Cosa c’è di sbagliato, secondo Monti, nell’art.18 dello Statuto dei lavoratori.


Ormai da mesi si parla di riformare l’art. 18 come causa della rigidità del mercato del lavoro. A leggere l’articolo però non si capisce quali siano le parti invalidate da grave scorrettezza o palesemente sbagliate e dannose.

L’articolo dice in sostanza che non si può licenziare senza una giusta causa, lasciando ad altre leggi la definizione di “giusta causa”.

E’ proprio su questa limitazione che si appuntano le critiche di Confindustria, dell’ex governo Berlusconi, dell’attuale governo Monti e del futuro governo Casini-Fini-Veltroni-D’Alema-Passera-Rutelli.

Ecco cosa ne pensa lo stesso Monti.

Mario Monti e l'art.18

FONTE: http://fugadigas.blogspot.com/

3 risposte a “Cosa c’è di sbagliato, secondo Monti, nell’art.18 dello Statuto dei lavoratori.”

  1. ARTICOLO 18 E MOBILITÁ

    Gli anni ’60 sono stati quelli del boom economico italiano. Allora, ancora non esisteva lo Statuto dei lavoratori ma alcune conquiste (lavoro minorile, durata della giornata lavorativa, diritti di associazione sindacali e di sciopero, normative antinfortunistiche e assicurative, divieto di mediazione del lavoro) già limitavano l’imprenditoria italiana che non godeva certo della disinvoltura con cui gli attuali imprenditori cinesi o indiani gestiscono i propri lavoratori dipendenti sia sul piano dei loro diritti, sia su quello salariale.
    Tuttavia, grazie alla disponibilità di lavoro che si ebbe con l’introduzione delle macchine in agricoltura, gli imprenditori del triangolo industriale Milano Torino e Genova trasformarono l’Italia, da paese sostanzialmente rurale qual era, in un paese industriale e masse di contadini, soprattutto del sud, in masse operaie dell’industria e dell’edilizia.
    Queste ultime non erano tutelate come ora, ma gli stipendi erano buoni per cui prese il via un ciclo virtuoso di consumi e produzione che ben presto riempì le casse statali, rendendo possibile l’apparizione, assieme a quella dell’operaio, di una nuova figura di lavoratore, quella dell’impiegato di concetto, che fu prevalentemente assorbito nell’apparato burocratico statale, specie nel centro-sud dove, nonostante la produzione industriale italiana fosse rivolta quasi interamente al mercato nazionale, le mafie e la mancanza di tradizione e infrastrutture impedì il fiorire di una libera e diffusa imprenditoria industriale.
    Verso la fine del decennio, invece, la crescita economica complessiva favorì lo sviluppo della piccola e media impresa manifatturiera del Nord-Est ma anche dell’Emilia-Romagna, Marche e Toscana.
    Contemporaneamente i socialisti nei governi di centro-sinistra si fecero promotori di una serie di riforme, molte delle quali sacrosante, come le norme sulla tutela delle donne lavoratrici e ’istituzione della pensione sociale. Altre riforme, invece, oggi mostrano tutti i loro limiti, costituendo un’eredità scomoda e pesante (introduzione della pensione di anzianità, abolizione delle gabbie salariali e soprattutto il passaggio, nella previdenza obbligatoria, dalle pensioni “a capitalizzazione” a quelle “a ripartizione” e la conseguente introduzione integrale del calcolo retributivo per i dipendenti).
    Gli autunni caldi iniziati nel 1969 portarono poi nel maggio 1970 all’introduzione dello Statuto dei Lavoratori e con esso dell’art. 18 che disciplina l’obbligo di reintegrazione sul posto di lavoro su richiesta del lavoratore stesso, un’anomalia tipicamente italiana che, assieme alle baby pensioni inaugurate nel 1973 dal governo Rumor, non ha avuto uguali nei paesi occidentali.
    Le rivendicazioni dei lavoratori, l’occupazione delle fabbriche e le lotte sindacali con la crisi energetica del 1973, causata dalla riduzione nelle forniture di petrolio dei paesi produttori arabi, diedero il via in Italia a una vera e propria crisi economica.
    Il boom economico era finito e iniziò un ciclo vizioso che portò a cali di mercato, ripiegamenti produttivi, fallimenti delle aziende cui i lavoratori reagirono con richiesta di nuove tutele statali e un inasprimento delle lotte sociali marchiate dal terrorismo delle Brigate rosse.
    Negli anni ’70 il sistema industriale italiano aveva il controllo quasi completo del mercato interno e lo stesso si può dire per gli altri mercati europei. La competizione interna aveva portato all’affermazione di monopoli nei settori automobilistico, chimico e cantieristico (Fiat, Montedison, Fincantieri) e la globalizzazione dei mercati era un’ipotesi lontana. Tuttavia gli imprenditori più visionari già intravvedevano nell’ingerenza dei sindacati e nelle eccessive tutele dei lavoratori in materia di licenziamento delle pesanti limitazioni alla capacità produttiva (a tutto vantaggio di competitori stranieri) con effetti negativi sulle esportazioni.
