, così come le loro colleghe arse vive l’8 marzo del 1911 bloccate dal loro padrone dentro la fabbrica di camicie “Cotton”, ma appunto, parliamo di un secolo fa. E’ lampante che, invece di evolverci, siamo tornati indietro. Le statistiche ci dicono che nel mondo del lavoro le donne non riescono ancora ad avere gli stessi diritti degli uomini, le statistiche ci dicono anche che il numero delle donne uccise in Italia dagli uomini è inaccettabile per un Paese civile e democratico. Non è sufficiente un giorno per costruire una cultura volta ad accettare tutto ciò che è diverso, perché in realtà è questo che manca: l’apertura verso chi non è come noi. Risulta assurdo celebrare giorni contro la violenza sulle donne, per le donne, se poi non c’è nessuna volontà di scardinare un pensiero prevalentemente sessista, se c’è chi risponde con sorrisi alle battute di cattivo gusto di chi governa e dovrebbe dare l’esempio.

http://sdp80.wordpress.com/2013/03/08/l8-marzo-delle-donne-italiane/

Mi chiamo Renato, non temo i fascisti ma gli indifferenti


renato_biagetti1_bigStefania Zuccari*

La lettera della mamma di un ragazzo ucciso dai fascisti a Roma per denunciare la normalità del male

Mi chiamo Renato Biagetti. A me i fascisti non fanno paura. Non mi hanno mai fatto paura. Nemmeno quando mi hanno ucciso.

Quelli che mi fanno paura sono quelli che non dicono nulla, non vedono nulla, non sanno nulla. Quelli che ancora pensano che sono ragazzate o che “quelli come me se la sono andati a cercare”. Quelli che dicono che è folklore. Bandiere nere, svastiche, saluti romani. Folklore, come i ballerini con il tamburello o le processioni con il santo con appesi i serpenti. Fenomeni marginali, sacche di delinquenza. Risse tra balordi. Tre righe in cronaca.

Intanto si riscrive la storia. Si mischiano i morti. Si dimenticano cause, ragioni. Io sono morto per loro. Non per voi. Sono morto per loro. E a loro continuo a pensare.

E’ tutto così assurdo. Un brutto film, uno di quelli in cui la sceneggiatura non gira. Eppure in quel film io ci abitavo, come ci abitate voi. Un Paese che ancora non si è stufato delle morti come la mia. Un Paese in cui tutto è normale. Anche morire fuori da una festa di musica reggae. 8 coltellate. Una è stata così forte che addosso mi è rimasto il segno del manico del coltello.

Tutto normale. Anzi normalissimo. Cosa c’è di strano? Si comincia sempre così. Di questo ho paura.

*Stefania è la mamma di Renato Biagetti ucciso dalle coltellate di due fascisti dopo una festa in spiaggia a Focene. E’ la fondatrice di Madri per Roma città aperta. Come le Madres de la Plaza de Mayo ha raccolto anche lei il testimone delle idee di suo figlio

http://www.lavorincorsoasinistra.it/wordpress/?p=6272

http://www.gliocchidi.it/persone/renato_biagetti

Di Lavoro si deve vivere, mai morire


di angelo bruscino

ricerca-di-lavoroPremetto. Quello del lavoro è un argomento difficile da trattare, ma sicuramente caratterizza fortemente il nostro tempo, e buona parte lo misura con il termometro della fiducia e della speranza.

In Italia è ormai più di un anno che si susseguono tristemente, nelle cronache delle nostre città, drammatici suicidi causati da questa tremenda crisi. Uomini di ogni esperienza, tanto lavoratori quanto imprenditori e professionisti che, messi di fronte alla perdita della loro dignità, magari dopo anni di sacrificio, di impegno, di onestà, crollano nel vedersi considerare dallo Stato, dalle Istituzioni, dal nostro sistema economico e sociale come meno di niente.

