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Ho vinto io


Suonarono come pietre quelle parole che dal pulpito della cattedrale di Palermo diceva quell’esile signora, fino a quel momento sconosciuta, davanti a tutta quella gente, riunita per i funerali di Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti della scorta Rocco Dicillo, Antonio Mortinaro e Vito Schifani, assassinati due giorni prima dalla mafia, facendo esplodere 500 kilogrammi di tritolo sull’autostrada che porta dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lei era Rosaria, la vedova di Vito Schifani. I funerali erano trasmessi in diretta televisiva e la chiesa traboccava di rabbia, tanta rabbia, che travolgeva, anche fisicamente i politici presenti, fra cui il neo eletto Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Già, i politici che per molti dei presenti erano i veri responsabili della morte di Giovanni Falcone, lasciato praticamente solo in prima linea nella lotta alla mafia.

Sono passati vent’anni da quella data e quella frase così semplice ma allo stesso tempo così complessa: “Vi perdono però dovete mettervi in ginocchio” seguita da un’altra frase che lasciava poche speranze “se avete il coraggio di cambiare, ma loro non cambiano” è stampata lì nella memoria di chi seguiva in diretta quelle immagini o era lì presente in quella cattedrale o nella piazza antistante. Questa sera sulla terza rete del servizio pubblico radiotelevisivo Rosaria Schifani si racconta e ci racconta questi venti anni nel documentario “Ho vinto io” la sua storia di dolore e di coraggio. La storia di una donna che ha lasciato Palermo, con un figlio che non ha mai conosciuto il padre, ora ventenne arruolato nella guardia di finanza, alla ricerca di una vita, che 500 kilogrammi di tritolo gli aveva strappato.

Oggi come ieri dice che non crede al pentimento dei mafiosi, ma stasera racconterà come, con grande fatica, ha saputo ricostruirsi una vita, mentre gli esecutori materiali e non di quella strage, restano avvolti in una spirale di morte, senza speranza.

Tornerebbe Rosaria a vivere qui? «Manco morta. A Palermo sento odore di mafia, l’arroganza del quartiere, della politica ridotta ad affare, del parcheggiatore abusivo, dei commercianti meravigliati quando chiedo lo scontrino. Da sola ci starei. Per sfidare quei maledetti che condizionano pure il respiro dei nostri parenti. Qui prevale il doppio. La costa sembra bella ed è brutta per le costruzioni che la assediano. Le case sembrano brutte, ma dentro sono belle. Per nascondere, per confondere, per scansare invidie. Prevale il contrasto. Guardo e mi rattristo. Qui non cambia niente».

Rosaria se ne andò da Palermo, adesso vive in Toscana, si è rifatta una vita con un militare della Guardia di Finanza “un uomo dello Stato, come lo era il mio Vito. Pensi che in una delle rare volte che sono tornata a Palermo, uno che mi ha riconosciuta mi ha bisbigliato: te lo sei portato appresso lo sbirro”.

Altri fingono di non riconoscerla, non si avvicinano, con una così è meglio non averci a che fare, mentre Manù le domanda “Mamma, perchè Palermo è così bella e così brutta?”.

Dal terrazzino della sua casa-vacanza il panorama è mozzafiato, ma si tratta di sepolcri imbiancati, poco è cambiato in vent’anni. Motorini truccati che sfrecciano con a bordo ragazzini senza casco, il mare cristallino che bagna polvere e rifiuti.

Rosaria pensa che si sia persa un’occasione irripetibile “Poteva cambiare tutto, invece lo Stato si è fermato. I giudici hanno incominciato a litigare fra di loro, caselli ani contro grassiani, pur con tutti i meriti che vanno dati loro”.

I suoi ricordi vanno a quando era ragazzina, sempre ottimista, anche se erano anni terribili per Palermo, erano gli anni del maxiprocesso “quando uscivo da scuola e sentivo le sirene delle macchine delle scorte, venivo pervasa da un senso di inquietudine, di tristezza. Cercavo risposte in una città cosparsa di lapidi di gente morta ammazzata. Amavo Palermo, ma mi terrorizzava”.

Poi, Vito, un uomo perbene, per lei un uomo speciale “Avevamo tanti sogni, il suo era quello di pilotare gli elicotteri della polizia”, sogni spazzati via da una furia bestiale, che ha distrutto le vite di chi le è sopravvissuto. “La settimana prima della strage avevo sognato delle croci bianche, ero turbata, percepivo il nervosismo di Vito. Vito aveva lavorato fino al venerdì sera all’ufficio scorte, ma il turno festivo era saltato perché il dottore Falcone sarebbe arrivato il sabato”.