    La decade degli ’80 fu, in effetti, caratterizzata dall’apertura dei mercati europei e dalla terziarizzazione dell’economia italiana, con lo sviluppo dei servizi bancari, assicurativi, commerciali, finanziari e della comunicazione.
    Gli italiani cominciano a disdegnare le Fiat a favore di WV Golf, Audi, Volvo e Peugeot e a consultare la pagina finanziaria dei quotidiani dove i fondi d’investimento facevano la loro apparizione. Nel 1987 la Repubblica lancia un gioco a premi: si chiama Portfolio, ed è in pratica una lotteria che si basa sulla Borsa. I lettori sono quindi invogliati a comprare il giornale tutti i giorni per controllare i valori delle azioni.
    Sono gli anni degli yuppies e dei paninari, l’economia sembra esser ripartita, le aziende italiane reggono il confronto con quelle europee e i nostri prodotti guadagnano quote nei mercati europei, ma sono anche gli anni in cui i cattivi semi lasciati sul terreno dell’economia italiana nei precedenti decenni (sistema previdenziale squilibrato, ipertrofia dell’apparato statale, mercato del lavoro ingessato) cominciano a produrre le loro tossine e come un fiume carsico sotterraneo, l’indebitamento pubblico inizia a erodere le basi economiche dell’Italia.
    Questo fiume esce allo scoperto all’inizio degli anni ’90 quando tangentopoli, che decreterà la fine della 1° Repubblica, mostra chiaramente quanto ad alimentarlo fosse stata anche la corruzione politica oltre che gli squilibri del sistema pensionistico al quale, in successione, cercheranno di porre rimedi le riforme dei governi Amato, Dini e Prodi.
    Questa decade vede la fine della guerra fredda, ma anche le sanguinose guerre etniche balcaniche che produrranno in Italia i primi fenomeni immigratori dall’Europa Orientale. Ha inizio, seppure blandamente, la globalizzazione dei mercati con l’apparizione in Europa del Giappone inizialmente, poi delle quattro tigri asiatiche (Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong) e in fine decade della Cina.
    A questo punto della storia, però, non è ancora chiaro a tutti che la pacchia è finita, sebbene molti piccoli e medi imprenditori già inizino a lamentarsi della concorrenza cinese. I sacrifici momentanei imposti da Prodi all’inizio del millennio per entrare nell’eurozona si riveleranno illusori e inutili poiché non accompagnati da profonde riforme che estirpino alla radice le cause dell’indebitamento pubblico, ossia una spesa pubblica che non ha eguali al mondo e che non si riesce ad arginare, accompagnata da una crescita economica irrisoria nell’ultima decade, segno di una sostanziale resa dell’imprenditoria italiana, sempre più molle e curva alle esigenze del sindacato e maciullata dalla concorrenza internazionale, soprattutto dei paesi emergenti come Cina e India dove non esistono diritti e tutele per i lavoratori e i cui salari sono irrisori.
    Il fallimento della politica, consumatasi nella diatriba anti e pro il berlusconismo, ha infine prodotto un’Italia paralizzata, in preda all’immobilismo delle corporazioni e dei sindacati, con la democrazia consegnata nelle mani del governo tecnico di Monti e un’imprenditoria priva di concorrenzialità.
    CGIL e FIOM, arroccatesi nelle posizioni guadagnate “sul campo” all’inizio degli anni ’70, non intendono cedere sull’art. 18, ma cosa prevede esso? Prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
    Tuttavia, il giustificato motivo può essere soggettivo oppure oggettivo, per cui nella giurisprudenza sul licenziamento si distingue il licenziamento disciplinare (per giusta causa o giustificato motivo soggettivo) da quello non disciplinare (per giustificato motivo oggettivo) che include ad esempio la soppressione del posto di lavoro, l’introduzione di nuovi macchinari che richiedono minori interventi umani e l’affidamento di servizi a imprese esterne.
    Ma nella prassi, raramente il giudice avvalora queste motivazioni per cui, in questi casi, al lavoratore è di solito concesso il diritto al reintegro.
    Di fatto, le esigenze delle imprese e del sistema Italia di essere competitivi e concorrenziali nei mercati internazionali non sono mai tenute in conto dal giudice del lavoro.
