Pubblicato in: diritti, donna, INGIUSTIZIE, libertà, razzismo, sessismo, sociale, società, violenza

Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina


Il problema è solo questo, dice Isoke: da dove cominciare a raccontare.

Da Judith, 14 anni appena, che alla sua prima sera di lavoro sui marciapiedi romani della Salaria è stata stuprata e picchiata dal primo cliente, e poi lasciata sull’asfalto più morta che viva? O da Joy, che era incinta, e che ha perso il bambino che aspettava? Da Gladys, a cui un cliente ha distrutto l’ano violentandola tre-quattro volte di fila? O da Rose, stuprata da chissà quanti e in chissà che modo, fino ad avere l’utero perforato; e che, pure, non osava nemmeno mettere piede in un ospedale per curarsi?
Non sono le storie che mancano. Anzi, sono perfino troppe, quaggiù, sugli affollati marciapiedi d’Italia.

Gli stupri qui sono roba quotidiana; violenti, se non addirittura atroci; eppure assolutamente invisibili, e dunque assolutamente impuniti: «Perché le ragazze non denunciano mai. E nemmeno vanno al pronto soccorso, a meno di non essere moribonde», spiega Isoke.
E la voce le trema. Le viene da piangere.
Isoke ha 27 anni, è alta, mora, bella. Nigeriana. Di Benin City. È da Benin che provengono, a migliaia, le ragazze buttate dal racket sui marciapiedi italiani, 10-12 ore al giorno di macchine e di clienti, esposte in mutande e tacchi a spillo a ogni genere di violenze e di aggressioni. Lei, trafficata come le altre, è riuscita a uscirne e a salvarsi. Oggi vive ad Aosta, sta per sposare un italiano.

E insieme, lei e io, stiamo scrivendo per l’editore Melampo un libro sulla tratta. Sulla sua esperienza di ieri e sul suo lavoro di oggi: uno, «dare voce a chi non ce l’ha», ossia alle ragazze che ogni sera scendono in strada senza sapere se mai ritorneranno, perché sono «almeno duecento, stando alle cronache dei giornali, quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte o di iniezioni di veleno agricolo», senza contare quelle torturate e stuprate e massacrate, ma che in qualche modo sono tornate a casa vive, e dunque non fanno assolutamente notizia; due, «cercare di creare una rete, di trovare insieme un percorso d’uscita, un’alternativa alla strada»; tre, «mettere in piedi una casa-alloggio per le ragazze che non ne possono più».
Aprirà tra poche settimane, ad Aosta. E si chiamerà, ovviamente, la Casa di Isoke. Sottoscrivete. L’indirizzo è rbc_isoke@yahoo.it .
Allora, dice Isoke. Questa storia degli stupri etnici. Le ragazze la vivono tutti i giorni, ogni volta che vanno al lavoro. Ogni sera escono di casa con due pensieri in testa: forse questa è la sera che incontro il cliente che mi aiuta, che magari mi risolve un po’ il problema del debito.
Trenta, cinquanta, sessantamila euro. Il costo che le ragazze pagano per arrivare in Italia, con la promessa di un lavoro che le salverà dalla miseria di Benin City. Arrivano qui, dice, e scoprono che il lavoro è poi sempre uno e uno soltanto, il marciapiede. E sul marciapiede succede di tutto; ma voi non lo sapete. E dunque il secondo pensiero che le ragazze, ogni sera, hanno in testa è questo: speriamo che non mi succeda niente. Ma a una o all’altra qualcosa succede. Sempre. Gli stupri sono la regola. Tutti i giorni, dice Isoke. Tutti i giorni gliene segnalano uno.

