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La vicenda Shalabayeva e quella maledetta Ragion di Stato.


Una volta  Noberto Bobbio scrisse che “ veri o finti, reali o inventati, i complotti che appaiono sulla nostra scena quotidiana sono comunque la rivelazione di una democrazia malsana”. L’Italia è lo Stato con più misteri al mondo.  La cultura del complotto , delle trame oscure e degli intrighi di potere ha sempre affascinato la mente dell’italiano. Lo ammise lo stesso  ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga, scomparso il 17 agosto di tre anni fa.  Il Presidente Picconatore, dalle pagine del suo libro “La versione di K”,  rispondendo al politologo torinese , disse che effettivamente “ siamo sempre portati a cercare altre verità. Ma aspirare alla quadratura del cerchio fa si che spesso ombre riottose sfidino le leggi della percezione e affollino impazzite la scena fino a oscurarla del tutto”.  

Tuttavia, nella vicenda più tragicomica delle spy storie europee , quella dell’affare Mukhtar Ablyazov  non c’è bisogno di nessun tipo di analisi dietrologica. Citando il giornalista de il fatto quotidiano Alessandro Robecchi, “la davantologia basta e avanza” . Non c’è nessuna trama di film di serie Z, nessun  intreccio, doppio o triplo che sia.  D’altronde è lo stesso Cossiga a spiegare che “ nonostante tutto questo Paese è sempre riuscito a evitare che la sua democrazia, per quanto malsana, si ammalasse del tutto”.  Purtroppo è quella insopportabile  “Ragione di stato” connessa a  quella disgraziata posizione geografica che ha condannato e condannerà sempre il nostro paese alla sudditanza e subalternità del dittatore/ potente di turno. 

Quello che spesso viene scambiato per complotto, per trama oscura o , volgarmente, per dietrologia è la semplice storia del nostro paese.  La storia  “come il cauterio del chirurgo: brucia, ma risana” (Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po, 1938/40) .

Quello che molti chiamano cospirazionismo, io lo chiamo “bagno nella realtà”.   Ed ecco la dura e triste concretezza:   La ragione di stato è l’unico principio che regola lo ius gentium.  Convenzioni Internazionali, Carte dei diritti  e quisquilie varie vengono dopo i taciti accordi tra gli Stati .

 

La “Ragion di stato” non nacque il 4 gennaio  del 1947 , quando l’allora Presidente del Consiglio Alcide de Gasperi si recò negli Stati Uniti per incontrare il Presidente Truman, assicurandosi l’entrata dell’Italia nel Piano Marshall.  Di “Ragion di Stato” si iniziò a parlare verso la prima metà del 16°secolo. Infatti nel 1527, il cattolico Carlo V saccheggiò Roma e costrinse il papa Clemente VII a rinchiudersi in Castel S. Angelo. Qualche anno dopo, nel 1536 Francesco I, re cristianissimo, si allea con i Turchi, secolare nemico della cristianità, per contenere la potenza di Carlo V.  La politica degli Stati europei  inizia accogliere la distinzione machiavelliana fra politica e morale. Si afferma così il  principio che legittima la pura e semplice difesa e preservazione dello Stato, anche in contrapposizione ai principi morali e religiosi vigenti.  Vale la pena citare il dialogo “ Del reggimento di Firenze”, composto da Francesco Guicciardini tra il 1521 e il 1523, dove viene utilizzata l’espressione  “ragione degli Stati”, per significare quella ragione poco cristiana e poco umana che governa nell’ambito degli affari politici.

Bernardo( uno degli interlocutori), argomenta che quando nelle questioni di governo un male è difficile da sanare occorre utilizzare crudeltà: “Chi vuole tenere oggidì i Domini e gli Stati debbe, dove si può, usare la pietà e la bontà; e dove non si può fare altrimenti, è necessario che usi la crudeltà e la poca coscienza”.  

 Un po’ come recita  Tony Servillo sul Divo di Sorrentino:  “Non hanno idea delle malefatte che il potere deve commettere per assicurare il benessere e lo sviluppo del paese. La mostruosa, inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene”. Ma è grazie alla c.d Ragion di Stato che l’Italia è sopravvissuta alla strategia della “tensione” ( o per usare le parole del film, “stabilizzazione”).  