    Tuttavia, la situazione contingente impone una diversa visione del rapporto lavoratore-datore di lavoro. Se, infatti, negli anni ’70, in una situazione economica di mercati ancora molto chiusi e limitati, poteva avere un senso vedere nell’imprenditore il padrone che si arricchiva sfruttando il lavoratore, oggi non è più così, gli avversari sono altrove e c’è bisogno di disponibilità e collaborazione del lavoratore nei confronti dell’imprenditore che non deve essere visto come uno sfruttatore, ma come chi, grazie a inventiva e capacità personali, è in grado di mantenere e creare nuovi posti di lavoro, pur essendo motivato in un’economia liberale da logiche per lo più di profitto personale.
    La soluzione a quest’annosa questione dell’Art. 18 è di limitare il reintegro ai soli casi di licenziamento per discriminazione, garantendo alle imprese la possibilità di licenziare per motivi economici oggettivi, legati alla gestione d’impresa, seppur concedendo al lavoratore un indennizzo ben più consistente dell’attuale.
    E’ chiaro che questa riforma, aprendo il mercato in uscita, va accompagnata da una profonda revisione del sistema di ammortizzatori sociali e da un cambiamento di mentalità del lavoratore italiano che deve rinunciare all’idea del posto fisso inteso come posto di lavoro garantito fino all’età di pensionamento. E’ necessario invece che egli si renda più disponibile a una crescente mobilità, che non va intesa come precarietà ma come possibilità di cambiare più volte lavoro nel corso della sua vita lavorativa, considerando che anche in condizioni di stagnazione economica, statisticamente a ogni licenziamento corrisponde un’assunzione e che dunque, in condizioni di crescita, “chiusa una porta, se ne aprono delle altre”. Permane qualche dubbio sull’utilità di attuare tale riforma in una fase di recessione economica nella presunzione che ciò possa invertirne il trend.
    Ma nella mentalità degli italiani l’idea di posto fisso include anche il concetto di posto non trasferibile sul territorio, tanto che fino all’ultima manovra del governo dimissionario Berlusconi, il dipendente statale, aspirazione massima degli estimatori del posto fisso, poteva persino rifiutare un trasferimento.
    E’ perciò indispensabile facilitare questa mobilità accompagnandola anche con una forte apertura del mercato degli affitti immobiliari che renda disponibile ai lavoratori una vasta scelta di abitazioni a prezzi contenuti e in tutto il territorio nazionale. Questo potrebbe essere fatto agendo sull’IMU (ex ICI) e rendendo conveniente per i possessori di seconde case affittarle comunque piuttosto che tenerle chiuse.
    Bisogna considerare infatti che alla base del mito del posto fisso degli italiani vi è il sogno della casa di proprietà, il cui mutuo è concesso dalle banche solo ai lavoratori con posto fisso. La principale obiezione posta dai sostenitori del posto fisso verrebbe dunque a cadere se nel tempo risultasse più conveniente affittare una casa piuttosto che comprarsela con un mutuo.
    Rimane solo da chiedersi se, alla base di questo desiderio della casa propria degli italiani, ci sia solo l’intenzione d’investire nel mattone (anche per garantirsi un tesoretto nei momenti di crisi economica come ora) oppure una reale propensione al radicamento nei territori di origine, ovverosia una tendenza alla stabilità degli italiani più che alla mobilità, così tipica ad esempio negli USA, dove rasenta il nomadismo.
    E’ probabile che per molti giovani, single o accompagnati senza prole, la mobilità più che un problema, costituisca una sfida avvincente, mentre per altri, meno pronti al distacco dai famigliari e dai luoghi natii, rappresenti una fonte d’incertezze e paure. Certamente per i lavoratori padri di famiglia, il dover traslocare più volte da una città all’altra con l’intera famiglia rincorrendo il posto di lavoro può rappresentare una scomodità e uno stress seppur temporanei.
    Le alternative per i lavoratori sono, collettivamente, le imprese gestite indirettamente dagli operai (cooperative) e, singolarmente, il “salto del fosso”, ossia diventare lavoratori autonomi o imprenditori, se si ritiene di averne le capacità.
    In questo caso ci si può confezionare un lavoro come un abito su misura che ci permetta un reddito stando dove si vuole, come fanno la maggior parte degli imprenditori, degli dei autonomi e professionisti.
