Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Tutto scorre ma niente cambia


 

Banana Yoshimoto – amrita

Amrita – 305 pagine Feltrinelli editore

Amrita vuol dire l’acqua che bevono gli dei. Questo è il nome scelto dal padre della protagonista che si trova ad affrontare un viaggio all’interno di se stessa, dopo un incidente che le farà battere la testa e, dopo essere stata tra la vita e la morte, perdere la memoria. E’ una storia complessa dove i personaggi sono spiritualmente molto ricchi e il dialogo interiore non smette mai, tipo flusso di coscienza. Il romanzo è scritto in prima persona ed ha uno stile europeo, nonostante a fine libro ci sia un glossario per alcuni termini giapponesi.

Un viaggio nella vita di Amrita che ha percezioni di spiriti che potremmo quasi definire extrasensoriali e che sono in realtà tipiche della cultura giapponese. La spiritualità è intrinseca a queste pagine dove la protagonista si trova a fare i conti con la morte del padre, quella della sorella e una crisi che porterà suo fratello minore ad essere una specie di sensitivo che comunica attraverso i sogni. Amrita recupererà tutti i suoi ricordi, ma non per questo soffrirà meno delle varie separazioni che inevitabilmente toccano la vita di ognuno di noi. Le scene si svolgono in una casa dove le donne sono in maggioranza: ci sono sua madre, un’amica della stessa, sua cugina e suo fratello minore. E tra un’esperienza e l’altra, Amrita si scoprirà innamorata del cognato che, subito dopo la perdita della moglie partirà per un viaggio quasi perpetuo. Insieme andranno nell’isola di Samoa dove gli spiriti sembrano prendere corpo ad ogni angolo e dove una donna li calma attraverso il canto.

Ma quello che emerge è quel dolore che si prova di fronte a qualcosa che finisce, sia essa una storia d’amore o una vita. La separazione è qualcosa che genera una frattura nella nostra vita, sempre e non è così facile da superare. Ecco che in questo scenario gli odori e i colori diventano veicoli di ricordi che riaffiorano, silenziosi modi di comunicare delle menti. Non ci abituiamo mai alle separazioni. Come non ci abituiamo mai davvero al cambiamento. Vorremmo che tutto rimanesse qual’è, senza variazioni, ma sappiamo benissimo che non è possibile.

Rimangono indossolubili gli affetti, dei legami che non possono essere spezzati da niente, così come il rapporto tra Amrita e il fratello fa capire.

Le pagine scorrono veloci e piacevoli, come la vita così come ci viene narrata da Yoshimoto, come se fosse un inarrestabile flusso. La protagonista alla fine dice che in questo scorrere vitale, tutto rimane uguale, ma in realtà non è proprio così. Nella vicenda di Amrita quello che rimane uguale è proprio lei stessa, quindi ciò che è costante, oltre al cambiamento, è proprio la nostra centratura, ovvero il nostro centro spirituale. Che si nutre delle nostre relazioni interpersonali, in particolare dei nostri affetti, punti cardinali fondamentali del nostro essere, senza i quali, ci perderemmo irrimediabilmente. Solo attraverso gli affetti riusciamo a sopportare i distacchi a cui la vita ci sottopone e che in questo libro vengono descritti come vere e proprie lacerazioni. Ogni personaggio ha uno spessore psicologico profondo, che attira e fidelizza il lettore in un certo senso.

E’ la religione delle piccole cose che riesce a farci sopportare la vita al meglio, anche le grandi tragedie che a volte ci colpiscono.

Bianca Folino

 

Pubblicato in: opinioni

Idem, Berlusconi e l’ipocrisia piddina.


di Gio’ Chianta

Io sono uno di quelli che ha criticato Josefa Idem sin da primo momento, per quelle irregolarità che hanno in seguito determinato le sue dimissioni. Questo perché ? E’ evidente che gli italiani siano abituati a tutto, per motivi storici e per le “conseguenze” legate a campagne propagandistiche mirate alla banalizzazione e alla normalizzazione di fatti gravissimi. Se la mettiamo su questo piano Josefa Idem non avrebbe dovuto dimettersi perché in Parlamento c’è di peggio, molto peggio.

Ma un governo di cambiamento (presunto tale: a me pare piu’ democristiano che mai) non puo’ accettare questa logica e deve adeguarsi a parametri “europei” di valutazione etico-politico. Infatti, con buona pace della stessa Idem, “anche in Germania nessuno si sarebbe dimesso, vista l’irrilevanza dei fatti”,  in Germania ci si dimette per aver copiato, nemmeno una tesi di laurea intera ma qualche pagina.

Alla fine, dopo vari tentennamenti, Josefa Idem si dimette (secondo me non di sua spontanea volonta’) e le sue dimissioni vengono accettate (o suggerite ?) dal Premier e da tutto il PD. Tutto a posto, se non fosse che nel momento in cui Josefa Idem rassegnava le sue dimissioni Berlusconi veniva condannato a 7 anni per reati (REATI, spero sia chiaro)) molto gravi.

La reazione del PD ? Ipocrita, per la serie: le sentenze vanno rispettate ma a noi non fanno ne’ caldo ne’ freddo; si va avanti con B anche se sappiamo bene che tre sentenze (due di primo e una di secondo grado) hanno stabilito che il nostro miglior alleato è un delinquente e in quanto tale “degno” di galera e di interdizione perpetua dai pubblici uffici. Una  questione di gusti, sono convinto che se Hannibal Lecter fosse stato italiano avrebbe, quantomeno, ricoperto la carica di premier con l’appoggio del PD con scusa: noi siamo vegetariani ma ogni tanto, per il bene del Paese, un fegatino umano si mangia volentieri..

Capite che qui siamo ben oltre i due pesi e le due misure, siamo proprio all’assurdo, alla presa per i fondelli e alla negazione di ogni possibile giudizio etico-politico, ma non per tutti, solo per uno, sempre lui.

 Come scrisse quel tale: “In politica. la logica e’ la puttana di tutti “, e l’ipocrisia regna sovrana.

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Pubblicato in: cultura, scuola

tema libero sul tema obbligatorio


Alberto Alesina con un articolo sul Corriere della Sera il giorno della prima prova dell’esame di maturità ha lanciato una dura critica al “tema”, critica accompagnata alla proposta di abolirlo e sostituirlo con lo studio di un testo o di un tema specifico su cui poi scrivere una dissertazione, sul modello delle università anglosassoni (anche in Germania, a volte).
Inutile dire che questo articolo di Alesina ha sollevato un fitto dibattito e confronto di idee fra coloro che difendono il tema e coloro che, al contrario, non vedono l’ora di abolirlo. Ammetto di non averlo seguito nel dettaglio e di non aver letto i vari contributi (bello e ragionato comunque il commento di Marco Lodoli su Repubblica), tuttavia ho l’impressione che si perda di vista l’oggetto centrale.

Il Alberto-Alesina_imagelargeproblema, infatti, non è di contenuto, bensì di metodo.
Secondo Alesina, il tema andrebbe abolito perché tende a “produrre tuttologi” ed in quanto tale è “diseducativo“. Infatti, “si chiede agli studenti di riempire pagine e pagine su un argomento dato all’ultimo momento di qualsiasi genere. Ovvero si chiede loro di inventarsi qualcosa su una possibilità vastissima di argomenti alternativi: la definizione del tuttologo appunto. Il tema «libero» potrebbe essere su qualunque cosa“.
Concettualmente parlando, l’analisi di Alesina contiene a mio avviso già un importantissimo errore: quell’ “inventarsi qualcosa“. Il tema, in realtà, non richiede di inventarsi alcunché. Cercherò di spiegare di seguito perché.

Un breve excursus che potrebbe risultare chiarificatore: ricordo che Don Milani, nella sua scuola di Barbiana, dedicò grandissima attenzione alla lingua, perché –sosteneva– ‘Finchè ci sarà uno che conosce 2000 parole e uno che ne conosce 200, questi sarà oppresso dal primo. E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli. […] Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all’infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.
Aggiungo un altro link, e questi sulla didattida di Don Milani consiglio di leggerli tutti, cito anche da qui “ ‘il nostro popolo è intellettualmente alla mercé di chi abbia fatto anche una sola classe oltre le elementari’. Ecco allora che per il don Milani dell’epoca di Barbiana l’interesse principale è quello di insegnare la lingua, ridare la parola ai poveri perché venga spezzato il circolo vizioso secondo il quale le classi superiori condizionano la lingua e così facendo si approfondisce il divario tra le classi sociali. La lingua, o meglio tutte le lingue, devono trovarsi al centro della scuola. ‘La lingua poi è formata dai vocaboli di ogni materia. Per cui bisogna sfiorare tutte le materie un po’ alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti solo nell’arte di parlare’  ‘”.
Qui un altro commento sul punto.
Incidentalmente, faccio anche notare che un altro grande pensatore del ’900 come Furio Jesi poneva in rilsato l’identico problema, in particolare con riferimento ai testi di Liala, anche se da una prospettiva più marcatamente politica.
Dunque, la lingua come strumento di uguaglianza fra classi sociali; di emancipazione da parte dei più svantaggiati per comprendere il discorso (quindi gli obiettivi, interessi, strategie…) delle classi dominanti.

 

Ecco perché dico che Alesina manca il bersaglio con la sua polemica (mentre, in un certo senso, Lodoli lo coglie): il problema non è di contenuto, ma di metodo.
Con il tema, non si tratta di formare dei “tuttologi” che sappiamo parlare un pò di tutto, piuttosto si tratta di fornire a tutti degli strumenti per comprendere, rielaborare e riprodurre.
Questo perché il linguaggio è lo strumento di codificazione e de-codificazione del mondo. E’ lo strumento tramite il quale inquadriamo i fatti, gli oggetti e li trasmettiamo ad altri.
Se il linguaggio è banale, volgare, vuoto, esso difficilmente potrà trasmettere concetti elaborati, fatti complessi, analisi approfondite.don-milani-1
Quindi, il tema non deve servire a produrre tuttologi: non si chiede ai ragazzi di sapere “un pò di tutto”, quanto piuttosto di saper cogliere le informazioni loro date con le traccie e rielabolarle in un discorso proprio. Se è percepito come questione da “tuttologi”, è evidentemente perché insegnanti e studenti non hanno saputo approcciarlo nel modo giusto; perché è passata l’idea che il tema potesse esser scritto solo con un bagaglio complesso di informazioni pregresse, accumulate (memorizzate!) durante lo studio.
Il che non vuol certo dire che tutti gli insegnamenti sono inutili! Semplicemente, significa che possono non essere necessari nel singolo caso, nel contesto specifico: non occorre citare Dante per parlare dell’Europa. E non è neppure essenziale sapere tutto della BCE per scrivere dell’UE e della crisi economica. Ma, quello che è veramente imprescinbile, è essere in grado di leggere un testo sulla BCE e comprenderlo. Ed, una volta compreso, rielaborarne le informazioni in un discorso sull’Europa. Ma, per questa ri-elaborazione personale, il testo sulla BCE o la monografia di Dante potrebbero essere tanto utili quanto le proprie esperienze, le proprie letture. Tutte sono fonti di un discorso.
Ecco perché sopra scrivevo che col tema non si chiede di “inventarsi” alcunché: si chiede di ricercare le informazioni fra le fonti date; di saperle trovare; valutare; organizzare ed usare in un proprio discorso. Tutto è potenzialmente già lì, dato.
Dice l’ “I Ching” 3. Chun “la difficoltà iniziale”, 1° linea: “nel caos della difficoltà iniziale l’ordine è già predisposto […] Per ritrovarsi nell’infinito bisogna distiungere e congiungere“.

