Pubblicato in: ambiente, CRONACA, politica

Terremoti, quella parola prevenzione che fa tremare la politica


Terremoto Emilia, parlano i geologi: “Basta morti con terremoti di 6 gradi”
Il presidente del Consiglio nazionale geologi, Gian Vito Graziano, commenta così il sisma in Emilia“Da noi un terremoto di 6 gradi provoca danni e morti. Non è più possibile. Serve prevenzione. Questa è la strada”.
“Ora però – ha proseguito – è il momento del fare. Sul posto a sostegno, fin dal primo sisma, ci sono nostre squadre. Ma sono due le cose da mettere in atto: la prima è intervenire sugli edifici contro il rischio sismico, la seconda è monitorare i terreni e vedere come questi reagiscono all’onda sismica”. “Ribadiamo che non è possibile geologicamente prevenire i terremoti, e in tal senso bisogna disinnescare una volta per per sempre questa polemica. Sui terremoti la strada maestra è la prevenzione sulle strutture”, ha detto Graziano.“

All’indomani del terremoto in Emilia Romagna, torniamo a recitare la favola di Pinocchio. Il saggio Grillo Parlante, il Consiglio Nazionale dei Geologi, viene nuovamente ospitato da giornali e tv e riconquista l’attenzione dei politici, ma verrà schiacciato, come al solito, dall’ultima scossa di assestamento. Quel colpetto che raddrizza tutto, territorio e coscienze, e che in Italia mette a tacere rischi e pericoli il tempo che basta a rimandare investimenti di vitale importanza.

Il refrain lo conosciamo tutti e lo ricordiamo anche oggi che è doveroso farlo: tre milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico in Italia. I terremoti che scuotono la penisola sono circa duemila ogni anno ma non bastano a dare una scossa al costruito…male. Sei milioni gli edifici che si trovano in aree a rischio e le mappe sismiche sono troppo vecchie, andrebbero aggiornate. Il presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, Gian Vito Graziano, spiega che per mettere in sicurezza un patrimonio simile occorrono anni e… tanta pazienza. Ma anche rassegnazione: rassegnarsi ad un’opera giusta che non porta voti.

Cosa che evidentemente la politica non ha intenzione di fare, nemmeno ora che, tecnicamente parlando, dei voti non gliene può fregare di meno. Alla sola parola prevenzione tremano, quasi fosse impensabile stanziare fondi per la messa in sicurezza dei cittadini. Perché se si sta ancora a discutere sulla previsione, più o meno possibile, dei terremoti, di sicuro c’è già l’utilità degli interventi di prevenzione sugli edifici esistenti.

Il Consiglio Nazionale dei Geologi chiede al Premier Monti l’istituzione di un Fascicolo del Fabbricato, un libretto sanitario che accompagni gli edifici, valutandone le condizioni statiche e sismiche. Ma, per sua stessa amara constatazione, sa che sono parole al vento. Lo dimostrano gli appelli, ancora inascoltati, alla prevenzione che hanno seguito le alluvioni in Liguria. A distanza di sei mesi nulla è cambiato, malgrado le promesse compassionevoli della nostra fatina nel post disastro.

Come spiega Giuliano Antonielli, geologo ligure e Consigliere nazionale dei geologi:

Il territorio è fragile e non è più in grado di sostenere eventi atmosferici di una certa portata. Il problema è che bisogna cambiare completamente l’approccio con il territorio. Una corretta gestione del territorio è una questione principalmente culturale. Non è possibile che una Regione come la Liguria non possegga un vero Servizio Geologico.

Per Antonelli gli interventi di recupero del territorio e difesa del suolo rappresenterebbero un volano per l’economia, lo ricordavamo anche qui. Concetto ribadito anche all’epoca dell’alluvione di Genova. D’altra parte, lo Stato non solo non si fa carico della prevenzione, ma rinuncia anche a quegli interventi deux ex machina post calamità. Lo ricorda lo stesso Graziano, spiegando che il decreto legge che riforma la Protezione Civile prevede invece l’intervento delle Regioni che possono aumentare il prezzo della benzina di 5 centesimi per compensare le spese straordinarie sostenute o stipulare delle assicurazioni, come avviene negli Stati Uniti.

