Ponte Galeria, il Cie della vergogna


L’analisi dell’associazione Medici per i diritti umani raccoglie le interviste degli internati: “Situazione sanitaria drammatica”. Il centro di identificazione capitolino è “inadeguato”, “inefficace”, “inumano”. Per molti è peggio del carcere.

“Inadeguato”, “inefficace”, “inumano”, “ingiusto”. Sono questi gli aggettivi che l’onlus Medu (Medici per i diritti umani) utilizza con più frequenza per descrivere il più grande centro d’identificazione ed espulsione d’Italia: quello di Ponte Galeria, a Roma.

L’associazione, che ha come scopo principale la tutela dei diritti e della salute dei più deboli, ha raccolto le testimonianze di alcuni immigrati che sono stati trattenuti all’interno del centro a cavallo tra il 2009 e il 2010, ed ha presentato oggi (15 novembre) il suo terzo rapporto. Ebbene, le conclusioni sono lapidarie. Ponte Galeria è inadeguato “a tutelare la dignità delle persone trattenute e a garantirne i diritti fondamentali”; è  inefficace “nell’identificazione e il rimpatrio dei trattenuti anche dopo il prolungamento dei tempi di trattenimento”; ed è  inumano, in quanto percepito da molti degli internati ben peggio di un carcere.

Per la maggior parte degli intervistati, però, il problema principale è quello sanitario. Il cie è un luogo in cui l’assistenza medica è “insufficiente”, in cui è difficile “accedere a visite specialistiche ed esami diagnostici”, e nel quale è quasi impossibile “ricevere visite da parte di conviventi, amici e a volte anche di parenti”. Desta particolare preoccupazione, poi, la gestione piuttosto disinvolta degli psicofarmaci. Il rapporto conferma la prescrizione eccessiva e spesso irrazionale di farmaci sedativi per i reclusi. L’altissima frequenza di atti di autolesionismo nei primi mesi dell’anno, insieme alle proteste e alla rivolta di marzo, testimoniano quindi una tensione latente e una drammatico clima di disagio che si respira all’interno del centro.

Circa l’80 per cento delle persone internate, in effetti, proviene dal carcere o è vittima della tratta della prostituzione: due tipologie di persone che secondo Medu “per motivi diversi, non dovrebbero essere trattenute in un cie”. Da tutti i racconti raccolti, tra l’altro, emerge come la costante incertezza circa la propria sorte e la durata del trattenimento siano gli aspetti che provocano maggiore sofferenza e disagio. E quindi tensione. Appare, poi, “del tutto improprio” il trattenimento all’interno del cie di donne potenziali vittime di tratta, “in quanto tale struttura non è evidentemente il luogo adeguato per avviare gli opportuni percorsi di assistenza e protezione sociale a favore di persone particolarmente vulnerabili”.

Particolarmente drammatico risulta il racconto di una giovane immigrata che ha trascorso quattro mesi all’interno del centro: “Spesso ci davano da mangiare il cibo scaduto il giorno prima. Nei bagni c’erano i topi e sporcizia ovunque. Una volta un ragazzo africano ha provato a scappare sui tetti ma è stato raggiunto da venti poliziotti che lo hanno riempito di botte. Da parte degli operatori c’era poco rispetto verso noi donne, forse perché la maggior parte di noi veniva dalla strada. A volte a chi andava a chiedere delle medicine per dei problemi di salute particolari gli veniva risposto di andarsi a prendere le medicine fuori dal cie”.

Ma i problemi non riguardano solamente il centro di Roma. Nel testo, Medu ribadisce che i problemi di Ponte Galeria sono necessariamente connaturati all’”istituzione cie” più in generale. E per dimostrarlo snocciola una serie di cifre. “Gli stranieri trattenuti in Italia nel corso del 2009 sono stati complessivamente 10.913, dei quali solo il 38 per cento è stato effettivamente rimpatriato. Una percentuale che risulta addirittura inferiore a quella del 2008 (41 per cento). Per quanto riguarda i primi nove mesi del 2010, il numero di trattenuti e la percentuale di rimpatri (43 per cento) nel centro di Ponte Galeria, risultano rispettivamente diminuito (-35 per cento) ed invariata se comparati all’omologo periodo del 2009”.

“Tale tendenza, se confermata a livello nazionale – continua il rapporto – evidenzierebbe, tra l’altro, l’inutilità del prolungamento a 180 giorni dei termini massimi di trattenimento”.

Se si considera il numero di immigrati non in regola con le norme sul soggiorno presenti in Italia (560.000 secondo alcune stime), infatti, il ruolo dei Cie nel contrastare l’immigrazione irregolare “appare del tutto trascurabile”. Il tutto a prescindere da un’efficienza che, comunque, non risulta dall’evidenza dei numeri. “A fronte di un grave vulnus ai diritti fondamentali della persona – ci si chiede dunque – qual è l’utilità del centro di Ponte Galeria e, più in generale, dei Cie?”.

La risposta è semplice. “Esclusa dunque un’efficacia del punto di vista degli scopi dichiarati– conclude Medu – rimarrebbe per queste strutture la funzione di strumento punitivo ed emblematico di una politica di contrasto all’immigrazione clandestina basata su un approccio esclusivamente securitario”. Funzione punitiva che risulta essere spesso la stessa ragione per cui si costruisce e si giustifica un’istituzione con un ruolo di “contenimento e segregazione per categorie diverse di persone socialmente indesiderate”.

Carlo Ruggiero

wikipedia :  http://it.wikipedia.org/wiki/Centro_di_identificazione_ed_espulsione

fonte:  http://www.rassegna.it/articoli/2010/11/15/68634/ponte-galeria-il-cie-della-vergogna

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