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Oil e gas: il bottino vero. A chi andrà?


di GERALDINA COLOTTI – IL MANIFESTO del 25 AGOSTO 2011
Quanto vale la Libia nello scenario energetico internazionale ora che la Nato ha spinto gli insorti al cuore di Tripoli e la sorte di Muammar Gheddafi sembra segnata? Che la partita in gioco non fossero i destini dei civili, ma le risorse petrolifere, è un dato difficilmente contestabile. Ma quale nuovo quadro emergerà dallo scontro di interessi delle potenze occidentali? Il Consiglio nazionale degli insorti fa sapere che ricompenserà adeguatamente i paesi che lo hanno appoggiato, mentre nei confronti di «Russia, Cina e Brasile, che non hanno appoggiato le sanzioni contro il regime libico» vi saranno «differenze». Le grandi compagnie presenti scalpitano.

Dopo vent’anni di isolamento economico e di sanzioni internazionali contro il regime del Colonnello, in pochi anni erano accorse in Libia tutte le più grandi compagnie petrolifere occidentali: l’italiana Eni, la francese Total e i giganti anglosassoni Bp, Shell e Exxon Mobil. Ora la Francia sgomita e fa la voce grossa, la Russia si vede fuori dal gioco («Abbiamo perso la Libia, le nostre imprese dovranno andarsene perché la Nato ci impedirà futuri accordi»); la Cina – grande nemico da battere, costretta a far fagotto – chiede la tutela dei propri interessi. L’Italia, prima per bocca del ministro Frattini, poi per bocca dell’Eni, sostiene addirittura che «in futuro sarà la numero uno».
Secondo Margherita Paolini, coordinatrice scientifica della rivista Limes, non bisogna però fermarsi alla cronaca e alle dichiarazioni. Certo, per quanto riguarda il petrolio, è la Cina che perde e la Russia che non guadagna le alleanze utili per fare marketing col prezzo del petrolio sui mercati internazionali. I primi cartelli comparsi all’entrata delle concessioni petrolifere dicevano infatti: fuori la Russia e la Cina. L’interesse di Usa e Francia era di sbattere fuori la Cina. E poi ci sono quelli del Qatar, per conto dei paesi del Golfo, che hanno un greggio pesante e devono miscelarlo con quello leggero della libia per piazzare quote di petrolio. Il Qatar, che ha postazioni in Europa, ha fatto l’operazione per i paesi del Golfo e fa da broker per loro sui mercati.
Tuttavia – dice Paolini al manifesto – è ancora presto per fare previsioni serie. «Sul mercato energetico internazionale la situazione libica oggi conta meno di quanto si pensi. Al di là di altalene e ripresine, il petrolio di riferimento del Brent si è assestato comunque al di sopra dei 100, purtroppo è rimasto alto. E non può decrescere per merito del mercato libico perché, comunque vadano le cose, anche nella migliore delle ipotesi, quel mercato non può ritornare a produrre quello che produceva prima della guerra se non fra almeno due o tre anni».
In concreto, gli osservatori petroliferi dicono: cautela. Tra l’altro – afferma la studiosa – la produzione petrolifera libica era arrivata a un punto di stand bay perché nella Sirte, i bacini del centro est e sud est erano ormai bacini maturi per cui si stavano preventivando e pianificando – ecco tutto il grande giro di grandi contratti che aveva fatto l’ultimo Gheddafi – grandi interventi basati su nuove tecnologie per mantere a est livelli produttivi consistenti (la parte che oggi è sicuramente sotto controllo della parte del Cnt). La parte ovest era quella in piena espansione, che avrebbe dovuto dare subito un grosso innalzamento, naturalmente con i grossi investimenti in ballo». Quasi l’80% delle riserve storiche di petrolio libico si trova nella parte orientale.
E ieri Sirte, città natale di Gheddafi e una delle ultime roccaforti ancora in mano alle forze lealiste, ha messo in atto una resistenza «inattesa» per la Nato. Ieri, i ribelli impegnati nell’offensiva sono andati avanti di parecchi chilometri verso Ovest conquistando il porto petrolifero di Ras Lanuf e spingendosi fino a Bin Jawad, a 50 chilometri a est di Sirte. Importanti terminali di esportazione del petrolio della Sirte.
Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), prima dello scoppio della guerra, il paese – membro dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opep) in cui era nono su 12 membri – era tra le più grandi economie petrolifere al mondo (la quarta), possedeva all’incirca il 3,5% delle riserve mondiali, oltre il doppio di quelle degli Stati uniti. La sua produzione era di circa 1,6 milioni di barili al giorno, quasi il 2% di quella mondiale: fra le più importanti riserve petrolifere dell’Africa, con 44 miliardi di barili, molto avanti la Nigeria (37,2 miliardi) e all’Algeria (12,2). Ma, con le nuove tecnologie, le sue riserve avrebbero potuto triplicarsi. Esportava l’80% dell’oro nero verso l’Europa, in particolare in Italia e in Francia. Nel 2010, l’Italia ne ha comprato il 28%, la Francia il 15%, la Cina l’11%, la Germania il 10%, al pari della Spagna. Gli Stati uniti ne hanno acquistato il 2%. Un greggio ambito, perché poco ricco in zolfo e ad alta resa di prodotto.
In qualche anno, il paese ha anche raddoppiato le esportazioni di gas naturale, da 5,4 miliardi di metri cubi nel 2005 a oltre 10 miliardi l’anno: grazie anche a un nuovo gasdotto verso l’Italia, ora fermo. Le riserve di gas sono valutate a 1.540 miliardi di metri cubi. «E infatti – dice Paolini – se oggi la partita è il petrolio, domani sarà il gas.Per l’Europa e per l’Italia. E per noi le cose non vanno lisce, visto che i nostri giacimenti sono a ovest, dove la situazione è incerta». Anche sul piano interno, «non si è trattato di una guerra per la democrazia, ma di un conflitto dell’est per le risorse dell’ovest. Al di là di Gheddafi, la contrapposizione territoriale conterà nel resettaggio politico dell’incerta partita»

