Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, economia, estero, LAVORO, politica

Marchionne, il maglioncino bucato


 
Un anno fa il manager col maglioncino era all’apice del successo. Aveva conquistato Chrysler, parlava di raddoppiare la produzione di auto in Italia, aveva impostato il suo impianto ricattatorio su Pomigliano e si apprestava a farlo con Mirafiori. Meno diritti e salari in cambio di lavoro che poi consisteva nella nuova Panda e in qualche paginetta di fumosi piani.Ma il suo sorriso sparava sopra il cachemire, il suo facciotto rotondo era l’emblema delle nuove non relazioni industriali che mandavano in sollucchero la Marcegaglia e il governo, conquistava la stolidità di Bonanni e induceva alla resa l’opposizione. Invano la Fiom resisteva: il coro di lodi sperticate era generale. Guai a non onorare il supermanager che aveva rilanciato la Fiat, guai a far notare che in realtà l’azienda veniva svuotata trasportandone in Usa il centro progettuale, che i piani non esistevano, che i ricatti erano solo bluff, che la disarticolazione dell’azienda preparava tempi bui.

In nessun altro Paese del mondo si sarebbe dato credito ai piani e ai diktat di Marchionne, per la loro palese inconsistenza, ma un Italia confusa e padronale, con un’informazione prona alla Fiat e un’opposizione senza coraggio, l’uomo del maglioncino è riuscito a fare ciò che ha voluto pur essendo solo un uomo della finanza, senza nessuna attenzione al prodotto e alle vere strategie costruttive.  A dirla tutta era già un uomo del passato che proponeva una sua modernità in ritardo, come del resto sta facendo proprio in questi giorni il governo del cavaliere senza staffe.

E’ passato qualche centinaio di giorni e ci si trova con un gruppo Fiat che è al mimino storico della penetrazione commerciale in Europa, con Mirafiofiori dedita ad assemblare suv Chrysler che hanno già fatto flop negli Stati Uniti, con la 500 costruita in Messico che proprio agli americani non piace come del resto avrebbe capito anche un bambino, con la produzione in Brasile, vero eldorado del gruppo, che tiene ma a costo della riduzione all’osso dei margini, senza vere novità in arrivo a breve termine, con una fusione tra due gruppi legati a produzioni diversissime il cui unico punto di contatto consiste in un giudizio non proprio benevolo su affidabilità, qualità e innovazione.

Insomma sta affiorando tutta la mediocrità del supermanager non prima però di avergli concesso tutto. E assieme ad essa emerge l’ancor più evidente modestia, inettitudine e ipocrisia delle classi dirigenti del Paese e di quella politica in particolare. Valga per tutti l’ex maestro di tennis Sacconi, un cialtrone in vendita che da comparsa è diventato protagonista nel sistema Berlusconi. Un vero dead servant walking , perché dire uomo sarebbe davvero troppo, anche se portasse il maglioncino.

fonte : http://ilsimplicissimus2.wordpress.com/2011/08/19/marchionne-il-maglioncino-bucato/

Pubblicato in: cultura, economia, politica, religione

Vaticano, elimina i tuoi privilegi: lo dice il Vangelo, mica Marx


Di Pasquale Videtta.
 
Libertà di licenziare, freni agli stipendi statali, accorpamento delle festività non religiose (come 25 Aprile e 1 Maggio) alla domenica, donne in pensione a 65 anni, fondi tagliati agli Enti locali, privatizzazioni, sforbiciata alle energie rinnovabili (alla faccia dei referendum), massacro del welfare: è questo il contenuto, drammatico, della Manovra. A salvarsi sono la politica, colpita lievissimamente da Tremonti, e, tanto per cambiare, il Vaticano.
Nessun partito politico, a parte Rifondazione Comunista e i Radicali (e lo dico da tesserato di Sinistra Ecologia Liberà), osa pronunciarsi contro i privilegi della Chiesa, si permette di proporre un qualsiasi ridimensionamento (figuriamoci l’abolizione) dei vantaggi fiscali (a carico dei contribuenti italiani, of course, che siano essi cattolici, laici, atei, omosessuali e quant’altro) di cui gode la Santa Istituzione.
In un’ottima inchiesta condotta nel 2007 da La RepubblicaCurzio Maltese snocciola per bene gli aiuti di cui il Vaticano gode: la quota dell’otto per mille (circa 1 miliardo di euro), gli stipendi degli insegnanti di religione, scelti dalla Curia, ma con stipendio statale (circa 650 milioni di euro), il finanziamento ad istituti di cura e scolastici (circa 700 milioni), i sovvenzionamenti degli eventi religiosi (circa 250 milioni all’anno), l’esenzione dall’Ici (dai 400 ai 700 milioni), le esenzioni da Ires e Irap (circa 500 milioni), l’elusione fiscale del turismo cattolico che porta in Italia 40mila pellegrini ogni anno (circa 600 milioni).
Ma c’è di più. Ecco cosa scrive, sempre Curzio Maltese, a proposito del pagamento dell’otto per mille (tema trattato perfettamente anche da Report):