Allo stesso modo, trovo che Alesina sbagli quando scrive che il “si dice che il tema insegni a scrivere in italiano“, quando in realtà “insegna a dilungarsi quando non si sa cosa dire dato che non si è particolarmente ferrati su un certo argomento: il tema insegna a «menare il can per l’aia». Scrivere bene significa l’opposto. Saper sintetizzare molte idee e nozioni su cui si è ben ferrati in poco spazio.” Si colui che non sa cosa dire si dilunga, come quando si “girava la minestra” durante le interrogazioni. Chi ha le idee chiare (in questo concordo con Alesina), se organizza e redige senza difficoltà.
Tuttavia, su un altro aspetto dissento da Alesina: non è necessario “essere ben ferrati” per scrivere. Almeno non per scrivere genericamente, come nel tema (ovvio che per una tesi di laurea lo sia!): nel tema, come in molti discorsi, non è richiesto di “essere ferrati” con una mole di informazioni pregresse (come dicevo sopra, la BCE, Dante …o chi per loro). Piuttosto, è richiesto di saper estrarre coerentemente e correttamente quelle informazioni dalle fonti messe a disposizione.
Se la fonte è ben scelta (ma questo non è un problema degli studenti!), da essa potrò apprendere in poche righe un quadro essenziale della BCE. Ovvio che se dopo riporterò nel mio tema che essa ha sede a Washington DC e stampa rubli, questo sarà un mio errore.
Un paragone interessante potrebbe essere quello con le prove scritte dell’esame da avvocato, ove dato un oggetto su cui discernere (la traccia), si chiede ai candidati di rintracciare essi stessi le fonti corrette e rielabolarle.

Il tema dovrebbe, piuttosto, insegnare a comprendere, intel-ligere, contestualizzare, ragionare e ri-elaborare. Con idee proprie. Il tema altro non è che la summa di due insegnamenti fondamentali: leggere e scrivere, che non vogliono dire “leggere qualsiasi cosa” e “scrivere qualcosa”, bensì comprendere e elaborare informazioni, anche complesse. Così, nessuno dovrebbe avere paura del tema.
Questo insegnava anche Don Milani: solo padroneggiando il linguaggio si padroneggia l’intelligenza, si padroneggia il mondo. Questo è costruire una cittadinanza matura, in grado di affrontare e valutare le questioni che le sono sottoposte.
E ci stupiamo, scoprendo che il tema viene interpretato come esercizio da “tuttologi”, che vi sia tanto analfabetismo di ritorno in Italia? Gli italiani, invece, leggono (poco), ascoltano e non capiscono.
Non capiscono, perché non hanno i riferimenti del linguaggio ed i fatti si presentano così in un’amalagama confusa in cui si può sostenere tutto ed il contrario di tutto; non capiscono perché non sanno ragionare, organizzare il pensiero, categorizzare, ordinare i concetti. Se un Berlusconi può smentire ogni due ore quello che poco fa affermava come verità; se il “ce l’ho duro” diventa un programma politico; se un Grillo può conquistare gli italiani urlando “zombie”; se non si capisce la differenza fra una boutade ed una proposta ragionata, è anche perché in questi anni il tema è stato approcciato in modo sbagliato.

https://redpoz.wordpress.com/2013/06/21/tema-libero-su-tema-obbligato/

Pubblicato in: CRONACA

Il ballottaggio siciliano e la fine del clientelismo.


 
Nel frattempo che l’intero paese discute della condanna a 7 anni per Berlusconi per la vicenda Ruby, in Sicilia succede qualcosa. Qualcosa di cui giornali e opinionisti vari forse per convenienza  forse per incapacità di lettura del voto siciliano non parleranno . I risultati di ballottaggi di Siracusa, Ragusa e Messina segnano una svolta epocale per il popolo siciliano. Nonostante i contesti e storie diverse, i ballottaggi di queste città hanno un comune denominatore. Un denominatore storico : la fine del clientelismo.
 
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Qualche settimana fa , Beppe Grillo , con i suoi soliti toni, aveva parlato di Italia A e Italia B. L’italia A , secondo l’ex-comico genovese, è composta da chi vive di politica, da chi ha la sicurezza di uno stipendio pubblico. Mentre , L’italia B è costituita da lavoratori autonomi, cassintegrati, precari e studenti.  Sebbene la distinzione può sembrare dura, nei fatti la teoria di Grillo regge. Questa distinzione la si tocca con le mani specialmente se ci si addentra nelle vicende politiche siciliane. La Sicilia , definita la fogna del potere da P.Buttafuoco, è la regione che più di tutti ha subito il c.d voto “Clientelare”
 
 Come scrive M. Fotia nel “Nuovo Dizionario di Sociologia“, Il clientelismo è “ un tessuto di rapporti personali a contenuto particolaristico, intercorrenti fra un patrono e un cliente (…) la sua formazione e conservazione dipende dalla reciprocità nello scambio di prestazioni o favori; essa, inoltre, si instaura tra due parti di differente status. In una transazione tipica, il cliente attore di status basso, riceve favori materiali e servizi intesi a migliorare la sua condizione di vita, mentre il patrono, attore di status alto, riceve compensi meno tangibili, come servizi personali, segni di stima, deferenza o lealtà, o servizi di natura direttamente politica come voti.”
 
La sicilia per anni ha goduto di finanziamenti di mamma –stato, finanziamenti che finivano per incrementare il potere dei patroni. Ma con la crisi, anche i finanziamenti sono finiti e di conseguenza il clientelismo è fallito. Lo si è visto nelle ultime elezioni regionali, e lo si può evidenziare , con assoluta certezza, negli ultimi ballottaggi siciliani. I patroni siciliani sono bipartisan e sono rappresentati dai partiti.  Basti pensare all’ultima inchiesta che ha portato all’arresto di 17 persone alle quali si aggiungono i vari politici indagati.  In pratica con i soldi dei disoccupati si pagavano viaggi ed escort.
 
 
I risultati dei ballottaggi segnano la fine definitiva del clientelismo. Vediamo caso per caso.
 
Ragusa.
 
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“Saul rispose a Davide: «Tu non puoi andare contro questo Filisteo a batterti con lui: tu sei un ragazzo e costui è uomo d’armi fin dalla sua giovinezza». Ma Davide disse a Saul: «Il tuo servo custodiva il gregge di suo padre e veniva talvolta un leone o un orso a portar via una pecora dal gregge.  Allora lo inseguivo, lo abbattevo e strappavo la preda dalla sua bocca. Se si rivoltava contro di me, l’afferravo per le mascelle, l’abbattevo e lo uccidevo. Il tuo servo ha abbattuto il leone e l’orso. Codesto Filisteo non circonciso farà la stessa fine di quelli”.
 
 Possiamo iniziare così la storia del Davide Siciliano che sconfisse il potente Golia Ragusano. Dopo un’ora dalla chiusura dei seggi , Federico Piccitto  37 anni, ingegnere elettrico, candidato dei Cinque stelle, è il nuovo sindaco di Ragusa.
 Piccitto vince il ballottaggio  con il 70% delle preferenze contro il candidato Giovanni Cosentini sostenuto dal PD, dal megafono di Nello di Pasquale (ex sindaco PDL e da poco folgorato da Crocetta),  l’Udc e pezzi del Pdl in poche parole “L’orgia dell’inciucio” .  Come scrive Andrea Scanzi,  il Pd ragusano merita 90 minuti di applausi per aver candidato un uomo di Cuffaro appoggiato da tutti e travolto da Piccitto.
 
L’imbarazzo per questa candidatura era stato denunciato da Valentina Spada (dirigente dei Giovani Democratici e tra le fondatrici del Pd di Ragusa nel 2007) la quale aveva scritto su facebook : “Voterò Piccitto, perché tra un finto candidato del centrosinistra, ma punto di riferimento del centrodestra e di Totò Cuffaro, e una persona per bene a prescindere dalle appartenenze, scelgo secondo coscienza”.
Questa condivisibile denuncia le è costata l’espulsione dal PD. Anzi , per la precisione, la “decadenza d’ufficio”. Una sorta di espulsione elegante che non sentirete in Tv.  Ma chi è Giovanni Cosentini ?
 Vicesindaco uscente di Ragusa. Ex PID ( cioè Saverio Romano) e numero due di Paquale quest’ultimo , come dicevo prima , folgorato da Crocetta. Lo stesso presidente della regione qualche giorno fa era stato a Ragusa per sostenere Cosentini e smentendo le ipotesi di inciucio, aveva dichiarato : “Siamo protagonisti di una svolta epocale “ ( PD-PDL ???). 
 Ad ascoltarlo c’erano anche Guglielmo Epifani, segretario nazionale del Pd, e Giampiero D’Alia, ministro per la Pubblica amministrazione e uomo forte dell’Udc siciliano.  Piccitto vince contro questa potente corazzata. Nessuno lo avrebbe detto, anche perchè il distacco di Cosentini era del 29 per cento contro  il 15.64 Piccitto.  Insomma Ragusa è la settima città 5 stelle. Ragusa è la settima città “Departitizzata”. 
 
Siracusa.
 
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Anche Siracusa merita un’attenzione particolare. Il nuovo sindaco è Giancarlo Garozzo, nipote di Aldo Garozzo ( presidente dei Confindustria Siracusa  e storico alleato della Prestigiacomo). Garozzo , sostenuto dall’ala renziana del PD (Foti) ha vinto con il 52,3 % contro il 46,58 di Reale. Come molti di voi sapranno, Reale era sostenuto dall’On. E.Vinciullo, il quale , quale settimana fa, era stato espulso dal PDL. Finiva così la guerra tra il deputato siciliano e Stefania Prestigiacomo. Quest’ultima decise decise di appoggiare E. Bandiera candidato dell’UDC siracusano e appoggiato da Pippo Gianni ( ex pid e oggi folgarato da Tabacci). E. Bandiera non arrivò al ballottaggio. La Prestigiacomo così si trovò nell’imbarazzante situazione di sostenere , segretamente, il candidato del PD.  Venerdi scorso a siracusa era venuto pure il sindaco di Firenze , Matteo Renzi. Il c.d nuovo che avanza aveva fatto un bellissimo discorso sulla bellezza, ma si era dimenticato di dire ai siracusani che lo ascoltavano sotto il sole cocente, che il candidato Garozzo era sostenuto anche da Pippo Gianni e Prestigiacomo.  Renzi si dimenticò anche di raccontare la polemica nata su facebook nella quale l’on. De Benedicts denunciava il segreto patto con il centro-destra siracusano.  Vi domanderete, ma se a siracusa ha vinto il candidato della corrazzata  Potëmkin , come fai a parlare di “fine del clientelismo” ? Questa è la classica domanda a cui i vari opinionisti non sanno dare una risposta. Eppure è semplice.  Nel’ex capitale della magna grecia,  I votanti sono stati il 35%, pari a 36.304 elettori, un risultato davvero molto basso, peggiore di quanto preventivato. Tradotto ? Che i vari Pippo Gianni, Bufardeci, Foti, Prestigiacomo , Marziano , non sono più in grado di mobilitare l’elettorato. E questo è un dato storico.
 
Messina.
 
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A Messina la storia è ancora più divertente. Nella città dello stretto, il nuovo sindaco è l’attivista No Ponte Accorinti che a sorpresa è in vantaggio con il 52,38%. Prevale sul candidato di centrosinistra e Udc Felice Calabrò, al 47,62%. Renato Accorinti è stato appoggiato dai movimenti, dal cattolicesimo di base e marginalmente da Rifondazione Comunista, PdCI, IdV e Verdi che facevano parte della lista di Accorinti. Insomma un altro davide contro golia.
 
