Pubblicato in: CRONACA

CALDEROLI E L’IPOCRISIA DEL PD


 
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Certo che l’indignazione piddina sulle meschine parole di Calderoli è molto più divertente della scena di Vieni Avanti Cretino in cui Lino Banfi  incontra un suo vecchio compagno di scuola in gita, che nel frattempo si é fatto prete. Dopo la misera battuta razzista del Vice-presidente del Senato della Repubblica Italina ( lo scrivo tanto per capire di chi stiamo parlando) , il mancato smacchiatore di giaguari , alla festa del Partito democratico di Cornaredo (Mi), si è posto delle legittime domande. Ecco cosa ha detto dal palco : “Ma secondo voi, nel mondo di domani, o di oggi, dove va un territorio che pretende di essere sviluppato, di guardare al mondo, di avere relazioni culturali, economiche, sociali con l’Europa e mi insulta un ministro perché è nero? Ma dove va? Dove va Milano? Dove va la Lombardia?”.  
Per carità. Domande legittime, giuste e sacrosante, forse anche consentite.  Il problema è che,  dopo aver sentito Bersani, sono stato colto come da un senso di fastidiosissima orticaria.
Era il 1 novembre 1995 quando Max il Gelido ( nomignolo ideato da Pansa ai tempi della bicamerale) , dalle pagine de La Repubblica, diceva: “Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale, piaccia o non piaccia. È una nostra costola”. Paradossalmente, il leader Maximo che non tramonta mai diceva una cosa che almeno in teoria reggeva. Infatti la lega nord , prima delle lauree albanesi e dei Belsito, proliferava propri negli ambienti abbandonati dalla sinistra. Se quest’ultima preferiva andare nei salotti, la lega nord andava in fabbrica. Se l’iscritto diessino era travolto da un senso di impotenza ed escluso da ogni forma di decisione, del militante leghista si verificava la “sua effettiva  militanza”. Ma non solo. Come denuncia Wu Ming su l’Internazionale : “ se i sedicenti democratici avessero combattuto i razzisti dall’inizio e senza quartiere, oggi non ce li ritroveremmo bel belli dentro le istituzioni”.
La c.d sinistra invece di attaccare , ha preferito flirtare con il Carroccio. Che poi, sempre paradossalmente, il PD flirtava con la Lega Nord per sganciarla da Berlusconi e alla fine, è lo stesso PD a ritrovarsi insieme al Cavaliere. Una sorta di “buscar el Levante por el Poniente” in salsa piddina.  Non ci sono solo le lusinghe della Volpe del Tavoliere, no picciuttedi.
Era il febbraio del 2011, quando Bersani rilasciava una illustre intervista a La Padania , dicendo : “Non ho bisogno che qualcuno mi spieghi che la Lega non è razzista. Lo so”.  Purtroppo per Bersani e per gli amici che ancora lo difendono, la lega nord era ed è un partito di estrema destra, xenofobo e razzista. Come d’altronde lo era e lo è lo stesso Calderoli.  Mi chiedo io ( e se lo chiedono un po’ tutti)  c’era bisogno di aspettare l’ennesimo attacco  al ministro Kyenge per accorgersi che Calderoli è un razzista da bar ? Il vice presidente del senato lo conoscevamo già. E’ lo stesso che nel febbraio 2006, mostrando una t-shirt in cui era raffigurata una vignetta su Maometto che già aveva avuto ripercussioni internazionali, causò l’assalto all’ambasciata italiana di Bengasi. Calderoli è lo stesso che non pentito di quella performance, l’anno dopo , protestando contro l’edificazione di Moschee in Italia, disse : “ Metto a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale” . Infine,  Calderoli è lo stesso che è stato eletto vice-presidente del Senato della repubblica Italiana con 119 voti, compresi quelli del PD. Quindi, cari amici piddini, capisco l’indignazione, ma vi prego risparmiateci questa ipocrisia. D’altronde il capogruppo al senato Zanda ( quello del Berlusconi è ineleggibile, anzi no)  ha precisato che “Calderoli ha chiesto scusa”, quindi non c’è più nessun problema.
 