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. […] Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri? Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Pensate che sia finita qui? Macché!
Nel 2 Novembre del 2000 L’Espresso scrisse che «la Santa Sede non ha mai pagato una lira per il consumo annuo di circa 5 milioni di metri cubi di acqua. Una quantità sufficiente per dissetare 60 mila persone, ma utilizzata in gran parte per innaffiare i lussureggianti giardini vaticani». In sostanza, negli anni ’70 il Comune di Roma costruì le vasche di depurazione per il Tevere. Il Vaticano si avvalse di questo servizio, senza tuttavia mai pagare le bollette. Gli arretrati avevano raggiunto nel 1999 la somma di 44 miliardi di lire. Quando l’azienda municipalizzata di Roma, l’Acea, entrò in Borsa, gli azionisti reclamarono il pagamento delle «bollette arretrate». Il ministero dell’Economia si assunse l’onere di saldare il debito della Santa Sede, ottenendo in cambio la garanzia – per il futuro – del pagamento regolare da parte del Vaticano del servizio di smaltimento delle acque di scarico, il cui costo era di circa 2 milioni di euro l’anno (Agenzia Adista, 22/11/2003).

A salvare la Santa Sede fu Mario Ferrara, senatore di Forza Italia, il cui emendamento divenne il comma 13 dell’art.3 della Legge Finanziaria del 2004. Questo prevedeva lo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di idrico personale. Per i dettagli basta consultare la voce apposita di Wikipedia.
Sempre la Finanziaria del 2004 (art.4, comma 167) conteneva uno stanziamento di 20 milioni di euro per il 2004 e 30 milioni per il 2005 da destinare all’Università Campus Bio-Medico per la parziale realizzazione di un policlinico universitario, per il potenziamento della ricerca biomedica in Italia. Questa università (privata!) prevede, nella carta delle finalità, quanto segue: 

  • Art.7: L’Università intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poiché l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacché la ragione (che ha la capacità di riconoscere la verità) e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità;
  • Art.8: Nella convinzione che la dimensione religiosa rappresenti un profilo essenziale della personalità dell’uomo,l’Università, in consonanza con i principi cui essa si ispira, offre a tutti coloro che vi operano, nel rispetto della libertà delle coscienze ed in modo adeguato alla preparazione scientifica e all’impegno professionale di ciascuno, la possibilità di approfondire la conoscenza della dottrina cristiana. La formazione dottrinale e l’assistenza spirituale sono affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, il cui spirito impregna e vivifica tutto l’operare dell’Università, favorendo una unità di vita coerentemente cristiana, nonché un’esigente pratica delle virtù umane;
  • Art.10: Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni;
  • Art.11: Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione. I criteri morali che devono guidare l’atto medico in questo campo si deducono dalla dignità della persona, dal significato e dalle finalità della sessualità umana. Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale.
Ancora: con la Finanziaria del 2005 (articolo 1, comma 213), venne stanziato 1 milione di € per lo sviluppo tecnologico delle stazioni radiofoniche. Coloro che possono usufruire del contributo sono indicati al comma 190 della Finanziaria del 2004, cioè: le «emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario». Le uniche due emittenti che rispondono al requisito sono Radio Padania Libera (della Lega Nord), e Radio Maria.