    Naturalmente a condizione che, in un’economia liberale ispirata ai principi della concorrenza e della lotta ai monopoli, le liberalizzazioni di corporazioni, professioni, trasporti, energia, banche, assicurazioni e media siano sostanziali, profonde e non di pura facciata e aprano realmente delle nuove opportunità di lavoro soprattutto per i giovani. Sia per una questione di equità, perché se si chiede ai dipendenti di rinunciare alle loro tutele e garanzie è giusto chiedere gli stessi sacrifici a quelle categorie di lavoratori le cui garanzie si basano sul numero chiuso (tassisti, benzinai, farmacisti e albi professionali) sia perché l’introduzione maggiore concorrenza nel sistema va a tutto vantaggio del consumatore.
    Non è comunque solo l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori a destare perplessità. Anche l’art. 4, dove si vieta “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”, appare anacronistico e discutibile.
    Diverse sentenze dei pretori del lavoro hanno orientato la giurisprudenza a includere tra queste apparecchiature anche i navigatori satellitari (posti nelle auto aziendali o in dotazione ai cellulari di lavoratori che hanno l’obbligo della reperibilità) e l’installazione di file log nella memoria dei computer aziendali che mostrano ora e data di tutte le operazioni in visualizzazione e aggiornamento compiute da un utente.
    Sembra quasi che il controllo a distanza del dipendente durante l’orario di lavoro sia considerato una intrusione nella sua vita privata e non alla stregua del controllo elettronico del cartellino in entrata e uscita dal lavoro.
    Anche qui non si tiene in nessun conto la meritocrazia, ossia le esigenze aziendali di misurare la produttività e la correttezza del lavoratore e si preferisce coprire i lavativi e gli imboscati se non i disonesti, comunque immunizzati così anche dal licenziamento disciplinare.
    La cosa fa specie se si pensa che quando questa norma dello Statuto dei lavoratori fu imposta in Italia dalle lotte sindacali, contemporaneamente il comunismo imperante nell’URSS esercitava i suoi controlli sui lavoratori, nelle fabbriche e negli uffici, attraverso il sistema della delazione incentivata.
    Ma in Italia, persino il senso civico deve cedere il passo a una malintesa solidarietà proletaria e il sindacato, che difende a prescindere il lavoratore utilizzando ogni inghippo burocratico per favorirlo, non è diverso dall’imprenditore che nelle pieghe della legislazione scova i modi per eludere le tasse. Assieme costituiscono una simmetria che va sempre a discapito dell’interesse generale del paese.
    Rimane poi da chiedersi se questo stimolo alla mobilità nel paese, nelle intenzioni di Monti abbia unicamente delle motivazioni socio-economiche o non vi sia anche l’idea recondita che la mobilità territoriale, contrastando la tendenza alla stabilità nei luoghi di origine e quindi le diversità territoriali e i campanilismi, possa favorire lo sviluppo di un paese più omogeneo dal punto di vista etnico-culturale, annacquando le differenze che esistono tra un siciliano e un lombardo piuttosto che tra un ligure e un veneto.
    Diciamo subito che questa sarebbe una pia speranza se non una mera illusione. E’ facilmente intuibile quali sarebbero le direzioni dei flussi migratori.
    Est-Ovest nei due sensi con differenze variabili lungo lo stivale, Nord-Sud con flusso prevalente verso Nord mano a mano che si scende lungo lo stivale.
    Questo porterà certamente a una maggiore varietà d’italiani a centro-nord, ma il centro-sud rimarrà sempre uguale a se stesso. Anche se qualche settentrionale potrà comprarsi una seconda casa a Taormina per passarci le ferie estive, è poco probabile che qualcuno di essi si trasferisca al sud, stanco delle brume e delle nebbie padane, per la semplice ragione che i posti di lavoro si trovano principalmente al nord.
    Gli stessi imprenditori del nord hanno poco interesse a delocalizzare le loro imprese al sud, anche se allettati da consistenti incentivi fiscali e procedure semplificate, oltre che dal clima gradevole, principalmente per mancanza di sicurezza e legalità.

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    • Con tutta la buona volontà secondo te qualcuno ha la pazienza di leggersi questo “papiello”? sintesi…. te lo dico senza polemica.

      Entrando nel merito “Gli stessi imprenditori del nord hanno poco interesse a delocalizzare le loro imprese al sud” io lavoro in un azienda milanese che da pochi mesi ha aperto una sede nuova vicino Bari.

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