 
I risultati di questi ballottaggi incoraggiano quel sentimento di cambiamento che l’intero paese sta attraversando e che la politica tradizionale non riesce a dare. C’è qualcosa di storico in questi risultati. Politica e Classe dirigente farebbero meglio ad ascoltare questa voce.  D’altronde lo si sa. Come disse J.W Von Goethe dopo un viaggio in Sicilia nel 1817: “E’ la sicilia la chiave di ogni cosa”.  Se i mali dell’italia sono nati qui, è compito dei siciliani porre rimedio. Oggi la sicilia ha dato una grande lezione all’Italia, dimostrando che il cambiamento non è solo un sogno, ma è qualcosa di concreto.  
 
Francesco Migliore
Pubblicato in: abusi di potere, società

il ’67 di Grillo


Uno degli aspetti più interessanti del celebre maggio francese per chi lo voglia studiare è il “perché” potè accadere.

Non un generico “perché” sulle condizioni socio-politiche complessive, sullo stato dell’università in Francia alla fine degli anni ’60, bensì un perché molto specifico e focalizzato: perché potè accadere nonostante la contrarietà del PCF? In particolare, nonostate la contrarietà (o l’assenza, l’inerzia) dei giovani del partito comunista francese.
Badate, parlo di “contrarietà”, “assenza” ed “inerzia” non in termini assoluti -difatti, i comunisti parteciparono attivamente alle manifestazioni ed alle attività del maggio ’68- ma solo alla fase iniziale. Cito dalla pagina del PCF di wikipedia in francese:
Durant les événements de Mai 68, le PCF est d’abord hostile au mouvement étudiant“.

Perché? Nuovamente, la stessa pagina di wikipedia è abbstanza utile nel fornirci una spiegazione, citando un manifesto di giugno 68pcfdello stesso anno del partito comunista francese nel quale si afferma che lo stesso è stato il solo a
dénoncer publiquement les agissements, les provocations et les violences des groupes ultra-gauchistes, anarchistes, maoïstes, ou trotskystes”.
Cos’era accaduto? Il PCF era stato per lunghissimo tempo il partito comunista “più stalinista d’Europa”; il più fedele alla linea dettata dall’URSS; il più ortodosso.
Ma com’era stato possibile mantenere tale ortodossia strettissima? Tout simplement perché il PCF -e la sua sezione giovanile- procedettero sin dagli anni ’50 a tutta una lunga serie di espulsioni di quegli esponenti “eterodossi” che sostenevano idee anarchiche, maoiste, trotzkiste
Iniziando questa spiegazione, poche righe sopra, stavo scrivendo che il PCF rimase “puro”. Il concetto lo recupero qui, perché mi sembra il più eloquente: il partito comunista francese, tramite queste espulsioni, si mantenne ortodosso, puro, incontaminato da strane derive ideologiche del comunismo.
Ma pagò a carissimo prezzo tale scelta.
Mantenendosi puro negli anni antecedenti il 1968 (di qui il ’67 del titolo), il PCF si chiuse ad ogni influenza esterna, ad ogni nuovo contributo; di più: epurò volontariamente le proprie fila, cacciando chi non si conformava. Non solo il PCF non allargò le proprie fila, ma le decimò deliberatamente.
Così facendo, perse il controllo politico della maggioranza dei giovani, degli universitari, che non rinunciarono all’attività politica ma semplicemente si organizzarono al di fuori del PCF, senza coinvolgerlo.

La mia personale impressione è che il Movimento 5 Stelle stia -per volontà dei suoi leaders Grillo & Casaleggio- vivendo uno scenario simile. Il Movimento 5 Stelle si trova in una fase di “epurazioni”, di perseguimento della coerenza e purezza interna al Movimento tramite l’esclusione dei dissidenti. Per ragioni simili a quelle del PCF fra gli anni ’50 e ’60, Grillo (e Casaleggio: do per implicito che i due agiscano d’intesa) sta procedendo a questa selezione interna (“politico-darwiniana“, se vogliamo) basata sul principio di fedeltà al “verbo” del blog, ovvero del “megafono” Grillo: chiunque esprima dissenso dalla linea indicata dallo stesso, viene tacciato di “tradimento” e -salvo repentina abiura pubblica– viene spinto a lasciare.

Questo procedimento è interessante e meriterebbe un’analisi più approfondita, ma ne traccio solo un breve excursus: 1) il “colpevole” viene pubblicamente denunciato; 2) si invita lo stesso ad andarsene spontaneamente, cercando di far passare questa come una libera “scelta” di “tradire” M5S; 3) generalmente, l’accusato replica di non avere intenzione di andarsene, condividendo le idee del Movimento; 4) comincia allora il processo (pubblico o meno), nel quale si manifestano le tensioni fra “ortodossi” ligi al diktat del capo ed altri, eterodossi o titubati; 5) frequentemente, la decisione viene infine rimessa al blog.
Sottolineo un altro aspetto importante: questi continui “processi” interni hanno una funzione fondamentale dal punto di vista di Grillo. Essi non solo rinsaldano l’unità, eliminando gli elementi che potrebbero comprometterla; ma altresì sono uno strumento ottimale per testare e piegare la resistenza di coloro che meditano di ribellarsi, senza ancora farlo apertamente o che vi provano senza sufficiente convinzione. La logica, anche in questo caso, è semplice e ricalca l’esperimento Milgram: si sottopone il soggetto ad una tensione, uno scontro fra la propria coscienza ed un’altra forza esterna (sociale) coercitiva, quale il gruppo o l’autorità. Se il soggetto non riuscirà ad affermarsi, soccombendo alla pressione esterna, si piegherà alla volontà del gruppo o dell’autorità e vi si piegherà con tanta maggiore convinzione quanta era la forza che originariamente vi opponeva. Il procedimento è ben esplicato dal documentario televisivo francese La Zone Xtreme (può essere altresì utile l’articolo sulla resitenza sociale).
Fra l’altro, questo lavorio per indebolire la resistenza all’autorità viene alimentato da più parti, anche con una logica terribilmente sgradevole ed offensiva come quella della “gratitudine” verso Grillo che questi “miracolati” dovrebbero avere (se ben ricordo, Grillo mastrangelistesso battezzo Rodotà un “miracolato”) -qui riportato da Stanlec nell’esempio di Diego Cugia.
Le parole di Cugia sono particolarmente efficaci, quindi le riporto: “Ma risparmiatemi questa Cosetta dei Miserabili dell’onorevole grillina Paola Pinna (laureata disoccupata che viveva con i genitori a Quartucciu, Cagliari, e con cento voti cento è diventata deputata al Parlamento) che invece di spargere petali di rosa dove Grillo cammina, sorge in difesa di una certa Gambaro, un’altra miracolata che si crede Che Guevara. Questa cosetta dei miserabili, intervistata da “La Stampa” che le domanda “Se la Gambaro venisse espulsa se ne andrebbe anche lei?” dichiara: “Se la scelta fosse tra Grillo e la Gambaro per me sarebbe una scelta tra schiavitù e libertà. Io scelgo la libertà.”
No, bambina, tu scegli di far parte di quella casta di paraculi che il tuo Paese, votandoti, ti aveva supplicato di togliergli dai piedi. Lo ripeto, le epurazioni non mi piacciono, ma dare dello schiavista a Grillo, al quale dovete tutto, ma proprio tutto, fa veramente vomitare […]“

Insomma, se la pressione del gruppo e dell’autorità non è abbastanza forte da piegare il dissenso, l’eretico viene espulso dal gruppo. Così, lo stesso rinsalda la propria compattezza, la propria identità, la propria coerenza interna eliminando tutto ciò che vi si pone in contraddizione.
Come per il PCF, questa è evidentemente una scelta di chiusura e di blocco rispetto agli sviluppo dialettici (e abbastanza naturali) di un gruppo, di una pluralità di persone -cui corrisponde inevitabilmente una pluralità di idee e visioni. Negare questa pluralità richiede un complesso lavoro psicologico e sociale: prima si denunciano le eterodossie come “tradimenti”; poi si procede ad espellerli.
Ma questa strategia ha come conseguenza l’incapacità del gruppo di percepire i movimenti sociali e di adattarvisi: il gruppo rinuncia al controllo della società e perde persino quello che aveva, focalizzandosi solo sui “duri e puri”, radicalizzandosi sempre più.

Di questo passo, non dovremmo stupirci se Grillo ed M5S dovessero perdere ulteriormente consensi elettorali.

Ultima considerazione: ad ogni nuovo “dissidente”, ad ogni espulsione o parlamentare che lascia il gruppo di M5S si capisce meglio il senso della polemica di Grillo contro l’art. 67 della Costituzione (libertà di coscienza dei parlamentari): evidentemente, il “megafono” aveva intravisto il pericolo del dissenso ed aveva già individuato il modo migliore per mantenere compatte le proprie fila e subire senza grossi danni qualche perdita….

Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Quando la vita diventa dolore


 

lettere frida kahloFrida Kahlo – Lettere appassionate – 175 pagine

Edizioni A(abscondita)

Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”, questa la frase che riassume meglio questo libro, composto in gran parte dal carteggio privato di Frida Kahlo con amici e amanti della sua vita. Ma chi era veramente questa donna? Una pittrice, un’artista, una donna che ha molto amato, una passionale di natura? In realtà Frida è stata una donna che ha vissuto al centro del proprio dolore, sempre. Poliomelitica fin dall’infanzia, a soli 18 la sua salute ossea viene significatamente compromessa da un incidente. Frida si trovava su un autubus che si è ribaltato causando 4 morti. La pittrice messicana rimane gravemente ferita e la convalescenza (dopo due di una serie di operazioni che drammaticamente saranno la costante della sua vita) dura diversi mesi. Ed è proprio durante questo periodo che inizia a dipingere.

Il libro è corredato da una serie di fotografie che riproducono le sue opere e momenti di vita privata, segnata profondamente dall’amore per Diego Rivera, pittore famoso, di vent’anni più grande che sposerà per ben due volte. Frida è fin da giovanissima molto innamorata di Rivera, per lui dipinge e scrive poesie. Ma questo amore non le impedirà di conoscere e avere relazioni con altre persone, anche con donne. Quello che veramente caratterizza la sua passionalità e la sua vita è il dolore, un dolore fisico che inevitabilmente condiziona i suoi dipinti e i suoi scritti. Non dimentichiamo che perderà tre figli e non riuscirà mai a coronare il suo sogno di maternità. Morirà giovanissima a soli 47 anni, dopo aver subito l’amputazione di una gamba e l’ennesimo intervento alla colonna vertebrale che non sarà risolutivo. Nel suo diario scriverà, proprio il giorno prima di morire, della sua speranza “di non tornare mai più in questo mondo” proprio perchè la sofferenza si è fatta insopportabile.

Il dolore è il reale protagonista, non la ribellione e la volontà rivoluzionaria di questa grande artista messicana da sempre iscritta al partito comunista. Un dolore talmente forte da distrarla anche dagli impegni politici, dal suo attivismo e dalle stesse amicizie, con le quali spesso si scusa per non aver riposto alle lettere. Eppure Frida è capace di un grande amore per tutti, amici e amanti, tanto da farsi perdonare dal fotografo Nickolas Muray, quando questo si sposerà, con una lettera davvero struggente dai toni tristissimi.

