Vaticano, elimina i tuoi privilegi: lo dice il Vangelo, mica Marx


Di Pasquale Videtta.
 
Libertà di licenziare, freni agli stipendi statali, accorpamento delle festività non religiose (come 25 Aprile e 1 Maggio) alla domenica, donne in pensione a 65 anni, fondi tagliati agli Enti locali, privatizzazioni, sforbiciata alle energie rinnovabili (alla faccia dei referendum), massacro del welfare: è questo il contenuto, drammatico, della Manovra. A salvarsi sono la politica, colpita lievissimamente da Tremonti, e, tanto per cambiare, il Vaticano.
Nessun partito politico, a parte Rifondazione Comunista e i Radicali (e lo dico da tesserato di Sinistra Ecologia Liberà), osa pronunciarsi contro i privilegi della Chiesa, si permette di proporre un qualsiasi ridimensionamento (figuriamoci l’abolizione) dei vantaggi fiscali (a carico dei contribuenti italiani, of course, che siano essi cattolici, laici, atei, omosessuali e quant’altro) di cui gode la Santa Istituzione.
In un’ottima inchiesta condotta nel 2007 da La RepubblicaCurzio Maltese snocciola per bene gli aiuti di cui il Vaticano gode: la quota dell’otto per mille (circa 1 miliardo di euro), gli stipendi degli insegnanti di religione, scelti dalla Curia, ma con stipendio statale (circa 650 milioni di euro), il finanziamento ad istituti di cura e scolastici (circa 700 milioni), i sovvenzionamenti degli eventi religiosi (circa 250 milioni all’anno), l’esenzione dall’Ici (dai 400 ai 700 milioni), le esenzioni da Ires e Irap (circa 500 milioni), l’elusione fiscale del turismo cattolico che porta in Italia 40mila pellegrini ogni anno (circa 600 milioni).
Ma c’è di più. Ecco cosa scrive, sempre Curzio Maltese, a proposito del pagamento dell’otto per mille (tema trattato perfettamente anche da Report):

La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. […] Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell’otto per mille sull’Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all’epoca “di sinistra” come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce “otto per mille” ma grazie al 35 per cento che indica “Chiesa cattolica” fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell’84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini. Ma pur considerando il meccanismo “facilitante” dell’otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio “ritorno sociale”. Una mezza finanziaria, d’accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l’impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma “quanto” veri? Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull’otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all’estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all’autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all’interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come “esigenze di culto”, “spese di catechesi”, attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l’altro paradosso: se al “voto” dell’otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

Pensate che sia finita qui? Macché!
Nel 2 Novembre del 2000 L’Espresso scrisse che «la Santa Sede non ha mai pagato una lira per il consumo annuo di circa 5 milioni di metri cubi di acqua. Una quantità sufficiente per dissetare 60 mila persone, ma utilizzata in gran parte per innaffiare i lussureggianti giardini vaticani». In sostanza, negli anni ’70 il Comune di Roma costruì le vasche di depurazione per il Tevere. Il Vaticano si avvalse di questo servizio, senza tuttavia mai pagare le bollette. Gli arretrati avevano raggiunto nel 1999 la somma di 44 miliardi di lire. Quando l’azienda municipalizzata di Roma, l’Acea, entrò in Borsa, gli azionisti reclamarono il pagamento delle «bollette arretrate». Il ministero dell’Economia si assunse l’onere di saldare il debito della Santa Sede, ottenendo in cambio la garanzia – per il futuro – del pagamento regolare da parte del Vaticano del servizio di smaltimento delle acque di scarico, il cui costo era di circa 2 milioni di euro l’anno (Agenzia Adista, 22/11/2003).

A salvare la Santa Sede fu Mario Ferrara, senatore di Forza Italia, il cui emendamento divenne il comma 13 dell’art.3 della Legge Finanziaria del 2004. Questo prevedeva lo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005» per dotare il Vaticano di un sistema di idrico personale. Per i dettagli basta consultare la voce apposita di Wikipedia.
Sempre la Finanziaria del 2004 (art.4, comma 167) conteneva uno stanziamento di 20 milioni di euro per il 2004 e 30 milioni per il 2005 da destinare all’Università Campus Bio-Medico per la parziale realizzazione di un policlinico universitario, per il potenziamento della ricerca biomedica in Italia. Questa università (privata!) prevede, nella carta delle finalità, quanto segue: 