In questo paese, dove i mancati pagamenti del pubblico al privato raggiungono circa 100 miliardi di euro, dove le Banche preferiscono sempre più la finanza all’economia reale e alle piccole e medie imprese, dove la burocrazia da sola spesso condanna le migliori iniziative, dove lavorare e fare imprenditoria è di per sé un piccolo miracolo, oggi è mortalmente facile sentirsi soli, abbandonati, falliti nei nostri piccoli sogni per il domani, fino a considerare il presente solo un’altra terribile beffa. Un po’ come quando vedi diminuire la tua pensione di 400 euro, o quando diventi un “esodato”, o quando lo Stato, che ti deve tanto se ne frega, mentre ti sequestra o ti impone il pagamento di cartelle esattoriali e allo stesso tempo a fronte di un tuo credito verso la pubblica amministrazione non ti consente di riscuoterlo.

Insomma, in questo paese dove tutto è sbilanciato, dove l’uguaglianza è recitata solo sui testi, dove il welfare serve solo a garantire ruberie, dove l’unico vero merito esercitabile è quello delle raccomandazioni, è davvero difficile fidarsi ancora di qualcuno.

In questa campagna elettorale si dovrebbe urlare a squarciagola il bisogno di speranza, l’esigenza di proposte vere, sul lavoro prima di tutto. Bisognerebbe poi chiarire quali siano i modelli, le politiche, le nuove leggi che ognuno, crono-programma in mano agli elettori, vuole realizzare. Abbiamo tutti un disperato bisogno di ritrovare un nuovo orizzonte, tracciato sul coraggio, che ci dia nuovamente la consapevolezza di essere noi stessi questo Stato, questo paese che sempre più spesso ci sembra alieno e patrigno, un paese dove mancano spesso i buoni esempi.

Eppure siamo ancora qui, a scrutare le facce dei candidati, ad ascoltare spesso propositi vuoti o difficilmente realizzabili. Basti pensare a quei tagli promessi sulle Province, sulla politica, sui troppi privilegi dei pochi, che non si sono mai realmente attuati. Il tutto mentre noi abbiamo subito sacrificato qualcosa di importante: un nostro piccolo sogno, il nostro presente, le nostre aspettative. O addirittura, disgraziatamente, con atti estremi qualcuno ha sacrificato anche il proprio domani.

Allora nessuno dei candidati dimentichi che stanno giocando con le nostre vite, con il nostro futuro, e che niente si costruisce se non si dà priorità al tema del lavoro. Partendo prima di tutto da quello che da eletti dovranno svolgere con serietà e dedizione puntando a leggi giuste e a buone politiche. Presupposti irrinunciabili per rilanciare il lavoro di tutti altri, unico vero strumento che garantisce ad ogni cittadino, dignità e possibilità per conquistare con merito il proprio posto in questo paese. Perché il lavoro deve essere orgogliosamente la nostra vita, mai la nostra morte.

http://sostenibilita.org/2013/02/11/di-lavoro-si-deve-vivere-mai-morire/

LA DISEGUAGLIANZA ITALIANA


di Davide Reinafermata-diseguaglianza

Il nostro è un paese che viaggia a due velocità distinte: i ricchi che corrono e i poveri che arrancano. Un problema grave e tragicamente assente dall’agenda politica italiana.

 

I nostri treni sono la perfetta rappresentazione della nostra diseguaglianza. Da una parte l’alta velocità con i suoi treni modernissimi, immacolati, puntuali. Dall’altra i treni dei pendolari: vecchissimi, sporchissimi, sempre in ritardo. I ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Due binari diversi e due mondi separati che, tra di loro, si stanno allontanando sempre di più. Due Italie. Populismo? Non credo.

E per questo mi sono divertito a ricalcolare il coefficiente di GINI (l’indice di disparità economica e sociale di una nazione) italiano, ma includendovi anche l’effetto dell’evasione fiscale. Eh sì, perché qui sta il problema. Infatti, secondo EUROSTAT l’indice di GINI ufficiale, e al netto delle tasse, per l’Italia sarebbe stato pari allo 0.32 nel 2011. In pratica, saremmo piuttosto vicini (circa 3 punti) a un paese come la Francia (0.29). Chiaramente, un dato di questo tipo non è credibile. E’ di tutta evidenza come la Francia sia un paese molto meno diseguale nella distribuzione dei redditi, rispetto all’Italia. Allora dove sta l’inghippo? Nel fatto che questo indice misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi al netto delle tasse, ma dei redditi ufficialmente dichiarati. E qui casca l’asino. In primo luogo, perché il peso dell’evasione fiscale sul PIL è molto più elevato in Italia che in Francia. In secondo luogo perché la capacità di evadere cresce (e soprattutto, cresce in modo non lineare) con l’aumentare del reddito effettivo del dichiarante. In parole povere, più uno è ricco e più ha strumenti e mezzi per evadere (o per eludere). Di conseguenza i famosi 100 (c’è chi dice 140 miliardi) di redditi evasi in Italia ogni anno non si distribuiscono proporzionalmente tra ricchi e poveri, ma sono più concentrati nelle fasce abbienti (quelle effettivamente più ricche) della popolazione.