Stavamo scrivendo la storia di Osas, arrivata a Torino dopo due anni (due anni? «Sì, due anni interi») di viaggio attraverso l’Africa, su su dalla Nigeria fino al deserto del Sahara. In 60 stipati su un camion, senz’acqua né cibo, e quelli che erano di troppo venivano lasciati giù. Così. A morire. Mentre il camion proseguiva verso il nord del Marocco su una pista punteggiata di ossa e di cadaveri freschi. Arrivata a Torino, Osas è stata buttata sulla strada. Caricata da un cliente.
Dove andiamo? ha chiesto lui. «Posto tranquillo» ha detto lei; era una delle poche frasi che le avevano insegnato le compagne di lavoro. Solo che il posto tranquillo di lui era una cascina semidiroccata nell’hinterland torinese, spersa nella nebbia e nel freddo. E arrivati lì lui le ha puntato un coltello alla gola. L’ha violentata, picchiata, rapinata. Lei ha urlato e urlato. Da un’abitazione vicina una voce ha gridato: «Ma basta, ma finitela. State zitti».
E solo dopo che l’uomo se n’è andato qualcuno ha osato mettere il naso fuori. Un ragazzo con un cane. Che vuoi, ha chiesto mentre il cane le ringhiava contro; che cosa è successo. Poi l’ha caricata in macchina e l’ha riportata a Torino. «È stato uno degli uomini più gentili che ho incontrato in Italia» dice Osas adesso. Bene.
Stavamo scrivendo di Osas quando a Isoke è arrivato un messaggio dalle ragazze di Verona. È sparita Prudence. Arrivata una settimana fa dalla Nigeria. Vent’anni. Analfabeta. Non una parola che sia una di italiano. Prudence non tornava a casa da due giorni. A casa aveva lasciato i suoi vestiti e le sue poche cose. Le compagne di strada la stavano cercando dappertutto. Ospedali, questure. Niente. Fino a che è ricomparsa. Irriconoscibile. Sfigurata dalle botte. Quasi non riusciva a camminare. Che cosa è successo, le ha chiesto Isoke in dialetto ebo. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero». Prudence riusciva a dire solo questo, ossessivamente. A fatica abbiamo saputo che un cliente l’aveva caricata al suo joint, che è lo spicchio di marciapiede che ogni ragazza ha in dotazione e per cui paga a chi di dovere un affitto mensile che va dai 150 ai 250-300 euro. L’aveva caricata e portata chissà dove. E violentata. E riviolentata. E picchiata. Massacrata. Derubata. Scaricata in un bosco, a chilometri dalla stanzetta che Prudence considerava casa sua. Prudence è rimasta in quel bosco tutta la notte, tutto il giorno dopo. Senza mangiare né bere. Sconciata. Sanguinante. A fatica s’è poi trascinata fino a un campeggio, c’era gente che faceva vacanza, che l’ha riportata a Verona. Lì è finalmente riuscita a orientarsi. È tornata a casa. «Mi hanno bucato l’utero, mi hanno bucato l’utero».
In ospedale non ci è voluta andare, per paura che la polizia la rimandasse a casa. Rimpatrio forzato. Così com’era, in mutande. A marcire in una prigione di Benin City dove le altre detenute ti violentano con una bottiglia, ridendo e dicendo: cosa è meglio, dicci, questa bottiglia o quello che sei andata a goderti in Italia. Di Prudence non abbiamo saputo più niente. È diffìcile per una donna italiana ascoltare storie del genere.
Ascoltare Isoke che dice: ogni africana stuprata è un’italiana salvata. È difficile. È orribile. Ma vero. I nostri uomini, gli italiani. Stupratori a pagamento, li chiamano le ragazze sulla strada. Quelli che perché pagano i 25 euro della tariffa standard si sentono in diritto di esigere qualunque cosa. Cazzo ti lamenti, bastarda. I soldi li hai avuti. Succhia. Girati. Apri il culo. E giù botte. Hanno l’ossessione del culo, gli italiani che vanno a puttane.
«Dicono: voglio fare quello che con mia moglie non faccio mai», spiega Isoke. «Scene da film porno. Tutto quello che hanno visto nei film porno e con la moglie non hanno il coraggio o il permesso di fare». Ho pagato, è la frase chiave dello stupratore da 25 euro. E giù botte, se solo dici di no. Gladys non riesce quasi più a camminare. Un cliente le ha sfondato l’ano. Era «come una bestia» dice, l’ha costretta a subire una, due, tre, quattro violenze, a un certo punto Gladys ha sentito «come un distacco, nel profondo». Da quella lacerazione non è più guarita. Ospedale? Cure? Denunce? Ha una paura terribile, Gladys. Non ne vuole sapere. Si trascina sul marciapiede a fatica, ogni sera. Ormai zoppica. E non c’è verso di convincerla ad andare da un medico. Dice: «Se la polizia lo viene a sapere mi rimanda a casa». È la regola.
Dice Isoke: «A volte le ragazze ridotte molto male finiscono al pronto soccorso. Ma devono veramente essere ridotte molto, ma molto male. Incoscienti. In coma». Al pronto soccorso non è che le trattino coi guanti. Dovrebbe essere rispettata la privacy, certo. Ma chi mai dice che la legge valga anche per le puttane negre clandestine? A volte infermieri e medici sono cattivi, a volte addirittura strafottenti. Chiamano la polizia.
La polizia prende svogliatamente la denuncia; poi ti da il foglio di via. Sei la vittima di uno stupro. Ma sei anche quella che ne paga le conseguenze. Così le ragazze, appena possono, girano alla larga dalla polizia e dagli ospedali. Tornano a casa più morte che vive. Traumatizzate. Distrutte.