Un ultimo saluto e Vito, insieme agli altri ragazzi, corre incontro alla morte “Per l’inizio di un calvario, mi ritrovo sola con mio figlio, a farmi e rifarmi mille domande, perché morire così? Perché era morto Giovanni Falcone?”.

Rosaria voleva delle risposte “Alla camera mortuaria c’erano tutte le istituzioni, la loro presenza era irritante. Il Capo della polizia  mi disse: vedrà, l’aiuteremo, lei lavora? Sul tavolo c’erano delle buste con dei soldi per i familiari delle vittime. Io rifiutai, mi sentii offesa, cme se con quelle buste volessero tapparci la bocca e pulirsi la coscienza. La busta venne presa dai parenti di Vito”.

Rosaria non ci sta, non si è mai arresa, quelle risposte non le ha avute, nessuna certezza di giustizia, di verità “Ecco da dove nasce la mia ribellione. I risarcimenti non possono comprare il mio urlare al mondo il senso di legalità.Tanti hanno continuato a ripetermi che è stata una disgrazia, ma ad uccidere Vito è stata una fatalità chiamata mafia”.

 

FONTI : http://www.tvblog.it/post/35975/ho-vinto-io-strage-capaci-rosaria-schifani-rai3

http://www.articolotre.com/2012/05/capaci-1992-2012-rosaria-schifani-racconta-la-sua-palermo/87350

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/05_Maggio/22/schifani_palermo_mafia_falcone_Cavallaro.shtml

Pubblicato in: CRONACA, donna, INGIUSTIZIE, opinioni, politica, sessismo, sociale, società, violenza

La società del cordoglio


Troppo cordoglio nell’aria. Abbiamo un presidente della Repubblica che esce dal coma praticamente solo per esprimere cordoglio e invocare coesione nazionale. Presto avremo un ministro per il cordoglio, uno che viene fuori da un corso per cordogliatori o cordoglianti, che piange il giusto, che usa parole come “oltremodo” “infausto” e “strazio”, che ha una posa popular/friendly perché bisogna pur far capire che i governanti sono empatici con le disgrazie di noi poveri umani di quaggiù.

Poi c’è il giornalista del cordoglio, quello che si straccia le vesti e batte il pugno al petto e soffre, senti come soffre?, c’ha la sofferenza che gli cordoglia inside e come cordoglia lui proprio nessuno, e va cercando elementi cordoglianti in ogni dove per mantenere desta l’attenzione e per provocare orgasmi collettivi a quella gente così commossa, così partecipe, così curiosa e affamata di dettagli morbosi. Sono zombies che si eccitano alla vista di tanta pornografia emotiva e non sanno esistere senza un pelo di pube dell’adolescente stuprata, una pagina del diario con i cuoricini della ragazzina ammazzata, un “Filomena, piccolo angelo” tatuato sulla fronte.

Vogliono carne, carne a brandelli, brandelli umani, e diteci se in rete se ne reperiscono dei morti terremotati (ché però pare non interessino a nessuno) e delle adolescenti frantumate, di quella uccisa che al pari di una qualunque altra adolescente dalla faccia bella e pulita diventa oggetto di mercificazione. A proposito: qualcun@ è andat@ a casa sua a sottrarre lo spazzolino da denti per rivenderlo su e-bay?

E non ho il coraggio di fermarmi ad assistere alle elucubrazioni di psichiatri e presentatori da quattro soldi che hanno fatto diventare ogni delitto una festa paesana, un momento di incontro in cui porti babbaluci e fuochi d’artificio e i palloncini per i picciriddi, ché tanto è come se fossimo tornati alle grandi feste per le impiccagioni, per i roghi alle streghe, e così siamo eccitati/e aspettando di nutrirci di particolari della defunta, con la tv che pensa agli ascolti per la cronaca in diretta dai funerali di Stato, ché quello per Melissa o il matrimonio di Lady Diana pari sono.

E’ tutto un gossippare cordogliando o un cordogliare gossippando. Ed è talmente americana questa cosa, americana della peggior specie, di quella cultura che ci ha colonizzato fino a farci diventare degli automi, che quasi ci si chiede se tutto ciò non alimenti il desiderio di mitomani di apparire in televisione, di far discutere di se’, per comunicare idee completamente folli, per vedere le fazioni, pro e contro, i simpatizzanti, perfino, quelli che si preparano a provare empatia con gli assassini.

