Pubblicato in: abusi di potere, cultura, politica

GENOVA 2001/2011 la Storia ha dato ragione ai NoGlobal


“Voi otto, noi sei miliardi”: era un po’ spavaldo lo slogan che in poco tempo diventò il leitmotiv delle proteste contro il G8 a Genova nel 2001. Ma grazie alla mobilitazione di migliaia di persone riusciva a racchiudere l’assoluta novità di quel movimento che contestava i potenti della terra e il loro diritto di decidere i destini dell’umanità. “È il primo movimento di massa della storia che non chiede niente per sé, vuole solo giustizia per il mondo intero”, sottolineava Susan George in quei giorni di luglio. Seattle, Göteborg, Praga, Genova: sono le tappe che hanno visto nascere un nuovo soggetto, subito definito il “movimento dei movimenti”. Suore cattoliche, sindacalisti, antagonisti dei centri sociali, attivisti del commercio equo e solidale, ambientalisti e altermondialisti di Attac: si era formata una coalizione senza precedenti nella storia, tenuta insieme dal collante della critica alla globalizzazione liberista. Questa coalizione, anch’essa globale, trovava nei vertici del G8, della Wto, della Banca mondiale o del Fondo monetario internazionale le occasioni per esprimere il suo dissenso radicale, scegliendo fin da Seattle “l’assedio” dei potenti e delle loro “zone rosse” come principale forma di protesta. Quasi tutte le forze politiche e i mezzi d’informazione nei paesi occidentali risposero con un misto di derisione e demonizzazione. La critica agli effetti nefasti della finanziarizzazione del capitalismo? La Tobin tax? Ridicole! La pretesa di intralciare i vertici mondiali? Un pericolo pubblico! Già prima del G8 di Genova si scatenò una forsennata campagna di “notizie” secondo cui i manifestanti sarebbero arrivati muniti di sacchi di sangue infetto, fionde e addirittura parapendii per dare l’assalto alla zona rossa. Non servì a nulla: nonostante il terrorismo psicologico arrivarono in centinaia di migliaia. Mai un vertice internazionale aveva visto una protesta così ampia. Era questa probabilmente la ragione per cui il governo italiano – e forse non solo quello – decise di fare i conti una volta per tutte con i “noglobal”, soffocando la protesta nel sangue a piazza Alimonda, dove morì Carlo Giuliani, nelle strade di Genova, nella scuola Diaz e a Bolzaneto. Ma in un primo momento sembrò che il movimento fosse uscito indenne anche da questa durissima prova. Il Social forum di Firenze nel 2002, poi la manifestazione di Roma contro la guerra in Iraq nel febbraio del 2003, a cui parteciparono tre milioni di persone, sembrarono testimoniare la sua salute. Poi però cominciò il declino. Un declino che oggi, di fronte alla crisi globale, appare quasi incomprensibile: oggi che la storia ha dato ampiamente ragione alle idee del movimento. I rischi del capitalismo globalizzato denunciati dai no global sono sotto gli occhi di tutti e la Tobin tax non viene più derisa: nella campagna elettorale del 2009 in Germania sia i socialdemocratici sia i cristianodemocratici l’hanno proposta. Vittorio Agnoletto, il portavoce del Genoa social forum, nel suo libro sul G8 di Genova scrive che il movimento “si è come inabissato” e accompagna questo giudizio con un generale pessimismo sulle prospettive della protesta sociale, almeno in Europa. Ma è davvero così? Certo, il “movimento dei movimenti” non esiste più. Ma proprio nell’ultimo anno in diversi paesi europei sono nati movimenti che per molti aspetti ricordano lo spirito delle proteste di Genova. È diffusissimo per esempio “l’assedio” ai luoghi del potere, un assedio messo in atto da migliaia di studenti inglesi che scendono in piazza per contestare gli aumenti delle tasse universitarie, ma anche da migliaia di cittadini greci che in più di un’occasione hanno cercato di bloccare le vie di accesso al parlamento. Una forma di assedio pacifico è anche l’occupazione delle piazze da parte degli indignados spagnoli o la protesta di migliaia di cittadini della ricca città di Stoccarda che cercano di bloccare i lavori per una nuova stazione ferroviaria. Wutbürger, cittadini infuriati, li ha chiamati la stampa tedesca, stupita dall’esplosione di una protesta che vede in prima fila tranquilli impiegati o pensionati. A Genova dieci anni fa si sarebbe parlato della “moltitudine” che univa nella protesta persone dai percorsi spesso molto diversi. Moltitudine: questo concetto vale sicuramente anche per gli indignados spagnoli o per gli abitanti della Val di Susa mobilitati contro la Tav. Vale per i manifestanti – studenti, precari, operai della Fiom e dei sindacati di base – che a Roma il 14 dicembre hanno protestato contro la riforma universitaria e contro il governo Berlusconi. Ma vale anche per milioni di persone che in Italia si sono mobilitate per il referendum sull’acqua e sul nucleare. Moltitudine: non a caso le proteste di oggi – come quelle del 2001 a Genova – non sono organizzate da sindacati, partiti o potenti organizzazioni di massa. Al loro posto c’è una democrazia diffusa che usa i nuovi strumenti di comunicazione: blog, Facebook, Twitter. Forse il movimento di Genova “si è come inabissato”. Ma a quanto pare ha lasciato un’eredità tutt’altro che trascurabile.

Michael Braun (corrispondente del quotidiano berlinese Die Tageszeitung e della radio pubblica tedesca. Era a Genova durante il G8 del luglio 2001)

Fonte: Internazionale

dal blog http://buco1996.wordpress.com/2011/07/21/genova-20012011-braun-la-storia-ha-dato-ragione-alle-idee-del-movimento/

Pubblicato in: antifascismo, berlusconeide, cose da PDL, pd, politica

Dopo 17 anni, una definizione del berlusconismo: “nuova strategia della tensione”


Il berlusconismo come “via italiana” alla poliarchia mediatica, “nuova strategia della tensione” e “fascismo bipolare”

 

di Emanuele Maggio

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Berlusconismo. Cos’è? In sintesi: è la principale connotazione politico-culturale che la Repubblica Italiana ha assunto negli ultimi 17 anni, ovvero è la specifica conformazione politica di quella che è stata chiamata “Seconda Repubblica”.

Vorrei però tentare di offrire un’analisi più dettagliata. Innanzitutto, oserei affermare che il berlusconismo è una forma di “fascismo”. Ora, qui dobbiamo essere molto cauti. L’intellighenzia liberale e di sinistra da tempo dibatte il problema. Le posizioni sono soprattutto due: c’è chi crede che il berlusconismo sia un vero e proprio “regime” fascista, basato sulla costruzione propagandistica del consenso, sul rapporto diretto capo-massa e su alleanze parlamentari razziste e nostalgiche del duce, un regime fortunatamente limitato dalle garanzie costituzionali ma costantemente minaccioso verso di esse (questa è l’opinione dominante); c’è poi invece chi ridimensiona drasticamente il fenomeno, distinguendo chiaramente il presunto “regime” berlusconiano dal regime fascista che l’Italia ha conosciuto nel ventennio, escludendo categoricamente qualsiasi pericolo di “svolta autoritaria” e negando l’esistenza stessa del berlusconismo, relegandolo magari a semplice fenomeno di degrado culturale, demagogico e populistico.

Io vorrei qui assumere una posizione intermedia. Credo fermamente che il berlusconismo sia una forma di fascismo, ma non nel senso dell’opinione pseudosinistroide dominante. Anzi, credo che quell’opinione vada ribaltata, o quantomeno bilanciata, e il sinistroide che leggerà quanto scrivo probabilmente storcerà il naso.

Prima di tutto, chiariamo un poco il termine “fascismo”. Esso, come si sa, non gode di una definizione esaustiva e precisa. Esistono i fascismi, storicamente determinati, ma non “il fascismo”. Il regime mussoliniano fu diverso da quello hitleriano, ed entrambi, comunque molto simili, furono diversi da quello franchista o da quello peronista. In ogni caso, alcuni elementi ricorrono con costanza: il culto del capo, la costruzione del consenso, la repressione del dissenso, la militarizzazione della società. Il fascismo italiano si è caratterizzato per l’aggiunta di altri elementi specifici: il “rivoluzionarismo verbale” unito al “conservatorismo sostanziale” (è l’interpretazione classica), una certa vocazione totalitaria (ovvero l’ideale di un’uniformazione ideologico-culturale della società), la funzione anticomunista, una politica economica di stampo “sociale”. Il regime hitleriano ha aggiunto a tutti questi elementi soprattutto il razzismo, il nazionalismo e un certo ritualismo di massa. Dal quadro sopra descritto capiamo bene che il berlusconismo, qualora lo considerassimo una forma di fascismo, andrebbe necessariamente declinato come fascismo “moderno”, precisamente differenziato.