Frida appare da una parte come una donna forte, capace di superare i limiti imposti dal proprio fisico e al contempo estramamente fragile, dolorante nel corpo e nell’anima. Come se non riuscisse davvero a fare tutto ciò che vorrebbe, perchè il suo fisico si rifiuta. Affetta anche da anoressia e spesso depressa, perchè spesso veniva obbligata a vivere in un letto dai medici, eppure piena di vita e energia, la stessa che traspare dai suoi dipinti dalle tinte forti, a prima vista surrealisti, ma realistici nelle simbologie scelte. Una donna che non si abbandona mai davvero a lamentele, ma che va avanti con grinta e passione, così come traspare dalle fotografie dove difficilmente sorride. Ma è proprio per questo che non si può restare immuni al suo fascino che dura nel tempo e che ce la farà amare ancora a lungo.

Bianca Folino

Pubblicato in: diritti, economia, LAVORO, libertà, politica

Teoria e Prassi del Precariato secondo un Precario


di Alex Foti

precariatoccupy

Allora, sorelle e fratelli che soffrite per disoccupazione o precarietà: il precariato siamo noi. Il precariato è socialmente composto da chi è precari@ (truismo), vale a dire sottoposto a condizioni di lavoro e vita precarie causa mancanza reddito e lavoro intermittente. Tecnicamente il precariato è composto da chi nella generazione X+Y+Z (i nati dopo il 1965): lavora con un contratto precario (parasubordinato, apprendistato, tempo determinato, lavoro in cooperativa, part-time subìto, interinale ecc ecc), è disoccupato oppure è un NEET, cioè chi non studia e non è nel mercato del lavoro (il 30% degli under 25 in Turchia, il 25% in Grecia, il 20% in Italia e Spagna) né fa la formazione finanziata a caro prezzo dall’UE e invariabilmente intascata dalle amministrazioni regionali (vedi anche Sergio Bologna sul sito della furia dei cervelli); oppure ancora, è solo formalmente un lavoratore autonomo (partite iva monocommittente, freelance, consulenze ecc). La società fordista era fatta di tute blu e colletti bianchi, la società neoliberista è fatta di colletti rosa e creativi: tutti precari. Ma sono in completo disaccordo con Standing: il precariato proviene prevalentemente dalla classe media, non dalla underclass. Del resto non ci si può aspettare da un britannico l’elaborazione accurata di un concetto, il precariato, coniato dai precari dell’Europa continentale. L’espressione precariousness of labor compare nell’edizione inglese del libro I del Capitale, ma precarity e precariat sono importazioni recenti dai movimenti di Italia, Francia, Spagna.

Numericamente il precariato consta 5/6 milioni di giovani donne e uomini (spesso con bambini) sommando/incrociando dati ISTAT in Italia (vedi Gallino) e forse 30 milioni di precari/e nell’eurozona. La stima di eurostat è che ci sono 19,4 milioni di disoccupati nell’eurozona, di cui 3,6 milioni under 25. Nella primavera 2013, Il tasso di disoccupazione fra i giovani toccava il 63% in Grecia, il 56% in Spagna, il 41% in Italia. Tipicamente, in Europa, il tasso di disoccupazione giovanile è sempre il doppio di quello complessivo. Al momento nell’eurozona è al 12% e rotti, per i giovani è a più del 24%: una/o su quattro è disoccupato in Europa, uno su due nell’Europa mediterrane. E la stima dell’economist è che ci sono oggi almeno 300 milioni under 25 senza lavoro nel mondo. La procedura statistica risolutiva sarebbe calcolare la forza lavoro under40 (occupati+disoccupati) e determinare quanta percentuale di occupazione under40 è non-standard (nel senso che nn né long-term né full-time) per arrivare al calcolo definitivo dei precari/e in Italia, eurozona, UE, USA, OCSE (i dati ci sono, ma sono sparsi, bisogna solo mettersi di buzzo buono iniziando dai vari numeri di OECD Employment Outlook). Il fatto stilizzato ma prossimo alla realtà è che il 25% degli under 40 è disoccupato, il 50% è precario e il restante 25% gode di un’occupazione stabile. Il che vuol dire che il precariato e composto da decine di milioni di persone che vivono in Europa. Molte di esse lavorano come precarie nei servizi poco qualificati (cura, ristorazione, logistica ecc.), altre come cognitarie nelle c.d. industrie creative (la classe creativa che lavora nell’informazione, cultura e conoscenza è un sottoinsieme del precariato), altre ancora come stagisti e precari in aziende private e amministrazioni pubblica, svolgendo le stesse mansioni degli assunti a lungo termine. Se il precariato è sezionalmente differenziato, la sua unità sociale e politica è possibile intorno a un nuovo welfare e a un nuovo progetto di società, democraticamente discusso, deliberato e, soprattutto, conquistato contro le forze sia moderate sia reazionarie.

In Italia, politicamente il precariato o non vota o vota a 5stelle, e qualcuno ancora a sinistra. I primi nemici dei precari sono i politici, italiani ed europei, che hanno scientemente perseguito dietro la cortina di fumo della flessibilità, politiche del mercato del lavoro volte ad aumentare precarietà e ricattabilità delle Generazioni X+Y+Z (dai crashati delle dotcom gli zombies della Great Recession). Sindacalmente i precari italiani non li rappresenta nessuno, se si eccettuano esperienze creative, meritorie, ma limitate come EuroMayDay, San Precario e ACTA. I sindacati confederali sono nostri avversari. Non l’abbiamo scelto noi. L’hanno scelto loro quando hanno deciso di puntare sulla tutela degli assunti a tempo indeterminato e dei pensionati. I sindacati di base (parlo soprattutto dell’USB) fanno qualcosa per i/le precari/e delle amministrazioni pubbliche, ma il loro quadro di riferimento ideologico è il seguente: tutto ciò che è accaduto dopo lo Statuto dei Lavoratori è da rinnegare. Ora, il mondo in 40 anni è cambiato. Non c’è più l’Unione Sovietica, ma c’è Internet. E l’agente rivoluzionario non è più l’operaio socialista, ma la/il shabab facebook, la/il giovane studente/ssa o precaria/o che fa fatto la rivoluzione da Tunisi al Cairo.

La crisi, che ho chiamato fra i primi Grande Recessione e che ho in qualche modo previsto (vedi rekombinant, nettime, leftcurve fra il 2003 e il 2006), ha reso l’intera società precaria, col ritorno della disoccupazione di massa. Sì, ma della disoccupazione di massa giovanile. La disoccupazione fra i giovani ha raggiunto livelli parossistici Grecia, Portogallo, Spagna, Italy. Questo è il risultato più evidente del processo di precarizzazione che ha investito la società europea negli ultimi vent’anni, ossia da Maastricht in poi, e soprattutto delle politiche suicide di austerity portate avanti da Germania e UE. L’austerity delle élite neoliberiste ancora al potere ha costituito quella che è indiscutibilmente la parte ribelle ed esplosiva del precariato italiano ed europeo. In una situazione così, con i banchieri che s’intascano soldi a tasso zero mentre i giovani sono lasciati a marcire, chi non tira sassi contro i vetri del potere è irrazionale.

Mentre in Europa i leader, vista la malaparata, in queste settimane le élite decidono di come allentare il piedino malese dell’austerità e del rigore, i ghetti vanno in fiamme da Londra a Stoccolma e la gioventù multietnica senza speranza e senza giustizia risponde come da sempre nella storia della democrazia dal 1300 in poi: ribellione, tumulto, riot. The politics of austerity is the politics of riots, e il precariato lo deve sapere anche se è non violento. Da Tahrir fino a Taksim passando per Sol e Zuccotti, si sta da una parte sola della barricata. Dalla parte dei ribelli, contro il potere. In nome di una democrazia della piazza, dei media, autorganizzata, radicale, partecipata. Cosa vogliono i movimenti indignati e blockupy d’Europa animati da centinaia di migliaia di studenti e precari/e? La fine dell’austerità e del saccheggio della democrazia a opere delle élite. Aggiungo che dobbiamo coalizzarci intorno a un’ampia rivendicazione: ci dobbiamo conquistare una montagna di miliardi di euro (finanziata da eurobond monetizzati da Francoforte) da spendere in quelle persone, progetti, esperienze che creano realmente società e socialità, condivisione e convivialità, tolleranza e rispetto, fiducia e solidarietà invece di paura e ostilità.

Il precariato non ha ideologia né soggettività che non sia oggettiva: rimane ancora classe ex se. Il precariato (assai più del proletariato, i cui contorni rimasero sempre vaghi e che escludeva i lumpen) è una generazione che il processo storico ha trasformato in classe sociale nel senso marxiano o weberiano del termine. Il precariato è soprattutto il prodotto della distruzione della classe media a opera del neoliberismo e della crescita di una classe servile, ricattabile e precaria, nella conoscenza e nei servizi. Come il fordismo aveva generato il proletariato industriale, il neoliberismo ha generato il precariato sociale. Il precariato non ha ancora quindi coscienza di sé ed è impolitico. I precari, soprattutto in sud Europa, aspettano la vita che gli passa di fronte inesorabile, lasciandoli al margine delle grandi scelte, mentre il tempo passa e nessuno può più permettersi di fare bambini. In assenza di ogni speranza ragionevole di futuro, i precari non possono che essere prevalentemente nichilisti, come del resto tutta la cultura pop contemporanea da Twilight in poi. Tuttavia, se vuole essere politicamente e sindacalmente efficace, il precariato deve dotarsi di una visione politica e di un’organizzazione che persegua i propri interessi di generazione-classe (e di classe generale, come lo fu quella operaia – che tutti a sinistra se lo mettano in testa): un reddito stabile, una città conviviale, accesso a istruzione, cultura, ecologia, tecnologia, servizi sociali e sanitari gratuiti, una casa e la scuola per i figli delle coppie precarie. Il precariato non è al momento di sinistra. Del resto la sinistra è stata massimamente ipocrita sui precari e nei fatti si è attardato su battaglie di retroguardia invece di fornire tutele adeguate alla massa crescente del precariato. Può tuttavia avere molte chance un’organizzazione implicitamente di sinistra (come battaglie e rivendicazioni, ma non come simboli e riferimenti) che difenda i diritti dei precari/e in Italia e in Europa, vale a dire un’advocacy moderna, strutturata come una ONG internazionale.

Il precariato è per metà figlia/o di immigrati. Gli immigrati sono l’avanguardia del precariato e le loro lotte (penso alla logistica) sono fiere e coraggiose. Lo ius soli non è più indifferibile, proprio come il matrimonio e le adozioni gay. Il precariato prenderà coscienza di sé quando diventerà attivamente multietnico e meticcio come è già il popolo europeo. Tante culture e pratiche devono alimentare la soggettività del precariato. Un soggetto ribelle e barricadero, escluso e sfruttato, e per questo tutt’altro che pacificato, è l’unica scossa che può rianimare un’Europa morente, in solidarietà con le sorelle e i fratelli di tutto il bacino mediterraneo.

La politica autonoma del precariato non può che essere il populismo di sinistra, l’agire e la comunicazione che costituisce il popolo in opposizione alle oligarchie finanziarie e agli eurocrati in nome dell’Altra Europa: ecologista, libertaria, femminista, socialista. Contro la BCE e la Commissione Europea, diamo forza inedita a quelle tendenze nel Parlamento Europeo per rivendicare una nuova sovranità nell’UE, non più quella intergovernativa e tecnocratica di poche elite, ma quella democratica del popolo che la crisi l’ha pagata eccome.

