Le tragedie in campagna non sono mai un caso: perché alla lobby dei cacciatori la politica ha sempre concesso qualunque cosa


Non sono contro la caccia. Capisco che per le comunità dei paesi sardi si tratta di un momento di straordinaria importanza, perché crea dinamiche di socializzazione, perché crea gruppi coesi, perché unisce le persone anziché dividerle. Non sono contro la caccia anche se non ci sono mai andato e non mi è mai piaciuto tenere le armi in mano. Non sono contro la caccia e penso che la tragedia di Irgoli (con un ragazzino di 12 anni colpito al volto da un pallettone sparato per errore) non abbia bisogno di reazioni isteriche che non portano a nulla (come la richiesta dell’abolizione della caccia, ad esempio).

http://blog.libero.it/ValledelCedrino/

«Era vicino a me e aveva un cappellino giallo per farlo notare meglio a chiunque: è stato colpito alla testa proprio nel momento in cui gli ho gridato di buttarsi a terra».

«Io non lo so, io non lo so cosa gli è preso ma quello ci ha sparato addosso, aveva appena visto il cinghiale. Io ho fatto giusto in tempo a sentire la pioggia di pallettoni, mi risuonavano vicino all’orecchio, ho fatto in tempo a girarmi e a gridare a mio figlio “Buttati a terra”, che me lo sono visto cadere davanti. Ma in quel letto d’ospedale, adesso, potevo esserci anch’io». Barba di qualche giorno, volto scuro, occhiaie profonde, frutto di una notte insonne a macerarsi tra mille domande, alle 14.30 di ieri, il papà di A.C. è un uomo stravolto ma che non ha ancora perso del tutto la speranza. Abbraccia la moglie, ormai senza voce e senza più lacrime, stringe tra le braccia il figlio più grande, risponde, seppur a fatica, ai tanti perché di amici e parenti. E come un soldato tenace non abbandona neppure per un minuto la postazione: le panche del repartodi rianimazione dell’ospedale San Francesco dove è ricoverato suo figlio di appena 12 anni. Centrato da un pallettone alla testa in una battuta di caccia nelle campagne di Irgoli. I medici gliel’hanno detto, che ha un figlio forte. Che sta lottando per restare in vita anche se un pallettone se lo vorrebbe portare via. I medici gli hanno detto anche che il suo cervello da giovinetto sta rispondendo bene ai medicinali e si è sgonfiato. Ma gli hanno anche fatto capire che c’è una spada di Damocle che incombe sulla sua testa: il pallettone, dopo aver centrato il piccolo alla fronte, ha portato via un po’ di materia cerebrale.

Detto ciò, questa ennesima tragedia non può però passare come se nulla fosse accaduto. Un punto di non ritorno è stato superato. Ora bisogna veramente fare qualcosa.

Lo scorso anno in Sardegna quattro persone sono morte durante la stagione venatoria e decine sono rimaste ferite, ma il dibattito sulle condizioni di sicurezza e sulla necessità di prevenire meglio gli incidenti è durato lo spazio di un mattino.

Solo dopo non so quanti morti i cacciatori si sono decisi ad indossare i giubbotti fosforescenti. I Forestali dovrebbero fare i controlli, ma non hanno risorse, e dunque tutto è rimesso alla buona volontà e al buon senso dei cacciatori. Dunque, anche al caso. Perché spesso la caccia è vissuta come un momento dove alle regole imposte dalla legge si deroga con troppa facilità. Le campagne sarde sono da anni un luogo dove tutto può succedere.

I giornali hanno difficoltà ad affrontare il tema perché ogni dibattito è orientato solamente a far scontrare gli opposti estremismi: da una parte chi parla di semplice fatalità, dall’altra chi semplicemente abolirebbe la caccia. Così non si va da nessuna parte, e infatti ogni anno si contano i morti. Le regole devono essere fatte rispettare, e se occorre a questo punto ne vanno fissate anche di nuove, assai più stringenti.

Ma la politica da questo orecchio non ci ha mai volute sentire, anzi. Il pelo della lobby dei cacciatori è stato lisciato sempre e in tutti i modi possibili: varando allungamenti della stagione venatoria poi regolarmente cassati dalla corte costituzionale; tenendo basse le tasse relative al porto d’armi; evitando di mettere mano al settore, da sempre ritenuto uno straordinario bacino di voti.

La tragedia di Irgoli deve segnare uno spartiacque tra un prima e un dopo. Le campagne sarde non possono continuare ad essere nel luogo dove tutto è possibile, dove ogni anno qualcuno ci lascia la pelle come se niente fosse. La politica sarda deve mettersi una mano sulla coscienza: sempre che ne abbia ancora una. E le associazioni dei cacciatori devono smetterla di invocare la fatalità per spiegare tragedie che non dovrebbero mai avvenire.

http://vitobiolchini.wordpress.com/2012/11/12/le-tragedie-in-campagna-non-sono-mai-un-caso-perche-alla-lobby-dei-cacciatori-la-politica-ha-sempre-concesso-qualunque-cosa/

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