La Federconsumatori esprime a riguardo tutta la sua indignazione:

Siamo allibiti di fronte alla vergognosa ipotesi di mancato risarcimento dello Stato in caso di calamità naturali. La norma contenuta nella riforma della Protezione civile, insieme alla famigerata tassa sulla disgrazia, non è ancora operativa in quanto manca il regolamento che dovrebbe essere emanato dal governo di concerto con il ministero dell’Economia e dello Sviluppo economico, la conferenza Stato-Regioni e l’Isvap.

Intanto il Consiglio Nazionale dei Geologi ha spiegato che la terra potrebbe tremare per settimane, a causa dell’attività dell’Appennino sotto la Pianura Padana. Non si escludono nuove scosse, anche di magnitudo elevata. L’unico modo per difendersi da danni ancora maggiori è studiare la risposta sismica dei terreni, impedendo di costruire nelle aree in cui l’intensità sismica risulta amplificata e mettendo in sicurezza gli edifici esistenti.

La scossa di ieri ha distrutto decine di edifici storici. Ci sono danni per milioni di euro e reperire risorse per la ricostruzione del patrimonio storico-culturale è impresa ardua oggi. D’altra parte, come insegna il nuovo Umanesimo di Tremonti, la storia e la cultura non si mangiano, facciamo pure a brandelli la nostra identità e ripartiamo dagli ecomostri, dimenticando le terzine infernali che non fanno crescere il Pil.

Ad ogni modo, ieri ci sono stati danni per milioni di euro (250, secondo le stime) anche nelle campagne, negli allevamenti, sono andate perse 200 mila forme di Parmiggiano Reggiano (anche con quelle non si mangia?) e sono crollati, provocando dei morti, persino capannoni industriali costruiti appena dieci anni fa. In alcuni fabbricati mancavano persino le travi centrali. E questo la dice lunga su un Paese che rinuncia a ricostruire il passato e non stanzia risorse per mettere in sicurezza il futuro. Il presente è una calamità statica ed insostenibile. E manca la fatina dei denti a restituirci il sorriso.

FONTE : http://www.ecoblog.it/post/15795/terremoto-emilia-romagna-prevenzione-rischio-sismico-italia-geoologi

http://www.modenatoday.it/cronaca/terremoto-emilia-29-maggio-2012-geologi.html
http://www.facebook.com/pages/ModenaToday/125552344190121

Pubblicato in: CRONACA

TERREMOTO EMILIA ROMAGNA:UN DOCUMENTO DEL 1993 ANTICIPA I FATTI DI OGGI.


Ecco il documento: http://speciali.espresso.repubblica.it/pdf/Ferrara_e_i_terremoti.pdf

L’associazione dei geologi della provincia di Ferrara in un convegno datato 12 febbraio 1993 parlarono, tra le altre cose, dei terremoti che nel ‘500 colpirono il ferrarese, le cui cronache sembrano terribilmente simili a quelle di oggi. Potrete leggere anche una minuziosa analisi delle strutture del sottosuolo ferrarese e le considerazioni-indicazioni degli esperti.

Insomma, nulla di nuovo sotto il sole, gli studi ci sono, le cose si sanno ma anche oggi si continua a costruire anche laddove le strutture del sottosuolo lo sconsiglierebbero. E non è certo un caso che il precedente governo voleva costruire una centrale nucleare ad Ostiglia, ovvero a 30 km dall’epicentro del terremoto, un referendum ci ha salvato…

 

Pubblicato in: cultura, DOSSIER, libertà, opinioni, PACIFISMO, politica

No alla parata, l’altro 2 giugno


Al posto di militari e mezzi vorrebbero veder sfilare lavoratori e famiglie. Numerose associazioni, molte delle quali di ispirazione cristiana, contestano la parata. Ecco cosa chiedono.

Il prossimo 2 giugno, invece di carri armati e missili, vorrebbero veder sfilare lavoratori e famiglie. Numerose associazioni, molte delle quali di ispirazione cristiana, contestano la parata militare organizzata a Roma lungo i Fori Imperiali in occasione della Festa della Repubblica.