A ciò non mancò il contributo e la complicità, guarda caso, dei governi di centrosinistra. 
Nel 1999 il ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, emanò due decreti (dm 261/98 e dm 279/99) poi fusi in un unico testo di legge che aveva come oggetto la «concessione di contributi alle scuole secondarie legalmente riconosciute e pareggiate». Con il Governo D’Alema II, venne approvata la legge n. 62 del 2000: le scuole private entrarono quindi a far parte del sistema di istruzione nazionale e quindi devono essere trattate «alla pari», anche sul piano economico. La legge istituiva buoni scuola statali, per i quali stanziava 300 miliardi annui di vecchie lire a decorrere dal 2001. Ad opporsi, allora, furono solo Rifondazione Comunista, i Verdi, Cobas e parte della CGIL che promossero unreferendum abrogativo che venne dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.
La Moratti non fu da meno e con il dm 27/2005 stabilì la «partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie». 

Per il 2005 i «contributi alle scuole non statali» (circolare ministeriale n. 38 del 22 marzo 2005) ammontarono a 527.474.475,00 €.

Arriviamo ai giorni d’oggi: il ministro Mariastella Gelmini, malgrado i mega tagli alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca, pesca dal cilindro 245 milioni di € per le scuole paritarie e annuncia: “Penso a un bonus per chi studia alle private”.

In Lombardia, dal 2005, esiste addirittura una legge (legge regionale lombarda n.12 del 2005, artt. 70-71-72-73) che obbliga i Comuni a versare «almeno l’otto per cento delle somme riscosse per oneri di urbanizzazione secondaria» (art.73 comma 1) agli «enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa Cattolica» (art.70 comma 1).
 
Ma non finisce qui: il Sole 24 Ore, in un articolo del 2007, rende noto che, per quanto riguarda le tasse immobiliari, «gli immobili pontifici sono esenti da tributi sia ordinari che straordinari, verso lo Stato o qualsiasi altro ente» e che per le tasse doganali «le merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del Vaticano, o fuori della medesima, a istituzioni o uffici della Santa Sede, ovunque situati, sono sempre ammesse da qualunque punto del confine italiano e in qualunque porto della Repubblica al transito per il territorio italiano con piena esenzione dai diritti doganali e daziari».
 
E come dimenticarsi dell’immenso patrimonio immobiliare della Chiesa? Secondo il Gruppo Re (“Religiosi ed Ecclesiastici”), esso si stima intorno al 20-22% (patrimoni esteri esclusi).
Il patrimonio gestito dallo Ior, la banca del Vaticano, e l’Apsa, sfiora i 6 miliardi. 
 
Ah, prima che si scateni il Giovanardi di turno, preciso che, pur essendo ateo, laico e anticlericale, ho ispirato tutto l’articolo ad un passo del Vangelo (Matteo 10, 7-10):
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Andate, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento». Parola del Signore, Amen.
 
Pubblicato in: economia, politica

la Tobin Tax…ma non era roba da noglobal?


adesso viene fuori che forse ma forse la tobin tax non era esattamente una scemata.

la cosa assurda è che il pover’uomo non l’aveva proposta nel 2001 a genova cavalcando il corteo di noglobal esagitati, suore raimbow, berretti bianchi e quant’altro, nossignori. l’aveva proposta nel 1972 e aveva poi anche precisato in seguito che quegli scalmanati di nogroba come si dice a lucca gli stavano pure un po’ sulle scatole.

“Non ho assolutamente niente in comune con questi ribelli antiglobalizzazione. Naturalmente sono compiaciuto; ma il plauso più forte sta arrivando dalla parte sbagliata. Guardi, io sono un economista, e come molti economisti, io sostengo il libero scambio. Inoltre, io sono a favore del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questi hanno preso in ostaggio il mio nome … La tassa sulle transazioni in valuta estera venne concepita per ammortizzare le fluttuazioni dei tassi di cambio. L’idea è molto semplice: ad ogni scambio di valuta in un’altra, una piccola tassa verrebbe applicata – diciamo lo 0,5% del volume della transazione. Questo dissuade gli speculatori poiché tanti investitori investono i loro soldi su una base a brevissimo termine. Se questi soldi vengono improvvisamente ritirati, le nazioni devono aumentare drasticamente i tassi di interesse per far sì che le loro valute restino attraenti. Ma alti tassi d’interesse sono spesso disastrosi per una economia nazionale, come hanno dimostrato le crisi degli anni novanta in Messico, sud-est asiatico e Russia. La mia tassa restituirebbe qualche margine di manovra alle banche emittenti delle piccole nazioni e sarebbe una misura di opposizione ai dettami dei mercati finanziari.”