A tutto questo si aggiunga infine il fatto, non trascurabile, di professioni e attività che quando evadono (come dimostrano gli scontrini che aumentano del 50, 60 o anche del 200% se ci sono le ispezioni), non evadono del 20-30% ma almeno del 70-80%. Diversamente non si spiegherebbe come, in Italia, un ristoratore dichiari in media poco più di un maestro di scuola elementare. Di conseguenza, l’effetto paradossale è che vi sono molti ricchi italiani i quali, per le statistiche, sono poveri. In buona sostanza in Italia siamo tutti ufficialmente piuttosto poveri, e questo costituisce un terzo fenomeno che falsa il coefficiente di GINI. Perché in pratica, molti redditi che in realtà dovrebbero essere rilevati tra quelli elevati, vengono spostati invece drasticamente verso il basso e sotto il reddito medio dall’evasione, così abbattendo il reddito medio stesso da un lato, riducendo la distanza tra redditi minimi e redditi massimi dall’altro. Evidentemente, questo fenomeno riduce ulteriormente l’indice di GINI. Con ogni probabilità, se includiamo l’evasione fiscale e i relativi effetti distorsivi nel calcolo, allora il coefficiente di GINI italiano è superiore allo 0.40. Non solo, grazie alle ultime manovre, lo abbiamo peggiorato di almeno 2-3 punti. In soldoni: siamo più vicini allo 0.45 che non allo 0.40.

Numeri di questo tipo ci stanno allineando a paesi come la Turchia e, in prospettiva e se non invertiamo la nostra tendenza a diventare sempre più diseguali, ci avvicineranno a paesi come il Messico o il Cile di qui a cinque anni. Francamente, a me sfugge come questo problema non sia oggi al centro dell’agenda politica italiana. Soprattutto, mi è incomprensibile come nei tanti dibattiti si ponga spesso l’accento sul tema della diseguaglianza, ma non lo si traduca mai in cifre e dati precisi. Credo, infatti, che ci aiuterebbe come cittadini il poter chiedere conto ai nostri governi non solo del loro lavoro in termini di capacità di sostenere la crescita (punti di PIL), o di ridurre il rapporto debito/PIL, ma anche in termini di risultati nella riduzione della diseguaglianza (e quindi di diminuzione dell’indice di GINI, quello vero però…).

Diseguaglianza che è ormai al centro della discussione politica internazionale (basti pensare alla battaglia di Obama negli Stati Uniti per tassare di più i redditi dei ricchi ma non quelli del ceto medio, oppure al dibattito accesissimo in Francia per la “tassa sui ricchi”). Qui da noi però: niente. E’ un paradosso: il coefficiente di GINI fu inventato da un grande statistico italiano, Corrado Gini, nel lontano 1912. Nemo profeta in patria, verrebbe da dire. Dunque, la misura della diseguaglianza in una società è data da questo indice. Ma, si badi bene, questo coefficiente da solo non esaurisce il problema di capire quanto una società sia giusta o ingiusta. La misura dell’iniquità in una società, infatti, è data anche dal grado di mobilità sociale. E una società con un basso grado di mobilità sociale associato a un indice di GINI elevato è la più iniqua possibile. Perché associa a un’ingiusta distribuzione dei redditi (pochi possiedono tanto e molti possiedono ben poco) una disperazione (nel senso di “mancanza di speranza”) sociale. In poche parole: chi nasce povero sa che morirà povero.