La maman dice: ma di cosa ti lamenti, a me è successo tante volte. E il giorno dopo le rimanda sulla strada, coi lividi e i tagli e i segni dei morsi e delle cinghiate e delle bruciature di sigaretta in bella vista. I clienti a volte si impietosiscono, dice Isoke. Ti danno i soldi, dicono: vai a casa e curati. Allora la maman dice: vedi, anche ridotta così sei in grado di guadagnare. Di cosa mai ti lamenti. Sei scema. Gli stupri di gruppo. Capitano spesso. Tre-quattro per volta, arrivano, ti caricano a forza. Sei fortunata a uscirne viva. A volte gli uomini dicono delle cose, mentre ti stuprano. Cose come: brutta negra. Cazzo vieni a fare qui. Così impari. Startene in mutande a casa tua. Ti faccio vedere io. Schifosa puttana. Chi ti ha mai detto divenire qui. Tornatene nella foresta, insieme alle scimmie. Si sentono in qualche modo dei giustizieri, dice Isoke. Ce l’hanno con te perché sei donna. E nera. E puttana. E debole. Non so perché ma i più violenti, quelli più grandi e grossi, si scelgono sempre le ragazze più leggere e più fragili. Quelle così magre e sottili che sembrano una foglia di mais.
Se ci provano i ragazzini, 16 anni, 18, bé, dice Isoke, gli molli un pugno da tramortirli e scappi via. I più pericolosi sono quelli dai 25 anni in su. Ottanta-novanta chili. Trent’anni. Quaranta. Quelli che a prima vista non diresti mai che sono stupratori. Che non hanno niente nel vestire che ti allarmi, nulla nell’approccio che ti metta in guardia. Sono quelli che poi dicono: ho pagato. Che magari hanno l’Aids ma non vogliono usare il preservativo, per sfregio, e poi ti mettono incinta. Che dicono negra di merda, adesso ti sistemo io. Che tirano fuori il coltello o la pistola. Che ti bruciano con le sigarette, ti riempiono di pugni, ti portano via la borsetta, i soldi, il cellulare. Che ti lasciano a decine di chilometri da casa tua, nel buio o nella neve. E queste sono soltanto alcune delle cose che ti posso raccontare. Solo ascoltare è mostruoso. E ascoltare non finisce mai.

Ci sono le mille altre storie della strada, le mille vicine di marciapiede delle ragazze di Benin City: le trans sudamericane, vittima preferita dei nordafricani. Stupro omosessuale, lo chiama pudicamente Isoke. C’è la bambina brasiliana di dieci anni. Ci sono le albanesi violentate coi bastoni e con le bottiglie dai loro magnaccia, per convincerle ad andare sulla strada. C’è un campionario osceno di bestialità maschile, senza filtri e ma e se. E, soprattutto, c’è la paura delle ragazze. Perenne.