Islamofobia e islamismo sono i due pericoli che abbiamo di fronte sia in Europa sia nel Magreb e in Turchia. Anche a Tunisi e al Cairo i salafiti sono una brutta storia, un acerrimo nemico. I giovani precari di Tahrir e Taksim si oppongono ad autoritarismo e islamismo, anche moderato, in nome di una società attiva, secolarizzata, creativa, sovversiva. Proprio per questo, l’advocacy sindacale del precariato (Precarious Anonymous?) non può che essere laica e pink. Si batte per i diritti sociali di tutte e tutti i precari nell’Euromediterraneo, qualunque sia il loro genere e la loro fede religiosa, porta solidarietà ovunque i diritti di donne, gay, minoranze siano violati nel mondo. Coordina proteste transeuropeee come quelle di Blockupy. Lancia e realizza scioperi e campagne del precariato, che rilancia l’indignazione di Plaza del Sol e di Gezi Park: OCCUPY EVERYWHERE. Il precariato deve continuare a conquistare l’agorà pubblica e mediatica come ha saputo fare da Occupy Wall Street fino ad Occupy Taksim. La sua costituzione online e sulle piazze centrali delle città del globo, è il passaggio necessario perché il precariato diventi soggettività politica autonoma, sovversiva e potenzialmente rivoluzionaria.

Il precariato arabo-turco differisce da quello europeo e quello americano, anche se è il prodotto delle stesse politiche neoliberiste. I precari del Cairo e d’Istanbul hanno dalla loro parte la forza della demografia; i precari di Madrid e di Milano sono invece immersi in società ingrigite dall’invecchiamento della popolazione. L’America è un caso intermedio: l’immigrazione clandestina la mantiene giovane. Mentre Intern (lo stagista, lavoro usa-e-getta che spesso non riceve alcun rimborso e cova vendetta) è la commedia amara dell’estate cinematografica statunitense, la disoccupazione dilagante fra i neolaureati oberati di debiti per pagare le costose università americane ha portato diversi trentenni a dover rispolverare la cameretta nella casa di mamma e papà. Fenomeno senza precedenti, che porta il Nordamerica ad assomigliare sempre più all’Europa mediterranea, dove i figli non se ne sono mai veramente andati dalla famiglia d’origine. Hanno preferito mantenere il proprio livello di consumo, piuttosto che metter su casa (occupandola, magari) lontano dalla protezione di genitori che lavorano ancora a tempo indeterminato oppure percepiscono laute pensioni e godono di discreti livelli di ricchezza immobiliare e finanziaria. Per chi lavora, il salario minimo (che ancora non esiste nell’eurozona) è la norma, i benefits di chi invece è assunto a lungo termine (contributi medici e pensionistici) una chimera. E in un’economia in cui la libertà di licenziare è raramente messa in discussione, i licenziamenti fra i neoassunti hanno falcidiato un’intera generazione. I giovani USA, proprio come quelli UE, sono la prima generazione ad avere la certezza di avere un futuro peggiore di quello dei propri genitori. Le aspettative crescenti sono finite, dilagano pessimismo e profezie di declino. In America non c’è la stessa rigida divisione corporativa del mercato del lavoro che esiste in Europa, fra insiders di mezza età protetti dai sindacati e ousiders precari (giovani, donne, immigrati): tutti sono a rischio e alla mercè dei datori di lavoro, ma gli ultimi arrivati sono come in Europa nelle peggiori condizioni possibili di partenza. Tuttavia, la precarietà negli Stati Uniti è un prodotto della Grande Recessione; nell’Unione Europea ha ulteriormente aggravato una questione sociale già esistente.

Oggi la missione sociale fondamentale del precariato è sconfiggere l’austerity e imporre soluzioni fiscalmente espansive alla crisi che vadano in direzione di un miglioramento netto complessivo delle condizioni educative, lavorative, sociali della generazione precaria. Solo nuovi e ingenti trasferimenti sociali come il reddito minimo di base, l’istituzione del salario minimo orario nell’eurozona, il lancio di programmi europei per l’impiego di giovani artisti e scrittori, l’ampliamento dell’Erasmus, il credito a tasso zero dato a startup d’impresa e sociali animate da comunità di precari/e, istruzione universitaria gratuita e altre misure radicali ma fattibili, potranno consentire all’economia europea di uscire dalla Grande Recessione, di cui soffre più di ogni altra regione al mondo, a causa della politica macroeconomica autolesionista di aggressione alla società imposta dalla Troika. Il precariato deve far saltare Maastricht e ottenere mutualizzazione/amnistia del debito ed emissione di eurobond per avere il reddito di base (e non chiamiamolo di cittadinanza, perché al momento larga parte dei potenziali beneficiari non sono ancora cittadini). Questo è il problema centrale e la sfida esiziale. Per vincerla, il precariato deve allearsi con chiunque condivida la negazione dell’austerità, ma sapendo che quando dalle politiche restrittive si passerà alle politiche espansive, dovrà attentamente vegliare a che i nuovi soldi siano spesi a beneficio del proprio interesse sociale, e lì i vecchi alleati saranno inservibili. Per esempio, riguardo all’attuale piano del lavoro ai giovani di Letta benedetto dall’UE possiamo scommettere che non darà un’oncia di stabilità e prevedibilità in più alla vita dei precari.

Ogni governo di larghe intese va contro gli interessi del precariato. Dal ’68 fino all’Hartz IV le Grosse Koalition si sono fatte contro la gioventù tedesca. Dal ’77 al 2011-2013 i governi di solidarietà nazionale si fanno sulla pelle dei giovani disoccupati e precari. Soprattutto i governi di grande coalizione perseguono la politica conservatrice della sua parte destra, Merkel in Germania, Berlusconi e Monti in Italia. E’ vitale che verdi, socialdemocratici e sinistra tornino maggioranza in Germania e in Europa. La politica di popolari e conservatori porta solo a povertà crescente e pulsioni di destra razzista e nazionalista sempre più incontrollabili. Il fronte populista del precariato è antifascista e anitrazzista, così come antiautoritario e antiproibizionista. Solo una base sociale attiva e conflittuale può imprimere una svolta di sinistra alla politica europea. Se il precariato non si ribellerà, ogni riforma del welfare è preclusa. Questa è la scommessa politica e di piazza oggi. Ogni illusione di fuga dall’Europa si rivela presto o tardi nazionalismo/populismo di destra. Bisogna sconfiggere l’Europa di Maastricht con un’altra Europa, non con la fine dell’Europa. L’Europa bisogna affrontarla frontalmente rivendicando una fonte alternativa di tradizione e legittimità politica: quella giacobina, garibaldina, comunarda, consiliarista, partigiana, contestaria, noglobal, occupy. Un bivio storico si è aperto con la Grande Recessione, saprà il precariato essere il soggetto sociale che cambia l’equazione del potere in Europa, in America e Medio Oriente? Che impone una soluzione climaticamente sostenibile e socialmente egualitaria alla crisi?

Visto il discredito in cui è caduta la politica, l’importante è diventare parte di un fronte sociale che cambi il corso del futuro e ricostruisca radicalmente la democrazia. Che svolga il ruolo che fu del Fronte Popolare in Europa e in America negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso: sconfiggere il fascismo nel mondo e dare una soluzione di sinistra (forti sindacati, alti salari, welfare state) alla Grande Depressione. Voglio chiudere con un sogno giacobino: che il precariato europeo emuli il precariato arabo e rovesci il potere europeo attuale. Occupiamo il Parlamento Europeo e facciamone un potere in opposizione a Consiglio, Banca e Commissione. Perché per difendere la società, il precariato deve prendere il potere. La generazione dei social media non si può più far governare dalla gerontocrazia.

http://www.milanox.eu/teoria-e-prassi-del-precariato-secondo-un-precario/

Pubblicato in: antifascismo, cultura, politica, società

bau bau Casapau


Nella città dove lavoro ci devono essere almeno uno o due gruppi di neofascisti particolarmente attivi.

Da svariati mesi, infatti, vedo un proliferare di manifesti propagandistici, elettorali, di incontri e convegni, commemorativi e striscioni politici con caratteri di formato e stampo del ventennio.
Molti portano il logo di Casa Pound (il cui solo nome mi da i conati di vomito), altri -gli ultimi- una semplice croce celtica. Semplice ma efficace.

Ora, mi piacerebbe davvero sapere con quali soldi si pagano tutti questi manifesti, che -vi assicuro- per coprire così capilarmente una città da circa 100.000 abitanti, devono essere tantini. Avendo appeso io stesso qualche manifesto, ho una vaga idea del costo di progettazione, disegno e stampa. Oltreché del lavoro fisico per andare di persona ad attaccarli.
Quindi, la domanda mi viene naturale: con quanti e quali soldi Casa Pound & co. paga queste migliaia di poster?
Vorrei proprio saperlo, perché mi pare difficile immaginare che gli aderenti -per quanto numerosi essi siano- facciano costanti volontarie donazioni a tal fine.
Oppure hanno qualche generoso finanziatore? Oppure…
Eppoi, quanti sono per andare con tale frequenza ad appenderli?
Concediamo pure che i fascisti abbiano un senso del dovere e di dedizione più accentuato dei “comuni cittadini”, ma davvero arriva a tal punto?

Ma, aldilà della mia personale curiosità, quello che profondamente mi irrita è l’occupazione selvaggia dello spazio pubblico che questi fascisti fanno.
Potrei anche capire un paio di poster qui e là sui muri o sui pilastri dei cavalcavia… non mi piacerebbe, ma lo capirei.
Quello che già faccio più fatica a capire ed accettare è quando tale “attacchinaggio” ricopra metri e metri quadrati con decine di manifesti in sequenza.
Questo, francamente mi sembra eccessivo.
Ma quello che veramente, veramente, mi irrita è vedere questi manifesti o locandine appesi anche alle fermate dei bus.
Intendiamoci, quando dico “appesi” non intendo con un pezzo di nastro adesivo (questo, lo riconosco, l’ho fatto anche io): intendo letteralmente incollati con la colla da manifesti, che oscura i vetri della fermata e li lascia potenzialmente attaccati per mesi. Obbligando quindi gli impiegati preposti a passare, pulire e staccarli.

Non ho dubbi che nella loro, distorta e malata, ideologia sia una specie di “dovere” quello di far propaganda in questo modo violento e selvaggio, irrispettoso del decoro urbano e delle idee altrui.
Ma questo non li giustifica minimante.

Così, quando ieri passando davanti l’ennesima sfilza di manifesti dedicati a due camerati caduti negli anni ’70 vi ho letto sopra un “merde” opera di qualche writer o attivista di sinistra, ammetto di non aver provato alcuna pietà per i morti commemorati.
Probabilmente sbaglio io, che pietà per i morti si dovrebbe sempre averla, come recitava John Donne. Ma non ne ho avuta.