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La Ragion di Stato di Moro ha impedito ( salvo qualche caso isolato)  che l’Italia diventasse il terreno di scontro tra Palestinesi e Israeliani . Con il Lodo Moro il nostro paese  si vide garantita l’intangibilità degli interessi  sia economici sia concerni l’ordine pubblico. 

Allo stesso modo, nel 2013,  questa rocambolesca rendition l’Italia o per meglio dire l’Eni,dopo anni di preparazione e diplomazia potrà finalmente far partire l’estrazione del petrolio aKashaga ( la mega stazione petrolifere kazaka). Il gruppo Cremonini di Modena potrà entrare senza ulteriori intoppi nel mercato locale della carne e la Eusebi Impianti di Ancona si occuperà di sicurezza in cambio di 12 milioni di dollari. La violazione della Convenzione dei rifugiati , la consegno di una madre e una bambina di 6 anni sono i prezzi da pagare. Le dimissioni di Alfano sono obbligatorie e necessarie:  “ la ragion di Stato deve difendere lo Stato, non l’interesse del principe” ( Zuccolo, Della ragione di Stato  1625).

 

E’ ovvio che non poteva non sapere.  D’altronde come è possibile che Alfano una volta venuto a sapere della richiesta di appuntamento da parte dell’ambasciatore kazako non abbia poi chiesto nulla al suo capo di gabinetto, sapendo benissimo che il dittatore Kazako non è solo un amico stretto del suo padrone Berlusconi , ma è anche il terzo partner commerciale della Repubblica di cui è ministro. Come è possibile che due kazaki con una semplice mossa abbiano messo nel sacco Viminale, Farnesina, Servizi segreti , magistratura e ufficio immigrazione? 

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Se fossimo in un paese normale, non sarebbe durato più di 60 secondi. 

 

L’art. 95 della costituzione parla chiaro : “I ministri sono responsabili collegialmente degli atti del Consiglio dei ministri, e individualmente degli atti dei loro dicasteri.”  Tuttavia ( le dimissioni) sono inutili. Morto un papa se ne fa un altro. La Ragion di stato continuerà a regolare i rapporti internazionali , con o senza Alfano.  Si può condividere e non condividere. Io, per esempio, non condivido. Ma le cose stanno così. 

 

Francesco Migliore.

 

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, economia, magistratura, MALAFFARE, politica, truffe

