la truffa del federalismo fiscale


 Il federalismo e’ destinato a produrre un aumento della pressione fiscale sui lavoratori a reddito fisso. Lo evidenzia uno studio per la rivista economiaepolitica.it dell’economista Domenico Moro, in cui si analizza il decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal Consiglio dei ministri, che si muove sulla strada di una politica fiscale che negli ultimi anni ha visto la riduzione del “numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, le addizionali Irpef regionali e l’aumento della tassazione indiretta, cioe’ sui consumi”.
Secondo lo studio con il federalismo si avra’: “1) Aumento delle tasse, poiche’ il decreto prevede la possibilita’ per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta ed e’ falso che i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. L’art. 5, al comma 2, dice che ‘la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito’. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% e’ prevista per tutti. 2) Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese.Infatti, la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumentera’, e’ prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, che per altro non e’ propriamente definibile una tassa, ma rappresenta una parte del salario, quella ‘indiretta’, pagata in servizi pubblici. 3)Riduzione della progressivita’ della tassazione. Col federalismo fiscale aumentera’ l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perche’ queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle Regioni”.
In questo modo, conclude lo studio di economiaepolitica.it: “Aumentera’ il gap tra salari e profitti; aumentera’ il gap tra regioni del Sud e del Nord; la sanita’ pubblica sara’ gravemente ridotta. Ci sara’, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese e si compensera’ il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perche’ il taglio dell’Irap e’ a carico esclusivo delle Regioni”.

Il problema della pressione fiscale è molto avvertito nel nostro Paese, soprattutto per il peso eccessivo a carico dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi. Sotto questo aspetto gli interventi recenti non hanno migliorato le cose, preoccupandosi di ridurre il numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, introdurre addizionali Irpef regionali e aumentare la tassazione indiretta, cioè sui consumi.

La riduzione a cinque degli scaglioni Irpef ha limitato la progressività della tassazione diretta, quella sui redditi, che pesa sui lavoratori dipendenti. Inoltre, le addizionali Irpef regionali, al contrario dell’Irpef nazionale, non rispettano per nulla il criterio di progressività. Ad esempio, nel Lazio l’aliquota addizionale è dell’1,4% per tutti i redditi. Anche in Veneto c’è una sola aliquota, ma è dello 0,9%. In Piemonte, invece, ci sono tre aliquote che però variano in modo non progressivo. Ad esempio, coloro che hanno un reddito inferiore a 15mila euro pagano lo 0,9%; l’aliquota passa all’1,3% con un reddito oltre 15mila euro e all’1,4% oltre i 22mila euro; ma sempre su tutto l’imponibile e non, come avviene a livello nazionale, solo sulla parte che eccede lo scaglione precedente. Il panorama delle addizionali è insomma una vera giungla, in cui ogni regione adotta criteri propri, aumentando la confusione – anche a causa dell’intricato ventaglio di deduzioni (18) detrazioni (39) ed esenzioni fiscali (46) – e la disparità di trattamento dei cittadini-contribuenti lungo lo stivale.

A tutto questo si è aggiunto l’aumento della pressione delle tasse indirette sui consumi, dall’Iva alle accise, ai pedaggi autostradali. Scegliere di aumentare le tasse indirette appare un buon escamotage per governi attenti al consenso, in quanto appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta. C’è però un grave neo: non sono progressive cioè pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa, pur avendo redditi molto differenti.

Il risultato di queste misure è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale, ed anche anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 afferma che le tasse devono essere progressive, devono aumentare all’aumentare del reddito.

In un quadro siffatto il dibattito recente ha portato molti a concludere che il federalismo potrebbe allentare la pressione fiscale e risolvere la carenza di servizi-infrastrutture in cui versa il nostro Paese, costringendo la classe politica a più efficienti allocazioni delle risorse. Ma sarà veramente così? O non si rischia di accentuare le inique tendenze della fiscalità degli ultimi anni?

Per appurarlo vediamo cosa prevede lo schema di Decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal consiglio dei ministri (D.Lgs. 11/10/2010). In primo luogo, emergono i seguenti punti:

• Aumento delle tasse. Il decreto prevede la possibilità per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta. Il tetto dell’addizionale regionale Irpef sarà dell’1,4% fino al 2013, del 2% dal 2014, e del 3% dal 2015 (art. 5, comma 1). A questo proposito è falso quanto riportato da alcuni giornali, secondo cui i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. In realtà, sempre l’art. 5, al comma 2, dice che “la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito”. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% è prevista per tutti.[1]

• Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. Fra l’altro è falso che l’Irap non può essere ridotta se viene aumentata l’Irpef, perché all’articolo 4 comma 3 si dice solo che, in caso di riduzione dell’Irap, l’aumento dell’Irpef non può superare lo 0,5%. È da notare, infine, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che nel 1997 venne inclusa, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella “indiretta”, pagata in servizi pubblici.