Innanzitutto, esso si innesta su un’altra forma di “fascismo” (così definito da Pasolini), quest’ultima di vecchia data. Ovvero l’omologazione consumistica presente nelle società industriali avanzate, che impone come modelli dominanti il successo e la ricchezza. Sono i francofortesi a farci notare che, senza bisogno di golpe militari, il capitalismo ha imposto un “totalitarismo perfetto” che si distingue dal “totalitarismo imperfetto” dei regimi autoritari, che mai sono riusciti a raggiungere quel grado di omologazione culturale che le liberaldemocrazie capitalistiche hanno raggiunto senza problemi. Questa forma di “fascismo”, naturalmente, prescinde da Silvio Berlusconi e cronologicamente lo precede. Ci stiamo avvicinando alla definizione di “berlusconismo”, ma ancora non l’abbiamo delimitata nel suo significato precipuo.

Il berlusconismo si innesta anche su di un altro sistema politico oggi dominante: la poliarchia mediatica bipolare. Il termine “poliarchia” è stato introdotto da Robert Dahl per dare il giusto nome a quella che gli occidentali si ostinano a chiamare “democrazia”. La poliarchia, come già si auspicava nel 1975 l’americano Samuel Huntington, è il governo di molti, non di tutti. Il popolo deve autodeterminarsi, senza dubbio, ma esso può solo decidere tra una gamma di opzioni selezionate dall’alto. Non è che può decidere liberamente su qualsiasi cosa! (sul sistema economico, per esempio). Attualmente, in tutto l’Occidente, la poliarchia viene garantita dalla partitocrazia mediatica, ovvero dal privilegio mediatico di determinate forze politiche (di solito riunite in due grandi “poli”, centrodestra e centrosinistra, “non uguali ma simili”, come ebbe a dire una volta, in un raro sprazzo di sincerità, Fausto Bertinotti), che egemonizzano il dibattito pubblico e dettano l’agenda delle priorità politiche (vedere il fenomeno dell’agenda setting). In Italia disponiamo addirittura di una prova documentale di questo progetto: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia P2 che, semplicemente in conformità con i dettami atlantici, auspicava la formazione di due forze centripete tese ad escludere le “frange estreme”. Quali sono le caratteristiche della poliarchia mediatica bipolare? Queste le principali: spettacolarizzazione della politica, leaderismo plebiscitario, costruzione competitiva del consenso (cioè i competitori elettorali – i partiti – pubblicizzano i propri prodotti simbolici – programmi “politici” – che verranno poi “liberamente” scelti dai consumatori – elettori -), comunicazione emotiva nell’arena politica (che si sostituisce all’argomentazione razionale). Curiosamente, la stragrande maggioranza dell’intellighenzia di sinistra, amplificata da una consistente propaganda, ritiene soprattutto imputabili a Berlusconi tutti questi fattori. In realtà, a Berlusconi non siamo ancora arrivati. Il berlusconismo, per quanto ci stiamo avvicinando sempre di più, non lo abbiamo ancora definito. Il sistema sopra descritto vige attualmente in tutto il mondo occidentale e occidentalizzato, con o senza Silvio Berlusconi.

Arriviamo adesso al caso dell’Italia. Agli albori della Seconda Repubblica, un insistente bombardamento mediatico ha convinto gli italiani che essi avevano bisogno di un sistema elettorale che comportasse il bipolarismo. Un referendum popolare ha ufficialmente legittimato questa tesi. Pian piano, nel corso di questi anni, il bipolarismo è diventato una specie di istituzione ufficiosa, una realtà da cui ormai non si può più prescindere (non lo consentono i sistemi elettorali). L’ago della bilancia di questo meccanismo è l’uomo nuovo della politica italiana: l’imprenditore Silvio Berlusconi. Ecco che comincia a delinearsi una prima definizione di “berlusconismo”: il berlusconismo è la “via italiana” alla poliarchia mediatica bipolare. In che senso?

E’ molto semplice. Il centrosinistra ha sbandierato e continua a sbandierare programmaticamente, tramite i suoi canali mediatici privilegiati, il “pericolo Berlusconi” e la retorica del “voto utile”; in questo modo attrae da ben 17 anni verso un polo antiberlusconiano l’elettorato socialdemocratico e perfino parte dell’elettorato anticapitalista, potendo anche permettersi di operare una graduale svolta centrista e padronale in cui intrappolare tale elettorato, ormai costantemente “deluso” dai suoi dirigenti, ma rassegnato pur di non veder concretizzarsi il fantomatico “pericolo Berlusconi”. In questo modo, semplice ma geniale, la sinistra è stata finalmente esclusa dal Parlamento. Dobbiamo postulare necessariamente un disegno consapevole orientato a tale obiettivo, un disegno che coinvolge in ugual modo il centrodestra e il centrosinistra. Crediamo davvero che gli esponenti di punta del centrosinistra siano stati “ingenui” (nelle alleanze elettorali, nelle pallide competizioni propagandistiche, nella mancata legge sul conflitto di interessi ecc..) e non abbiano invece volutamente favorito in numerosi casi l’alternanza di governo con il centrodestra, in modo da perpetuare il più a lungo possibile il “pericolo Berlusconi”?

E poi che cos’è questo “pericolo Berlusconi”? Essenzialmente, è una sorta di eventualità senza nome, indefinibile, che riguarda presumibilmente l’equilibrio delle istituzioni democratiche, la salvaguardia della costituzione e il bilanciamento dei poteri dello Stato, tutte cose che Berlusconi metterebbe seriamente a rischio. Come è stato possibile inculcare in gran parte della popolazione un simile allarmismo, peraltro privo di fondamenti? Ciò avviene ininterrottamente da 17 anni, in due atti: vi è una fonte primaria consapevole (l’agenda dei media dominanti) e una moltiplicazione secondaria inconsapevole (media secondari – stampa, radio, web.. – blogger, comici, opinionisti, intellettuali di grido ecc..). La mobilitazione degli ultimi tempi, coadiuvata da presenze illustri (Umberto Eco, Paolo Flores d’Arcais e affini) fa davvero pensare. Nessuno sembra accorgersi del fatto che il “pericolo Berlusconi” è rimasto allo stato di “pericolo” per 17 anni. Mussolini era un pericolo nel 1922, ma 17 anni dopo stava già per completare la sua parabola. Invece Berlusconi no. Egli si trova nello stato di pericolo permanente. Ha più di 70 anni, tra poco muore, ma è sempre un pericolo per le istituzioni repubblicane. Il pericolo, ovviamente, non si concretizza mai. Ma è sempre dietro l’angolo, a livello di possibilità e prospettiva. E’ un po’ come il terrorismo islamico: non lo vedi perchè è dappertutto. Non lo vedi ma c’è, fidati che c’è, e da un momento all’altro può farsi sentire.

Occorre a questo punto tranquillizzare il lettore più sprovveduto. Le svolte autoritarie, i fascismi vecchia maniera, non sono possibili nell’attuale congiuntura internazionale, almeno in Occidente. I fascismi sono stati storicamente utili alle élites transnazionali solo quando si sono presentate minacce comuniste organizzate, minacce che oggi non si vedono, nemmeno all’orizzonte. L’Occidente ha bisogno della poliarchia (“la democrazia”, scrive Canfora, “è rimandata ad altre epoche”…), ovvero di una democratica competizione tra élites imprenditoriali, che si contendono l’egemonia del “mercato elettorale”. I dittatori sono pericolosi, possono essere scheggie impazzite, ad esempio possono operare svolte protezionistiche non autorizzate, danneggiando i mercati comuni, o possono nazionalizzare importanti risorse, eccetera eccetera. E’ in questo senso che vanno lette l’esportazione occidentale della “democrazia” (cioè della poliarchia) e le varie “rivoluzioni colorate” aizzate dagli Stati Uniti contro dittatori poco “collaborativi” (di cui l’italiano “popolo viola” non è che un’inconsapevole, grottesca appendice).