Tanti faticano a riconoscersi in quella che considerano un’inutile esibizione di macchine da guerra. Inutile e dispendiosa, visto che la parata dovrebbe costare circa 4 milioni di euro: spesa assurda secondo le associazioni, che sostituirebbero volentieri il carosello delle Forze armate con una riflessione sull’Italia “reale” e sui valori di pace e nonviolenza inscritti nel Dna della nostra Repubblica. Tanto più in un momento difficile, con la crisi che non risparmia nessuno e milioni di persone costrette a lottare per non andare a fondo. Per chi ha conosciuto da vicino il potere distruttivo delle armi, l’idea di una parata militare è quanto mai  inaccettabile.

 Don Renato Sacco (Pax Christi) è stato molte volte in Irak, anche durante la guerra. «Possibile che il solo modo per celebrare la nostra Repubblica sia l’esibizione muscolare della violenza? – si domanda – Possibile che le eccellenze del nostro Paese si riducano a una carrellata di strumenti di morte? Me lo chiedeva nel 2003 una catechista di Mosul, ricordandomi anche le tante armi vendute dall’Italia al regime di Saddam Hussein: “Ma voi sapete ragionare solo con le armi?”». Don Renato, sacerdote della diocesi di Novara, abita non lontano dalla base militare di Cameri, dove verranno assemblati gli ormai noti (perché discussi) cacciabombardieri F-35. «Parliamo di velivoli di attacco e non di difesa, concepiti per trasportare anche testate nucleari. Come possiamo ritenerci ‘soddisfatti’ se il Governo ne acquisterà ‘solo’ 90 anziché 131?».

E’ in scelte politiche come questa che secondo don Renato Sacco si scorgono i segnali di «una pericolosa e persistente cultura della guerra, spesso nascosta dietro la retorica della difesa dei valori della nostra civiltà.Ma proprio perché nei momenti di crisi la retorica si fa strada più facilmente e rischia di degenerare, ora più che mai non bisogna abbassare la guardia». «Una festa – spiega ancora il sacerdote – dovrebbe essere un momento di convivialità e di incontro. Quando invece prevale la violenza si parla di “festa degenerata”. Sappiamo bene che le armi sono di per sé distruttive. Infatti, come ci ricorda il magistero della Chiesa, in particolare nel documento “La Santa Sede e il Disarmo” del 1976 “gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame” . Se ragioniamo con questa logica, dunque, una sfilata di armi non è altro che una festa degenerata».

Ben diversa la variegata e coloratissima “parata” che don Renato avrebbe in mente: «Mi piacerebbe veder sfilare i credenti accanto ai non credenti, i lavoratori ma anche i tanti disoccupati, i precari, gli studenti, gli artisti, gli sportivi, le persone disabili, i missionari, le casalinghe, i pensionati. Insomma, tutti quelli che rappresentano il vero motore del Paese. E soprattutto vorrei veder sfilare tanti giovani».

E’ questa una riflessione che si incontra anche nelle parole didon Tonio Dell’Olio, responsabile Settore Internazione di Libera, rete di associazioni impegnate contro le mafie: «Prima ancora che per questioni economiche critichiamo la parata per tutto quello che rappresenta. Oltretutto le forze armate, non dimentichiamolo, hanno già una loro festa, che si celebra ogni anno il 4 novembre». Secondo don Tonio, per festeggiare davvero il 2 giugno bisognerebbe cambiare rotta: «aprire gli occhi sulle reali priorità del Paese, soprattutto sulle fasce deboli, che in questo momento stanno pagando il prezzo più alto della crisi, come dimostrano le file interminabili di chi si affolla davanti a mense per i poveri, sportelli d’ascolto e servizi sociali».

Ma a don Tonio, sacerdote impegnato nella lotta contro le mafie, c’è un aspetto che sta particolarmente a cuore: «Purtroppo vediamo aumentare il numero dei giovani che si inseriscono nei vari clan malavitosi. E troppe volte ci illudiamo che la criminalità organizzata si combatta solo con gli strumenti repressivi, dimenticando che la prevenzione si fa innanzi tutto con politiche sociali adeguate e con l’azione culturale». Anche per questo, conclude il sacerdote, «mi piacerebbe che nella sfilata del 2 giugno ci fosse uno spazio per i parenti delle vittime di mafia». Le associazioni coinvolte nella protesta esortano i cittadini a segnalare sul sito del Governo la parata del 2 giugno come spreco. Invitano anche gli interessati a scrivere una lettera di dissenso indirizzata al presidente Napolitano. In particolare il movimento Pax Christi ha preparato una sorta di “lettera aperta comune”, che ciascuno può “personalizzare” in base alle proprie sensibilità.