Dice Isoke: il primo stupro è diffìcile da superare. Sei distrutta. Qualcosa in te si è rotto per sempre. Però ti consoli dicendoti: mi sono vista morta, eppure sono viva. Al secondo dici: capita. Al terzo dici: è normale. Dal quarto in poi non li conti più. È un rischio del mestiere. Di Prudence, dicevo, non abbiamo saputo più niente. Non è ancora andata in ospedale. Se l’infezione non si aggrava non ci andrà probabilmente mai. La curano le sue compagne di strada e di casa.
Una di queste è Eki, che ha avuto finalmente il coraggio di raccontare: è successo anche a me. Mi hanno stuprata e picchiata e torturata con le sigarette accese. Allora le sue compagne hanno detto: anch’io. Stanno mettendo in comune la paura, lassù a Verona. Stanno cominciando a pensare che forse bisogna trovare il coraggio di sfidare il racket e decidere di smettere. Non che sia facile, dice Isoke. Non lontano da Verona una ragazza che non voleva più saperne del marciapiede, Tessie, è stata costretta dai suoi magnaccia a bere acido muriatico. È finita al pronto soccorso. L’hanno salvata per un pelo. E adesso si ritrova sfigurata e handicappata e quasi muta. Una ragazza africana di villaggio, semplice semplice. Ignorante. Analfabeta. Che diavolo di futuro può trovare in Italia. Ditemelo voi. Poi ci sono le ragazzine. Tredici anni, quattordici. Vergini. Vendute agli italos dalle famiglie che vedono i vicini che fanno una bella vita grazie alle figlie che lavorano in Italia. Che si comprano il motorino. Il Mercedes coi sedili leopardati che quando passa nei villaggi solleva una gran polvere e tutti i ragazzini gli corrono dietro rapiti.
Quando ‘ste ragazzine arrivano in Italia le maman si mettono le mani nei capelli. Che cosa devo fare con te, che non sai niente. Allora pagano tré-quattro ragazzoni africani, grandi bastardi, dice Isoke, che le violentano in tutti i modi finché non hanno capito e imparato quel che si deve fare sulla strada.
Ora. Vorrei potermi risparmiare almeno questa parte della storia, ma non si può. Gli extracomunitari che raccolgono i pomodori, l’uva, le mele. Dodici, quindici ore di lavoro per sette, dieci, dodici euro. Frustrazione e rabbia pura.
Vi siete mai chiesti come la sfogano? Sulla Domiziana, dalle parti di Castelvolturno, terra senza dio né legge in provincia di Caserta, le ragazze vivono in catapecchie senz’acqua né luce. Guadagnano 5 o 10 euro a botta. Sono la vittima perfetta dei loro stessi compaesani. Che le schifano, «perché si vendono ai bianchi».
E non hanno soldi e non le pagano e le rapinano nella certezza della totale impunità. Si vendicano della vita di merda che fanno. Con loro, le ragazze di Benin City.
Isoke dice: però questo io non lo posso dire. Allora lo dico io. In certe zone la polizia chiude non un occhio ma due, e forse anche tre, avendoli, e pure anche quattro. Va bene che ci siano le ragazze di Benin City: sono uno sfogatoio perfetto, un matematico calmieratore di tensioni sociali ed etniche. Sono la vittima designata, l’agnello sacrificale. Perché ogni africana stuprata è un’italiana salvata. E l’africana stuprata tace. Ha troppa paura per parlare. È perfettamente invisibile e dunque non fa notizia né statistica. Nemmeno di questi tempi, ragazze mie. Pensatele ogni volta che uscite di casa a notte fonda, e soprattutto ogni volta che rientrate. Voi, bianche. Voi, sane e salve.

FONTE:http://www.vialiberaonlus.it/index.php/storie-di-vita/108-lo-stupro-perfetto-puttana-negra-e-clandestina-di-laura-maragnani-.html

Autore:

napoletano verace :)

15 pensieri riguardo “Lo stupro perfetto: puttana, negra e clandestina

  1. mi sento skifato essere italiano e avere in comune la stessa terra natia con sti poveri dementi razzisti machi solo con i più deboli…………….

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  2. Noi siamo italiani e loro sono feccia ma noi gente ‘brava’ che tollera la chiusura delle case chiuse e quindi la schiavizzazione delle ragazze non siamo meno colpevoli. Riaprire le case chiuse sarebbe il primissimo passo per ridare luce (e un volto, e diritti) a queste donne.