I giornalisti, quelli di una volta, Pippo Fava, Peppino Impastato, per tirare fuori due nomi a caso, non esistono più. Oggi come oggi l’inchiesta consiste nel trovare le mutande sporche della ragazza assassinata, scavare nella vita privata di ciascuno per trovare tracce torbide, buttare fango su tutto e tutti, svendere sentimenti ed emozioni, quelle che fanno presa perché il resto si censura, e si codifica un nuovo tipo di essere umano, l’homo televisivus che parla come maria de filippi e si eccita per il plastico di bruno vespa.

Non so. Abbiamo provato a fare dei ragionamenti e ogni volta che ci proviamo, dal terremoto de L’Aquila alla faccenda di Brindisi ci dicono che il cordoglio e zitte e tacete, perdio, su, sospendete la critica e i pensieri perché si parla con il “cuore” e qui invece abbiamo l’impressione che si parli con il culo, senza offesa per nessuno, ma sembrano tante imperiture scorregge dell’umanità cordogliante che cordoglia e cordoglia e cordoglia e che esige che si cordogli a reti unificate perché anche per il dolore c’è un tempo e un luogo.

“Applausi” e tutti applaudono. “Cordoglio” e tutti cordogliano. Ci faranno anche la danza del cordoglio. Paparaparaparaparapà, e applausi, yeah, e cordoglio… e cordoglia bene, capito?

Scusate il tono dissacrante, ché qui si rispetta il dolore, quello vero e non quello da tastiera, il dolore delle persone ferite a morte, ma non si può che avere il desiderio di restituire due pensieri con quei due neuroni che ci sono rimasti. Cordogliando, of course!

FONTE :http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2012/05/21/la-societa-del-cordoglio/

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Il terremoto dimostra di essere scemi


Di  Samanta Di Persio  

Voglio cominciare da una testimonianza del libro “Ju tarramutu” dell’architetto Perrotti, raccolta dopo il terremoto del 6 aprile 2009 che ha colpito L’Aquila, da esperto sottolineava: “L’allarme e la preoccupazione scoppiano dove e quando avviene il terremoto, che dimostra che sei stato uno scemo perchè non hai pensato alla statica dell’edificio e alla migliore esecuzione. Spesso sono stati fatti restauri e ristrutturazioni in base all’estetica formale e non alla tenuta statica.”  Purtroppo a distanza di soli tre anni in Emilia Romagnavediamo la stessa identica scena, con la fortuna che i comuni colpiti sono minori, non ci sono oltre centomila sfollati e soprattuttole vittime non sono 309.

Lascia attoniti la morte degli operai, lascia perplessi il capannone sbriciolato al suolo con accanto un capannone sano. Gli aquilani se lo sono chiesto e se lo continuano a chiedere perché case perfettamente uguali, separate soltanto da una strada, una è crollata provocando morti e l’altra è rimasta intatta.

Disturba quel giornalismo molesto con domande che hanno fatto già discutere tre anni fa, quel bussare al finestrino e chiedere banalità quando ci si aspetterebbero inchieste del tipo chi ha costruito? come ha costruito? chi ha restaurato? e come ha restaurato? Chiedere a chi amministra se il patrimonio edilizio esistente è stato adeguato come previsto dalla normativa nazionale in materia sismica che dal 2000 pone il problema della revisione del vincolo sismico e della sua classificazione.

Fa rabbia sentire le dichiarazioni di esperti come Enzo Boschi ex presidente dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia: “Secondo le nostre conoscenze nella pianura padana quella registrata è la scossa di intensità più forte pensabile per quelle zone” Conoscenze che si sono già dimostrate non affidabili perché Boschi era presente quel 31 marzo come tecnico della Commissione Grandi Rischi che si riunì a L’Aquila dopo uno sciame sismico che si protraeva da mesi, con scosse che crescevano di numero ed intensità. Tutti firmarono il verbale dove si legge che il presidente della Commissione Franco Barberi dichiarò: “Non c’è nessuno strumento che possa avvisarci che ci sarà un terremoto. Non vale la pena che la Commissione grandi rischi discuta di questo […]” mentre De Bernardinis (vice di Bertolaso) dichiarava: “La comunità scientifica conferma che non c’è pericolo, perché c’è uno scarico continuo di energia, la situazione è favorevole. Questa situazione deve insegnare due cose: convivere con i territori fatti in questo modo, cioè a rischio sismico, mantenere uno stato di attenzione senza avere ansia

L’ingegnere Rui Pinho sostiene che Stati Uniti, Giappone, Nuova Zelanda sono Paesi a elevata pericolosità sismica, come Italia, Grecia e Turchia, nel senso che ci sono frequentemente terremoti di intensità elevata. Però questi primi tre Paesi non hanno un rischio elevato, proprio perché le loro strutture sono ben progettate e costruite, contrariamente a quanto succede negli ultimi tre.