Questa è la società italiana attuale. Secondo l’Economist, infatti, il nostro paese è il peggiore in Europa in termini di “inter-generational elasticity of income” (in pratica, l’indice che misura quanto il fatto di essere figlio di genitori ricchi fa sì che tu sia ricco da adulto, o viceversa quanto il fatto di essere figlio di genitori poveri fa sì che tu sia povero da adulto). Nell’Italia di oggi chi nasce ricco sarà ricco, e chi nasce povero sarà povero. Sarebbe ora che ce lo dicessimo forte e chiaro, e che vi ponessimo rimedio. Per dirla con le parole di Eugene Debs: “dobbiamo opporci a un ordine sociale in cui è possibile, per un uomo che non faccia nulla di veramente utile, l’ammassare una fortuna di centinaia di milioni di dollari in rendite, mentre milioni di uomini e donne devono lavorare tutti i giorni delle loro vite per assicurarsi a fatica i mezzi di un’esistenza stentata”. Per far questo, la via è obbligata ed è una sola: tassare pesantemente le rendite finanziarie, in misura crescente all’aumentare del loro valore, e detassare i redditi da lavoro e da capitale di rischio. Lo scriveva persino Thomas Jefferson (che certo non era di sinistra): “Un altro modo per ridurre la diseguaglianza è quello di diminuire fortemente la tassazione al di sotto di un certo livello del reddito, e tassare di più le rendite in progressione geometrica al loro crescere”.

http://www.cadoinpiedi.it/2013/01/06/la_diseguaglianza_italiana.html#anchor

 

Le vittime di malapolizia: “Caro Ingroia, la verità è rivoluzionaria”


uva-aldrovandi-cucchiDal reato di tortura alle matricole per gli agenti, il prossimo Parlamento ha “l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile”. Familiari delle vittime e comitati scrivono al candidato premier di Rivoluzione civile per chiedere una “inequivocabile scelta di campo” contro repressione e abusi da parte delle forze dell’ordine.

Caro Ingroia,

l’attesa e la speranza che sta suscitando il suo progetto politico ci spinge a prendere parola e a scriverle questa lettera pubblica. Crediamo, infatti, che una vera “rivoluzione civile” non può prescindere dalle istanze e dalle proposte nate dalla società civile e dai movimenti degli ultimi dieci anni. E ci rivolgiamo a lei proprio nella sua veste di candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni.

Non le nascondiamo che negli ultimi giorni, accanto a simpatia e speranza per il nuovo soggetto politico, ha trovato posto la delusione, per l’assenza di molte questioni dai punti prioritari fin qui affrontati da “Rivoluzione Civile”. Assenza che si può spiegare solo parzialmente con la velocità impressa agli eventi, dalla crisi di governo in poi, e la conseguente e forzata fretta di queste ore.

Noi speravamo che il nuovo soggetto politico della sinistra, grazie alla sua novità ed autonomia, potesse permettersi uno slancio diverso e maggiore coraggio.

Lo speriamo ancora, e per questo siamo ancora a chiedere:

- il varo di una legge che preveda il reato di tortura (come fattispecie giuridica imprescrittibile quando commessa da pubblici ufficiali);

- l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta sui fatti avvenuti nel 2001, durante il vertice G8 di Genova e, precedentemente, il Global Forum di Napoli;

- la definizione di regole per consentire la riconoscibilità degli operatori delle forze dell’ordine;

- l’istituzione di un organismo “terzo” che vigili sull’operato dei corpi di polizia;

- l’impegno alla esclusione dell’utilizzo nei servizi di ordine pubblico di sostanze chimiche incapacitanti e l’impegno circa una moratoria nell’utilizzo dei GAS CS;

- la revisione del Codice Rocco e dei reati, come l’introduzione dei siti militarizzati di interesse nazionale, costruiti per criminalizzare il conflitto sociale e le lotte per la ripubblicizzazione dei beni comuni. Nel Paese ci sono quasi ventimila fascicoli su reati come resistenza e oltraggio oppure devastazione e saccheggio applicabili con una insopportabile discrezionalità per infliggere pene sproporzionate agli attivisti politici;

- la revisione dei metodi di reclutamento e di addestramento per chi operi in ordine pubblico e la revisione delle funzioni di ordine pubblico per Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria e Corpo Forestale dello Stato, l’Italia è un’anomalia unica al mondo con cinque organi nazionali di Polizia con compiti di ordine pubblico;

- la revisione delle leggi proibizioniste che hanno riempito le carceri di povera gente aumentando a dismisura il Pil delle narcomafie e dei trafficanti di esseri umani.