su wikipedia, famoso portavoce del soviet, si legge:

“La Tobin Tax, dal nome del premio Nobel per l’economia James Tobin, che la propose nel 1972, è una tassa che prevede di colpire, in maniera modica, tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli (penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale.

accidenti che pericoloso sovversivo…

niente a che vedere con quei bravi ragazzi che in giacca e cravatta seguono con interesse il fotoromanzo dell’estate: “riusciranno le speculazioni finanziarie a distruggere definitivamente l’economia di USA e Europa?”

adesso Das Merkel, come la chiamano i miei amici crucchi e Sarko (che ha sempre meno amici in francia, mi pare di capire) la propongono e tutti cadono dal pero.

cadono dal pero e giustamente. perchè ci hanno abituato che robe tipo la tobin tax erano fantascienza, lacci e lacciuoli alla mano invisibile dei mercati, richieste da marxisti leninisti senza speranza, roba da gomunisti insomma.

ops. adesso il centrodestra d’europa la propone per cercare di frenare gli appetiti degli speculatori. ganzo, per carità. mi sarebbe garbato che magari si fossero rinvenuti una decina d’anni prima quando a sbandierare la tobin tax c’erano solo dei mattarani in corteo a genova che si facevano pestare a sangue dalla polizia mentre i geni della politica stavano rintanati nella zona rossa.

il fatto è questo: quando si parla di “libero mercato”, “libera concorrenza”, esattamente che significato diamo a quell’aggettivo “libero”?

perchè a me pare che quando un manipolo di “ignoti speculatori” tiene in pugno il destino di popoli e nazioni, il concetto di “libertà” vada decisamente rivisto.

fonte: http://letteredalucca.wordpress.com/2011/08/18/ma-non-era-roba-da-noglobal/

Pubblicato in: cultura, economia, politica

Rischio dittatura


Di Peppe Carpentieri.

Era il 13 luglio quando consigliavo di approfittare del periodo estivo per leggere testi sull’economia e sulla moneta. In questo mese di agosto assistiamo una forte accelerazione degli attori – nel senso cinematografico – politici per ridurre i diritti, privatizzare tutto e accentrare poteri nelle mani di persone non elette dai popoli. Tutto accade alla luce del Sole mentre gli italiani sono al mare per distrarsi e non pensare al proprio futuro. Al ritorno delle vacanze gli italiani troveranno più tasse e meno diritti a vantaggio delle solite SpA che governano il mondo.

In questa settimana di ferragosto i titoli dei media sono stati a dir poco terroristici circa il default dell’Italia per spiegare – manipolando – la proposta di riduzione sui costi essenziali a garantire i servizi dei cittadini. Tale proposta è stata scritta dei banchieri della BCE e non dal Governo. Fossimo consapevoli di questi comportamenti scoppierebbe una vera rivoluzione poiché stiamo leggendo da tutti i media che persone non elette dai popoli, Trichet, Draghi, Van Rompuy, stanno decidendo sulla vita di milioni di cittadini e che i dipendenti eletti, nel Parlamento italiano, non fanno nulla per fermare questo scempio perché hanno ceduto la sovranità monetaria a istituzioni non rappresentative degli interessi pubblici senza il permesso del popolo sovrano (tradimento alla Repubblica).