• Riduzione della progressività della tassazione. Col federalismo fiscale aumenterà l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perché queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle regioni (articoli 14 e 15). Con l’Iva, ad esempio, si alimenterà il fondo perequativo per le spese regionali (art. 11, comma 5). Si viene così a creare un meccanismo che spingerà ad incrementare proprio la tassazione sui consumi, ovvero la tassazione per eccellenza non progressiva.

Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno gravi da almeno tre punti di vista:

• Aumenterà il gap tra salari e profitti. Negli ultimi venticinque anni l’8% della ricchezza nazionale si è spostato dai salari ai profitti[2]. Con il federalismo fiscale il divario si allargherà. Il salario diretto verrà decurtato con l’aumento del tetto dell’addizionale Irpef e quello indiretto con la riduzione dei servizi pagati con l’Irap. Nello stesso tempo i profitti, sgravati interamente o parzialmente dall’Irap, aumenteranno. Il divario si aggraverà – è bene precisarlo – anche al Centro-Nord, proprio perché le regioni con meno difficoltà di bilancio e con l’addizionale Irpef allo 0,9%, saranno maggiormente invogliate a favorire le imprese, tagliando l’Irap, e a compensarla, aumentando l’addizionale Irpef.

• Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di divario nella qualità dei servizi e nella disponibilità di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale)[3], rischia un ulteriore tracollo.

• La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regola e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo reparti e interi ospedali, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Molti territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.

Ci sarà, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perché il taglio dell’Irap è a carico esclusivo delle regioni (art.4, comma 2).

Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, stimata in 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%. I maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%)[4]. La questione fiscale è e diventerà sempre più importante nel nostro Paese e in generale nei Paesi più avanzati. Naturalmente è questione cruciale nella determinazione del salario reale complessivo, riguardando il salario indiretto ed il welfare, che è sotto attacco in tutta la Ue. E poi, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse rischia di essere sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.

* Economista, consulente Filmcams-Cgil

http://www.economiaepolitica.it/

 A sorpresa, una ricerca spazza via una serie di luoghi comuni sul rapporto tra il fisco e gli italiani. Ad esempio, rivela che gli italiani sarebbero disponibili a pagare più tasse. Ovviamente in cambio di servizi migliori. Secondo punto: dal sondaggio – realizzato dal Censis per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, gli italiani non vogliono che lo Stato diventi più leggero e abbassi il livello delle tutele sociale. Terzo luogo comune da rivedere: il federalismo fiscale non appare come la panacea per risolvere i mali del paese e tantomeno appare risolutivo per avere un fisco più equo. Anzi, gli italiani temono che l’introduzione del federalismo comporterà un aumento del carico fiscale e delle diseguaglianze sociali.

Nel dettaglio, il sondaggio parte da un dato che appartiene alla stragrande maggioranza dei cittadini: per l’81% pensa che il carico fiscale sia troppo elevato.. Ma solo il 23,7% pensa che sia “esoso”. per lo più, gli italiani ritengono che sia “ingiusto” (36,2%) oppure “inefficiente” (25,5%). 

Dicevamo del federalismo fiscale: solo il 16,6% è a favore dell’attuazione dl federalismo fiscale, che è solo un poco di più della percentuale di voti della Lega a livello nazionale. Il 42,5% degli italiani pensa che il carico fiscale complessivo tenderà ad aumentare con il federalismo, mentre solo il 22,4% confida in una sua diminuzione. Quattro italiani su dieci (41%) credono nella possibilità che il federalismo fiscale contribuisca a migliorare la gestione della cosa pubblica ma oltre la metà (50,2%) è del parere che una riforma del genere aumenterà il divario tra regioni ricche e povere.E le battaglie per la diminuzione del carico fiscale con cui l’attuale presidente del Consiglio ha vinto ben tre elezioni? A quanto pare, lo slogan “Meno tasse per tutti” era giusto quello, un specchietto per le urne. Perché il sondaggio Censis rivela come il 36,8% degli italiani pensa che negli ultimi tre anni il sistema fiscale sia peggiorato, sia rimasto uguale per il 48,6% ed è migliorato solo per il 14,6% (devono essere quelli che hanno usufruito dello scudo fiscale…). Unico miglioramento, la maggior efficienza nel sistema dei pagamenti (ma con l’aumento delle conoscenze informatiche ci mancherebbe anche….)
Considerazione finale: come direbbe l’amministratore delegato Sergio Marchionne, questi sono i numeri, c’è una maggioranza, il resto sono chiacchiere.
http://pagni.blogautore.repubblica.it/2011/01/20/gli-italiani-vogliono-pagare-le-tasse-in-cambio-di-servizi-migliori-ovvio/

Il rischio che il federalismo fiscale finisse nel tritacarne politico era già alto in passato e in questi giorni di «sospensione delle egemonie» lo è evidentemente ancora di più. Scorrendo le dichiarazioni rilasciate in queste ore le parole «ricatto» e «tradimento» fanno bella mostra di sé, mentre ci sarebbe bisogno di un esercizio di responsabilità. Si prendono decisioni che non sarà facile smontare e che comunque avranno riflessi che vanno ben oltre la durata di un governo. Proviamo, dunque, a non urlare e a mettere in fila i problemi.