Arrestato Ligresti con famiglia: la fine di un impero del mattone


ligrestisdi Giorgio Salvetti

Dopo il disastro finanziario, le manette. L’epopea del principe del mattone Salvatore Ligresti, detto Totò, uno degli uomini chiave del capitalismo italiano degli ultimi quarant’anni, è finita con l’arresto suo e di tutti i suoi figli per ordine della procura di Torino. Il patriarca è ai domiciliari a Milano. Le figlie Giulia Maria e Jonella sono in carcere rispettivamente a Vercelli e Cagliari. L’altro figlio, Paolo, è latitante in Svizzera. Sono stati arrestati anche gli ex amministratori delegati di Fonsai, Emanuele Erbetta e Fausto Marchionni, e l’ex vicepresidente Antonio Talarico. Sono tutti accusati di falso in bilancio aggravato per grave nocumento al mercato e manipolazione del mercato. La procura sta valutando se procedere anche alla confisca dei beni. Gli arresti sono scattati per scongiurare il pericolo di fuga e di inquinamento delle prove.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore di Torino Vittorio Nessi, è solo una delle tante iniziative giudiziarie che stanno facendo luce sulla caduta dell’impero immobiliare e finanziario dei Ligresti. Una storia simbolo del modo di fare impresa e finanza in Italia che si è concluso con l’acquisizione da parte di Unipol di Fonsai.
Il più grande gruppo assicurativo rc auto italiano fino ad allora era controllato dai Ligresti che lo avevano portato sull’orlo del tracollo. Salvatore Ligresti, grazie al suo rapporto con Mediobanca ed ai suoi agganci politici, a cominciare da Craxi per finire con il padre e i figli di Ignazio La Russa, era riuscito a costituire Fonsai tramite la quale finanziava i suoi progetti immobiliari (era il principale costruttore a Milano e non solo) e le sue partecipazioni in moltissime società strategiche, da Pirelli a Rcs, tanto da essere soprannominato «mister 5%». Inoltre utilizzava il serbatoio di capitale di Fonsai anche per le spese di famiglia ed i capricci dei figli – Giulia Maria si lanciò nel mondo della moda, mentre Jonella, amante di cavalli, si dava all’ippica. Un salasso di risorse milionario che con il passare degli anni divenne insostenibile e costrinse Mediobanca a orchestrare il salvataggio di Fonsai puntando su Unipol.
L’indagine della procura di Torino adesso chiarisce come effettivamente venivano distratti i fondi. Secondo i magistrati, nel bilancio 2010 è stato occultato un buco da 600 milioni grazie alla sottovalutazione delle riserve da accantonare per il pagamento dei sinistri. 253 milioni sono finiti alla Premafin, la società di famiglia dei Ligresti, trasformando delle perdite in utili. Il falso è stato determinante per il piano di ricapitalizzazione del 2011, ha condizionato il mercato e danneggiato 12 mila piccoli risparmiatori. Sono state proprio le querele di alcuni di loro ad allargare il fronte delle indagini della procura di Torino che già nei mesi scorsi aveva emesso 12 avvisi di garanzia e aveva effettuato molte perquisizioni.
Come tutto questo è potuto accadere senza che nessuno se ne accorgesse? Una possibile risposta viene da un altro provvedimento, questa volta della procura di Milano che da tempo indaga su diversi filone della vicenda Ligresti, fra questi anche il papello segreto con cui Mediobanca avrebbe garantito privilegi e fondi ai Ligresti per cedere Fonsai a Unipol.
Solo ieri si è saputo che da sei mesi è indagato per corruzione e calunnia Giancarlo Giannini, l’ex presidente dell’Isvap, l’ente che avrebbe dovuto controllare le società di assicurazioni. Secondo i magistrati, Giannini avrebbe evitato per ben 10 anni di fare controlli su Fonsai in cambio di una raccomandazione di Ligresti presso Berlusconi e Gianni Letta per farlo nominare componente dell’Antitrust. A rivelare ai magistrati l’intreccio perverso tra controllore e controllato è stato Fulvio Gismondi, l’uomo di Fonsai che doveva tenere i rapporti con Isvap. In base alle carte già nel 2008 Fonsai stava sottovalutando le riserve per i sinistri. Sarebbe bastato intervenire allora per tutelare i risparmiatori, questo però avrebbe buttato all’aria i piani non solo di Ligresti, ma di buona parte del capitalismo e della politica italiani.