Un appello al Capo dello Stato arriva anche dal Cipsi (Coordinamento Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale). «Stiamo soffrendo le convulsioni di una crisi senza precedenti –sottolinea Guido Barbera, presidente Cipsi – con una disoccupazione crescente che colpisce soprattutto i giovani e le donne. Aumentano i numeri della cassa integrazione che spesso diventa la via per arrivare alla mobilità e, quindi, al licenziamento. Assistiamo quasi quotidianamente ad una inquietante catena di suicidi da parte di piccoli imprenditori che non riescono più ad andare avanti. Il potere d’acquisto dei salari continua a diminuire e non si riesce a trovare risposta al dramma di almeno 350.000 esodati senza lavoro e senza diritto alla pensione. Non si può pensare di festeggiare la nostra Repubblica ignorando queste situazioni».

«La politica è latitante, rappresentata da partiti che arrancano, incapaci di dare qualsiasi segnale di riforma e di cambiamento  – fa eco Eugenio Melandri, storica voce impegnata per il disarmo, direttore della rivista “Solidarietà Internazionale” –  Le cosiddette riforme continuano a essere solo annunciate, mentre le poche che si fanno vengono sistematicamente corrette per rispondere alle lobby più potenti e più forti. E i cittadini più anonimi restano inascoltati». Ecco perché, secondo il Cipsi, la parata militare del 2 giugno rappresenta «un vero e proprio vulnus al buon senso di qualsiasi persona o famiglia che trovandosi in difficoltà comincia a tagliare le spese meno necessarie».

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica sorta sulle ceneri del fascismo e del secondo conflitto mondiale e, con essa, la Costituzione che «ripudia la guerra». La parata militare di via dei Fori Imperiali rappresenta invece il «ripudio della Costituzione». Per questo chiediamo al presidente della Repubblica di abolirla. È la proposta lanciata al termine del convegno “La pace, realismo di un’utopia. Ernesto Balducci e David Maria Turoldo vent’anni dopo (1992-2012)”, organizzato a Bolzano e Pietralba dal Centro pace del Comune altoatesino, dal 20 al 22 aprile scorsi (v. il prossimo numero di Adista Segni Nuovi, n. 19/12).

La lettera è già stata inviata a Giorgio Napolitano. Ma ora i promotori (fra gli altri Pax Christi, Movimento nonviolento, Tavola della pace, Cipax, Fondazione Ernesto Balducci e le riviste Mosaico di paceServitium e Testimonianze) invitano i cittadini, singoli o associati, a fare altrettanto.

«Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra e alle spese militari che la guerra rendono possibile», hanno scritto al presidente della Repubblica. «Vogliamo essere cittadini obbedienti alla Costituzione italiana, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale, e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa», come dice l’articolo 11 della Carta che, all’articolo 1, «ci indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro». E fra questi due articoli ce ne sono altri, fondamentali, sui valori fondanti della Repubblica: la giustizia, la libertà, la salute, l’educazione. «Questo significa che i lavoratori devono costruire le condizioni per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro Paese, e che la guerra (e la sua preparazione con la fabbricazione di armi terribili) è l’unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto sociale e civile. Per tutto questo – prosegue la lettera – non comprendiamo perché la Festa della Repubblica venga celebrata con le parate militari, la sfilata delle armi, la mostra degli ordigni bellici. È una contraddizione divenuta ormai insopportabile. Questo è il ripudio della Costituzione, non della guerra. È il rovesciamento della verità».

Il 2 giugno, a sfilare, dovrebbero essere «le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del Servizio civile», ovvero «le forze vive della Repubblica», anche perché «i militari hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l’inutile strage” della prima guerra mondiale», come disse papa Benedetto XV. Quindi chiediamo a Napolitano «di abolire la parata militare, anche per rispettare la necessità di risparmio economico (l’anno scorso costò quasi 10 milioni di euro): inviti i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza».