Questo inquietante, sotteso progetto allarmistico possiamo riassumerlo in un sol modo: il berlusconismo (in cui è compreso l’antiberlusconismo) è una “nuova strategia della tensione” finalizzata a marginalizzare la sinistra italiana. La si marginalizza inglobandone la forza elettorale nel moderatismo, in (ir)realtà politiche fluttuanti e amorfe, fortemente colluse con ambienti confindustriali, bancari e filoamericani, e tutto ciò sempre in nome dell’antiberlusconismo. Per fare solo un piccolo esempio, basti ricordare un sondaggio del 2009 del Ministero degli Interni: il 50% della popolazione italiana è contraria alle missioni militari in Afghanistan e in Iraq. Dunque, dov’è rappresentato questo 50% in Parlamento? Non parliamo di un 5%, che può anche succedere non venga rappresentato (dipende dal sistema elettorale). Parliamo del 50%! Ebbene, in Parlamento il voto per i finanziamenti alla guerra è unanime. Quel 50% di italiani è magicamente scomparso, nonostante essi abbiano eletto circa il 50% del Parlamento (il centrosinistra che qui incriminiamo, appunto). La poliarchia è infatti questo: ci sono questioni, dicono lorsignori (ratifica del Trattato di Lisbona, introduzione del precariato, guerre ecc…), che dobbiamo decidere tra di noi, e su cui nemmeno il 50% di voi ha diritto di parola. Voi potete esprimere le vostre preferenze su faccende più superficiali, non certo su questioni “sistemiche”. E per garantire questo Silvio Berlusconi è stato fondamentale, come “ago della bilancia”, perno centrale su cui ha ruotato tutto il meccanismo, “specchietto per le allodole”.

Ora che il quadro generale è completo, non resta che spiegare in che senso il berlusconismo (“la via italiana alla poliarchia”, “la nuova strategia della tensione”) è una forma di fascismo. Esso è una forma tutta nuova di fascismo, che definirei fascismo bipolare (da leggersi sempre all’interno dell’omologazione consumistica e della poliarchia mediatica bipolare). Ovvero: il polo berlusconiano ha davvero tentato di riproporre forme di ducismo all’antica, e Berlusconi stesso, tramite la costruzione del consenso, ha probabilmente davvero coltivato velleità autoritarie; i suoi seguaci lo hanno subito ipostatizzato come “colui che risolve i problemi”, il salvatore della patria. Viceversa, il polo antiberlusconiano ha costruito il proprio potere dipingendo Berlusconi come “pericolo pubblico n.1”. Si è assistito cioè, da parte antiberlusconiana, ad una vera e propria costruzione del dissenso, un fascismo al contrario, una sorta di culto negativo del capo. Riassumendo: un’intera classe dirigente ha giustificato per un ventennio il proprio potere e i propri privilegi intorno alla figura di Silvio Berlusconi, chi idolatrandolo, chi demonizzandolo. Questo è un fenomeno, che io sappia, senza precedenti, e la storia lo ricorderà come “berlusconismo”, variante comica del fascismo. Sembra riecheggiare quella vecchia battuta del buon Karl Marx: “i grandi avvenimenti si ripetono due volte nella storia, la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”. Prima il ventennio fascista, poi il ventennio berlusconista, l’alternanza di governi berlusconiani e antiberlusconiani, entrambi berlusconisti.

Ora, quale dei due poli, dei due fascismi, è il più pericoloso? Il 30% “che ama”, i seguaci di Silvio Berlusconi, o il 70% di “persone per bene” (come le ha chiamate Bersani), che ci tengono a precisare che sono antropologicamente diverse e moralmente superiori rispetto a Silvio Berlusconi?

L’istinto mi suggerisce di diffidare soprattutto del conformismo più diffuso…
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fonte:  http://www.agoravox.it/Dopo-17-anni-una-definizione-del.html

dal blog http://solleviamoci.wordpress.com/2011/07/21/capire-litalia-lanalisi-dopo-17-anni-una-definizione-del-berlusconismo-nuova-strategia-della-tensione-pdf-da-scaricare-1972-ricordi-della-strategia-della-tensione/

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G8 Genova, spariti 200 fascicoli sui pestaggi.Promossi o prescritti i poliziotti violenti


Quel che resta della giustizia: pratiche mai aperte o finite nel nulla. E sui processi il colpo di spugna definitivo è già arrivato: i dirigenti e gli agenti condannati hanno fatto tutti carriera.

Duecento fascicoli a carico delle forze dell’ordine finiti nel nulla. Forse mai aperti. Sono i procedimenti per gli abusi commessi durante il G8 di Genova in occasione degli arresti per strada. I magistrati scarcerarono i manifestanti all’udienza di convalida perché i verbali di arresto erano incompleti, pasticciati. Spesso falsi. E ogni volta che un gip rilevava palesi incongruenze trasmetteva gli atti alla Procura. Ma tutti gli indagati sono stati di fatto graziati da una giustizia che ha lasciato morire i fascicoli. C’è anche questo nella storia del G8, oltre all’impegno di pm coraggiosi che hanno rischiato per portare avanti le indagini. Nel Tribunale di Genova qualcuno li chiama “fascicoli fantasma”. Come quello che riguarda due funzionari di polizia e due ufficiali dei carabinieri. Nella sentenza del 14 dicembre del 2007, che condanna i 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio, il dispositivo firmato dal presidente del Tribunale Marco Devoto e dal giudice estensore Emilio Gatti ordinava la “trasmissione degli atti al pubblico ministero per falsa testimonianza”. I quattro erano testi dell’accusa sostenuta dai pm Anna Canepa (oggi alla direzione nazionale antimafia) e Andrea Canciani. Si trattava di Angelo Gaggiano, vicequestore comandante del servizio di ordine pubblico, che guidava i reparti di guardia alla zona rossa in via Tolemaide; Mario Mondelli, attualmente questore di Biella all’epoca uno dei capi della Celere (sostituì Vincenzo Canterini alla guida del Reparto Mobile di Roma); il capitano Antonio Bruno e il tenente Paolo Faedda il primo comandante, il secondo suo collaboratore, del Battaglione Lombardia che fu il primo contingente dell’Arma a partire all’assalto delle Tute Bianche. Secondo i giudici, nel corso delle udienze, nel 2004, i quattro testi avevano mentito. A dirlo sono i giudici del Tribunale che avevano avuto mano pesante con i presunti black bloc. La procura avrebbe dovuto verificare se le ipotesi del tribunale fossero corrette. Ma il tempo passò e il fascicolo è finito in prescrizione senza neppure una convocazione, un atto che potesse interromperla. Un suicidio giudiziario ripetuto forse quasi duecento volte.

Genova in questi giorni di prepara a ricordare il G8. Il capo della polizia, Antonio Manganelli, mesi fa sul Secolo XIX ha invitato a chiudere la ferita. Ma è difficile, visti i presupposti. I membri delle forze dell’ordine responsabili delle violenze del G8 non pagheranno. La commissione d’inchiesta parlamentare da tanti invocata non è stata istituita e la quasi totalità dei reati – calunnia, lesioni non gravi, abusi vari – contestati ai poliziotti della Diaz così come agli imputati di Bolzaneto sono stati spazzati dalla prescrizione. Restano in piedi le lesioni gravi, che però vanno in prescrizione dopo dieci anni e sei mesi (gennaio 2012) e i falsi che di anni ne prevedono dodici e mezzo (gennaio 2014). Se si considera che a maggio la sentenza Diaz non era ancora partita per la Cassazione, si ha la certezza che anche le lesioni gravi saranno prescritte mentre per i falsi eventuali intoppi o ritardi tecnici potrebbero dare il colpo di spugna. Ancora minori le possibilità di evitare la prescrizione per Bolzaneto – i reati contestati dai pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati erano abuso d’ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – visto che quasi tutti sono già estinti e che le motivazioni della sentenza d’appello sono state depositate ad aprile di quest’anno.

Intanto i protagonisti di quei giorni fanno carriera. Ricordate la famosa fotografia del diciassettenne romano con il volto tumefatto e l’occhio ridotto a una fessura? Il “calciatore” era l’ex dirigente della Digos Alessandro Perugini. La vicenda è stata cancellata perché Perugini ha risarcito 30mila euro e la denuncia è rientrata. Poi c’è stata un’altra condanna a un anno per falso. Oggi Perugini è un alto funzionario della Questura di Alessandria. Francesco Gratteri, all’epoca direttore dello Sco è diventato prima questore di Bari ed ora è responsabile della Direzione anticrimine centrale, il Dac: la Corte d’Appello di Genova lo ha condannato a quattro anni per falso. Giovanni Luperi all’epoca vice capo dell’Ucigos da cui dipendeva il controllo delle squadre Digos presenti al vertice del G8, è oggi capo del Dipartimento analisi dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l’ex Sisde: quattro anni per falso. Gilberto Caldarozzi, era il vice di Gratteri, poi ne ha preso il posto di direttore allo Sco, quindi è stato promosso questore per merito straordinario nel 2006 quando partecipò alla cattura di Bernardo Provenzano: tre anni e otto mesi per falso. Spartaco Mortola, era il capo della Digos di Genova, è stato quindi promosso a questore vicario di Torino e proprio poche settimane fa è diventato questore: 3 anni e 8 mesi per falso. Vincenzo Canterini, che nel 2001 guidava i reparti della celere è diventato ufficiale di collegamento con l’Interpol a Bucarest: cinque anni per falso in continuazione con le lesioni gravi.