Il 17 ottobre 1989 a San Francisco un tragico e devastante terremoto distrugge la città. Dopo quell’evento gli Stati Uniti si sono guardati attorno e hanno pensato che il Giappone poteva insegnare loro qualcosa. Lo Stato nipponico ha redatto a livello governativo sei punti focali per la prevenzione/organizzazione contro i terremoti:

  • Informativa di prevenzione su larga scala (volantini, manuali, documentazione)
  • Strutture preorganizzative e visibili di cartellonistica di percorsi di emergenza
  • Pianificazione dettagliatissima delle evacuazioni post sisma
  • Strutture globali (abitazioni, tubature cavi elettrici) antisismici
  • Kit di sopravvivenza in uffici e case
  • Esercitazioni cicliche antisisma

Questo manuale eccelle nella semplicità e completezza ed è stato copiato in Canada, Usa e Paesi Scandinavi come esempio di eccellenza organizzativa. Dopo L’Aquila, in Italia di questo manuale non si è mai discusso! La Protezione Civile continua ad intervenire a catastrofe avvenuta ed il Governo dei tecnici decide che lo Stato non si accolla più le spese dei disastri delle calamità naturali, potrebbe essere anche giusto, ma in un Paese dove esiste la responsabilità civile della politica, in un Paese dove i reati non prescrivono.

FONTE :  http://sdp80.wordpress.com/2012/05/21/il-terremoto-dimostra-di-essere-scemi/

Pubblicato in: elezioni amministrative, opinioni, politica

Fai qualcosa per il tuo paese e poi potrai urlare “Vergogna”


About Raretracce

Raretracce … come cantava Rino Gaetano è un misto di incertezze, di fatti, cose e persone che ci sono state, che hanno fatto qualcosa. Persone che, nel loro piccolo, con le loro azioni, hanno cambiato il mondo.

Dopo la rabbia e lo sconcerto per i fatti di Brindisi, un mio personale sfogo contro il disinteresse, il populismo e l’antipolitica.

Io mi sono rotto le palle degli eroi da tastiera, dei beniamini di alcuni giornali online che  chiamano questo fantomatico coro di persone qualunque “il popolo  della rete”. Io mi sono stancato di quegli eterni scontenti che non fanno altro che lamentarsi sui social network scrivendo che “è tutto uno schifo”, che “i politici devono andare a casa”, non pensando al fatto che se sono là da trent’anni qualcuno li avrà pure votati.

Io mi sono rotto dei complottisti, degli investigatori da pc che, due ore dopo l’attentato della scuola di Brindisi erano già pronti a spiegarci come dietro a quelle bombe ci fosse la massoneria, i servizi deviati, la polizia corrotta. Se un giornale noto e diffuso poi,com’è il Fatto Quotidiano, a poche ore dalla tragedia pubblica un articolo delirante, allora la mia incazzatura sale ancora di più.
Io mi sono rotto dei contestatori del nulla. Fischiare tutti, fischiare chiunque sia “un politico” anche un sindaco neo eletto che nella sua vita non aveva mai fatto politica ma che nella situazione tragica di questi giorni se l’è cavata alla grande dimostrando fermezza e coraggio e che, appena eletto, come primo gesto aveva fatto salire sul palco il presidente antiracket di Mesagne, vittima di un attentato della SCU.
E poi, i fischi a un ministro, quello dell’istruzione, che non ha nessuna colpa o comunque nessun collegamento con l’accaduto di ieri. Profumo per più sta operando molto bene e recentemente, proprio a Brindisi, aveva premiato una scuola per il grande sviluppo tecnologico nei metodi di insegnamento.
Io sono incazzato, sono incazzato con la gente che critica ( giusto ), contesta ( giustissimo ) ma poi non fa altro. Ci si lamenta dei politici, di quelli locali e nazionali. Perfetto , allora non votare il partito X (ma vota).
E soprattutto, non cedere poi al voto d’amicizia o, ancor peggio, a quello clientelare. Perché se, come ho visto per le ultime amministrative nella mia città, passi quattro anni a dire che “Quelli fanno tutti schifo” e poi voti Tizio perché è tuo cugino, o magari perché quel consigliere ti raccomanda per un impiego, bé allora non ti lamentare, tieniti la tua malapolitica, perché è proprio di questo che tira a campare.
Ieri, da Brindisino, la mia rabbia era indescrivibile. Oggi, a freddo, nella consapevolezza di una tragedia grandissima, la mia rabbia è anche per noi. Per la c.d. società civile che sa solo contestare, che non si informa, non si aggiorna, non segue le dinamiche di un territorio e, da un giorno all’altro, si risveglia e scarica la colpa su tutto e tutti senza distinzioni. Sui “politici papponi”, sui “partiti inutili”, sui “ministri che si devono vergonare”.  Sfogando la propria pigrizia sociale, ed intellettuale, su chiunque gli capiti di fronte ma non capendo che, se davvero si vuole pressare la politica, rendersi utili e cambiare questo paese, allora è da se stessi che bisogna partire.
Iniziando dalle piccole/grandi cose,  pagando le tasse (allora saranno più basse), manifestando la propria indignazione nelle piazze( e non restando su Fb a dire “che vergogna”), attivandosi in prima persona nel sociale, nel volontariato, nell’ambientalismo, nella militanza politica o nell’associazionismo.
Ecco forse dopo aver fatto tutto ciò, se non ascoltati , potremmo gridare la nostra rabbia verso chiunque, altrimenti , pensiamo prima a quanto facciamo noi per cambiare  questa società.P.s. Ovviamente il dolore di chi ha vissuto la tragedia e sfogato la propria rabbia verso tutto e tutti non è in discussione. Lo è quello di chi approfitta di tutto ciò per un solo giorno all’anno per poi tornare a vivere nella propria quotidianità.