L’impero tossico di Ligresti: 4 miliardi di euro di esposizione bancaria

di Andrea Di Stefano, candidato etico

L’epilogo della famiglia Ligresti, da dinastia degli immobiliaristi e assicuratori a inquilini delle patrie galere, è una delle istantanee più veritiere del capitalismo cannibale italiano: parte del declino economico del Belpaese si può rileggere analizzando il rapporto perverso tra sistema del credito e il capitalismo famigliare dedito a partire dall’inizio degli anni Ottanta alla rendita e alla speculazione.
Non è possibile ricostruire la vicenda dell’ottantunenne Salvatore Ligresti senza ricordare il ruolo svolto dal salotto buono di Mediobanca. Enrico Cuccia venne incaricato da Raffaele Mattioli di mettere al riparo dagli effetti devastanti della Seconda Guerra Mondiale il meglio del capitalismo nostrano, dagli Agnelli ai Pirelli, dai Falck ai Marzotto. Il grande vecchio di Via Filodrammatici governò per oltre trent’anni il sistema capitalistico italiano come un monarca assoluto, totalmente refrattario a qualsiasi forma di trasparenza, con il supporto ambiguo delle Banche di interesse nazionale azioniste di Mediobanca (Banca Commerciale Italiana, Banco di Roma e Credito Italiano) e con meccanismi di cooptazione ispirati a mantenere un apparente equilibrio di controllo del potere finanziario sul sistema politico. Al banchetto ha così potuto sedersi anche Don Salvatore Ligresti da Paternò.
La leggenda, costruita dallo stesso capostipite in una famosa intervista al Mondo, vuole Ligresti giovane emigrante e fortunato miliardario già nei primi anni ’60 grazie alla compravendita dei diritti per un sopralzo di un sottotetto in via Savona che, grazie al finanziamento dell’allora Credito Commerciale, permise all’Ingegnere di realizzare il suo primo miliardo. Di prestito in prestito l’impero della famiglia è cresciuto a dismisura sino a comprendere il secondo gruppo assicurativo italiano (Fonsai, Fondiaria-Sai) portato sull’orlo del fallimento con oltre due miliardi di euro di perdite cumulate proprio per garantire lauti guadagni (prevalentemente offshore) proprio alla famigliola. Insieme a Zunino, Statuto, Coppola, Ricucci e altri protagonisti minori hanno costituito a tutti gli effetti il club degli immobiliaristi «tossici»: spericolati speculatori, maghi delle compravendite di aree dismesse con i soldi del sistema creditizio che all’inizio della crisi si è trovato con circa 20 miliardi di euro di potenziali insolvenze. Solo il gruppo Ligresti al momento dell’operazione di salvataggio aveva un’esposizione complessiva nei confronti del sistema creditizio per oltre 4 miliardi di euro dopo aver bruciato oltre tre miliardi di patrimonio netto di Fonsai tra il 2007 e il 2012. Una situazione simile a quella di Risanamento, la società di Luigi Zunino, sprofondata sotto oltre 4 miliardi di esposizione, mentre per Danilo Coppola, Giuseppe Statuto e Stefano Ricucci si tratta di circa un miliardo a testa. Una pioggia di miliardi (se si considerano anche personaggi come il finanziere franco-polacco Romain Zaleski) che invece di finire verso il sistema manifatturiero hanno alimentato le scalate bancarie (Antoveneta e Bnl in primis) contribuendo alla bolla immobiliare in larga parte virtuale, costruita sulla compravendita di aree dismesse per le quali, spesso, sarebbero indispensabili onerose bonifiche.
Il rappresentante simbolo del club degli immobiliaristi che hanno disegnato il boom e lo sboom edilizio milanese ha lasciato un’impronta rappresentata da numerose torri d’uffici (rimaste vuote o occupate da uffici delle pubbliche amministrazioni) e dai terreni agricoli, soprattutto del Parco Sud, sui quali si muovono gli interessi, diretti e indiretti, di Expo. È stato grazie al collettivo Macao che sono stati accesi i riflettori su una delle più significative incompiute che portano la firma di Ligresti, la Torre Galfa, nei pressi della Stazione Centrale. Alla famiglia dell’ingegnere di Paternò sono associati numerosi simboli della città di Milano. È stato don Salvatore a cercare di vendere la Torre Velasca prima del crollo del suo impero. Per l’ingegnere la Torre è sempre stata il fiore all’occhiello del suo patrimonio immobiliare, detenuto tramite FonSai. L’impresa però non è riuscita e il grattacielo «con le bretelle» con tutto il gruppo FonSai è passato all’Unipol. A raccontare la fine dell’impero immobiliare Ligresti, prima delle inchieste giudiziarie, sono stati i fallimenti dei grandi progetti. Fra i cantieri centrali destinati al maggior impatto sulla città oggi c’è Citylife: si è consumato un passaggio storico nel luglio di due anni fa quando Salvatore Ligresti, che molto aveva puntato su quell’impresa, gettò la spugna, vendendo a Generali. Chi ha acquistato gli appartamenti tra 8 e 12 mila euro al metro quadro, con l’impegno di una consegna nel 2015, dovrà vivere in cantiere sino al 2023 e con l’assistenza di Federconsumatori ha investito l’Authority per pratiche commerciali scorrette e ingannevoli.
L’altro progetto destinato a cambiare lo skyline cittadino è quello Porta Nuova-Garibaldi-Isola, e anche in questo caso Ligresti ha seguito il progetto fin dall’inizio. Fortemente voluto per ridisegnare il cuore di Milano, proprio nel momento in cui il progetto è decollato e i grattacieli come il Cesar Pelli hanno iniziato a salire Ligresti è uscito dalla compagine degli investitori: a fine 2011 ha venduto le sue quote a Hines.
Sono numerose le operazioni immobiliari che hanno contribuito a drenare risorse dalla compagnia assicurativa FonSai, alcune finite nel mirino della magistratura. Sotto la lente negli ultimi anni però sono finite numerose altre acquisizioni e operazioni immobiliari: ad esempio quelle relative ai terreni limitrofi all’area dove si terrà Expo 2015 (il progetto Fiera); agli immobili di via Lancetti a Milano acquistati dalla controllata Milano Assicurazioni; ai palazzi di via Fiorentini a Roma e via Confalonieri a Milano; al porto di Marina di Loano o all’Hotel Gilli.

