Confessioni di un “oppressore”


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Scrivo questo articolo dopo più di un anno che con Femminile Plurale avevo deciso di affrontare la questione femminile, per l’appunto, da un punto di vista maschile. Lo preciso perché questo tempo è dovuto necessariamente passare per permettermi di mettere a fuoco la questione senza cadere nella banalità della tolleranza o delle quote rosa. Sono un maschio bianco eterosessuale attorno ai trent’anni, lavoro, ho una compagna, sono economicamente indipendente. Ho tutte quelle caratteristiche che dovrebbero fare di me un perfetto predatore, un capobranco, un uomo che sostanzialmente non vive sulla sua pelle alcuna discriminazione e anzi, in linea teorica, è colui che mette in atto e gode dei più ampi privilegi sociali nel nostro paese. Eppure, nonostante tutto questo, provo un profondo disagio ad interpretare il ruolo che mi è stato assegnato e per cui sono stato educato, ad accettare che dire la mia sulla questione di genere voglia dire ricordarsi di mettere quote rosa un po’ dappertutto (salvo poi decidere sempre e solo tra uomini), riempire le mie mail di asterischi o ricordarmi di usare anche il femminile quando mi riferisco per iscritto a un gruppo di persone. Ecco, penso che la questione sia leggermente più complessa (anche dal punto di vista linguistico) e vada affrontata cercando di capire anche l’altra metà del cielo.

Per questo l’unico strumento teorico che mi sembra reggere per analizzare questa situazione è il concetto di violenza simbolica di Pierre Bourdieu, per il quale la violenza simbolica è quella violenza dolce “esercitata non con la diretta azione fisica, ma con l’imposizione di una visione del mondo, dei ruoli sociali, delle categorie cognitive, delle strutture mentali attraverso cui viene percepito e pensato il mondo, da parte di soggetti dominanti verso soggetti dominati.”

 

Declinando il concetto sulla dominazione maschio-femmina il sociologo francese dice:

“Penso che la violenza simbolica si eserciti con la complicità di strutture cognitive che non sono consce, che sono delle strutture profondamente incorporate, le quali – per esempio, nel caso della dominazione maschile – si apprendono attraverso la maniera di comportarsi, la maniera di sedersi – gli uomini non si siedono come le donne, per esempio. Ci sono molti studi di questo tipo: sulle maniere di parlare, sulle maniere di gesticolare, sulle maniere di guardare [a seconda dei sessi, e dei ceti sociali]. Nella maggior parte delle società, si insegna alle donne ad abbassare gli occhi quando sono guardate, per esempio. Dunque, attraverso questi apprendimenti corporei, vengono insegnate delle strutture, delle opposizioni tra l’ alto e il basso, tra il diritto e il curvo. Il diritto evidentemente è maschile, tutta la morale dell’ onore delle società mediterranee si riassume nella parola “diritto” o “dritto”: “tieniti dritto” vuol dire “sii un uomo d’ onore, guarda dritto in faccia, fai fronte, guarda nel viso”; la parola “fronte” è assolutamente centrale, come in “far fronte a”. In altri termini, attraverso delle strutture linguistiche che sono, allo stesso tempo, strutture corporali, si inculcano delle categorie di percezione, di apprezzamento, di valutazione, e allo stesso tempo dei principi di azione sui quali si basano le azioni, le ingiunzioni simboliche: le ingiunzioni del sistema di insegnamento, dell’ ordine maschile, ecc. Dunque, è sempre grazie a questa sorta di complicità [che l’ ordine si impone]…”.

Per tagliare corto sull’aspetto più teorico della questione, che comunque va indagato, come si viene educati a questo essere “dritti”? Come si cresce da maschi eterosessuali? Quale educazione sentimentale viene data?

Quello che sino ad ora sono riuscito a focalizzare è:

1. Apprendimento a polarizzare il giudizio sul mondo femminile e sulla sessualità in genere sull’asse puro/impuro. Da qui le mamme/spose/amanti ideali si contrappongono alle puttane in genere, che poi si declinano in vario modo. È importante notare come la relazione col sesso femminile in ambedue i casi sia comunque negata dato che il giudizio su di esso è sempre aprioristico.

2. Apprendimento del comportamento sessuale tramite la pornografia. Praticamente la quasi totalità dei maschi apprende i comportamenti sessuali tramite un’esposizione massicia a materiale pornografico che, in una società che nega l’educazione sessuale come materia scolastica, sono il primo e molto spesso unico modello anche banalmente pratico. Il mondo della pornografia, essendo in gran misura un mercato, tende a spettacolarizzare e ad estremizzare i comportamenti così da renderli più appetibili ai suoi pubblici.