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  3. Ho talvolta incasellato , in modo ametto , molto superficiale, la prostituzione come una problematica sociale , ma che alla fin fine interessa la sfera della coscienza personale degli individui. Provo tutt’ora come donna e lavoratrice, non poco disgusto per quelle ragazze e donne spesso belle, intelligenti , di buona famiglia e quindi per nulla sfortunate che scelgono e addirittura in alcuni casi talvolta, scendono in piazza per sostenere il loro diritto a prostituirsi..e rivendicavano tale remunerativa professione, a detta loro , come fosse una lotta per sostenere un alto diritto civile .. ma de che ?? Si deve sostenere il diritto al lavoro onesto e dignitoso non il diritto a prostituirsi !! Ovviamente non si tratta della maggioranza dei casi, anche se è un fenomeno in largo aumento,viste anche le condizioni di necessità in cui sempre più spesso incorrono le categorie più deboli della società..studentesse , donne licenziate , magari con figli o con scarsa qualificazione e quindi poca speranza di lavoro stabile etc.. che ricorrono a questa chiamiamola “scorciatoia ” , non più soltanto per l’acquisto della borsetta griffata, ma addirittura per pagarsi l’affitto o alte piccole spese, con il rischio magari anche in questo caso di rimanere stuprate e pestate.
    Si tratta quindi di un problema complesso e che nell’ ipocrisia della società italiana ( nella sua anima più beccera e razzista ) affonda o riemerge a seconda delle convenienze o magari dei fatti di cronaca, viene distorto e manipolato , spesso anche strumentalizzato , senza mai trovare un vero punto di approdo, una soluzione civile. Ecco allora che ritorna l’annosa questione dei quartieri a luci rosse, della legalizzazione del mestiere ,a detta di alcuni, più antico del mondo così da far entrare un notevole introito nelle casse dello stato e mettere in crisi il racket criminoso e violento che si cela dietro esso.
    Ovviamente le sopracitate soluzioni appaiono sempre come proposte indecenti agli occhi di un proibizionista e benpensante cattolico paese , l’italia, e di un opinione pubblica che preferisce multare il cliente , fautore di prostituzione ( secondo un ottica repressiva ,criminalizzante, alla buoncostume per intenderci che dovrebbe così cercare di tutelare la moralità pubblica in primis e la dignità della donna ?? ) e che ama poi sorridere e presto perdonare o ancor peggio dimenticare le imprese sessuali dei propri politici , alle prese però con un diverso, ma guardacaso anch’esso antichissimo genere di prostituzione , la cui espressione e rappresentante ” più alta in grado ” pare al giorno d’oggi essere identificata con il termine di escort, la cosidetta squillo di lusso. E allora provo sconforto , non solo per lo scenario grottesco, raccapriciante e disgustoso che la società italiana ha riservato alle sue donne ,sempre alla mercè di un maschilismo viscido e serpeggiante , che non esce mai allo scoperto ma vigliccamente le incantena mentalmente e quotidiamente all’essere schiave di un pensiero negativo su se stesse, legato al servilismo maschile e di un sistema misogino in pochissimi ambiti realmente favorevole e anzi molto spesso d’ostacolo alla crescita lavorativa e culturale delle donne . Tale per cui, in un sistema basato ormai quasi esclusivamente sulla produttività, la donna è sempre obbligata a farsi il carico doppio spesso per guadagnare meno, se non addirittura la metà rispetto al collega maschio e in cui la maternità rappresenterà sempre uno svantaggio rispetto al medesimo. E infine , guardo con ancor più compassione e dolore le donne di questo articolo. Queste subumane , senza nazione e senza diritti , che vivono nel mondo oscuro,malavistoso e volutamente nascosto e ghettizzato mediaticamente , in cui nessuno osa mettere piede per portarvi luce, se non qualche sporadico servizio alle Iene o associazioni coraggiose di donne che hanno vissuto la medesima esperienza e ne parlano , attraverso articoli di questo genere. Donne descritte in modo così dettagliato e orribile nella loro atroce storia che mi sembra davvero di sentirle, vederle e provare, almeno spiritualmente da donna, la loro stessa paura, il loro stesso dolore . Mi chiedo quanti aguzzini le avranno marchiate per sempre nell’anima prima di arrivare su questo marciapiede ? Quante scompariranno nel nulla ? Quante riusciranno a spezzare le catene per fuggire verso un futuro migliore ? E penso a quanto siano ancora più sole nella lotta per un emancipazione che per loro è innanzitutto legata al corpo , e non alla mente . E’ legata alla sopravvivenza stessa, alla vita . Mi domando infine con che occhi guarderò la prossima bambina, ragazza, donna africana sul ciglio della strada. E credo che saranno occhi diversi, sicuramente non più colmi di pre-giudizio ma di pietà e solidarietà.

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  4. Non riesco a smetter di piangere…piango per quelle ragazze, per i miei figli ,…. che mondo gli abbiamo lasciato..come abbiamo potuto permettere che tutto si trasformasse in un inferno in terra?
    Senza rispetto per niente e nessuno.

    Tutto questo è atroce e ancora più atroce è che sicuramente queste “bestie” (perchè mi rifiuto di considerarli esseri umani) continueranno ad accanirsi sui più deboli,sui più puri con torture sempre più feroci perchè non c’è mai fine al peggio mentre molti passeranno le sere a strapparsi i capelli perchè la loro squadra perde o perchè la vicina ha comprato delle scarpe nuove.

    E’ veramente triste.

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    1. Paola mi dispiace che questo articolo ti abbia cosi scosso. Mi sembrava giusto condividerlo su questo blog proprio per denunciare questa realtà degradante e ingiusta. La tua reazione e’ umana e bella ma penso che bisogna anche avere la forza di reagire. Certo non e’ colpa nostra ma se possiamo dare un contributo (che sia anche di diffusione) perche queste cose non si verifichino + lo dobbiamo dare. Se ti interessa l’articolo e’ stato pubblicato da un associazione che si occupa proprio di denunciare la tratta e lo sfruttamento della prostituzione. Il sito e’ questo. http://vialiberaonlus.it/

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      1. Questo articolo l’ho già diffuso. E anche non in maniera “telematica”. L’ho fatto leggere “cartaceo” ai miei colleghi uomini che parlano di prostituzione con tanta, tanta leggerezza. Quando lo leggono e li guardi in faccia è diverso : non possono rassicurare se stessi dicendo che “non è vero” o “non è sempre così”…

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