FONTE :  http://www.milanox.eu/arrestato-ligresti-con-famiglia-la-fine-di-un-impero-del-mattone/

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il golpe egiziano (discutibile discussione)


Con amici e conoscenti si sviluppa da tempo ormai un’accesa (intellettualmente accesa) discussione sugli avvenimenti egiziani. Quelli che io definisco un golpe.
Questa rinnovata discussione mi offre in realtà l’occasione per sviscerare e chiarificare ancor meglio alcuni punti del mio pensiero, che temo tuttora fraintesi.
1) Perché l’esercito no: ripeto da tempo ormai che per me vi è una differenza fondamentale fra “rivoluzione” e “golpe”. Tale differenza risiede, semplicemente, nell’autore e nella partecipazione. Una rivoluzione è fatta (prevalentemente) dai cittadini; un golpe, al contrario, è fatto solo da una minoranza di essi o da una parte particolarmente qualificata.
Sul punto maggioranza/minoranza mi son già ampiamente speso e ribadisco qui solo il fatto che, ad oggi, i sostenitori dei Fratelli Mussulmani sono numerosissimi in Egitto. E nessuna prova è stata portata del fatto che la maggioranza degli egiziani sia attualmente d’accordo con l’esercito (che tanti siano andati in Piazza Tahrir è, semmai, solo un indizio). In assenza di tale prova, ritengo corretto rifarsi all’ultima valida espressione della volontà popolare, ovvero le elezioni che hanno dato la maggioranza proprio ai Fratelli Mussulmani!
Ma il secondo aspetto è ancora più importante: l’esercito è una parte qualificata della popolazione. E’ una parte armata, ovvero detiene -per conto dello Stato e non da solo (vi sono anche le forze di polizia)- il “monopolio della violenza” di weberiana memoria. L’esercito ha un potere (“dalla canna del fucile“) straordinario, potenzialmente incommensurabile rispetto a quello politico e giuridico degli altri organi dello Stato. Per tale ragione, è ancor più importante che l’esercito si attenga strettamente ai limiti assegnatigli.
Non a caso, quando le forze armate hanno preso il potere -anche sulla scia di un grande sostegno popolare-, raramente l’hanno lasciato.

2) la forma dell’intervento: il punto è per me risolutivo. Si tratta semplicemente di appurare se la legittimità costituzionale (sovrana, in un ordinamento democratico: altrimenti si ricade nel populismo del “votato dalla maggioranza dei cittadini” di berlusconiana memoria – non a caso l’art. 1 della nostra Costituzione precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – un principio simile si ritrova anche all’art. 5 della Costituzione egiziana) consente o meno all’esercito egiziano un simile intervento nella sfera politica.
A mio avviso, la questione è presto acclarata dall’ottavo preambolo della Costituzione egiziana approvata dopo la caduta di Mubarak. Per inciso, sia chiaro che questa Costituzione non avrebbe mai potuto esser approvata senza l’assenso, almeno tacito, dei militari. Dunque, recita l’ottavo preambolo: “Defending the homeland is an honor and an obligation. Our armed forces are a neutral, professional national institution that does not interfere in the political process. It is the country’s defensive shield“. L’affermazone di neutralità politica mi sembra chiara ed innegabile e tali preamboli sono qualificati come “principi” cui si aderisce.
Anche proseguendo nella lettura del testo costituzionale (art. 194 ss), si evince che nessuna disposizione autorizza le forze armate ad un simile intervento, anzi: addirittura l’art.101 stabilisce chiaramente che “No armed forces are permitted to enter either chamber [camere del Parlmento, ndr] or reside in its vicinity unless the chamber’s president has requested so“.
Infine, la Costituzione prevede specifiche procedure (art. 152) di impeachment del presidente. Procedure, è lapalissiano, non rispettate.