E non ci sono soltanto i membri delle forze dell’ordine: Giacomo Toccafondi, uno dei dottori chiamati a rispondere civilmente per gli orrori della caserma di Bolzaneto, non ha avuto nessuna sanzione disciplinare. Anzi la sua Asl ha deciso di premiarlo. Difficile chiudere così la ferita ancora infetta del G8.

fonte : http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/20/pestaggi-in-stradaspariti-200-fascicolipromossi-o-prescritti-i-poliziotti-violenti/146557/

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G8 di Genova, mistero italiano Quattro domande senza risposta


Di quello che accadde il 19 e 20 luglio ormai sappiamo molto, ma non tutto. Resta il buco nero delle responsabilità politiche. Dieci anni dopo, mancano le risposte su alcuni momenti cruciali: la strategia delle tensione orchestrata dai servizi, la carica di via Tolemaide, il cambio in corsa delle strategie di ordine pubblico, i depistaggi e le protezioni sul caso Diaz.

Dieci anni dopo sappiamo molto, ma non tutto. Sappiamo abbastanza di quello che è successo a Genova, quasi niente di quello che è successo a Roma. E il tragico G8 del 20 e 21 luglio 2001, con la morte di Carlo Giuliani, le battaglie campali nelle vie della città, i gravissimi abusi polizieschi alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto, entra a buon diritto nel novero dei misteri italiani. Se ne discute in questo giorni nel capoluogo ligure, in un fitto programma di incontri e manifestazioni.

Diversi episodi irrisolti richiamano la strategia della tensione, sia pure in versione moderna, da terzo millennio. I silenzi e i depistaggi di Stato hanno ostacolato la ricerca della verità. Nessun esponente del governo e delle forze di polizia dell’epoca, in questi dieci anni, si è assunto la minima responsabilità per quello che è accaduto. Nessuno ha mai chiesto scusa alle vittime innocenti. I processi principali sono ancora aperti, in attesa dei verdetti definitivi di Cassazione.
Dieci anni dopo, insomma, il G8 di Genova è un caso ancora aperto.

Grazie alle inchieste della magistratura, alle centinaia di testimonianze raccolte, alle migliaia di immagini scattate allora da videocamere e fotocamere “indipendenti”, emergono però con precisione diversi momenti in cui questa moderna strategia della tensione si è dispiegata. Sono gli snodi che hanno determinato gli eventi più drammatici. Sono altrettante domande per chi all’epoca fece e disfece i piani dell’ordine pubblico, e poi si attivò per cancellare ogni traccia.

1. La costruzione della paura

Tra febbraio e luglio del 2001, sono diffusi attraverso i media gli scenari più allarmanti sull’ordine pubblico, che vanno ben oltre quello che accadrà davvero a Genova. E’ evidente l’attività di “pr” dei servizi segreti e degli apparati di sicurezza italiani (e non solo). Rapporti “riservati” contenenti le più truci previsioni finiscono regolarmente sulle scrivanie dei giornalisti, che naturalmente pubblicano tutto, dato il contenuto spettacolare di molte informative e la spasmodica attesa che si crea intorno alla contestazione organizzata dal movimento contro la globalizzazione neoliberista.

Tra le operazioni mediatiche di maggior successo va ricordata la storia dei palloncini pieni di sangue infetto che i manifestanti avrebbero lanciato contro poliziotti e carabinieri. E’ il Sisde il primo a diffondere questa voce, ripresa da La Stampa il 13 aprile: tra le frange più violente dei cosidetti no global, “i tedeschi, che promettono di portare sacchetti pieni di sangue. Non si sa se sarà sangue umano o animale. Nel dubbio ci potrà pure essere la paura che si tratti di sangue infetto”. Il 20 maggio, il Corriere della Sera cita “un rapporto dei nostri servizi» diffuso dall’Ansa, che prefigura “l’impiego di palloncini contenenti sangue infetto con il virus dell’Aids”.

Le veline vengono propalate senza alcun senso critico. Per esempio, il virus dell’Aids non sopravvive a lungo fuori dal corpo umano, il sangue tende a coaugulare, e soprattutto la logistica di una simile raccolta sarebbe complicata, pericolosa, folle. Chi le fa arrivare ai giornali sa di andare perfettamente incontro al gusto del sensazionale. E così passano nel circuito politico-mediatico visioni apocalittiche di copertoni incendiati da far rotolare verso i plotoni di polizia, piani per rapire agenti rimasti isolati, arance farcite di lamette, catapulte colme di sanpietrini, feroci cani pitbull, assalti alla zona rossa con deltaplani, aerei telecomandati, kayak…

Gli 11 mila uomini delle forze dell’ordine previsti dai piani di sicurezza (4.100 nella zona rossa, 6.800 fuori) arrivarono quindi a Genova molto carichi, decisi a vendere cara la pelle. E forti della “solidarietà preventiva” garantita da un gruppo di parlamentari del centrodestra, Alleanza nazionale in testa.

Dopo il G8 di Genova, il prefetto Arnaldo La Barbera dirà chiaramente al Comitato parlamentare d’indagine che questo superattivismo dei servizi non portò alcun contributo serio alle prevenzione degli incidenti, e anzi mandò in tilt la macchina investigativa, con una miriade di segnalazioni vaghe e dispendiose da verificare. Lo confermerà anni dopo Claudio Scajola, il ministro dell’interno del G8, intervistato nel documentario “Governare con la paura”.

Ecco allora il primo snodo del G8 di Genova: perché i servizi di sicurezza, o una parte di loro, hanno scientemente contribuito a far crescere la tensione nell’opinione pubblica e specialmente tra gli uomini che avrebbero gestito l’ordine pubblico in piazza?

2. La carica di via Tolemaide e la morte di Carlo Giuliani.

Ci sono anche rapporti investigativi buoni, secondo i quali il vero rischio disordini è rappresentato dal “blocco nero”, cioè autonomi e anarchici in arrivo da mezza Europa e ben accolti dai compagni italiani dei centri sociali più duri. Due informative del Sisde, agli atti del Comitato d’indagine, informavano la Digos di Genova con un giorno d’anticipo “che circa 300-500 militanti si sarebbero concentrati, alle ore 12 in piazza Paolo Da Novi”. Tutto giusto, a parte l’orario: i neri si fecero vedere già alle dieci, cominciando ad armarsi nella piazza tematica dei Cobas.

Mentre i black bloc agiscono indisturbati, attaccando banche, finanziarie e persino il carcere di Marassi, l’attenzione politico-mediatico-poliziesca è concentrata sul corteo delle Tute bianche di Luca Casarini, intenzionate a praticare la disobbedienza civile contro il divieto di accesso alla zona rossa, ma non a commettere violenze.

Come confermerà al Comitato d’indagine il questore di Genova Francesco Colucci, i vertici romani della polizia di Stato e i Disobbedienti si erano accordati per una “sceneggiata” in favore di telecamera, nella quale ci sarebbe stato un fronteggia mento simbolico ma nessuno si sarebbe fatto male.

Il piano salta perché un contingente di carabinieri del Battaglione Lombardia, diretto a Marassi per contrastare i balck bloc, non obbedisce agli ordini e, giunto in via Tolemaide, attacca a freddo il corteo composto da circa 15 mila persone, in un punto praticamente privo di vie di fuga. Il contingente è comandato dal capitano Antonio Bruno, che ordina la carica senza neppure consultarsi con il dirigente di polizia Mario Mondelli, nonostante la legge prescriva che nelle decisioni di ordine pubblico siano sempre i funzionari della questura a prendere le decisioni.