E’ incredibile ma tutti i media stanno commentando questa notizia: ridurre il deficit pubblico vendendo beni demaniali e servizi pubblici alle SpA. Rileggete bene: ridurre il deficit pubblico non il debito pubblico poiché quasi nessuno spiega il significato dei termini e la differenza fra debito e deficit. “Tutti” gli stati che hanno abdicato il potere di emettere moneta sovrana ad una banca centrale hanno anche un debito. Il deficit è la differenza fra la spesa dei servizi statali (Enti, servizi, stipendi …) e gli introiti dello Stato, quindi ridurre il deficit significa ridurre lo Stato. Lo Stato siamo noi. La soluzione dei politici? Incentivare la cessione di altre sovranità, sempre meno diritti e più SpA (tradimento alla Repubblica). Hanno persino stimato il valore di questi servizi: 102 miliardi, per consegnare il controllo diretto di energia, acqua, rifiuti e trasporti nelle mani del “mercato”, cioè dei soliti potentati per controllare meglio le vite dei cittadini e aumentare la dipendenza nei confronti dei privati e usurpare altra sovranità popolare. La soluzione? E’ semplice, trasformare queste società in cooperative di proprietà dei cittadini – gli utenti che pagano le bollette – con l’obbligo di reinvestire gli utili sul territorio locale (democrazia economica – art. 47 Cost.) . Guarda caso la soluzione è opposta all’idea presentata dalla BCE.

Il dovere di un governante è quello di garantire la felicità del proprio popolo e non il pareggio di bilancio poiché la moneta è carta igienica mentre la vita su questa pianeta è offerta dal Sole. Se i cittadini hanno bisogno di un ospedale nuovo, di una biblioteca civica, di mettere in sicurezza un fiume dov’è il problema? I soldi? Ma li abbiamo inventati per questa ragione, la domanda non dovrebbe essere quanto costa ma ci sono le risorse (materiali, terreno, impatto ambientale, ciclo vita …) per farlo?

Un esempio concreto. Sulle cronache locali si legge: “Task force contro i piromani”, “emergenza incendi nel Cilento” (in La Città, 13 agosto 2011, pag. 24), poi si legge che la Giunta Caldoro taglia fondi per i forestali. Un altro esempio, il Sindaco di Cagliari esclama: “già fatichiamo a sostituire l’amianto nelle scuole“. Poi, non dimentichiamo come i Governi si sono opposti all’introduzione della vera class action che toglie capitali a chi inquina e uccide senza avviare processi nei Tribunali. Questi esempi servono a dimostrare, con semplicità, l’enorme distanza fra la vita reale e il mondo illusorio dell’élite europea e italiana che ragiona, prioritariamente, in termini di costi, in termini di bilancio, ponendo la carta moneta al di sopra delle vite umane e del buon senso. Ricordiamolo, parliamo di carta moneta a debito – Trattato di Lisbona – che oggi è stampata proprio come facevano i falsari a seguito del superamento del “gold standard”; cioè stampare moneta dal nulla senza un controvalore in oro. Stampare moneta come avviene oggi era un reato, oggi non lo è più anzi si insegna all’università; esportare attività finanziarie era un reato. Quindi, ridurre il deficit significa cancellare i servizi per fare prevenzione e tutela del territorio. Per eliminare gli sprechi è sufficiente cancellare i paradisi fiscali, consentire agli inquirenti di controllare le banche e arrestare i criminali, non bisogna mai confondere la spesa pubblica con il comportamento illecito delle persone.

Serge Latouche scrive: […] è probabilmente necessario uscire dall’euro, se non è possibile correggere le storture. Dobbiamo riappropriarci della moneta che dovrebbe ritrovare il suo posto. (in Il Manifesto, 27 luglio 2011, pag. 16)
Loretta Napoleoni: […] un’alternativa è quella di creare un sistema bancario parallelo a quello esistente, finanziato e di proprietà dello Stato per garantire i risparmiatori […] (in Rainews24)
Loretta Napoleoni: […] sicuramente l’euro allargato è morto, si tratta solamente di mesi. Ci sarà un ritorno alle valute nazionali, per quanto riguarda ai paesi deficitari, la prima è la Grecia e questo equivarrà a un default. […] Il 2012 è l’anno critico […]
Luciano Gallino: […] le organizzazione cui i governi mostrano di aver ceduto la sovranità economica, quali il Fmi, la Bce, la Commissione europea e le agenzie di valutazione, non godono di alcuna legittimazione politica. (in Corriere della Sera, 14 luglio 2011)
Zygmunt Bauman: […] se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo.

