Mangano e Dell’Utri, della mafia e del PdL (eroi del berlusconismo)


Marcello Dell’Utri: una figura scura su uno sfondo ancora più cupo: la politica italiana degli ultimi vent’anni. I processi lo inchiodano, lui rimane al suo posto, “fiducioso” della prossima sentenza: la Cassazione.

“Io sono un politico per legittima difesa. A me della politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi.”

Cade ogni dubbio, la politica per Marcello Dell’Utri è solo una facciata, un mezzo attraverso il quale proteggersi dalla giustizia.

Già nel 1994 erano iniziate indagini a suo carico e nel ’96 era finito sotto accusa.

Il Tribunale d’Appello di Palermo, il 20 novembre 2010, ha rilasciato le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna per Dell’Utri – pronunciata il 29 giugno 2011 – a 7 anni di reclusione per “concorso esterno in associazione mafiosa”.

“Intrattenne stretti rapporti con i boss Provenzano e Riina fino alle stragi di Falcone e Borsellino, nel ‘92”.


Le risultanze processuali individuano in Dell’Utri “uno specifico canale di collegamento” tra Berlusconi e i boss mafiosi: un mediatore negli accordi tra Stato e mafia, tra diritto e malavita. E’ accusato di aver “consentito all’associazione mafiosa, con piena coscienza e volontà, di perpetuare un’intensa attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese (Silvio), imponendogli sistematicamente il pagamento di ingenti somme di denaro, in cambio di protezione familiare e personale”.

Nonostante Dell’Utri non veda “come mi possano condannare sul nulla”, e affermi che la sentenza è copiata di sana pianta da quella di primo grado, la condanna definitiva è via via più “prossima” e si avvicina sempre più l’ultima istanza: la Cassazione.

Nato a Palermo l’ 11 settembre 1941 Marcello, partito come segretario di Berlusconi nel ’63, sale pian piano la scala del successo e approda, nel 1982, in Publitalia ’80, l’agenzia pubblicitaria di Silvio, dove si candida subito a dirigente.

Un anno dopo esser stato trovato, durante un blitz della polizia, nella residenza milanese del boss Gaetano Corallo, nel’85 diventa amministratore delegato di Fininvest.

Tutta la sua carriera è quindi profondamente legata a questo “grande imprenditore del nord”, che lo fa crescere e lo porta nel ’93 alla fondazione di Forza Italia, all’interno della quale Marcello continua la sua ascesa.

Un anno dopo esser stato eletto deputato nazionale nella lista di Forza Italia, nel 1997 inizia il processo di primo grado a seguito delle indagini che lo dipingevano mediatore tra i boss di Cosa Nostra e Silvio Berlusconi.

La sentenza è datata 11 dicembre 2004 e condanna l’imputato a 9 anni di reclusione con l’accusa di “concorso esterno in associazione mafiosa”.

Intanto Dell’Utri è diventato parlamentare europeo e, nel 2001, senatore della Repubblica.

Nonostante tutte queste indagini e queste prime sentenze, quindi, Marcello Dell’Utri continua spensierato la sua carriera, salendo sempre più e rafforzando il suo ruolo di “braccio destro di Berlusconi” e, perché no, braccio destro della mafia.

Si può essere “bracci destri” sia dello Stato, sia di Cosa Nostra?

Evidentemente sì, perché né lui stesso, né i dirigenti di partito lo hanno mai ammonito od ostacolato.

Salta fuori anche la questione Vittorio Mangano, ufficialmente stalliere di Mr. Silvio nella Villa di Arcore, ma in realtà un personaggio di spicco delle cosche mafiose palermitane.

Dalle indagini emerge che fu proprio Dell’Utri a portare Mangano ad Arcore, per proteggere la famiglia del premier dalle ritorsioni malavitose.

Dagli atti risulta, infatti, che la Mafia chiedeva spesso ingenti somme di denaro al “facoltoso imprenditore milanese” che, pur di non creare scandali o rivolgersi alle istituzioni, preferiva sborsare di tasca propria.