Dalla centrale operativa arrivano ordini concitati di far passare il corteo e di farlo arrivare al limite della zona rossa, ma viene disatteso. E’ in quel momento preciso, alle 14,53, che il G8 di Genova prende una piega drammatica. La carica scatena una guerriglia urbana che culmina, alle 17,27, con la morte di Carlo Giuliani nella vicina piazza Alimonda, ucciso da un colpo di pistola sparato da un Defender dei carabinieri rimasto isolato e attaccato da alcuni manifestanti. Il colpo sarebbe partito dal carabiniere ausiliario Mario Placanica, poi prosciolto in istruttoria per legittima difesa, che però nel corso degli anni dichiarerà a più riprese di non essere certo di aver soarato il colpo mortale.

Clamorose le conclusioni dei giudici al processo per i disordini di piazza, che pure si concluderà con numerose condanne ai danni di manifestanti. “Si è trattato di un’aggressione ingiusta portata da un numero considerevole di pubblici ufficiali ai danni di una collettività organizzata”, si legge nelle motivazioni di primo grado. “Costruendo e portando avanti le barricate su Via D’Invrea e Via Casaregis, resistendo agli attacchi dei militari a piedi e poi dei blindati, inseguendo questi fino allo slargo di Corso Torino, i manifestanti hanno inteso non solo raggiungere i compagni del corteo, ma anche e soprattutto ‘riconquistare’ il diritto a manifestare liberamente, diritto del quale erano stati privati arbitrariamente”. In altre parole, i Disobbedienti di Casarini stavano dalla parte della legge, i carabinieri l’hanno violata.

E’ il secondo snodo, sul quale aleggia un interrogativo messo nero su bianco anche dai giudici: l’attacco al corteo dei Disobbedienti è stato soltanto il frutto di una serie di errori degli uomini in divisa o qualcuno ha creato di proposito un incidente destinato a far precipitare la situazione dell’ordine pubblico? E, nel caso, perché?

3. Sabato 21 luglio, la “nuova gestione” degli uomini di De Gennaro

Il bilancio del 20 luglio è pesantissimo. Un ragazzo morto, ore di scontri sanguinosi, vasti danneggiamenti provocati dal blocco nero. E sabato 21 è in programma il grande corteo internazionale che mette insieme tutte le componenti del Genoa Social Forum, il cartello di associazioni che ha organizzato le proteste contro gli otto “grandi” riuniti a Palazzo Ducale, protetti dalle grate di ferro che cingono la zona rossa. Nessuno quella sera lo sa, ma nella caserma di Bolzaneto, una sorta di carcere provvisorio istituito per tenere i fermati lontani dai penitenziari cittadini, sono già cominciati gli abusi e le violenze contro i manifestanti finiti in manette durante gli scontri. Le loro storie emergeranno soltanto qualche giorno dopo.

Cambiano allora le strategie: “Sono stato esautorato” dirà al processo Diaz Ansoino Andreassi, già vicecapo della polizia, responsabile dell’ordine pubblico al G8 fino a quel momento. Andreassi, fama di democratico (“estremista di sinistra”, lo definisce un documento in stile servizi ritrovato a Roma un mese prima del G8, che tra l’altro prefigura con raggelante esattezza la scena della morte di Carlo Giuliani), capisce di essere stato messo da parte nel pomeriggio di sabato 21 luglio quando, verso le 16, arriva a Genova il prefetto Arnaldo La Barbera, leggendario “sbirro” antimafia, in quel momento capo dell’Ucigos, l’ufficio di coordinamento delle Digos di tutta Italia.

Un paio d’ore prima, gli uomini del Servizio centrale operativo della polizia, guidati da Franco Gratteri, escono dalla zona rossa, dover erano stati assegnati a tutela della sicurezza del vertice. In sostanza, i dirigenti di fiducia del capo della polizia, Gianni De Gennaro, prendono in mano la situazione del’ordine pubblico. Con quale filosofia? Sarà ancora Andreassi a spiegarlo: “Procedere ad arresti per cancellare l’immagine di una polizia rimasta inerte di fronte alla devastazione e al saccheggio della città”.

E’ un’altra svolta cruciale, perché la nuova strategia, poche ore più tardi, porterà a un altro momento tragico del G8: la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz. Chi decide di metter fuori gioco Andreassi? Le scelte di ordine pubblico sono fatte dai “tecnici”, come De Gennaro, o dai politici? E, in questo caso, da chi? Dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi? Dal minsitro dell’Interno Claudio Scajola? O dal vicepresidente del consiglio Gianfranco Fini, capo del partito che più di tutti aveva sposato il pugno duro contro i manifestanti e la solidarietà preventiva a polizia e carabinieri?

4. Il blitz alla Diaz (e successive amnesie)

La manifestazione di sabato 21 luglio finisce con altri scontri sanguinosi. I black bloc innescano la scintilla con qualche lancio di sassi contro la polizia schierata alla Fiera del Mare, che risponde con cariche violentissime e prolungate, spezzando in due il corteo. Il pestaggio di persone inermi, signore, ragazzini, anziani, è testimoniato da decine di filmati.

Almeno però è finita. La sera di sabato il G8 smobilita. Il vertice è chiuso, non ci sono altre manifestazioni in programma. Gli attivisti della protesta antiliberista si apprestano a passare l’ultima notte a Genova per ripartire l’indomani mattina.

Invece no. Verso mezzanotte si sparge la voce di un’irruzione alla scuola Diaz, di fronte al media center del Gsf. La scuola è un dormitorio che ospita decine di manifestanti. E’ proprio uno dei “pattuglioni” di polizia disposti dopo la fine della manifestazioni per “fare arresti” che origina il caso. Il pattuglione è contestato e attaccato con il lancio di un paio di bottiglie quando passa davanti alla scuola in via Battisti. Niente di grave, ma segue una riunione in questura in cui i massimi vertici di polizia presenti a Genova, La Barbera in testa.

L’operazione si conclude in un massacro: dei 93 arrestati, una sessantina risultano feriti, venti dei quali necessitano di ricovero in ospedale. Sono paradossalmente i più fortunati, perché gli altri vengono trasferiti a Bolzaneto, dove subiscono nuove violenze e umiliazioni.  Ci sono due codici rossi, che rischiano sul serio di lasciarci la pelle. Tutti gli occupanti della scuola sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio, un reato che può costare fino a 15 anni di carcere. Sono tutti accusati, in sostanza, di essere dei black bloc, compreso un signore vicentino di sessant’anni, Arnaldo Cestaro.

Che cosa è successo esattamente alla Diaz? Il quadro che esce dal processo è abbastanza chiaro. La perquisizione viene disposta per l’esigenza di fare arresti e riscattare la brutta figura delle forze dell’ordine, specialmente con il mancato contrasto del blocco nero. Nell’imminenza del blitz, infatti, vengono avvertiti i giornalisti delle principali testate. I vertici della polizia non lo avrebbero fatto, se avessero avuto fin dal principio intenzione di abbandonarsi a una sanguinosa spedizione punitiva. Nel percorso tra la questura e la Diaz, il contingente cresce a dismisura, con agenti e funzionari che si aggregano di loro spontanea volontà, senza un ordine di servizio, tanto che ancora oggi non sappiamo quani poliziotti arrivarono effettivamente davanti alla scuola: le stime variano da 292 a 495. Un esercito.

Quando scatta l’irruzione, la truppa va fuori controllo. Il motivo si può solo immaginare: frustrazione e voglia di vendetta dopo due giorni di scontri, convinzione di trovarsi davvero di fronte i neri devastatori, se non addirittura dei “terroristi”, l’odio politico verso le “zecche comuniste”, molto diffuso tra gli uomini in divisa, come dimostrano anche i fatti di Bolzaneto. Arnaldo La Barbera,sul posto al momento dell’irruzione, lo dirà chiaramente il 19 giugno 2002 in un interrogatorio davanti al pm Enrico Zucca, poco prima di morire. Un attimo prima del via, La Barbera suggerisce di mollare il colpo: “Partendo da questo nervosismo che io avevo notato, certamente le cose non sarebbero andate bene, perché ognuno conosce gli animali suoi, dottore”.

La prova provata dello spirito di quella perquisizione è il massacro di Mark Covell, mediattivista inglese che ha la sventura di trovarsi da solo in strada all’arrivo dell’esercito in divisa blu. Come documentano i filmati, viene pestato a sangue da diverse ondate di poliziotti, anche se l’irruzione non è neppure cominciata e lui è solo, inerme, magrolino per giunta. E’ uno dei codici rossi di quella sera. Tra le decine e decine e decine di poiziotti verosimilmente testimoni oculari della scena, nessuno troverà la voglia o il coraggio di aiutare la giustizia a individuare i responsabili di quello che la procura di Genova classifica come un tentato omicidio. Lo stesso accadrà per tutte le violenze perpetrate all’interno della scuola.