 
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Bossi, l’Italia e la padania inesistente


Di Francesco (dal blog discutendo insieme)

 

“L’Italia finisce male”, dice Bossi in un comizio a Schio, “bisogna essere pronti per il dopo e, per noi il dopo è la padania. I popoli del nord uniti sarebbero lo stato più forte d’Europa”. E ancora, “la gente ha capito nel profondo del cuore che il progetto è passato e che l’idea di vincere insieme è partita”. E ancora, “la padania vuol dire unito e libero mentre il centro sud munge il nord”. 

Che l’Italia stia finendo male è sotto gli occhi del mondo. Con un corpo politico che da decenni pensa solo al suo benessere c’è poco da sperare in tempi migliori. Però, una delle cause dello sfascio dell’Italia è proprio la Lega.

Bossi dice “meno male che siamo partiti tanti anni fa”, sì, vero, e in questi anni non ha fatto che operare, appunto, per la disgregazione dell’Italia. Quello che Bossi imputa alla crisi attuale, in realtà è da imputare al suo gruppo politico. Partendo dal federalismo, cavallo di battaglia della Lega.

Un dato recente della responsabilità leghista lo si può trarre dalle tasse locali, che in quindici anni sono cresciute del 138% contro il 6,8% di quelle centrali (questo dato dovrebbe far riflettere anche su due altri aspetti della crisi: il costante aumento delle tasse “non visibile” e lo spostamento delle responsabilità dal centro alla periferia). Ed è proprio il federalismo la causa di questo aumento. Un federalismo che, se da un parte predica l’autonomia locale, e la sua indipendenza dal centro, dall’altra si adopera affinché i costi dello stato ricadano proprio su tale autonomia. E mentre la Lega si prepara alla battaglia per “non toccare le pensioni, ma quali?” e non aumentare l’iva con dichiarazioni ridondanti, non fa menzione dei costi della sua politica e nemmeno dei tagli dal centro proprio agli enti locali (anzi, propone la scelta tra tagli e pensioni, due azioni che, comunque ricadrebbero sulla spalle dei cittadini) che si troverebbero così nella difficilissima situazione di dover scegliere tra aumentare le tasse o ridurre il welfare state, il tutto mentre il partito leghista si sta spartendo la torta con l’odiata Roma.