  • Art.7: L’Università intende operare in piena fedeltà al Magistero della Chiesa Cattolica, che è garante del valido fondamento del sapere umano, poiché l’autentico progresso scientifico non può mai entrare in opposizione con la Fede, giacché la ragione (che ha la capacità di riconoscere la verità) e la fede hanno origine nello stesso Dio, fonte di ogni verità;
  • Art.8: Nella convinzione che la dimensione religiosa rappresenti un profilo essenziale della personalità dell’uomo,l’Università, in consonanza con i principi cui essa si ispira, offre a tutti coloro che vi operano, nel rispetto della libertà delle coscienze ed in modo adeguato alla preparazione scientifica e all’impegno professionale di ciascuno, la possibilità di approfondire la conoscenza della dottrina cristiana. La formazione dottrinale e l’assistenza spirituale sono affidate alla Prelatura dell’Opus Dei, il cui spirito impregna e vivifica tutto l’operare dell’Università, favorendo una unità di vita coerentemente cristiana, nonché un’esigente pratica delle virtù umane;
  • Art.10: Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università si impegnano a rispettare la vita dell’essere umano dal momento iniziale del concepimento fino alla morte naturale. Essi considerano l’aborto procurato e la cosiddetta eutanasia come crimini in base alla legge naturale; per tale motivo si avvarranno del diritto di obiezione di coscienza previsto dall’art. 9 della legge 22 maggio n. 194. Si ritiene inoltre inaccettabile l’uso della diagnostica prenatale con fini di interruzione della gravidanza ed ogni pratica, ricerca o sperimentazione che implichi la produzione, manipolazione o distruzione di embrioni;
  • Art.11: Il personale docente e non docente, gli studenti e i frequentatori dell’Università riconoscono che la procreazione umana dipende da leggi iscritte dal Creatore nell’essere stesso dell’uomo e della donna, ed è sempre degna della più alta considerazione. I criteri morali che devono guidare l’atto medico in questo campo si deducono dalla dignità della persona, dal significato e dalle finalità della sessualità umana. Tutti considerano, pertanto, inaccettabili interventi quali la sterilizzazione diretta e la fecondazione artificiale.
Ancora: con la Finanziaria del 2005 (articolo 1, comma 213), venne stanziato 1 milione di € per lo sviluppo tecnologico delle stazioni radiofoniche. Coloro che possono usufruire del contributo sono indicati al comma 190 della Finanziaria del 2004, cioè: le «emittenti radiofoniche nazionali a carattere comunitario». Le uniche due emittenti che rispondono al requisito sono Radio Padania Libera (della Lega Nord), e Radio Maria.

A ciò non mancò il contributo e la complicità, guarda caso, dei governi di centrosinistra. 
Nel 1999 il ministro della Pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, emanò due decreti (dm 261/98 e dm 279/99) poi fusi in un unico testo di legge che aveva come oggetto la «concessione di contributi alle scuole secondarie legalmente riconosciute e pareggiate». Con il Governo D’Alema II, venne approvata la legge n. 62 del 2000: le scuole private entrarono quindi a far parte del sistema di istruzione nazionale e quindi devono essere trattate «alla pari», anche sul piano economico. La legge istituiva buoni scuola statali, per i quali stanziava 300 miliardi annui di vecchie lire a decorrere dal 2001. Ad opporsi, allora, furono solo Rifondazione Comunista, i Verdi, Cobas e parte della CGIL che promossero unreferendum abrogativo che venne dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale.
La Moratti non fu da meno e con il dm 27/2005 stabilì la «partecipazione alle spese delle scuole secondarie paritarie». 

Per il 2005 i «contributi alle scuole non statali» (circolare ministeriale n. 38 del 22 marzo 2005) ammontarono a 527.474.475,00 €.

Arriviamo ai giorni d’oggi: il ministro Mariastella Gelmini, malgrado i mega tagli alla scuola pubblica, all’università e alla ricerca, pesca dal cilindro 245 milioni di € per le scuole paritarie e annuncia: “Penso a un bonus per chi studia alle private”.

In Lombardia, dal 2005, esiste addirittura una legge (legge regionale lombarda n.12 del 2005, artt. 70-71-72-73) che obbliga i Comuni a versare «almeno l’otto per cento delle somme riscosse per oneri di urbanizzazione secondaria» (art.73 comma 1) agli «enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa Cattolica» (art.70 comma 1).
 
Ma non finisce qui: il Sole 24 Ore, in un articolo del 2007, rende noto che, per quanto riguarda le tasse immobiliari, «gli immobili pontifici sono esenti da tributi sia ordinari che straordinari, verso lo Stato o qualsiasi altro ente» e che per le tasse doganali «le merci provenienti dall’estero e dirette alla Città del Vaticano, o fuori della medesima, a istituzioni o uffici della Santa Sede, ovunque situati, sono sempre ammesse da qualunque punto del confine italiano e in qualunque porto della Repubblica al transito per il territorio italiano con piena esenzione dai diritti doganali e daziari».
 
E come dimenticarsi dell’immenso patrimonio immobiliare della Chiesa? Secondo il Gruppo Re (“Religiosi ed Ecclesiastici”), esso si stima intorno al 20-22% (patrimoni esteri esclusi).
Il patrimonio gestito dallo Ior, la banca del Vaticano, e l’Apsa, sfiora i 6 miliardi. 
 
Ah, prima che si scateni il Giovanardi di turno, preciso che, pur essendo ateo, laico e anticlericale, ho ispirato tutto l’articolo ad un passo del Vangelo (Matteo 10, 7-10):
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Andate, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento». Parola del Signore, Amen.
 
fonte : http://pasqualevidetta.wordpress.com/2011/08/19/vaticano-elimina-i-tuoi-privilegi-lo-dice-il-vangelo-mica-marx/

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