Un analogo appello viene rivolto al capo dello Stato anche dalla Campagna Sbilanciamoci: «Insistere nel voler festeggiare la Festa della Repubblica con una costosa ed anacronistica parata militare nel pieno di una delle crisi economiche più gravi che sta attraversando il nostro Paese è una scelta profondamente sbagliata: uno schiaffo a chi perde il posto di lavoro e non arriva alla terza settimana del mese», dicono Giulio Marcon e Massimo Paolicelli, fra i principali animatori di “Sbilanciamoci!”. «Invitiamo il capo dello Stato, come capo supremo delle Forze armate, ad un ripensamento e ad annullare la parata destinando i soldi risparmiati al Servizio civile nazionale che proprio per mancanza di fondi rischia di morire». «Si parla tanto di risparmi, ma non per una parata inutile, costosa e retorica» aggiungono. La Repubblica «si può festeggiare in un modo più sobrio e senza esibizioni di carri armati e mezzi d’assalto».

In tempi di crisi, la parata militare del 2 giugno ai Fori imperiali costa decisamente troppo. Per questo motivo dal movimento pacifista si levano voci, trovando una sponda inattesa anche nel Pdm (Partito Diritti dei Militari), che chiedono di abolire la manifestazione per destinare ad altri scopi le risorse investite.

“Nel 2010, secondo i dati forniti dall’ex ministro della Difesa La Russa – fa notare Luca Marco Comellini del Pdm – hanno sfilato 5.600 militari, 442 civili, 260 mezzi, per una spesa di circa 3,4 milioni di euro. Di Paola ha annunciato l’intenzione di tagliare dal bilancio della Difesa 32.000 militari e 10.000 civili – prosegue Comellini – cominci a eliminare sprechi di risorse come la parata del 2 giugno e usi quei soldi per le forze armate. La parata – ricorda il segretario del Pdm – fu reintrodotta da Ciampi dopo che era stata cancellata nel 19 92, in un periodo di crisi economica grave come quella attuale. Non c’e’ niente da festeggiare: altro che mostrare carri armati in sfilata”, conclude.

Senza contare che la cifra dichiarata da La Russa “e’ senza dubbio al ribasso”, rincara Massimo Paolicelli della Rete italiana per il disarmo: “I costi complessivi sono difficili da individuare. Basti pensare alle spese accessorie – osserva Paolicelli – come quelle che dovra’ sostenere il Comune di Roma per pagare, ad esempio, gli straordinari dei vigili urbani per gestire il centro paralizzato. Solo le impalcature in via dei Fori Imperiali, l’anno scorso sarebbero costate circa 700.000 euro’

“Sarebbe meglio abolire del tutto la dimensione militare dalla festa del 2 giugno”, osserva Flavio Lotti, della Tavola per la pace. “E’ la festa della Repubblica e deve essere celebrata attraverso i cittadini, anche perche’ le forze armate hanno una loro festa il 4 novembre”, ricorda Lotti. “Per questo, con lo slogan ‘lavoro non bombe’ parteciperemo alla manifestazione del pomeriggio del 2 insieme a Cgil, Cisl e Uil. In un momento di scarsita’ di risorse – avverte Lotti – o scegliamo di investire sulla sicurezza armata o sul lavoro”.

Tutti chiedono piu’ trasparenza sui costi della manifestazione.
“Non siamo noi associazioni a dover fare i conti. E invece, l’anno scorso non e’ stato pubblicato il conto spese per l’accoglienza delle rappresentanze diplomatiche invitate alla parata del 150° anniversario della Repubblica: come se si trattasse di un segreto di Stato”, conclude Paolicelli.

FONTI : http://www.famigliacristiana.it/volontariato/organizzazioni/dossier/no-alla-parata-l-altro-2-giugno-.aspx

http://lucakocci.wordpress.com/2012/05/11/cattolici-e-pacifisti-la-parata-militare-del-2-giugno-ripudia-la-costituzione/

http://www.disarmo.org/rete/a/36299.html