Per chi fosse interessato al finanziamento (secondo alcuni “totalmente spontaneo”…) di Casa Pound, copio qui l’articolo del Huffington Post gentilmente segnalato da ammennicolidipensiero, che ringrazio, secondo il quale Casa Pound ha illegittimamente e tramite escamotages usufruito del 5 per mille:

http://www.huffingtonpost.it/2013/05/16/casapound-fascisti-del-5x1000_n_3284635.html

Cito dall’articolo: “sfogliando gli elenchi del volontariato che attinge a questi soldi pubblici, proprio non ti aspetteresti d’incappare cinque-mille-casapound-238831_tnin CasaPound. Pregiudizio vuole, d’altronde, che parlando di organizzazioni di utilità sociale il pensiero corra più facilmente al mondo dell’associazionismo, della ricerca o della spiritualità, che a un gruppo dell’estrema destra italiana (per quanto sociale). E in effetti “CasaPound Italia”, nelle oltre ottocento pagine delle liste del 5 per mille, formalmente non ce la trovi, neppure a cercarla con il lanternino: né scritta con la “u” italiana, né con la “v” latina. Ciò che vedi, piuttosto, è una società cooperativa onlus a responsabilità limitata: “L’isola delle tartarughe”. Nome che – per chi non ha familiarità con la testuggine ottagonale del logo casapoundiano – potrebbe sembrare soltanto una delle innumerevoli associazioni animaliste dedicate al panda di turno.
Allora che cos’è veramente, questa mitica Isola delle Tartarughe? Il cosiddetto codice “Ateco” con cui è registrata (93299) indica “altre attività di intrattenimento e di divertimento”. Cioè nello specifico: sagre, mostre, animazione di feste e villaggi, ludoteche, marionette, fuochi d’artificio e stand di tiro a segno. Ma sfogliando un’aggiornata visura camerale, l’oggetto sociale della cooperativa lievita alla lunghezza monstre di sei pagine. Per prendersi cura degli emarginati – dagli ex degenti di istituti psichiatrici ai tossicodipendenti – i mezzi sono infiniti: dalla raccolta differenziata alla tutela delle arti, dalla consegna pacchi alla vendita di pezzi di ricambio per auto. Tutto ciò, con due (2) dipendenti.
Non è chiaro che cosa c’entri questo con CasaPound Italia. Sul sito, se cerchi le parole “isola delle tartarughe”, ti si risponde pacatamente: “Nessun post corrispondente alla query”. Il legame però salta facilmente agli occhi: in apertura della loro homepage campeggia a caratteri cubitali la scritta “5×1000 A CASAPOUND”, e il codice fiscale riportato in bella vista sotto la scritta – cioè 09301381001 – non lascia spazio a dubbi: è quello dell’Isola delle tartarughe (del resto neanche per una tartaruga un codice fiscale può fare riferimento a due soggetti diversi).

Ulteriore nota, un pò personale, un pò di colore: dopo la pubblicazione iniziale di questo post nel mio blog, qualche commentatore (ben protetto dall’anonimato offerto da internet) “fascistoide” è passato ha lasciare il suo gentile contributo, commentando.
“Commenti” di enorme spessore intellettuale direi, utili soltanto a cercare di sminuire quanto scritto con lapidari e vuoti giudizi. Un interessante bau bau a sottolineare la propria virile e minacciosa musculatura, privo di contenuto come solo i bau bau sanno essere.

Pubblicato in: CRONACA

5 Stelle : Sali a Bordo, cazzo !


E’ inutile negarlo.  Il movimento 5 stelle , in questi giorni , sta dando il peggio di se.  La vicenda dell’espulsione della senatrice bolognese Adele Gambaro è un altro atto di masochismo  il quale  sembra essere diventato  il principio fondante del movimento.  I vari mass media e (diciamolo pure) buona parte della politica non aspettavano altro. Il modo in cui è stata trattata questa vicenda è imbarazzante e denota un’assoluta incapacità di gestire non solo la comunicazione, ma anche delle questioni che somigliano molto delle beghe infantili ( gli adolescenti sono molto più maturi).  

La Vicenda Gambaro.

Sinceramente credo poco alla versione della Gambaro . Non credo a questi “martiri ad orologeria” ( Beppe usa quei toni da più di 20 anni, non penso che Adele lo abbia scoperto solo ora). Criticare Grillo è giusto, ma non a mezzo stampa. E’ controproducente e serve solo a riempire la bocca a quei 4 geni che scrivono “Grillo è un dittatore” ( A proposito anche i post di Grillo spesso sono contro-producenti).  Bastava semplicemente dire alla Gambaro : “Adele noi non siamo d’accordo con te” .

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La questione finiva lì. Invece si è preferito trasformare un opinione (giusto o sbagliata che sia) in uno spettacolo mediatico. Lo streaming ( fatto solo nel pomeriggio) è  sì uno strumento di trasparenza ( quando mai avete visto una cosa del genere?),  ma allo stesso tempo è l’ennesimo regalo fatto ai mass media i quali hanno buttato litri di inchiostro su una vicenda che oggettivamente non importa a nessuno. Bastava vedere i titoli dei giornali : ” Gambaro. E’ gogna mediatica” . O sentire i vari Pigi Batista : ” lo streaming è un atto intimidatorio per frenare il dissenso interno” ( che poi la maggior parte dei senatori presenti erano contro l’espulsione).

La fuga.

La c.d “fuga dei grillini” era abbastanza prevedibile. Di “Scilipoti” versione 5 stelle ce ne saranno ancora. D’altronde le regole di due mandanti e del dimezzamento dello stipendio cozzano con la mentalità italiana. Paradossalmente questa è l’unica via di salvezza per il 5 stelle ( e contemporaneamente per la tenuta democratica del paese). Prima il 5 stelle riuscirà a “liberarsi” di certi eletti ( e diciamolo pure di certi elettori) e prima riuscirà a venire fuori da questa crisi interna. Molti eletti (scelti con metodi ridicoli, ma interessanti) hanno sfruttato lo tsunami 5 stelle per far carriera politica ( vedi Furnari, Mastrangeli, e favietti vari). Molti elettori hanno votato 5 stelle solo perchè vedevano Beppe Grillo urlare cose (oggettivamente) “sensate” e perchè sputtanava la c.d casta. Se il 5 stelle non è stato capito dagli eletti figuratevi dagli elettori. Quando la Lombardi disse che ” per noi conta il programma e non il nome” diceva una cosa coerente col progetto 5 stelle. Nessuno l’ha capita, anzi è stata sbeffeggiata ( e questo la dice molto sugli “opinionisti ” italiani). Ma il problema non è questo. Il vero problema è come viene gestita questa “ fuga”.

Le espulsioni

Cari Parlamentari 5 stelle  è vero. Siete oggetto di attacco mediatico, ma i mezzi glieli mettete tutti.  Le espulsioni le fanno tutti i partiti. Solo qualche settimana fa a Siracusa è stato espulso in modo vergognoso  l’On. Vinciullo dal PDL e a causa di diatribe locali, la Prestigiacomo,  adesso, si trova costretta a sostenere un candidato del PD (Garozzo, Renziano) . Ne avete sentito parlare ? No ovviamente. D’altronde che importanza ha ? Se è chiara la logica due pesi due misure, è bene che vi adeguate.  Le vostre  espulsione ( a volte giuste a volte no) vengono trasformate in “Epurazioni”.  Il dissenso esiste, deve esistere e non deve essere interpretato come “Tradimento” , “ allora ti vuoi tenere la diaria”, “Sei un troll del PD” . Come dicevo bisogna distinguere tra “martire ad orologeria” (Favia, Tavolazzi, Furnari)  e semplice dissenso (Pinna, Currò) .  Attenzione, il clima di diffidenza verso il dissenso è frutto dell’attacco mediatico a cui siete sottoposti .  Se fossi sottoposto ogni giorno al linciaggio mediatico, forse anch’io sarei portato a non fidarmi del mio compagno di banco. Ma tutto ciò deve finire.  

Il lavoro vanificato.

Forse non vi siete accorti che questi atteggiamenti infantili vanificano il duro lavoro che state facendo in Parlamento. Siete i primi in presenza e nessuno vi ha mai visti seduti a prendere un caffè in Transatlantico. Chi vi segue è consapevole che state imparando il mestiere del parlamentare. Conosce anche i disegni di legge e le centinaia di mozioni e interpellanze che avete fatto.  Dalla sospensione delle cartelle esattoriali per chi avanza crediti nei confronti dello Stato alle pratiche per dichiarare ineleggibile Berlusconi (unici nella storia).  Nel frattempo che scrivo l’aula sta respingendo i vostri emendamenti sulla sospensione dell’IMU alle abitazioni ( che a causa del terremoto) sono state dichiarate inagibili. Un parlamentare poco fa scriveva sul facebook: “L’aula respinge le nostre mozioni sull’Imu. Nessuno ne parlerà” .  Bravo.  Chiediti il perché.

La Comunicazione.

Adesso, capisco che l’Italia è al 57°posto nella classifica per la libertà di stampa. Stiamo attraversando la fase di “riappacificazione nazionale” e chi non si adegua è uno sfacista  Era facile prevedere che i guardiani del regime vi avrebbero dipinto come un covo di incompetenti che pensano solo alle espulsioni e alle diatribe interne.

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Il 5 stelle non solo mette in discussione tutto, ma rappresenta l’unica forza di opposizione in questo “dispotismo della maggioranza”, e quindi il sistema  ( di cui fa parte il giornalismo) si ribella e attacca. Ma in questo campo di battaglia voi girate con su scritto “Eccomi sparatemi”.  Mi chiedo. E’ mai possibile che per cercare il materiale della vostra attività devo farmi tutto il giro delle pagine facebook?  Create un sito dove raccogliere tutte le mozioni , interpellanze, disegni di legge del vostro gruppo parlamentare.  Vi prego , non fatemi l’esempio del canale you tube o de La Cosa.  

Se in Parlamento succede qualcosa di “politicamente grave” : Agitatevi ! Fate una conferenza stampa, uscite dall’Aula insomma fate di tutto per far capire che non state solo a controllare gli scontrini ( lo so che non è così, ma la percezione è un’altra). E’ bene ricordare che siete l’ultimo spot della politica, l’ultimo giro di boa prima che arrivino i forconi (quelli veri). Infine, cari amici piddini, io non esulterei per la crisi 5 stelle: governate con Berlusconi , il vostro futuro ( piaccia o non piaccia) è Matteo Renzi, strappate la  tessera che “ci fate più figura”.

 Francesco Migliore

Pubblicato in: opinioni

Il M5S è contro la natura degli italiani.


Il M5S impone ai suoi eletti un massimo di due mandati e poi tutti a casa. Qualcuno crede davvero che, in Italia, questo sia possibile ? Molta gente ha sfruttato il M5S per iniziare a far politica, poi continuerà a farla con chi sarà disponibile a candidarli. Ecco spiegati i malumori e le prime fughe alla quali ne seguiranno molte altre. L’italiano medio si attacca alla poltrona fino alla morte.

Il M5S non accetta alleanze. Qualcuno crede davvero che nel sistema politico italiano sia possibile non fare alleanze ? E’ possibile solo nel caso in cui si voglia passare le legislature sempre in opposizione. La gente ha capito che il M5S non governerà mai questo Paese ne’ da solo ne’, evidentemente, in coalizione con altri partiti e a molta gente questo non sta bene. L’italiano medio ama alleanze, coalizioni, compromessi, inciuci ma soprattutto chi sta in maggioranza.

Il M5S vuole la democrazia diretta, il cittadino è il protagonista, l’artefice di sé stesso, decide il proprio destino. Qualcuno crede davvero che l’italiano medio sia capace di tutto cio’ ? L’italiano medio preferisce sempre delegare ad altri: per incapacità, per comodo, per ignavia, per interesse…

Qualcuno verrà a dirmi che sia i parlamentari del M5S sia gli elettori conoscevano queste regole e potevano rifiutarle: chi non candidandosi chi non votando M5S. Non credo sia del tutto vero, se questo discorso è valido per gli eletti (ma l’occasione fa l’uomo ladro) non credo sia valido per gli elettori, molti dei quali, non sapevano nemmeno che cosa fosse davvero M5S;  molti hanno votato M5S perché vedevano Grillo in Tv (ripeto in Tv, mica sul web) che diceva “cose sensate” e soprattutto sputtanava la Casta.