Oltre a La Barbera, nel cortile della scuola sono presenti i vertici della polizia investigativa italiana. Franco Gratteri e Gilberto Caldarozzi, capo e vice dello Sco. Gianni Luperi, numero due di La Barbera all’Ucigos. Vincenzo Canterini è invece il comandante del Reparto mobile di Roma, da cui il Settimo nucleo sperimentale, una sorta di élite dell’ordine pubblico creata apposta per il G8. Sarebbe lui il destinatario del consiglio di La Barbera (ma Canterini ha sempre smentito). La promessa riscossa dello stato contro i violenti del G8 si trasforma in un disastro di immagine, con le telecamere che riprendono una sconvolgente sfilata di ragazzi feriti e pozzanghere di sangue sui pavimenti della scuola.

Bisogna metterci una pezza. Così parte il grande depistaggio, che sarà smascherato dall’inchiesta penale. Le due bottiglie molotov attribuite ai manifestanti sono state portate dentro dai poliziotti. L’aggressione denunciata da un agente non regge alla prova dei fatti. I verbali di arresto sono generici e pieni di circostanze false. Durante il processo, la reticenza degli alti dirigenti sui fatti della Diaz è totale. Nessuno comandava l’operazione, nessuno ha notato violenze, nessuno ha rilevato stranezze, nessuno ha fornito il minimo elemento per individuare i responsabili della “macelleria messicana” descritta anche dal comandante del VII nucleo, Michelangelo Fournier. La sua è l’unica testimonianza di un funzionario di polizia dall’interno dell’edificio scolastico. Parla di “colluttazioni unilaterali”, dove i manifestanti si limitano a subire botte e manganellate, e persino di un collega che “mima il coito” sopra una ragazza ferita a terra.

Dieci anni dopo, nel libro L’eclissi della democrazia di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci (Feltrinelli 2011), il pm Zucca racconta addirittura la proposta indecente arrivata per vie traverse ai magistrati genovesi: se non fate il processo Diaz, facciamo saltare anche quello contro i manifestanti. Come dire, zero a zero e non ci pensiamo più. E proprio dal processo Diaz ne è nato un altro, per falsa testimonianza, che coinvolge l’allora capo della polizia De Gennaro.

Ecco allora l’ultima grande domanda del G8 di Genova, a cui qualcuno dovrebbe finalmente rispondere. Perché i protagonisti di quella sciagurata operazione sono stati sempre protetti e hanno proseguito le loro brillantissime carriere?

 
Pubblicato in: abusi di potere, cultura, INGIUSTIZIE, magistratura, MARCELLO LONZI, politica, sociale, società

La lettera di un detenuto


(Autore Alfredo Cosco dal blog Urla dal Silenzio)

Lunga e bella lettera di Marino Ciccone, attualmente detenuto a Sulmona, e di cui potrete trovare anche altro nel Blog.

La lettera parte dalla rievocazione dei giorni del G8 di Genova. Voi potreste pensare che si tratti di una delle classiche lettere dove ci si scaglia contro i pestaggi della popolizia (lettere comunque interessanti). Ma non fermatevi là.. la lettera avanza e avanzando tratta di molto altro, con sfumature differenti, e una sensibilità particolare, chi incide soprattutto dinanzi ai momenti più intensi.

Voglio riportare alcuni brani..

In questo passaggio Marino ricorda il “personale” del carcere di Spoleto, dove prima Marino era “residente”:

“ Ritornando a Spoleto, per essere obiettivo devo dire che ci sono persone attente e scrupolose. Il Dottor Padovani, direttore dell’istituto, persona dall’intellligenza fine. La Dottoressa Paola Giannelli, psicologa dell’isitituto, che ha grande acutezza  nello svolgere il proprio compito e spesso.. anche quello degli altri. Per il resto.. solo tra gli insegnanti  c’era qualche figura che dava benessere. . LA RIMANENZA SONO MERCENARI. Mi riferisco a chi dovrebbe essere utile al cammino dei reclusi. Posso elecanre, tra le persone inutili… gli educatori, di cui uno ex guardia carceraria.. una parte dei medici.. persone accorpate col il personale penitenziario, dediti al facile pettegolezzo e con battute da osteria. Il dirigente sanitario, il pregiatissimo Dottor Fioroni , è attualmente agli arresti domiciliari, per avere intascato delle belle buste da un serie di detenuti, tutti coimputati di quest’uomo che chiedeva orologi d’oro indiando anche dove acquistarli… Ci sono commissari con la c minuscola, che prima ti querelano e poi ti trasferiscono. Telefonano al commissario del carcere dove sei destinato.. e quando arrivi trovi qualcuno ad accoglierti per darti il benvenuto. Trovi cinque o sei picchiatori.. ti piegano le braccia dietro le spalle, e per il resto te le suonano di santa ragione. Se non era per un aguzzino meno cinico mi avrebbero rotto le braccia….”

Conosciamo questa “pratica”. Si tratta del “comitato di accoglienza”… del “preavviso” su come funzionano le cose qui.. atti posti in essere da camorristi vestiti da guardi.

Estremamente toccanti sono i punti in cui parla dei due detenuti suicidati che si trovò di fronti.. Il primo..

“ In questa masseria senza padrone, nel lontano 1996, ho visto morire un giovane ragazzo di Biella. Si chiamava Giovanni Fornaro. Vederlo appeso ad un lenzuolo, con gli occhi spalancati.. è una cosa che ricorderò per sempre. E’ come se fosse accaduto questa mattina.”

E il secondo…

“  Ricordo poi un periodo in cui partii per dei lunghi processi, alla fine mi trovo alla destinazione, Fossombrone, dove la fortuna mi fa un altro regalo. Tornando in cella, mi fermai a salutare un ragazzo di Pullano (non sono sicuro che sia esattamente questo il nome della località) che trovai appeso al cancello, con al collo una cintura di cuoio. E’ inutile dirvi che le mie urla arrivarono fuori dal carcere. I soccorsi furono celerissimi. Avevo le lacrime agli occhi. In quegli attimi ho apprezzato tantissimo un agente della polizia penitenziaria che iniziò una respirazione bocca a bocca, con massaggio cardiaco. Non voleva lasciare quel corpo esanime, forse perchè quando gli slacciammo la cinta dal collo, e adagiammo a terra il corpo, ci furono dei movimenti tipo spasmi. Ho visto il cuore di questo agente, anche lui con le lacrime agli occhi, che mi sussurrò se avevo bisogno di un tranquillante. “

Ecco qui una vera guardia.. come dovrebbero essere le guardie. Non un vigliacco squadrista.. ma un Uomo, a cui sarei onorato di stringere la mano.

Ma voglio concludere con le bellissime parole che Marino usa per il suo avvocato, la Dottoressa Fabiano Gustoso. Emerge il ritratto di una Grande Donna, di una Vera Donna, non di quelle che scimmiottano gli uomini nell’opportunismo,  e nella smania di carriera, una donna che agisce per autentico Servizio. E anche questo post va inteso idealmente dedidcato a lei. Ecco le sue parole:

“Al momento ho tanta simpatia per una professionista seria, unita all’immensa stima e all’affetto più caro. E’ l’avvocato Fabiana Gubitoso, opera a L’Aquila. Questa donna meravigliosa riscatta tutti quei pseudo-olleghi che non meritano stima. E’ generosa, prende iniziative senza interpellarti, poi, se arriva qualche delusione, è la prima a risentirne. E’ vicina ai detenuti con mille apprensioni. Ma dove dimostra tutto il suo carisma è nelle aule di tribunale. E’ un’ottima oratrice, bava e professionale, altruista per natura. In parole franche.. è un ottimo avvocato, ma soprattutto.. una bellissima persona. Anche avendo obblighi familiari, non ci pensa due volte se deve salire in auto e andare ad oltre 600 km perchè un cliente è nei guai con un ricovero forzato. Ci tenevo a parlare di Fabiana Gubitoso, donna di pregio e grande professionista. Sono le persone così che ci fanno credere e sperare in un mondo migliore. Donna meravigliosa che ti dona sicurezza, con mille premure e raccomandazioni. Ho tanta stima di questa meravigliosa donna, a cui va il mio bene più sincero”.

Ce ne fossero tante di persone così..

Vi lascio alla lettera di Marino Ciccone.

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Alfredo, una cosa che mi colpì fu il G8, con morti innocenti, una guerra civile in piena regola. Pilotata con l’infiltrazione dei black-block, con uno spiegamento di forze da guerra mondiale.