PS.

 

Anche una parlamentare del 5 stelle ( ops..cittadina ) ha avuto modo di intervenire in questa vicenda. La Serenella Fucksia ha detto che “ non capisce cosa ha detto di negativo Calderoli”. Io non capisco come una del genere sia stata eletta. 
 
Francesco Migliore.
Pubblicato in: donna

Il coraggio di Federica Cardia


Federica-Cardia4Roberto Loddo
“Mi chiamo Federica e ho 30 anni. Nell’aprile del 2011 mi è stato diagnosticato un tumore al colon al quarto stadio e da allora la mia vita è cambiata per sempre”. Questo è l’inizio della storia di Federica Cardia, una ragazza sarda che sta combattendo con tutte le sue forze contro un grande male, un tumore al colon al IV stadio. Delle cellule impazzite hanno stravolto la sua vita e i risultati delle ultime analisi l’hanno convinta che dopo tanti mesi di cure “non appropriate” sia arrivato il tempo di combattere questo male non più da sola, ma come scrive nel suo blog “con l’aiuto di un popolo che mi conosce bene, quello della rete”.
Infatti Federica ha studiato Comunicazione e ha conseguito un Dottorato di ricerca in questa materia dedicandosi per qualche anno alla ricerca sulle nuove potenzialità della Rete e sulla condivisione. Un’opportunità che ha saputo mettere a frutto per creare un sito: www.tantovincoio.com, portale che contiene tutta la sua storia clinica, i suoi esami e le informazioni che ha raccolto. Ha chiesto al popolo della Rete un aiuto economico per sostenere cure molto costose. Ma soprattutto l’idea è di condividere quanto più possibile il link, in modo da arrivare a medici, chirurghi disposti a tentare un’operazione, persone che hanno vissuto o che vivono la sua stessa situazione, esperti di terapie alternative o innovative. Questa iniziativa si inserisce in un torrente di dati digitali e si configura come uno strumento all’incrocio tra il crowdsourcing (cercare informazioni sulla sua malattia e medici che possano aiutarla) e crowdfunding (cercare un aiuto economico per sostenere le nuove cure).
La vita di Federica è eccezionale. Federica è una cancer blogger che non si limita a parlare solo del suo male. Scrive per l’huffingtonpost e per cagliari.globalist di ogni diritto negato in ogni sfera della vita umana. Anche della sua vita privata, perché guarire è un suo diritto. Il sociologo Bauman, descrivendo l’importanza della vita umana ha scritto che gli artisti che immaginano la loro arte si pongono degli obbiettivi estremamente difficili. Anche fuori dalla propria portata. Per questo motivo discutere e confrontarsi con l’esperienza di “Tanto vinco io” è importante perché ci insegna che per essere felici dobbiamo tentare l’impossibile. A volte di fronte alla sofferenza siamo soli, ma possiamo ritrovare il coraggio, la forza e la dignità in noi stessi anche senza le previsioni affidabili e le certezze mediche e scientifiche a cui siamo abituati.
E da qui che la storia di Federica inizia e si connette con un’altra storia. La storia di altre milioni di persone. Di fronte alla sofferenza del cancro ci possono essere solo due strade, arrendersi, chiudersi in se stessi e nascondersi in una condizione di infelicità eterna, oppure resistere. Federica ha deciso che di fronte alle sofferenze che travolgono le nostre vite, la disperazione non serve a nulla. Il cancro non è una croce che ci dobbiamo portare dietro come un senso di sconfitta definitiva o come una sentenza di morte. Questo male può essere vissuto anche come un’opportunità di vita nuova, un’occasione di crescita personale e collettiva delle persone che condividono la stessa esperienza per portare la felicità agli altri.
Chissà se in un futuro vicino o lontano, queste nuove modalità di condivisione orizzontale offerte dal mondo della rete, potranno veramente orientare alla guarigione anche altre persone. L’obbiettivo di Federica non è allontanare l’immagine del cancro dalla sua vita. Federica vuole vederlo, viverlo e affrontarlo, e come dicono i buddisti, vuole una prova concreta di trasformazione del suo veleno in medicina. Si può abbracciare il cancro per sconfiggerlo?