Per tenere in piedi questa recita i media fanno leva su argomenti persuasivi come l’evasione fiscale e gli sprechi della politica. Ovviamente non spiegano che in questo sistema il crimine è favorito sia dal diritto societario che consente l’uso delle scatole cinesi, l’uso delle società off shore e l’uso dei paradisi fiscali. Ovviamente i media non spiegano che i sistemi finanziari sono stati inventati, progettati e proposti proprio dalle banche centrali, enti privati e autonomi, utili a coprire corruttori e corrotti. Nessun pubblico ministero può indagare o inseguire i soldi – le prove della corruzione – poiché si trovano di fronte al segreto bancario dei paradisi fiscali.

Oggi tramite il terrorismo mediatico chiamato default, questi attori politici propongono un governo economico nelle mani di un Presidente dell’Unione Europea che nessuno conosce e che è stato nominato dal club Bilderberg.

Già oggi l’Unione Europea è costituita da Enti non eletti dai popoli: Commissione, Consiglio, BCE, quindi già oggi l’UE non è un’organizzazione democratica rappresentativa e che viola il principio di separazione dei poteri. Nell’UE il potere esecutivo ha il potere di promulgare le leggi. Se i popoli non faranno sentire la propria voce, il futuro potrà essere quello di una dittatura autoritaria, le premesse ci sono tutte.

Mentre gli italiani vengono terrorizzati e ricattati, altri popoli hanno fatto enormi passi verso la libertà e la vera democrazia, due casi emblematici: il popolo islandese che ha condannato banchieri e governanti e il Chiapas. Dal 2007 a Vicam, nello stato di Sonora (Messico) si sono ritrovati fianco a fianco indiani di settantasei popoli venuti da dodici paesi d’America. Europei e americani, diversi ma uniti da una coscienza collettiva. Noi italiani dobbiamo cambiare paradigma culturale e informarci meglio su come altri popoli stanno lottando per la libertà.

fonte :  http://peppecarpentieri.wordpress.com/2011/08/17/rischio-dittatura/

Pubblicato in: abusi di potere, ambiente, estero, guerre, magistratura, PACIFISMO, politica

Uranio impoverito: qualcuno dovrà pure chiedere scusa.


Il Caporalmaggiore Valery Melis.

Il Caporalmaggiore Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Nei giorni scorsi, finalmente, il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati dall’uranio impoverito, nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione.

Se si esaminano le aree interessate ai bombardamenti della Nato del 1999 sul Kosovo quella di Peja-Peć è sicuramente una delle più colpite. Nella distruzione generale, i segni dei bombardamenti erano visibili ad occhio nudo perché interessavano gli insediamenti industriali, i depositi, le caserme, le linee di comunicazione.

Nei mesi immediatamente successivi ai 78 giorni di fuoco che portarono all’abbandono della regione da parte dell’esercito serbo-montenegrino si sapeva che gran parte dei bombardamenti della coalizione occidentale avvenivano con missili arricchiti da “uranio impoverito”: 31 mila ogive con queste caratteristiche vennero scaricate in poco più di due mesi su Serbia, Montenegro e Kosovo, in violazione del diritto internazionale ed in particolare dei protocolli della Convenzione di Ginevra del 1977. Fonti delle Nazioni Unite parlarono allora di una quantità pari ad oltre 8 tonnellate di uranio Impoverito riversata su quei Paesi.

Lo sapevano bene le autorità politiche del nostro Paese, come del resto le gerarchie dell’Esercito italiano, ma non venne fatto nulla, né per mettere in guardia la popolazione civile che in quei luoghi ci tornava ad abitare, né per proteggere i soldati italiani che proprio a Peja – Peć avevano (ed hanno) il loro insediamento permanente.

Fra quei ragazzi in divisa c’era Valery Melis, caporalmaggiore di un esercito che, a differenza di altri contingenti militari presenti nella regione, non informò e nemmeno attrezzò i propri uomini al presidio di un territorio che fra le macerie nascondeva l’invisibile insidia dell’uranio impoverito. Non c’erano tute speciali, né maschere e guanti. Persino il tema era tabù, “inutile allarmismo” si diceva. Melis si ammalò nell’autunno ‘99 e quando nel dicembre di quello stesso anno se ne tornò in Sardegna i noduli sul collo che preoccupavano quel giovane dai lineamenti così dolci presero rapidamente un nome: linfoma di Hodgkin. L’inizio di un calvario, affrontato con straordinaria dignità.