Il 14 novembre 2008, all’indomani della sentenza di primo grado sui “mis-fatti” del G8, ho scambiato opinioni con i compagni di detenzione. Tutti, compreso me, non credevamo ai nostri occhi. Giovani ragazzi con il visto tumefatto e ragazze con la testa rotta, con il sangue che colava copioso dal cranio. Donne e uomini per bene, sotto shock, ed agenti di polizia esaltati ed incitati dai loro superiori. Spietati e cinici, come i boia quando impiccavano il reo. Vedere delle anime in tenuta antisommossa inverire contro giovani universitari, che erano in summit con altri coetanei che nemmeno conoscevano, venuti da altri centri sociali. Sembrava di essere tornati ai tempi del nazismo. Da profano chiedo ai tanti sapientoni che governano, dov’è la democrazia? Dov’è la civilta di un agente di polizia, che dovrrebbe garantire l’incolumità di tanti giovani che protestano per motivi ideologici. In quei giovani  ho visto un figlio. E’ stata una violena inaudita. 

La nausea viene perchè questo è lo stato. E non riconosco in questo un’Italia civile e altruista. Mi ricorda di più la Spagna ai tempi di Franco, dove i dimostranti erano visti come nemici dello Stato, i più buoni venivano presi a manganellate, i meno buoni venivano mirati ad altezza d’uomo. Altri diventavano dispersi, come i tanti desaparecidos dell’Argentina.

Pensiamo al povero Giuliani, studente universitario non noto alla polizia politica. Restano le immagini dove si assiste ad un omicidio di Stato.

Non è l’unico. E proprio in questi giorni si vede come agisce un certo tipo di polizia. Un uomo di Milano viene preso a manganellate da più agenti della pubblica sicurezza. E un buon cristiano, inorridito, ha ripreso tutto il pestaggio del signor Ferrulli, che ha avuto una fine tragica. Rimangono il filmato e le lacrime strazianti della figlia. Non è l’unico. La casalinga milanese che ascolta il tg, e sente storie del genere, non dovrà mai pensare che cose così non possano succedere. La casalinga italiana non deve rimanere inerte, quando ascolta la notizia di un suicidio in carcee. Si può pensare di tuttto.. ma sono pochissimi i casi dove non ci sia abuso e istigazione. Un carcerato si suicida perchè non viene curato, assistito, ed ascoltato. Il grande filosofo Rousseau diceva che la civiltà di un paese si vedeva dalle sue prigioni…. Ci sono istituti sovraffollati dove i detenuti dormono a terra. Parlo, ad esempio, di Torino del suo carcere delle Vallette. Carcere conosciuto anche per l’alto tasso di suicidi, talmente alto da fare rabbrividire anche me, che sono detenuto da più di 24 anni ininterrottamente. Figuratevi che ero  in un istituto che veniva considerato uno tra i migliori d’Italia, parlo di Spoleto, dove ne moriva uno al mese. Qualcuno per malattia.. altri meno fortunati si suicidavano. Molti  erano stai colpiti da malattie gravissime.. e sono stati lasciati morire per apatia. Il nostro governo ha deciso che  certi detenuti posso anche morire, tanto non ci sarà nessuna mamma o moglie che mostrerà il proprio dolore alle telecamere per chiedere giustizia.

Parlo della orrenda sezione del 41 bis. Il nostro Guardasigilli ha inveito contro chi alberga al 41 bis, idem il Ministro dell’Interno. In una sintonia che non ha offeso nemmeno la Chiesa, hanno detto in blasfemo che chi era detenuto nel regime del 41 bis “poteva anche morire”. Il ministro Maroni ha detto con il suo accento storiato “che dal 41 bis si poteva uscire solo in una cassa da morto”. Signori miei, che leggete questa mia, non stupitevi seil Vaticano non ha obiettato. Scusate tanto se qualcuno di noi si affida al Papa. Parlo di Carmelo Musumeci che scrisse la “lettera di un ergastolano ostativo”. Non stupitevi se i mass media non hanno gidato che era scandaloso. Non meravigliatevi se i detenuti non sono saliti sui tetti, e non hanno bruciato i materassi. Le carceri italiane sono piene di microspie, ci sono le  cimici, ci sono telecamere che leggono il labiale, e poi, per non farci mancare niente, ci sono quelle umane. Così il detenuto (è vero, come dice Alfredo, che non è un numero, è un mondo). Ma nelle carceri non c’è nazione. La grande popolazione si è annichilita, praticamente spenta, assorbita  del tutto da un conformismo pilotato e guidato anche nelle gesta più cruente. Le careri sono piene come uova. Ci vuole il grande Marco Pannella, con i suoi 82 anni, a dovere attirare l’attenzione, a rischio della vita. Il detenuto teme il trasferimento. Molti di noi diventano pecore.

Persone con un cervello funzionante vengono sbattute al 41 bis. La nostra Italia non è poi così democratica se vige una tortura psicologica.. non solo per noi reclusi.. ma anche per i familiari che devono vedere i propri cari attraverso un vetro, senza contatto umano. Pensate ai figli, cosa si porteranno dietro, a come iniderà sulla loro crescita. Una mia concittadina, Nadia Desdemona Lioce, è al 41 bis, solo perchè ha scelto, per idee politiche, una certa strategia per combattere quelli che lei riteneva essere i suoi nemici. Gli hanno dato  più di un ergastolo, per ingabbiare una mente che non rientra nei canoni del conformismo di stato. E’ laureata ed è di buona famiglia. Perchè non farle scontare una pena ordinaria? Il 41 bis è la tortura in Italia. Oltretutto una coimputata della Lioce si è suicidata in galera. Mi permetto di parlare di questa donna perchè veniamo dalla stessa città, Foggia. Molto probabilmente abbiamo frequentato gli stessi luoghi. Perchè martoriarla con una tosta negazione simile alla Grecia dei tempi di Alessandro Panagulis, rivoluzionario greco, simbolo della gioventù e della sinistra della Grecia. La grande giornalista Oriana Fallaci racconta la vita di questo grande uomo, con un libro che ritengo uno dei più belli che io abbia mai letto. Il titolo è “Un uomo”. Da cui la grande Fallaci si è fatta travolgere in una grande storia d’amore. Ritornando a Nadia Lioce.. come per tutti coloro che sono nel regime del 41 bis.. le viene censurata la posta, non può acquistare e ricevere quotidiani, libri ed altro. Logicamente chi non naviga in questi mari non comprende perchè scriva queste cose. Ti senti privato di qualosa, ti riduci a sentirti handicappato, violato e violentato psicologicamente.

Dovrebbero insegnarti la non violenza, dovrebbero prenderti per mano e accompagnarti in un percorso di crescita. Invee, da quando la sanità penitenziaria è passata in mano alla sanità nazionale, hanno azzerato il lavoro degli piscologi, gli ex. art.80, cioè dei veri profesionisti della scienza della mente. Il progresso è stato che gli psicologi hanno dato tutto, alcuni hanno sacrificato le famiglie, con danni irreversibili. Ebbene.. le S.S.N. hanno ridotto le ore di lavoro a meno della metà. Togliere un giorno non vi sembra un granché. I giorni erano due settimanali. Tutti questi professionisti, che certamente credono nella loro professione, che merita un grande rispetto, sono stati trattati così. Gli ex art.80 non prescrivono farmaci, non annientano i pazienti con dose massicce di psicofarmaci. Hanno studiato e continuano. Molti hanno famiglie a carico, fanno dei Master universitari, con la stessa fiamma di quando davano gli esami. Personalmente sono contro la psichiatria, perchè è antica, superata e per niente innovativa. La psichiatria è statistica, e segue sempre il metodo “lombrosiano”, uno studioso del genere umano deviato dai preconcetti. Noto criminologo, con un museo a Torino, città natale di Lombroso. La psicologia è avanti, progressista, merita sicuramente più riconoscimenti e che vi sia qualcuno che ascolti seriamente questi seri professionisti. Dall’istituzione carceraria viene vista come una figura nemica. Poi, in casi di suicidio o altro, vengono presi come il capro espiatorio. Ai tempi nostri, con l’emancipazione e l’evolversi della nuova generazione, questi meritevoli professionisti, secondo le tabellle ministeriali, potrebbero prestare la loro attenzione per solo otto secondi a detenuto. Così, chi veniva seguito in psicoterapia, oggi non può più contare su questa dea bendata, che cura e riprende le anime che si erano perse. Anche per questo ci sono più suicidi. Vengono prestate attenzioni ai pochi giunti, e chi viene seguito sono raccomandati dalla polizia penitenziaria. Così, chi ha bisogno veramente  non riceve le cure dell’anima, e si spegne nei modi peggiori. Ritornando a Spoleto, per essere obiettivo devo dire che ci sono persone attente e scrupolose. Il Dottor Padovani, direttore dell’istituto, persona dall’intellligenza fine. La Dottoressa Paola Giannelli, psicologa dell’isitituto, che ha grande acutezza  nello svolgere il proprio compito e spesso.. anche quello degli altri. Per il resto.. solo tra gli insegnanti  c’era qualche figura che dava benessere. .