Testimonianza ne è una conversazione telefonica del 17 febbraio 1968, durante la quale il Cavaliere si confida con l’amico Renato Della Valle: “C’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandare via i miei figli, che stanno partendo adesso per l’estero, perché mi hanno fatto delle estorsioni […] se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me ed espongono il corpo in piazza del Duomo […] se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”.

Quindi pagherebbe pur di toglierseli dai piedi, scenderebbe a patti con la malavita, pur di stare tranquillo.

Dell’Utri non si accontenta facilmente e, dopo esser stato assolto per “non aver commesso il fatto” in un’accusa di calunnia plurima aggravata ai danni di alcuni pentiti di mafia, ricade in un altro processo.

Il 14 aprile 2009, però, anche questo termina con un nulla di fatto: “prosciolto per intervenuta prescrizione del reato”.

Sembra che la giustizia non riesca ad incastrarlo, a render concrete le pesanti accuse che gli si rivolgono.

Nel 2010 inizia a muoversi qualcosa, il 28 maggio si riapre il processo caduto in prescrizione, motivazione: le conclusione della sentenza precedente risultavano contraddittorie in rapporto alle prove a carico dell’imputato; e, il 16 aprile il procuratore generale di Palermo, in merito alla sentenza della Corte d’Appello per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, chiede 11 anni di carcere.

La sentenza arriverà poi a giugno con la diminuzione di due anni di carcere rispetto all’istanza precedente, da 9 si passa a 7.

Marcello, però, prosegue la sua strada, nulla lo potrebbe fermare, è fiducioso nella sentenza che riserverà per lui la Cassazione e si lascia andare al ricordo dei vecchi tempi: “Mangano resta il mio eroe; non so se io, trovandomi al suo posto in carcere, riuscirei a resistere senza fare nomi”.

Mangano chi?!? Lo stalliere di Berlusconi, che di cavalli non ne ha, o l’uomo mafioso?

Sembra che Dell’Utri oltre ad essere sereno nei confronti della magistratura, la metta alla prova, cerchi di aizzarla, di vedere fin dove è capace di arrivare.

Il vero problema, però, non sono i capricci di Marcello Dell’Utri o i “giochini” con il presidente, ma il rapporto tra la morale e la carriera di Dell’Utri. L’incongruenza sta nel grosso conflitto che si crea, quello che in Italia sembra passi in secondo piano.

Perché dietro agli scandali di tutti i giorni, che fanno gossip, ci sono questioni molto più serie, molto più moralmente inaccettabili, che richiederebbero maggior trasparenza e senso di responsabilità.

In ogni paese “normale” un senatore condannato in secondo grado per collusione con la mafia sarebbe già molto lontano dalla sua bella poltrona, dal suo bel posto al sole o, a seconda dei casi del suo “bel posto al sicuro”.

Invece Dell’Utri no, la politica per Dell’Utri è ormai la sua unica ragion d’essere, solo a lei può aggrapparsi per sfuggire alla legge, solo a lei può fare affidamento per durare ancora un po’, per non finire in quel vortice oscuro dal quale è venuto.

Perché se la coscienza rimane muta, prima o poi qualcosa di esterno deve provvedere a ristabilire l’equilibrio, a porre fine all’ipocrisia dei potenti, condannando chi è nel vuoto della menzogna e dell’illegalità e promuovendo un nuovo sistema politico, un nuovo modo di relazionarsi al “Diritto” e, quindi, alla vita.

Tobia Alberti (Cobalto Slam)

 

Accade anche questo nell’Italia berlusconiana: un senatore condannato per mafia ribadisce che Vittorio Mangano, personaggio legato a Cosa nostra, è un eroe.

Accade anche che il tg1 “assolva” Dell’Utri facendo passare la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa come una sconfitta dell’accusa.

Evidentemente per Minzolini il mafioso Dell’Utri è un eroe.

http://www.agoravox.it/Dell-Utri-della-mafia-e-del-PdL.html

http://www.zonamorta.com/?p=719

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