La dignità che invece non ebbero le gerarchie politiche e militari. Perché si può ben dire che si è sbagliato, si possono ammettere le proprie responsabilità, si possono rassegnare le proprie dimissioni. E invece non avvenne niente di tutto questo, a negare ogni evidenza, ovvero la relazione fra l’uranio impoverito e l’insorgere di patologie cancerogene.

Ero a Peja-Peć nel febbraio del 2000, ad accompagnare il processo di trasformazione della presenza trentina in quella parte del Kosovo: dall’emergenza che aveva visto come protagonisti i volontari della protezione civile all’avvio di una fase nuova di cooperazione fra le nostre comunità. Dalla quale nacquero i mille progetti che nei successivi undici anni sono stati implementati (e che ancora oggi proseguono) nell’ambito del “Tavolo Trentino con il Kosovo”.

Decine di incontri, per conoscere e capire prima di agire. Fra questi, quello con il colonnello Di Benedetto, allora comandante del contingente italiano di stanza a Peja-Peć. Nei miei appunti di allora, molte annotazioni sulla presenza militare italiana, sulle attività svolte, sulla formazione riservata ai soldati. Di una di queste ho un nitido ricordo, quando alla mia domanda sulla presenza di uranio impoverito nell’area di Peja-Peć mi rispose un po’ stizzito che si trattava solo di propaganda giornalistica.

Erano le stesse risposte che venivano date nei mesi immediatamente successivi ai bombardamenti ai rappresentanti delle molte Ong ambientaliste internazionali (Greenpeace, WWF, Rec, Focus Project…) che monitoravano quel territorio, ma anche alle agenzie delle Nazioni Unite come Unep, che poi confermarono nei loro rapporti come la situazione di rischio non fosse limitata solo alle aree direttamente colpite.

Solo dopo anni, nel 2007, il Governo italiano riconobbe per la prima volta il rapporto di causa/effetto nella morte di 37 militari (e 255 malati) esposti all’uranio impoverito utilizzato nei sistemi d’arma (dati per altro contestati dall’Osservatorio militare che invece parlava di 164 morti e di 2.500 ammalati). Numeri che con gli anni sono tragicamente cresciuti fino ad una recente ammissione da parte del ministro La Russa che ha parlato di 2.727 patologie neoplastiche riscontrate fra i soldati italiani fino al 31 dicembre 2009.

Valery Melis morì il 4 febbraio 2004 a ventisette anni. Ora finalmente il Tribunale Civile di Cagliari ha riconosciuto la responsabilità dell’Esercito Italiano nel non aver fatto nulla per proteggere i soldati nonostante fosse a conoscenza dei rischi di contaminazione, condannandolo a risarcire i genitori e i fratelli di Valery. “Deve ritenersi – scrive il giudice nella sentenza – che il linfoma di Hodgkin sia stato contratto dal giovane Valery Melis proprio a causa dell’esposizione ad agenti chimici e fisici potenzialmente nocivi durante il servizio militare nei Balcani, atteso che proprio i detriti reperiti nel suo organismo hanno ben più che attendibilmente causato alterazioni gravi alle cellule del sistema immunitario come rilevato con frequenza di gran lunga superiore della media per i militari rientrati dai Balcani”.

Nel 1999 si inaugurò il concetto di “guerra umanitaria”. Venne fatta senza alcun mandato delle Nazioni Unite, bombardando città ed impianti chimici, usando l’uranio impoverito. Che è entrato nella vita (e nelle viscere) di tanta gente che si è ammalata e continua ad ammalarsi di cancro senza fare notizia. Anche di molti ragazzi italiani impegnati nelle “missioni di pace”, soldati come Valery e tante altre vittime di quel veleno invisibile chiamato “uranio impoverito”.

Prima o poi qualcuno dovrà pure chiedere scusa.

MICHELE NARDELLI * da UNIMONDO.ORG del 19/08/2011.

* Presidente del Forum trentino per la pace ed i diritti umani

FONTE : http://triskel182.wordpress.com/2011/08/19/uranio-impoverito-qualcuno-dovra-pure-chiedere-scusa/