3. Competizione intragenere. La sessualità, l’amore e il rapporto con il sesso femminile è quasi sempre vissuto in un contesto competitivo. L’importante sembra sempre essere “il più…” in qualcosa: il più bello, il più simpatico, il più intelligente o semplicemente quello col pene e le prestazioni più lunghe. Lo stigma di genere si semplifica proprio qui: avere un pene corto e/o un’eiaculazione precoce rappresentano il terrore di tutti i maschi.

4. Omofobia. Le forme di amore omossessuale sono fortemente stigmatizzate sin dalla più tenera età. Tra amici ci si offende per scherzo chiamandosi “frocio”, “finocchio”, “culattone” così tanto che nell’età adulta questi modi di dire sono difficilmente controllabili. Peggio ancora per quanto riguarda il riconoscimento dell’amore tra donne, il quale può inquadrarsi quasi sempre solo ed esclusivamente in un ménage à trois in cui l’uomo è, come sempre, padrone. Per le lesbiche nel senso comune maschile è prevista semplicemente la non esistenza.

5. Possesso della donna. In questo quadro il rapporto con la donna è fortemente segnato dal verbo avere: “ho un moglie”, “ho una ragazza”, “farò di tutto per riaverti”, “sei mia”, “l’ho posseduta” sono solo alcune forme linguistiche che chiariscono molto più di tante analisi a quale tipo di rapporto sia educato l’uomo. La donna “si ha” e se è negata è legittimo toglierle la vita, romperla come un oggetto. Questo approccio deviato al rapporto con l’altro è socialmente accettato tant’è che l’omicidio passionale è solitamente visto come un eccesso di amore che sfocia nella pazzia.
Brendan Monroe, Headache

I tratti sopra descritti rappresentano certamente solo un’analisi parziale del problema ma sono i modelli culturali che a mio parere maggiormente influenzano la vita di un uomo. È importante capire chequesti comportamenti non sono “naturali” e “inevitabili”(giustificazioni tipiche di chi esercita una forma di violenza simbolica in un campo) ma congiunturali e socialmente determinati. L’uomo non vive serenamente questa educazione sentimentale sessocentrica e anzi la via dell’amore e dell’accettazione della propria sessualità è costellata di immani sofferenze e di tremende paure. È, per tornare a Bourdieu, il dominante che subisce la sua stessa dominazione, la sua stessa violenza, il suo stesso potere.

È arrivato il momento di affrontare con serenità e pazienza questo sistema di valori negativi che generano solamente l’infelicità delle persone, partendo dal fatto che la questione femminile si risolve solo se si risolve anche quella maschile, perché le soluzioni, i superamenti e le rivoluzioni o si fanno insieme o non si fanno. Solo così potremo sperare di lasciare ai nostri figli una società migliore e più felice e non solamente una finta rivoluzione sessuale.

(Per l’intervista completa a Bourdieu: http://www.emsf.rai.it/interviste/interviste.asp?d=388#4)

FONTE : http://femminileplurale.wordpress.com/2012/08/01/confessioni-di-un-oppressore/

3 risposte a “Confessioni di un “oppressore””

  1. molte cose non mi convincono in questo articolo, ad esempio la riflessione sul linguaggio, ad esempio (non trovo nulla di violento in “ho una ragazza” non più di “ho un ragazzo” è bellissimo che due persone innamorate si appartengano) e anche la paura dell’eiaculazione precoce non ha nulla di egoistico mentre invece la paura di averlo piccolo è ridicola il più delle volte. E la competitività in una certa misura non è un valore negativo, certo non deve diventare distruttiva (discorso analogo per la gelosia). Invece il primo punto (quello sull’asse puro/impuro) mi pare interessante: la visione maschile per cui da una parte c’è la compagna “ufficiale” con cui certe cose a letto non si possono neanche nominare e dall’altra ci sono le “puttane” con cui invece si possono fare è deleteria. Sono convinto che se ci fosse più dialogo all’interno delle coppie, gli uomini sposati che vanno con le prostitute diminuirebbero

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    • L’articolo e’ uno spunto interessante di riflessione. Una chiave di lettura per capire da dove nasce la violenza dell’uomo contro la donna. Una base da dove partire secondo me anche se anch’io trovo semplicistico o superficiale concentrarsi sul linguaggio. Chiaro che il verbo avere e’ inteso come possesso + che violenza.

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      • io penso che più che le parole che si usano contano i fatti e lo spirito con cui le parole vengono pronunciate..dire “ho una ragazza” nel senso che la possiedi come si possiede una macchina, è chiaro che è sbagliato, deletrio, se lo dice nel senso di suggellare un legame sentimentale stabile, è diverso

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