Tutti punti, questi, richiesti in questi anni da decine e decine di migliaia di persone che hanno aderito alle petizioni lanciate dai comitati di memoria, verità e giustizia e dalle madri delle vittime di “malapolizia”. La legittimità di queste richieste, nel Paese, è stata spesso offuscata dal malcelato tentativo di derubricarle a questioni di ordine pubblico, producendo lesioni gravi nelle garanzie costituzionali e nello stato di diritto nel nostro paese, come molti esiti dei processi hanno dimostrato da Genova in poi. E per questo crediamo che il prossimo Parlamento abbia l’obbligo morale prima che politico di approvare una serie di riforme ed iniziative di legge non più prorogabili per un paese che vuole definirsi civile.

I numerosi riferimenti alla “questione Genova” non sono da intendersi come la semplice volontà, da parte nostra, di restare ancorati al passato, né di inquadrare quei fatti solo nella loro dimensione “da ordine pubblico”. Non possiamo ritenere che la storia di Genova sia stata scritta solo nelle aule di tribunale.

Questa parola di chiarezza non la chiediamo solo oggi, né ci basterebbe venisse espressa col solo intento di recuperare una parte di potenziale elettorato, ormai disorientato e disilluso. La chiediamo come inequivocabile scelta di campo, culturale e civile prima che politico-elettorale: questo, sì, sarebbe davvero rivoluzionario.

Patrizia Moretti e Lucia Uva (Associazione Federico Aldrovandi), Lorenzo Guadagnucci ed Enrica Bartesaghi (Comitato Verità e Giustizia per Genova), Haidi Gaggio Giuliani (Comitato Piazza Carlo Giuliani – Onlus), Italo Di Sabato e Checchino Antonini (Osservatorio sulla Repressione),Francesco “baro” Barilli e Marco Trotta (reti-invisibili.net)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/le-vittime-di-malapolizia-caro-ingroia-la-verita-e-rivoluzionaria/

CASO-MARÒ, eroi o assassini?


marò

di Igor Riccelli

Ma chi ha detto che Massimiliano Latorre e Salvatore Girone sono due eroi nazionali? Un po’ tutti i media tradizionali, è vero; ma siamo sicuri che sia davvero così? Persino l’anticonvenzionale, rispetto altri direttori di tg italiani, Mentana si è spinto in un «augurio di tutti – tutti chi? Gli amici e i parenti dei due, gli spettatori di La7? O l’Italia intera? Perché è questo che sono diventati i due marò: un caso nazionale attorno a cui stringersi, tirando fuori quella bandiera impolverata di patriottismo che – ma come si fa a dubitarne ancora?! – non ha nulla di onorevole.

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Lista Ingroia, la legalità non basta


ingroia_legalita_NDi Giorgio Cremaschi

Siccome non son mai stato una vittima del nuovo in politica, di quel nuovismo attraverso il quale si sono perpetuate da trenta anni le stesse politiche e le stesse classi dirigenti, non mi scandalizza che la lista del cosiddetto quarto polo sia diventata l’ennesima lista personale, ove il leader è la sostanza della proposta. Né mi sconvolge che i partiti siano alla fine l’architrave della lista. I partiti esistono sempre e chi li rifiuta semplicemente ne sta fondando un altro.

Ciò che non mi convince della coalizione Ingroia è l’ordine delle priorità e il messaggio di fondo del programma annunciato dal suo leader.

L’Italia è un paese devastato dalla corruzione e dalle mafie, una parte della classe politica è soggetto contraente di questo sistema, i berlusconiani, una parte è debole o subalterna, Monti e anche il PD. Una lotta vera alle mafie e alla corruzione finora non si è fatta per colpa di questa classe politica e il paese ne paga i costi con la crisi economica. Mettere al governo una classe dirigente che distrugga davvero le mafie è condizione di giustizia e base per una ripresa economica non pagata dai più poveri.