 Insomma, l’italiano medio, al netto di qualche mal di pancia passeggero, è molto affezionato al sistema politico italiano e non è assolutamente pronto alle regole “antisistema” proposte da Grillo. Passato il fraintendimento iniziale, l’italiano medio non voterà piu’ M5S e questo finirà per essere votato unicamente da chi è già pronto alle regole antisistema: una piccolissima minoranza. Questa è l’Italia…

Gio’ Chianta

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Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

La morte non è altro che una trasformazione


 

Mathias Malzieu – L’uomo delle nuvolel'uomo delle nuvole

– 131pagine. Edizioni Feltrinelli

Questo è il secondo romanzo pubblicato in Italia, ma il primo in ordine di scrittura del giovane narratore francese Mathias Malzieu, classe 1974. Questa volta ci propone la trasformazione, intesa come ultimo ed estremo atto della nostra vita. Una parodia sul legame inevitabile tra morte e vita che sempre ci spaventa.

La prima è appunto intesa come trasformazione estrema. Con l’usuale linguaggio ricco di lirismi, al quale ci ha abituato con “La meccanica del cuore”, questa volta Malzieu indaga sulle nostre paure, Claudman, ovvero l’uomo delle nuvole, nonchè protagonista di questa storia, un saltimbanco a volte ridicolo per la sua goffaggine, si trova alle prese con un tumore. Con lui viviamo, pagina dopo pagina, l’indebolimento e la caducità del corpo umano reso fragile dalla malattia, vissuta come una minaccia e un limite. Il tumore, chiamato in molti modi in questo romanzo e spesso paragonato ad un elemento della natura, come un cavolfiore, è ciò che limita il protagonista nella realizzazione dei propri sogni. In particolare ciò che Cloudman ha sempre cercato è volare e anche durante le proprie esibizioni provava ad imitare la leggerezza dei volatili. Non è importante il suo continuo fallimento, lo stesso che lo porterà in ospedale, dopo essere rovinosamente caduto durante un’esibizione e dove gli diagnosticheranno un tumore incurabile. Ciò che conta è la perseveranza, il protagonista, nonostante la malattia e i continui dolori, calmati solo da inizioni di morfina, continuerà a tentare, rubando le piume dei cuscini dell’ospedale per costruirsi due ali. Incontrerà un bambino che gli sarà compagno in questi sogni e in avventure immaginate e immaginarie. Fino all’incontro di un’affascinante creatura: metà donna e metà uccello, molto seducente, in realtà la dottoressa che lo ha in cura. Gli proporrà un patto, e se Tom Cloudman si abbandonerà ad un’estrema trasformazione in riva al cielo, potrà vivere, anche se le sue forme cambieranno, quanto la sua coscienza. Diventerà un uccello, questa sarà la scelta e non si trasformerà per vivere, per evitare la morte, ma in realtà sarà mosso dall’amore per quella donna, alla quale donerà un figlio, prima di trasformarsi definitivamente. Il linguaggio è lirico, le immagini si susseguono veloci quasi fossero pennellate di un dipinto. Ma tutta la storia si colora di oniricità, con esseri strani e fiabeschi e ambienti suggestivi e musicali.

Quello a cui il giovane scrittore francese, leader del gruppo musicale rock Dionysos, ci fa assistere è proprio una metafora che fa sembrare la morte meno spaventosa di come solitamente la percepiamo. Come se Malzieu suggerisse al lettore che non c’è nulla da avere paura, la morte è solo una trasformazione dell’uomo nei propri sogni. Ma soprattutto, quello che lo scrittore sembra voler suggerire al lettore è che l’amore è forza creativa che permette alla vita di nascere e trasformarsi. E’ pura energia che ci consente di superare i nostri limiti.

Bianca Folino

 

Pubblicato in: diritti, elezioni amministrative, lega, libertà, politica, razzismo

Con un briciolo di gusto


li-amoIl Comune in cui vivo, Treviso, è uno di quelli attualmente in procinto di eleggere una nuova amministrazione. Domenica prossima avrà luogo il ballottaggio fra il candidato del centro-sinistra, in vantaggio al primo turno, e il candidato della destra-e-basta: trattandosi del sindaco-sceriffo leghista che si è reso famoso anche oltre confine, per panchine divelte e “panteganizzazione” (pantegana = rattus IV norvegicus = topo di fogna) di chiunque non la pensi come lui, aggiungere a “destra” la parola “centro” non avrebbe gran senso.

Naturalmente sono vent’anni che NON voto per lui ma ho trovato veramente interessante il modo in cui pensa di convincermi a farlo ed è per questo che lo condivido con voi lettrici/lettori. Sappiate, mie care e miei cari, che secondo i volantini con cui i suoi accoliti stanno ingozzando le cassette postali dell’intera città, “con la sinistra a Treviso tutti avranno gli stessi diritti”. Avete letto bene. Rileggete pure, non sto scherzando.

Dopo un ventennio di occupazione in stile militare di istituzioni, aziende pubbliche correlate, informazione locale, costoro ancora non sanno cosa sono i diritti umani. In questo lungo periodo, avranno messo le loro firme, come sindaci e presidenti di provincia e assessori e direttori di questo e quello su migliaia di convenzioni e ratificazioni e dichiarazioni d’impegno relative ai diritti umani, ma ancora non li distinguono da “benefici”, “concessioni” o “gesti caritatevoli” garantiti dal Principe in carica ai suoi servi della gleba (se si comportano bene, ove bene indica nel modo che il Principe desidera).

Un tetto sopra la testa, acqua potabile, cibo, accesso all’istruzione ed alle cure sanitarie, esistenza sicura e dignitosa senza discriminazioni basate sul sesso, sulla razza, sulla religione, sull’opinione politica, sull’origine sociale o nazionale, sull’orientamento sessuale: questi sono i diritti umani basilari di cui ogni persona è titolare, semplicemente perché è nata umana. Tale è il fondamento di tutti i documenti in proposito sottoscritti dalle nazioni, dalla Dichiarazione del 1948 alle Convenzioni più recenti. Una persona viene al mondo e non deve essere buona, non deve essere bella, non deve essere trevigiana doc, per essere trattata umanamente.

Sul serio? Si chiederanno stupiti i sostenitori dell’imitazione locale di John Wayne. Anche se le persone sono delinquenti, anche se sono zingari, anche se sono Kabobo? (tutte cose che avete scritto nei vostri foglietti disinformativi) Sì. Se uno zingaro delinque o un Kabobo uccide – come delinquono e uccidono gli italiani in generale e i trevigiani in particolare – la reazione della società per la salvaguardia della propria sicurezza è contenuta principalmente in una cosa che si chiama Codice Penale. Nessuno perde i propri diritti umani perché commette reati. Così come non possono portarvi via degli anni una volta che li abbiate compiuti. Nascete, e questa roba – almeno sulla carta, anzi, su moltissime Carte, Costituzione italiana compresa – vi appartiene; compite gli anni e una candelina in più fa la sua comparsa sulla torta. Le premiazioni e le vendette esercitate da un singolo, anche se investito della carica di Sindaco, non hanno nessun potere sulla questione.

Cercate di seguirmi: come comunità umana li abbiamo stabiliti, questi benedetti diritti, proprio per raddrizzare sbilanciamenti di potere e contrastare le ingiustizie, quali la povertà e l’esclusione. Sono attrezzi che incarnano un consenso diffuso su quali siano le condizioni minime per un’esistenza decente. Usare la cartina di tornasole del rispetto dei diritti umani consente di individuare con maggior chiarezza le necessità delle persone, fa avanzare eguaglianza, benessere e sicurezza, fornisce parametri che sanno dirci se un’azione, una legge, un progetto siano accettabili o no. Un buon Sindaco queste cose deve saperle, questa conoscenza deve metterla in pratica, sempre che veda la sua città come una comunità di esseri umani in cui vivere apertamente, gestendone anche le difficoltà e le sfide, e non come una serie di bunker antiatomici con aria condizionata in cui rinchiudere i meritevoli mentre si lascia che il resto dei cittadini respiri veleno.

Ecco, se mi permettete di continuare ad essere onesta e franca, vi dirò che un effetto la vostra propaganda lo ha avuto. Non quello che speravate, e cioè di suscitare in me la paura dell’alterità (sono una donna e una femminista, per antonomasia questo approccio con me non può funzionare): avete invece acceso una piccola speranza.

Davvero posso pensare che se il candidato del centro-sinistra vince si impegnerà affinché a Treviso tutti noi si goda pienamente dei nostri diritti umani? Be’, lo avrei votato per disperazione, dopo vent’anni di leghismo. Adesso lo voterò con un briciolo di gusto. Maria G. Di Rienzo

FONTE  http://lunanuvola.wordpress.com/2013/06/07/con-un-briciolo-di-gusto/

Pubblicato in: abusi di potere, CRONACA, cultura, diritti, FORZE DELL'ORDINE, magistratura, violenza

Stefano Cucchi si è picchiato da solo: non in mio nome


di Pierpaolo Farina
Non si sanno le motivazioni, ma una cosa è certa: Stefano Cucchi si è picchiato da solo. Questa la sentenza pronunciata in nome del popolo italiano. Quindi anche mio. Chiedo ai giudici, al prossimo giro, di astenersi dal parlare a nome di tutto il popolo italiano. Non so come la pensino gli altri, ma mi indigna profondamente che per la magistratura Stefano Cucchi si sia ridotto in queste condizioni da solo.

Fortuna che la storia non si scrive con le sentenze, perché altrimenti a Piazza Fontana nessuno avrebbe messo la bomba e via discorrendo. Una cosa è certa: Stefano Cucchi non si è picchiato da solo. Le sentenze per fortuna possono essere ribaltate fino in Cassazione. Aspettiamo fiduciosi. Di certo lo Stato non ha dato grande prova di sé per l’ennesima volta.

cucchi

 

http://www.qualcosadisinistra.it/2013/06/05/stefano-cucchi-si-e-picchiato-da-solo-non-in-mio-nome/

Pubblicato in: opinioni

Il sistema politico italiano e l’antisistema a 5 stelle.


Prima di capire perché Grillo e il suo MoVimento debbano essere eliminati politicamente dal sistema politico italiano  credo sia necessario capire le regole del sistema e, per farlo, partiro’ dalle elezioni locali, le cui regole non scritte dicono molto di piu’ di quelle scritte.

Tizio si candida a sindaco e sceglie una serie di persone da candidare, altre si proporranno e altre ancora verranno proposte. Nella lista che sostiene il candidato sindaco si candidano un numero elevato di persone rispetto ai posti disponibili, diciamo che piu’ dell’80% dei candidati sa in partenza che non verrà mai eletto. Ma perché si candidano ? Per portare voti alla lista. E Perché vogliono portare voti alla lista ? Perché piu’ voti porteranno alla lista e piu’ favori potranno chiedere. Io porto 100-200 voti alla tua lista per avere in cambio riconoscenza.

E cosa fanno gli eletti ? Rappresentano tutta la popolazione cittadina ? Neanche per sogno.  Gli eletti rappresentano unicamente chi ha portato voti alla loro lista e piu’ voti ha portato e piu’ riconoscenza avranno nei loro confronti.

Ma quali sono questi favori che i “portatori di voti” chiedono agli eletti ? A parte i casi di appalti truccati e roba da codice penale per la maggior parte dei casi si tratta di favori che in realtà, in un Paese normale, dovrebbero essere diritti:  far lavorare i figli, far asfaltare la stradina davanti casa tua, far riparare un guasto e via dicendo.