fonte : http://raretracce.wordpress.com/2012/05/20/fai-qualcosa-per-il-tuo-paese-e-poi-potrai-urlare-vergogna/

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Quel pasticciaccio brutto di Sant’Apollinare


Di Pino Scaccia

Finalmente sta uscendo fuori una storia che circola da molti anni, ma che mai nessuno ha avuto la forza di diffondere e che un giudice, Adele Rando,  ha inseguito per anni. Il coraggio della verità arriva da padre Gabriele Amorth, capo degli esorcisti e stimatissimo dal Papa, che ha rivelato un movente a sfondo sessuale dietro la scomparsa di Emanuela Orlandi (e Mirella Gregori). Una storia supportata anche dall’archivista vaticano monsignor Simeone. Si parla dell’organizzazione di festini e di un gendarme della Santa Sede come reclutatore di ragazze. La trappola sarebbe scattata nella sacrestia di Sant’Apollinare grazie ai rapporti stretti fra il rettore e la malavita romana, tanto che – si dice – suor Dolores della scuola di flauto sconsigliava alle ragazze di recarsi in quel posto. Ci sono evidentemente riscontri se don Pietro Vergari, l’allora rettore che poi favorì la sepoltura del boss De Pedis, è stato adesso indagato per sequestro di persona. L’ipotesi è stata comunicata al fratello di Emanuela che l’ha considerata credibilissima poichè non ha mai creduto a un rapimento. Tutto coincide. Molti anni fa raccontai un particolare importante che s’inquadra perfettamente con la versione attuale. “Quaranta giorni prima di Emanuela, il 7 maggio, era scomparsa un’altra ragazza, una sua amica e coetanea, Mirella Gregori. E i magistrati che indagano sul grande giallo sono convinti naturalmente che le due scomparse siano legate. Ci sono le prove, del resto, di una correlazione. Il Papa nell’Angelus del 3 luglio fa appello ai rapitori per la liberazione delle due ragazze. Ma c’è di più. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in una parrocchia del Nomentano, il 15 dicembre del 1985, riconobbe in un uomo della scorta pontificia la persona che andava a prendere regolarmente la figlia a casa (pensava che fosse il fidanzato). Forse lo stesso, sulla quarantina, visto al bar con Emanuela poco prima della scomparsa”. Probabilmente proprio il reclutatore (che sarebbe gà stato identificato). Il servizio andò in onda al Tg1. Successe il finimondo e non se ne parlò più. Quello che non dissi allora è che c’erano ottimi elementi per pensare che le ragazze fossero rimaste vittime – durante i festini (sembra con alti prelati) – magari di eccesso di droghe. Quindi morte subito e subito seppellite, proprio come sostiene padre Amorth. Adesso che le indagini sono entrate (era ora) dentro Sant’Apollinare si cercano i resti sia di Emanuela che di Mirella. Confermando la confidenza di un vecchio vaticanista. 

FONTE : http://pinoscaccia.wordpress.com/2012/05/22/quel-pasticciaccio-brutto-di-santapollinare/