Che il sud sia meno produttivo del nord lo si è sempre saputo, che il nord sia più capace di creare uno stato meno debole, è cosa nuova. Basti vedere l’attuale crisi industriale del nordest; crisi che non deriva certo dalle spese eccessive dello stato e, men che meno, dalle spese per lo stato sociale, casomai, dal tipo di economia esistente basato, essenzialmente, sull’artigianato e piccola industria.
Per quanto riguarda il sud, va ricordato alla Lega che dal dopoguerra è stato tenuto come una sorta di riserva di manodopera per il nord, questo implica che il mancato sviluppo è da imputare al nord stesso. Il nord, invece, pur avendo avuto a disposizione i soldi statali per il suo sviluppo (finanziamenti per lo sviluppo del territorio sottosviluppato di cui ha attinto ampiamente), non è riuscito a porsi come garante di un’economia italiana forte nei confronti dell’Europa. E questo a causa di un disimpegno sul territorio nazionale – si preferisce delocalizzare le attività produttive in luoghi (nazioni) a basso costo di manodopera e con meno restrizioni sul piano dei controlli e dell’ambiente – che vede le industrie del nord, e anche la dove comanda la Lega, preferire soluzioni liberiste a quelle sociali.

In questo contesto, parlare di stato del nord forte in grado di assorbire la crisi senza toccare il benessere dei cittadini è fuorviante – considerando anche che la stessa Germania, l’economia trainante per definizione in Europa, si trova a dover affrontare gli stessi problemi dell’Italia – perché la crisi ha radici nella globalizzazione del commercio e nella speculazione della finanza sui conti statali e non nel welfare che, casomai, ne sta pagando le conseguenze.

Il progetto leghista – che sin dagli inizi prevedeva la separazione del nord – pur essendo ormai trentennale, non ha però raggiunto il traguardo prefissato. Che il malcontento covi nel cuore della popolazione e che lo rivolga, per la maggior parte, contro il comportamento dei politici, è vero; non è però vero che si rifaccia al progetto della Lega che, al massimo, ha ottenuto alle elezioni intorno al 12% di voti che, anche se ottenuti solo al nord, sono comunque troppo pochi per pretendere d’essere il motore trainante di un cambiamento radicale.

Ed è proprio quel federalismo “impositivo” proposto dalla Lega ad essere in prima persona colpevole dello sfascio dell’Italia; federalismo che, oltre a non dare autonomia ai territori, li costringe entro limiti di manovra impossibili, come a giustificare una successiva centralizzazione dello stato per inadempienza delle amministrazioni locali.

Concludendo, la Lega, di fatto, sta operando proprio allo sfascio dello stato italiano non per uno stato padanio indipendente ma per il controllo leghista di tutto il territorio nazionale.

Fonte notizia: la repubblica.

FONTE :   http://discutendoinsieme.ilcannocchiale.it/

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Amy Winehouse non era overdose. Che diranno ora Carlucci, Giovanardi & Co?


Di Davide Leggio

Il caso Winehouse I risultati tossicologici: esclusi stupefacenti Amy non morì per droga L’ autopsia: solo tracce di alcol (Corriere.it)

Non c’é pace per Amy Winehouse. Come spesso accade, dopo la morte della cantante, è il cinismo speculativo a farla da padrone. Tanti gli ambiti e le sfaccettature dell’utilizzo – anzi un vero e proprio sfruttamento – della sua immagine, che spaziano dal piano economico a quello più aleatorio, proprio della politica e in generale della retorica.

Innanzitutto il solito accanimento mediatico, con le testate pronte a lanciarsi in giudizi infelici, più o meno strumentalizzati, o a speculare con deduzioni improbabili e fuorvianti sulle cause della morte della cantante, prestando il microfono a questo o quel lo spacciatore di fiducia e alimentando le polemiche attorno al personaggio.