Agli eletti conviene non risolvere i problemi dei cittadini perché piu’ la gente si troverà in uno stato di necessità piu’ loro saranno forti, piu’ voti pretenderanno alle elezioni successive in cambio dei soliti favori.

Come abbiamo visto questo sistema non riguarda unicamente i politici ma anche i cittadini, la cui partecipazione attiva al sistema è determinante alla sopravvivenza del sistema stesso.

La politica italiana funziona piu’ o meno così, seppur con le tante eccezioni che confermano la regola.

Credo che adesso sarà piu’ facile capire perché Grillo e il MoVimento debbano essere fatti fuori politicamente. Il MoVimento non chiede voti in cambio di favori e i cittadini sanno che non possono proporsi come “portatori di voti”. Il MoVimento rischia di far saltare la decennale “collaborazione” tra eletti ed elettori e questo non sta bene ne’ agli eletti ne’ agli elettori.

Il MoVimento non rappresenta il cittadino ma chiede al cittadino di rappresentarsi da solo attraverso la Democrazia diretta, il MoVimento vorrebbe che i problemi venissero risolti in modo tale che nessuno sia piu’ schiavo della politica.

Capite che un Movimento che si pone l’obiettivo di distruggere l’attuale sistema politico italiano rappresenta un tumore per il sistema stesso.

E cosa ha fatto il sistema per sconfiggere questo tumore ? Si son messi tutti insieme con lo scopo di difendere il sistema dalla minaccia a 5 stelle.

Grillo sbaglia certamente su molti punti ma i suoi errori credo siano dettati dalla consapevolezza di lottare contro dei mostri e dalla certezza che prima o dopo faranno fuori lui e il Movimento perché questa è l’Italia, questo sono molti politici, questo sono molti italiani.

 

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Pubblicato in: diritti

5 domande a Josefa Idem


“La cittadinanza italiana per alti meriti sportivi agli atleti stranieri che si sono distinti”.

Se fosse davanti a me chiederei a Josefa Idem:

1- Perché vorrebbe dare la cittadinanza agli atleti  figli di immigrati regolarmente residenti in Italia e non ai figli di immigrati che si sono distinti, ad esempio, per le straordinarie capacità intellettive ?

2- Cosa vuol dire quando parla di “alti meriti sportivi” e di “si sono distinti” ?  Tradotti letteralmente vorrebbero dire che un atleta non particolarmente bravo non potrà ricevere la cittadinanza, è così ?

3- Tutti i figli di immigrati regolarmente residenti in Italia, senza alti meriti sportivi li consideriamo, per Legge, di serie B ?

4- Tutti i figli di immigrati regolarmente residenti in Italia che per loro sfortuna hanno  un problema fisico o mentale li consideriamo, per Legge, di serie C ?

5- Lei non crede che sarebbe piu’ utile applicare lo ius soli (applicando, ad esempio, il modello francese) anche nel nostro Paese  anziché perdere tempo con proposte che, se fossero realmente applicate, darebbero qualche privilegio a chi ha già avuto dalla vita un particolare dono mentre  diffonderebbero un senso di profonda ingiustizia verso chi non ha avuto dalla vita nemmeno quel dono ?

Gio’ Chianta

RAVENNA 19/11/2008. JOSEFA IDEM

Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Non esiste età per raccontare storie


 

il manoscritto di brodieJorge Luis Borges – Il manoscritto di Brodie – 94 pagine. Adelphi edizioni

Questa raccolta di racconti è il frutto della vecchiaia di Borges, poeta e scrittore argentino che all’età di 70 si è rimesso alla scrivania per narrare. E il risultato è davvero strabiliante in questa serie di storie, a volte crude, che vogliono descrivere l’animo umano nel profondo. Gli ambienti sono quelli della periferia di Buenos Aires, con i suoi malavitosi, istintivi e violenti, ma soprattutto forti e che molto ricordano i personaggi di Evaristo Carriego. Qui si parla di delitti efferati, di carne e sangue con quello stile tipico di Borges che ha sempre un accento nobile nel tracciare le vicende di questi malavitosi. Di uomini duri, che parlano poco, ma che davanti ad un interlocutore e magari un bicchiere di vino o altro, iniziano a parlare e raccontano la loro versione della storia. Come fosse eroi incompresi a cui lo scrittore dà voce.

All’inizio di ogni racconto c’è una specie di segreto, o meglio qualcosa da svelare su una storia di cui si è già parlato, su un omicidio di cui non si conoscono i dettagli o su un particolare che potrebbe far nuova luce su qualche evento. Paradossale è “Il vangelo secondo Marco” dove il protagonista cerca di elevare dei contadini leggendo loro dei libri, tra i quali il Vangelo appunto. Verrà preso alla lettera, tanto che lo crocifigeranno, considerandolo alla pari di Gesù, un Dio a cui si deve gratitidine, anche se in un modo che potremmo definire ortodosso. I toni a volte si fanno grotteschi, come in questo caso, altre volte sembra di assitere ad un film di Tarantino dove il sangue sgorga e zampilla per tutta la pellicola.

Il racconto che dà il titolo al libro, è invece un manoscritto fedelmente tradotto che parla di età coloniale e lo fa attraverso gli occhi di un missionario che ha vissuto presso alcune popolazioni africane prima e brasiliane poi. In particolare si parla degli Yahoos, nome scelto per non confondere i lettori, che combattono contro gli uomini-scimmia in una regione del centro Africa.

E di nuovo Borges è capace di soprendere perchè questa raccolta sembra aprire una nuova visione rispetto alla sua carriera di scrittore, come se a 70 anni fosse arrivato ad una svolta che in realtà è solo apparente, in quanto lo scrittore argentino rimane il consueto affabulatore che affascina il lettore nelle sue storie, tanto da farle sembrare reali, pezzi di cronaca in un magistrale stile giornalistico.

La sua immaginazione, nel descrivere queste storie che a volte sembrano nascere da una fantasia a tutto tondo, arriva alla fine al nucleo centrale della sua indagine che sempre ha intriso i suoi scritti, sia quelli poetici che quelli in prosa. E’ un nucleo drammaticamente umano, che potrebbe essere visto come l’unica storia narrabile, quella di un’eterna risposa senza domanda: chi siamo e cosa non siamo.

Bianca Folino

 

Pubblicato in: cultura, diritti, libertà, Televisione pubblica

un paio di “no!”


Una discussione fondamentale si sta sollevando ultimamente attorno ad un tema essenziale per il nostro Stato, ovvero il dibattito sul semipresidenzialismo.
Personalmente, mi dispiace e preoccupa sentire tante voci che anche da sinistra approvano una simile “riforma” istituzionale, voci come quelle di Enrico Letta, di Veltroni e dello stesso Prodi.

Personalmente, dico NO! ad una simile proposta. E non perché concordata o meno con il PDL od altre forze politiche, quanto perché -come ben argomentava Gustavo Zagrebelsky da Gad Lerner sabato sera- questa non è una mera “riforma” costituzionale.
Questa è una radicale innovazione, un’innovazione che ci condurrebbe in una diversa forma di Stato rispetto a quella voluta dall’Assemblea Costituente nel 1947. Una forma di Stato che addirittura, viste tutte le cautele associate nell’attuale Costituzione al potere esecutivo, potrebbe essere considerata antitetica rispetto a questa.
gustavo-zagrebelskyZagrebelsky mi trova altresì concorde nel dire che è cosa anche più grave il modo cui si è impostato il ragionamento su questa “riforma” (che continuo a virgolettare perchè riforma, propriamente detta, non è: è uno stravolgimento). Ovvero, il ragionamento proposto (parole anche di Letta sabato) è fondamentalmente il seguente “il ruolo del Presidente si è ampiato, quindi è giusto ampiarne i poteri costituzionalmente sanciti“, una sorta di legittimazione della “riforma” alla luce del ruolo chiave giocato dal Presidente Napolitano: siccome Napolitano ha avuto un ruolgo così importante, è giusto garantire ai futuri Presidenti un simile margine d’azione e direzione.
Francamente, questa logica non mi convince affatto. Anzi, dirò di più: mi ricorda il triste referendum francese del 1958 che in settembre legittimò ex post un atto fondamentalmente golpista da parte di De Gaulle, tornato a capo del governo nel giugno dello stesso anno.
Qui non si tratta di legittimare l’operato di Napolitano, che a mio modesto avviso (ma anche per voci ben più autorevoli come lo stesso Zagrebelsky) rientra fondamentalmente nell’alveo dei poteri costituzionalmente attribuiti al Presidente; bensì si vuole utilizzare l’impiego “critico” di detti poteri fatto da Napolitano per attribuirne di ancor maggiori al suo successore.
Trovo la cosa grave e confindo non sia approvata. Perchè, come detto, è uno stravolgimento dell’attuale assetto costituzionale. Un simile stravolgimento deve corrispondere a fatti ben più significativi che lo giustifichino e non può in alcun modo essere il semplice risultato di un accordo politico. Veri e propri eventi che esigano un diverso assetto istituzionale, una diversa forma di Stato.
Inoltre, la immaginate una cohabitation nell’attuale contesto politico italiano?
Se comunque una simile riforma dovesse passare, sarà essenziale sottoporla a referendum: perchè su aspetti tanto decisivi, tutta la cittadinanza deve essere chiamata ad esprimersi. Quindi, auspico i parlamentari siano tanto corretti da non eludere l’applicazione dell’art. 138 Cost.

C’è un altro NO che mi sento di dire in questo momento.
Un no che senza dubbio susciterà diversi malumori: quello all’idea di affidare la Presidenza della Commissione Parlamentare di Vigilanza RAI ad M5S, come recentemente richiesto dal “megafono” Grillo.
Ammetto di aver anche pensato per un certo tempo che, in fondo, il ruolo di M5S come “apriscatole” delle stanze del Palazzo potesse essere proficuo per la cittadinanza. In questa prospettiva, avrei volentieri affidato al Movimento 5 Stelle non solo la Vigilanza RAI, ma persino il Copasir (Comitato Parlamentare Controllo Servizi Segreti) -pur conscio dei rischi connessi…. specie con l’uso che fanno delle e-mail!
Tuttavia, le parole di Grillo secondo cui “i giornalisti dovranno rendere conto” è inquietante. Inquietante non per l’idea, in sé giustissima, quanto per la logica ed i destinatari cui Grillo vorrebbe applicarla. Bastino due nomi: Floris e Gabanelli. Se pure sul primo qualche velato sospetto di essere “di sinistra” non è mai mancato, vorrei capire quali sono le colpe della seconda…. forse aver fatto un’inchiesta (oltre che su i partiti tradizionali) anche su M5S?
Le sue parole sono abbastanza eloquenti: “Siamo stufi di ricevere schiaffi e di essere, allo stesso tempo, presi per il culo dalla Rai. O ci verrà affidata al più presto – dice Grillo – o ne trarremo le conseguenze… Faremo i conti con Floris e con Ballarò, ma anche con i Rodotà e i Gabanelli, quelli che si sono rivoltati contro“. Fare i conti? Ci si sono rivoltati contro?
Ma che logica è questa? Siamo forse ad un regolamento di conti, ad un’epurazione? Eppoi, punire qualcuno -neppure organico al Movimento- per il suo dissenso?
Curioso che Grillo non dica nulla, invece, di giornalisti come Vespa, Masi, Giorgino o Paragone…
Sulla stessa linea l’affermazione per la quale “non andremo in TV, la occuperemo“. Occupare la TV??? Ne conosco un altro che aveva un progetto simile….
No, se queste sono le premesse (decisamente berlusconiane), allora è bene che M5S non abbia affatto la presidenza della Commissione di Vigilanza RAI!