Questa a me pare la sintesi del pensiero di Ingroia e non c’e dubbio che essa individui uno dei nodi della crisi italiana. Il peso della corruzione, della evasione fiscale, della criminalità nella nostra economia è da tempo documentato.

Tuttavia non mi pare che questo possa essere sufficiente a motivare una lista alternativa ai principali schieramenti ed in particolare a Monti. Il quale ha nella sua agenda temi e proposte molto vicine a quelle di Ingroia proprio su questo terreno.

L’attuale presidente del consiglio mette al centro del suo programma liberista l’idea che in Italia una buona economia emergerà dalla distruzione dell’economia corporativa e criminale. E non a caso individua in Marchionne l’esempio imprenditoriale da esaltare sulla via delle ”riforme’. Il liberismo è spesso criminale per i suoi risultati sociali, ma chi lo propugna può proporsi di combattere l’economia criminale.

Naturalmente Monti mette al primo posto della sua agenda la politica di austerità, così come viene definita dai vincoli del fiscal compact, del pareggio costituzionale di bilancio, dei trattati europei. La lotta alla criminalità economica e mafiosa sarebbe ancora più stimolata da questi vincoli, perché essi ci imporrebbero di trovare lì i soldi che servono per lo sviluppo. Ingroia afferma di combattere il montismo, ma perché allora non contesta questo punto che è il punto cardine di esso? Perché nel suo discorso d’investitura è assente la critica ai vincoli europei e del capitalismo internazionale, quello formalmente onesto?

A mio parere questo non avviene perché Ingroia pensa che la questione sociale ed economica siano una derivata della questione criminale e che basti essere rigorosi davvero e non a parole, per creare le condizioni economiche per la giustizia e lo sviluppo. No non è così.

Per affrontare questa crisi economica da una punto di vista alternativo a quello di Monti si deve programmare un gigantesco intervento pubblico nell’economia e la rottura di tutti i vincoli europei. O si segue questa strada oppure ci si deve affidare al mercato magari regolato.

Non è un caso che il PD sia spiazzato dalla candidatura di Monti. Perché ha sinora sostenuto una politica di mercato e non ha alcun programma realmente alternativo ad essa.

Una politica del pubblico e dell’eguaglianza sociale richiede un forte controllo democratico sull’economia. E qui diventa decisiva la lotta a mafie e corruzione. Perché il liberismo si è sempre alimentato con il corrompimento della classe politica.

Tutto il sistema delle partecipazioni statali è stato privatizzato sventolando le tangenti e le mazzette dei manager pubblici e dei politici che li controllavano. È lì che è nata la egemonia anche a sinistra della ideologia del mercato come antidoto alla corruzione. Ma come ci ha insegnato Bertold Brecht è più profittevole fondare una banca che rapinarla.

Nella crisi attuale la priorità è la lotta alla disoccupazione ed al super sfruttamento del lavoro e dell’ambiente. Questa la può fare davvero solo il pubblico, e per questo il potere pubblico dev’essere liberato dalla criminalità e dalla corruzione. Perché dobbiamo affidargli una nuova politica economica e sociale.

Per me l’alternativa a Monti nasce dalla rottura con le politiche liberiste Europee e con quella economia criminale amministrata dalla Troika internazionale che ha distrutto la Grecia. Dove oggi trionfa l’economia illegale. La questione sociale comanda sulla lotta alla criminalità e non viceversa. Questa è la differenza di fondo tra la lotta alle mafie dei liberali onesti e quella del movimento operaio socialista e comunista. Una differenza ancora più vera oggi, se davvero ci si vuol collocare su un fronte alternativo a tutto il quadro politico liberista dominante.