3) le ragioni dell’intervento: in una recente intervista dell’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy a Repubblica, l’ambasciatore così risponde alla domanda se l’intervento dell’esercito fosse necessario: “A volte, lo è. Non potevamo aspettare altri quattro anni, fino alla prossima scadenza elettorale. Parecchi egiziani erano pronti a fare i bagagli e a espatriare. Abbiamo sprecato già decenni con Mubarak. Glielo dimostro: prenda a esempio la Corea del Sud. Negli Anni Sessanta il reddito pro capite lì era più basso che in Egitto, come il totale delle esportazioni. Ma in quarant’anni i sud coreani ci hanno superati di molte volte. Con Morsi alla presidenza, continuavamo a scivolare nel precipizio: saremmo presto diventati uno Stato fallito. Quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà: l’Egitto merita ben più di questo. Ora dobbiamo recuperare il tempo perduto“.
Tradotto: l’intervento era necessario per ragioni economiche!
Ora, qualcuno vuol forse paragonare questa giustificazione con le dichiarazioni del Bundespraesident emerito Horst Koehler, costretto a dimettersi per le dichiarazioni sulle “ragioni economiche” dell’intervento tedesco in Afghanistan? O forse con il “ “ “golpe” ” ” (scusate, in questo caso le virgolette non sono mai abbastanza!) delle dimissioni di Berlusconi per la crisi economica in Italia?
Anche ammettendo -e non sarei comunque d’accordo- che simili motivazioni giustifichino l’azione dell’esercito, la sproporzione fra fini e mezzi dovrebbe lasciarci ben sospettosi, per non dire allibiti, di fronte a tale indebita intromissione. Incostituzionale.

4) ragioni umanitarie: lo stesso Helmy nelle proprie dichiarazioni richiama -e dobbiamo supporre, alla luce della risposta precedente, in modo del tutto secondario- la minaccia rappresentata dall’islamismo ed in particolare dalla violazione dei diritti umani, rappresentata dall’approvazione di una norma che abbasserebbe l’età minima per il matrimonio a 9 anni per le bambine.
Tralasciando la generica considerazione che il giudizio sull’islamismo politico spetta sempre e solo al popolo, nelle forme democratiche costituzionalmente previste, mi limito qui a ribadire che tale argomentazione è inconsistente: a) perché prima di procedere con una soluzione tanto drastica come un golpe militare in disprezzo della Costituzione si sarebbero potute perseguire altre forme di protesta democratica e civile contro l’approvazione di tale norma (boicottaggio parlamentare, scioperi ad oltranza, manifestazioni pubbliche…); b) perché non risulta che i militari abbiano giustificato con tale argomento il loro intervento; c) perché la riduzione manichea della questione militari/pedofilia è una strumentazione del discorso che semplifica irrealisticamente la complessità di questo avvenimento.
Insomma, riducendo tutto alla dicotomia citata, si forza la realtà dei fatti per incanalare la discussione in binari tali da fare passare l’interlocutore che sostenga una posizione contraria come un essere spregevole. Tecnica francamente berlusconiana.

5) le ragioni contrarie: nel dibattito mi si accusa di sostenere posizioni troppo “astratte”. Orbene, come ho ripetutamente cercato di chiarire, non trovo affatto che tali ragioni siano “astratte”. Anzi: esse sono concretissime. Si tratta, infatti, di garanzie a tutela dei diritti dei cittadini, se tali garanzie sono violate, nulla ci assicura che anche i diritti civili e politici siano rispettati.
In un sistema democratico-costituzionale (lo “Stato costituzionale di diritto“), la legittimità politica è legittimità giuridica.

6) lasciamo la storia da parte: ultima considerazione. La storia (“Storia”) non c’entra nulla.
Come possiamo pretendere di chiamare in causa e valutare la storia a pochi giorni dai fatti? No, adottare ora un simile parametro di giudizio è semplicemente fuorviante. Significa rimandare ad un tempo mitico giudizi che invece potremmo dare già ora; significa zittire le ragioni attuali in nome di quelle future.
Se questo golpe potrà avere risultati positivi, lo giudicheremo negli anni a venire.
Ma oggi, oggi, dobbiamo solo giudicare gli avvenimenti per quello che sono: l’esercito ha spodestato un presidente eletto. E questo per me altro non è che un golpe: un atto illegittimo di una forza pubblica contro un altro potere pubblico, una ribellione di un organo dello Stato contro un altro organo.
Gli organi internazionali che devono relazionarsi al nuovo governo egiziano, i parlamenti, i governi (incluso il parlamento dell’Egitto), non possono ragionare in termini di “storia”. Devono ragionare in termini -concretissimi- di legittimità politica e giuridica al’oggi.
E questa legittimità, oggi, manca.

generale Al-Sisi
generale Al-Sisi