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Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Il sogno ci salva dalla vita


 

Murakami Haruki – La ragazza dello sputnik –

216 pagine. Einaudi    la ragazza dello sputnik

Se la vita si fa insopportabile il sogno ci viene in aiuto. E’ questo l’assunto principale di questo libro di Murakami, scrittore giapponese piuttosto amato in Italia per la sua capacità di incantare il lettore in una serie di avvenimenti che spesso utilizzano il linguaggio onirico.

E’ una storia di intrecci e situazioni che si complicano per i tre personaggi principali, la voce narrante, un insegnante innamorato di Sumire che vuole diventare scrittrice ma che inciampa nell’amore per Myu una donna sposata che è divisa a metà, perchè 14 anni prima ha avuto una esperienza di sdoppiamento della personalità mentre si trovava su una ruota panoramica. Sumire la soprannominerà “la mia ragazza dello sputnik” per un gioco di parole e fraintendimenti su un romanzo del quale le due donne parlano quando si incontrano. Ma lo sputnik diventa anche l’emblema dell’uomo: un satellite solitario che a volte incontra altri satelliti ma che ne rimane distante, “come se la terra si cibasse delle nostre solitudini”.

E’ un libro dei segreti anche, dove la comprensione altro non è che una serie di fraintendimenti che ci portano a capire gli eventi. Causa ed effetto sono considerati inscindibili come il contenuto e la forma e questo genera confusione. Il linguaggio risente delle suggestioni pop e dell’arte urbana.

Lo scrittore giapponese ci porta dritto verso una domanda complessa e semplice al contempo: ci si perde o ci si trova strada facendo? La storia si presenta come intricata, piena di colpi di scena dove diversi livelli e piani di esistenza convivono. Gli eventi traumatici portano ad uno sdoppiamento, che non è quello concepito dalla disciplina psicologica, ma che è piuttosto un vivere su due piani diversi, al di là e al di qua di uno specchio. La dimensione del reale convive con quella del sogno e forse la soluzione ad una vita che si fa opprimente e che non ci permette di realizzarci appieno è proprio questa sorta di fuga nella dimensione del sogno, dove possiamo vivere liberi da ogni condizionamento o trauma che limita i nostri movimenti. Murakami dà alla luna, più precisamente alla luce della luna piena, il potere di accesso ad entrambe le dimensioni, intese in ultima analisi come morte e vita che sono indissolubilmente legate tra loro. Un tema ricorrente in questo scrittore, che narrando sembra cercare una risposta che non dia al distacco il senso di lacerazione, ma piuttosto di integrazione. Sumire sparirà ad un certo punto della storia, perchè entrerà in un’altra realtà, quella del sogno e il narratore continuerà ad amarla e in un certo senso ad attenderla. Ma anche nella telefonata finale dove la ragazza dirà con gioia “sono tornata” ad un certo punto la linea cadrà e il lettore rimarrà sospeso in un finale che lascia a lui la scelta: quella telefonata può segnare un reale ritorno oppure può essere un semplice sogno del narratore. Come se Murakami, sorridendo suggerisse ai lettori di prendere il sentiero che più sentono idoneo al loro essere, come se ognuno di noi fosse libero di scegliere, tra veglia e sogno, la dimensione nella quale vivere. Quello che appare chiaro invece è questo stimolo pererenne all’autorealizzazione, ad uscire di scena, ovvero a trovare la propria dimensione di vita, quella che ci permette di essere veramente liberi.

Bianca Folino