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2012/12/31/giorgio-cremaschi-lista-ingroia-la-legalita-non-basta/

23.000 Rifugiati a Rischio Espulsione dall’Italia


rifugiati_fdgdi Luca Fazio

La Caritas chiede di prolungare l’accoglienza per evitare l’emergenza umanitaria. L’Arci: «Lo stato si è svegliato tardi»

La conferma che per il governo Monti gli stranieri sono sempre stati «tecnicamente» invisibili è arrivata in questi primi giorni dell’anno con la decisione di prorogare di soli due mesi l’assistenza ai profughi delle «primavere arabe» presenti sul territorio italiano. Sono 23 mila persone, tra cui molte donne con bambini, che per la legge italiana – e per la polizia – il 28 febbraio diventeranno «clandestini».
Per la Caritas Ambrosiana si rischia una vera e propria «emergenza umanitaria», mentre il Comune di Milano parla addirittura di «bomba a orologeria». Spiega l’assessore ai servizi sociali Pierfrancesco Majorino: «L’emergenza è solo rinviata, queste persone quando rimarranno sulla strada e senza permesso di soggiorno cominceranno a protestare, dobbiamo prepararci a vederli arrivare tutti a Milano, dove le loro manifestazioni avranno più visibilità». E alla fine dell’inverno, col freddo, è improbabile che i soggetti più deboli, una volta usciti dalle strutture di accoglienza, riescano a trovare soluzioni autonome. Significa che chiederanno aiuto ai comuni in una situazione di emergenza, appoggiandosi a un welfare locale già boccheggiante grazie ai tagli imposti dal governo – e da chi lo ha sostenuto.
La gestione di questa nuova fase in più avrà regole nuove, passando dalla Protezione civile al Ministero degli Interni. Con alcune prevedibili ripercussioni negative, secondo la Caritas, che ha chiesto al governo almeno un prolungamento dell’assistenza fino alla prossima primavera, «anteponendo ad ogni valutazione il valore e il dovere della solidarietà». Un messaggio che dovrebbe trovare immediatamente ascolto anche al Quirinale, se non altro per dare un senso alle parole che il presidente Giorgio Napolitano ha riservato ai profughi nel suo ultimo discorso alla nazione. La situazione, infatti, potrebbe complicarsi ancora prima della nuova scadenza fissata dal Viminale.
Alcune strutture di accoglienza, come alberghi o pensionati, per esempio potrebbero decidere di non proseguire l’accoglienza nei termini stabiliti dalle nuove convenzioni che prevedono un costo giornaliero di circa 35 euro a persona (prima erano 46), e per di più contrattato singolarmente da ogni provincia – probabilmente al ribasso. La nuova fase, aggiunge la Caritas, prevede solo interventi per la sopravvivenza (vitto e alloggio), «ciò rischia di interrompere la continuità dei percorsi di integrazione intrapresi grazie ai corsi professionali, ai tirocini, all’accompagnamento sociale e alla mediazione legale, tutti servizi offerti fino ad oggi». Inoltre, le poche settimane rimaste per la permanenza in Italia, e le informazioni frammentarie, potrebbero alimentare tensioni tra i profughi, «e tale situazione potrebbe degenerare in aperte rivolte».
Per Filippo Miraglia, responsabile immigrazione dell’Arci, «lo stato si è svegliato tardi». E piuttosto male. «Non credo che si riuscirà a risolvere il problema entro la data prevista – spiega – perché l’operazione di riconoscere uno status qualsiasi a queste persone andava fatta prima. Adesso è tardi. La procedura attraverso la quale vengono dati i permessi di soggiorno a 23 mila profughi che sono rimasti in Italia è stata avviata a fine novembre, adesso ci vorranno alcuni mesi».
Laurens Jolles, dell’Alto commissario delle Nazioni unite (Unhcr), forse pensando di avere che fare con un altro paese, suggerisce un altro percorso. «La cosa importante – spiega – non è la proproga ma trovare delle soluzioni, anche individuali, per tutte le persone che stanno aspettando di essere regolarizzate». Laurens Jolles chiede più tempo e lamenta una totale mancanza di strategia del governo italiano. «Non sono tutte persone con lo stesso profilo, ce ne sono alcune che potrebbero trovare lavoro e restare in Italia, mentre altri potrebbero tornare in patria con degli incentivi».
Ragionevolezza e buon senso a parte, purtroppo, se la situazione dovesse precipitare, è vero invece che non potrebbe capitare in un momento peggiore. In piena campagna elettorale, non sono questi gli argomenti che la classe politica italiana sa affrontare, come direbbero i preti, anteponendo ad ogni valutazione il dovere della solidarietà.

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