Siamo tutti d’accordo che il bello del federalismo sta nella responsabilizzazione delle classi politiche locali che, a fronte delle competenze che il centro trasferisce loro, potranno avere autonomia di imposizione fiscale sui cittadini. Molti Comuni versano oggi in grave difficoltà, non pagano addirittura i fornitori e quindi faranno sicuramente ricorso a nuove tasse, ma è altrettanto evidente che dovranno operare con giudizio per non subirne i contraccolpi in termini di credibilità e di consenso. Prendiamo il caso concreto dei sindaci leghisti la cui sofferenza politica – a cominciare da quello di Varese, città simbolo – era emersa nettamente nell’ultimo raduno di Pontida. La spesa per investimenti nelle comunità amministrate dal Carroccio è caduta verticalmente per i vincoli del patto di stabilità interna: che scelte faranno i sindaci? Riprenderanno a spendere, a migliorare la qualità della vita urbana e, dopo, come si rapporteranno al loro elettorato particolarmente allergico alle tasse?

Queste domande in una costruzione federalista perfetta non dovrebbero aver campo perché i sacri testi recitano che, a fronte di competenze devolute alla periferia, il centro dovrebbe ridurre il prelievo erariale. Due punti di Irpef passati alle Regioni per far fronte alle nuove spese dovrebbero essere compensati da due punti di Irpef in meno dal centro. Ma sarà così? Oppure vista la particolare e critica situazione del budget pubblico si andrà verso uno slittamento temporale, magari rimandando il tutto alla riforma fiscale? Qualche voce si è già levata in queste ore per denunciare il pericolo di un aumento della pressione fiscale dovuta alla generalizzazione e all’inasprimento delle addizionali comunali sull’Irpef. Anche perché sul tema, a giudizio degli addetti ai lavori, la legge delega resta un po’ sul vago.

A complicare il quadro c’è sicuramente il pasticciaccio sull’Ici. In tutti i Paesi occidentali gli enti locali si finanziano in primo luogo con la tassa sulla casa, da noi prima il governo Prodi e poi l’esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi hanno abolito a tranche l’Ici, tagliando così le gambe alla finanza locale pur di accrescere i consensi per i governi di Roma. Se si fosse opposta maggiore resistenza alla facile demagogia non avremmo automaticamente risolto tutti i problemi, ma ci troveremmo nell’applicazione dei nuovi schemi federalisti in una situazione meno complicata. Ora è difficile fare un’inversione a U, eppure nel dibattito politico si sta affermando la consapevolezza che delle entrate Ici, anche solo in parte, non si può fare a meno.

Si discute dunque e si litiga sul federalismo fiscale ma mancano ancora i numeri dei costi standard dei servizi. Quelli sì ad alto potenziale elettrico! Finché non li vedremo conteggiati in euro pro capite non sapremo chi veramente ci perde e chi ci guadagna. E fino ad allora non sapremo quale assetto politico è in grado davvero di condurre in porto la nave federalista.

Dario Di Vico

http://www.corriere.it/editoriali/11_gennaio_26/federalismo-con-piu-tasse-dario-di-vico_41996cc8-2912-11e0-b732-00144f02aabc.shtml

 Camusso: «Il federalismo aumenterà le tasse agli operai»

«Così com’è, il federalismo si scaricherà su lavoratori dipendenti e pensionati con aumenti d’imposte e tariffe». Lo ha denunciato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, stamani a Genova all’assemblea del comitato direttivo della Camera del Lavoro cittadina. «Siamo molto preoccupati – ha detto Camusso – delle soluzioni avanzate sul federalismo e sui rapporti con i Comuni. Le stesse affermazioni del ministro Tremonti ci fanno temere che si determini una modalità di federalismo fiscale non risolutrice delle scelte di centralizzazione delle risorse che il ministro dell’Economia ha fatto in questi due anni». 

«La nostra preoccupazione si traduce nel fatto che si scaricheranno sui cittadini l’aumento dell’imposta comunale unica e le addizionali liberalizzate – ha continuato – tutte soluzioni che aumentano la contribuzione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati». «Siamo in un Paese – ha concluso – dove si è fatto troppo poco contro l’evasione e non si è fatto nulla sui patrimoni e le rendite finanziarie dopo i tagli e gli aumenti dei servizi, non possono essere di nuovo i lavoratori dipendenti e i pensionati a pagare per la terza volta il federalismo».

http://www.ilsecoloxix.it/p/economia/2011/01/26/AN2AYNfE-camusso_aumentera_federalismo.shtml

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