Ovviamente è lo sfruttamento economico della sua immagine, con la famiglia che in vano tenta di controllarlo, a farla da padrone. Fra le miriadi di speculazioni che girano attorno a Amy, la faccenda più pesante si sta giocando intorno a un dominio internet, quello della “Amy Winehouse Foundation”, che un imprenditore londinese ha tempestivamente registrato a poche ore dalla morte.
 
Nonostante i famigliari stiano tentanto di ottenerne la chiusura, per il momento il padre della cantante, Mitch, è costretto a restituire i soldi donati alla neonata fondazione fintanto che le donazioni non vengano incanalate nella giusta direzione.
 
Altro esempio di cinismo macabro è stato il furto di alcuni effetti personali della Winehouse, tra cui testi di canzoni inedite, libri di poesie e lettere. I colpevoli sarebbero da rintraccciare fra quella ventina – inclusi famigliari, amici, guardie del copro e poliziotti – che, dal giorno della morte della cantante, hanno avuto accesso alla sua casa di Camden Town, a Londra.
 
Per non parlare poi dei vari siti che vendono tutta una serie di gadget, autorizzati o meno, non possono che scandalizzare al primo sguardo
 
Ma nel caso della Winehouse è la retorica di stampo sociale a farla da padrone. Sembra che tutti sentano il bisogno di parlarne o almeno di citarla per ergerla a simbolo, riuscendo così a congiungere in una sola volta i deandreani buoni consigli e il cattivo esempio.
 
Proprio come ha fatto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla lotta alle politiche antidroga, Carlo Giovanardi, per il quale: “una morte tragica di questo tipo non può che far riflettere i giovani e giovanissimi su come la droga tolga la cosa più importante che una persona può avere e cioè una vita pienamente vissuta, le soddisfazioni di avere una famiglia, di avere dei figli, insomma di godere della propria esistenza”.
 
Più o meno lo stesso il discorso fatto da Stefano Tersigni, Dirigente della Fiamma Tricolore Destra Sociale che torna sul sopracitatoo sfruttamento mediatico dell’immagine della cantante: “L’immagine della sua persona andrebbe invece screditata. Si è semplicemente suicidata con le droghe. I media facciano giusta informazione e, partendo da questi esempi, invitino i giovani a stare lontano dalla droga”.
 
Completamente sui generis invece il commento di Gabriella Carlucci, deputata Pdl, che dopo aver in passato denigrato personaggi politici del calibro di Palmiro Togliatti, Enrico Berlinguer, Alcide De Gasperi – ha di recente attaccato Ferrero utilizzando oltre al nome della Winehouse, anche un inquietante sillogismo: “Se durante il governo Prodi il centro-sinistra avesse realizzato il suo progetto, a firma dell’allora ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero di legalizzare le stanze del buco di Stato, oggi purtroppo avremmo avuto anche nel nostro Paese migliaia di casi tragici come quello di Amy Winehouse.
 
Insomma ogni scusa è buona per attaccare il partito antagonista. Se poi in mezzo alle accuse e agli sproloqui compare uno dei nomi più in voga al momento, non si corre che il rischio di amplificare la propria voce, una tecnica spesso vincente durante le campagne elettorali.
 
Più rapida e senz’altro più espilicita in questo senso Forza Nuova, che appena 48ore dopo la morte di Amy già utilizzava la sua immagine per farsi propaganda, lanciando uno slogan con tanto di foto della Winehouse a fare da sfondo: “Devi vivere. Se ti droghi, non ti AMY”. 
 
Anche i cugini di estrema destra d’oltralpe, i populisti conservatori della Svp Svizzera, hanno di recente sfruttato in modo molto simile il tragico destino della cantante inglese, pubblicando un manifesto praticamente identico ma con una foto ancora più choccante della cantante che la ritrae in un momento di particolare sofferenza.
 
Non poteva certo infine esimersi dalla questione la Chiesa, che nell’intento di sfruttare il personaggio per renderlo un modello negativo per eccellenza, prima che morisse, aveva gentilmente offerto l’affidamento di Amy ad alcuni esorcisti, con l’intento di “curarla dai demoni che albergavano nel suo corpo“.

FONTE : http://www.agoravox.it/Amy-Winehouse-non-era-overdose-Che.html?pagina=1