LA RIMANENZA SONO MERCENARI. Mi riferisco a chi dovrebbe essere utile al cammino dei reclusi. Posso elecanre, tra le persone inutili… gli educatori, di cui uno ex guardia carceraria.. una parte dei medici.. persone accorpate col il personale penitenziario, dediti al facile pettegolezzo e con battute da osteria. Il dirigente sanitario, il pregiatissimo Dottor Fioroni , è attualmente agli arresti domiciliari, per avere intascato delle belle buste da un serie di detenuti, tutti coimputati di quest’uomo che chiedeva orologi d’oro indiando anche dove acquistarli… Ci sono commissari con la c minuscola, che prima ti querelano e poi ti trasferiscono. Telefonano al commissario del carcere dove sei destinato.. e quando arrivi trovi qualcuno ad accoglierti per darti il benvenuto. Trovi cinque o sei picchiatori.. ti piegano le braccia dietro le spalle, e per il resto te le suonano di santa ragione. Se non era per un aguzzino meno cinico mi avrebbero rotto le braccia.

Quello che scrivo non è per sentito dire, l’ho provato personalmente.

Volete sapere quale è il carcere dove sono stato destinato (quello dove sono attualmente)? Sulmona. Per questo se un domani mi troveranno impiccato, traetene le conclusioni ed immaginate chi sarà stato.

Per questo non sono drastico quando parlo di stato di polizia e di dittatura ai livelli dirigenziali. In questa masseria senza padrone, nel lontano 1996, ho visto morire un giovane ragazzo di Biella. Si chiamava Giovanni Fornaro. Vederlo appeso ad un lenzuolo, con gli occhi spalancati.. è una cosa che ricorderò per sempre. E’ come se fosse accaduto questa mattina.

Ricordo poi un periodo in cui partii per dei lunghi processi, alla fine mi trovo alla destinazione, Fossombrone, dove la fortuna mi fa un altro regalo. Tornando in cella, mi fermai a salutare un ragazzo di Pullano (non sono sicuro che sia esattamente questo il nome della località) che trovai appeso al cancello, con al collo una cintura di cuoio. E’ inutile dirvi che le mie urla arrivarono fuori dal carcere. I soccorsi furono celerissimi. Avevo le lacrime agli occhi. In quegli attimi ho apprezzato tantissimo un agente della polizia penitenziaria che iniziò una respirazione bocca a bocca, con massaggio cardiaco. Non voleva lasciare quel corpo esanime, forse perchè quando gli slacciammo la cinta dal collo, e adagiammo a terra il corpo, ci furono dei movimenti tipo spasmi. Ho visto il cuore di questo agente, anche lui con le lacrime agli occhi, che mi sussurrò se avevo bisogno di un tranquillante.

Questi due episodi della mia vita mi hanno insegnato tanto, unitamente al dolore per i miei fratelli deceduti. Uno se ne è andato l’anno scorso per una operazione di routine, lasciando un figlio di 23 anni. L’industria delle carceri è in assoluto la più grande d’Italia. Non immaginate quante ci ruotano attorno.. il giro di denaro che c’è. Voglio fare un esempio. Un detenuto può spendere 500 euro mensili. Siamo 61000,  e una metà non dispone di 500 euro. Questo per le cose basilari.. tipo il caffè, sigarette, cibo e altro. Il detenuto è la persona che consuma più francobolli, invia telegrammi e fax. Le poste italiane si mantengono anche grazie all’uso che il detenuto fa delle poste. Sapete chi ci rifornisce? Sono imprese private, che nel breve termine diventano davvero ricche. Sapete che i detenuti non possono acquistare prodotti scontati e in offerta speciale? Spesso ci vendono prodotti scontati al prezzo imposto. Vi sembra mafia?… carcerati schiaffeggiati, defraudati e rigirati.

Ma parliamo di altro… voglio farvi partecipi di una figura che brilla. Gli avvocati… molti dei quali prendono il posto del cliente, metaforicamente parlando. Questa categoria viene riscattata dalle donne.. che sono appropriate per la professione. Hanno una figura trasparente, si disperano quando no si ottiene una lcita e doverosa riconoscenza anche per il cliente. Al momento ho tanta simpatia per una professionista seria, unita all’immensa stima e all’affetto più caro. E’ l’avvocato Fabiana Gubitoso, opera a L’Aquila. Questa donna meravigliosa riscatta tutti quei pseudo-olleghi che non meritano stima. E’ generosa, prende iniziative senza interpellarti, poi, se arriva qualche delusione, è la prima a risentirne. E’ vicina ai detenuti con mille apprensioni. Ma dove dimostra tutto il suo carisma è nelle aule di tribunale. E’ un’ottima oratrice, bava e professionale, altruista per natura. In parole franche.. è un ottimo avvocato, ma soprattutto.. una bellissima persona. Anche avendo obblighi familiari, non ci pensa due volte se deve salire in auto e andare ad oltre 600 km perchè un cliente è nei guai con un ricovero forzato. Ci tenevo a parlare di Fabiana Gubitoso, donna di pregio e grande professionista. Sono le persone così che ci fanno credere e sperare in un mondo migliore. Donna meravigliosa che ti dona sicurezza, con mille premure e raccomandazioni. Ho tanta stima di questa meravigliosa donna, a cui va il mio bene più sincero. Non ha niente a che vedere con i tanti avvocati  che ci hanno deluso e preso in giro. Questo anche per tornare ai mafiosi che dovremmo essere.

Siamo in sezioni di Alta Sicurezza, oppure al 41 bis, per un circolo vizioso, dove vige lo strapotere di una certa magistratura malato, dove inquirenti disonesti si inzuppano le mani. C’è uno scandalo recente a Napoli. Voi non sapete che molti collaboratori di in-giustizia delinquono con gli uomini che li proteggono. Ma non voglio essere banale e sembrare che parlo per rabbia. Assolutamente no. Sono del tutto inofensivo, se è vero che durante le mie detenzioni mi sono stati suturati 15 punti sulla ciglia sinistra. Se è vero che all’occhio sinisro mi mancono sei strati di pelle…ecc..ecc. Oppure dovreste leggere il libro che ha scritto un mio amico e coimputato, Giosuè Rizzi, su quanto accadeva nei manicomi criminali, oggi chiamati, con un velo pietoso, semplicemente, O.P.G.

Non mi dilungo, sperando di essere stato chiaro e leggibile, anche se sono partito dal G8 per passare al pestaggio  di un operaio corpulento, pestanto da agenti indecenti, per arrivare alla morte.

Ho parlato dello storico giurista e filosofo Rousseau e della civiltà delle carceri.

Parlo del carcere di Torino, e delle sue storie che non aiutano a vivere.

Così, anche con Spoleto, una volta era un’isola felice, adesso è molto infelice.

Ho parlato del ruolo degli psicologi penitenziari, gli ex art.80.. ridimensiati negli stipendi, con ore tagliate e giornate lavorative ridotte.

Parlo del Guardasigilli e di Maroni, con i loro slogan acchiappavotii.. il Vaticano che è sordo e i mass media che sono al servizio di chi fa dittatura… di Marco Pannella con i suoi scioperi, con i quali mette a rischio la propria vita.. con affetto parlo di Nadia Lioce de della lunga detenzione al 41 bis, di Alessandro Panagulis e della grande Oriana Fallaci. Cito due persone, anche se non sono più in buoni rapporti.. il Direttore del carcere di Spoleto Ernesto Padovani e la Dottoressa Paola Giannelli, psicologa penitenziaria.

Parlo in modo molto breve dei pestaggi ricevuti e delle machinazioni di certi commissari.

Parlo di due suicidi, citando il povero Giovanni Fornaro.

Parlo di un angelo, che sarebbe la mia avvocatessa de L’Aquila, la Dottoressa Fabiana Gubitoso, persona eccezionale e al di fuori delle persone comuni. Lei è l’eccezione.

Sulmona   8 luglio 2011   Masseria senza padrone

Marino Ciccone

fonte :  http://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/21/lettera-di-marino-ciccone/