Pubblicato in: abusi di potere, diritti, estero, libertà, società, violenza

il golpe egiziano (discutibile discussione)


Con amici e conoscenti si sviluppa da tempo ormai un’accesa (intellettualmente accesa) discussione sugli avvenimenti egiziani. Quelli che io definisco un golpe.
Questa rinnovata discussione mi offre in realtà l’occasione per sviscerare e chiarificare ancor meglio alcuni punti del mio pensiero, che temo tuttora fraintesi.
1) Perché l’esercito no: ripeto da tempo ormai che per me vi è una differenza fondamentale fra “rivoluzione” e “golpe”. Tale differenza risiede, semplicemente, nell’autore e nella partecipazione. Una rivoluzione è fatta (prevalentemente) dai cittadini; un golpe, al contrario, è fatto solo da una minoranza di essi o da una parte particolarmente qualificata.
Sul punto maggioranza/minoranza mi son già ampiamente speso e ribadisco qui solo il fatto che, ad oggi, i sostenitori dei Fratelli Mussulmani sono numerosissimi in Egitto. E nessuna prova è stata portata del fatto che la maggioranza degli egiziani sia attualmente d’accordo con l’esercito (che tanti siano andati in Piazza Tahrir è, semmai, solo un indizio). In assenza di tale prova, ritengo corretto rifarsi all’ultima valida espressione della volontà popolare, ovvero le elezioni che hanno dato la maggioranza proprio ai Fratelli Mussulmani!
Ma il secondo aspetto è ancora più importante: l’esercito è una parte qualificata della popolazione. E’ una parte armata, ovvero detiene -per conto dello Stato e non da solo (vi sono anche le forze di polizia)- il “monopolio della violenza” di weberiana memoria. L’esercito ha un potere (“dalla canna del fucile“) straordinario, potenzialmente incommensurabile rispetto a quello politico e giuridico degli altri organi dello Stato. Per tale ragione, è ancor più importante che l’esercito si attenga strettamente ai limiti assegnatigli.
Non a caso, quando le forze armate hanno preso il potere -anche sulla scia di un grande sostegno popolare-, raramente l’hanno lasciato.

2) la forma dell’intervento: il punto è per me risolutivo. Si tratta semplicemente di appurare se la legittimità costituzionale (sovrana, in un ordinamento democratico: altrimenti si ricade nel populismo del “votato dalla maggioranza dei cittadini” di berlusconiana memoria – non a caso l’art. 1 della nostra Costituzione precisa che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” – un principio simile si ritrova anche all’art. 5 della Costituzione egiziana) consente o meno all’esercito egiziano un simile intervento nella sfera politica.
A mio avviso, la questione è presto acclarata dall’ottavo preambolo della Costituzione egiziana approvata dopo la caduta di Mubarak. Per inciso, sia chiaro che questa Costituzione non avrebbe mai potuto esser approvata senza l’assenso, almeno tacito, dei militari. Dunque, recita l’ottavo preambolo: “Defending the homeland is an honor and an obligation. Our armed forces are a neutral, professional national institution that does not interfere in the political process. It is the country’s defensive shield“. L’affermazone di neutralità politica mi sembra chiara ed innegabile e tali preamboli sono qualificati come “principi” cui si aderisce.
Anche proseguendo nella lettura del testo costituzionale (art. 194 ss), si evince che nessuna disposizione autorizza le forze armate ad un simile intervento, anzi: addirittura l’art.101 stabilisce chiaramente che “No armed forces are permitted to enter either chamber [camere del Parlmento, ndr] or reside in its vicinity unless the chamber’s president has requested so“.
Infine, la Costituzione prevede specifiche procedure (art. 152) di impeachment del presidente. Procedure, è lapalissiano, non rispettate.

3) le ragioni dell’intervento: in una recente intervista dell’ambasciatore egiziano in Italia Amr Helmy a Repubblica, l’ambasciatore così risponde alla domanda se l’intervento dell’esercito fosse necessario: “A volte, lo è. Non potevamo aspettare altri quattro anni, fino alla prossima scadenza elettorale. Parecchi egiziani erano pronti a fare i bagagli e a espatriare. Abbiamo sprecato già decenni con Mubarak. Glielo dimostro: prenda a esempio la Corea del Sud. Negli Anni Sessanta il reddito pro capite lì era più basso che in Egitto, come il totale delle esportazioni. Ma in quarant’anni i sud coreani ci hanno superati di molte volte. Con Morsi alla presidenza, continuavamo a scivolare nel precipizio: saremmo presto diventati uno Stato fallito. Quasi metà della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà: l’Egitto merita ben più di questo. Ora dobbiamo recuperare il tempo perduto“.
Tradotto: l’intervento era necessario per ragioni economiche!
Ora, qualcuno vuol forse paragonare questa giustificazione con le dichiarazioni del Bundespraesident emerito Horst Koehler, costretto a dimettersi per le dichiarazioni sulle “ragioni economiche” dell’intervento tedesco in Afghanistan? O forse con il “ “ “golpe” ” ” (scusate, in questo caso le virgolette non sono mai abbastanza!) delle dimissioni di Berlusconi per la crisi economica in Italia?
Anche ammettendo -e non sarei comunque d’accordo- che simili motivazioni giustifichino l’azione dell’esercito, la sproporzione fra fini e mezzi dovrebbe lasciarci ben sospettosi, per non dire allibiti, di fronte a tale indebita intromissione. Incostituzionale.

4) ragioni umanitarie: lo stesso Helmy nelle proprie dichiarazioni richiama -e dobbiamo supporre, alla luce della risposta precedente, in modo del tutto secondario- la minaccia rappresentata dall’islamismo ed in particolare dalla violazione dei diritti umani, rappresentata dall’approvazione di una norma che abbasserebbe l’età minima per il matrimonio a 9 anni per le bambine.
Tralasciando la generica considerazione che il giudizio sull’islamismo politico spetta sempre e solo al popolo, nelle forme democratiche costituzionalmente previste, mi limito qui a ribadire che tale argomentazione è inconsistente: a) perché prima di procedere con una soluzione tanto drastica come un golpe militare in disprezzo della Costituzione si sarebbero potute perseguire altre forme di protesta democratica e civile contro l’approvazione di tale norma (boicottaggio parlamentare, scioperi ad oltranza, manifestazioni pubbliche…); b) perché non risulta che i militari abbiano giustificato con tale argomento il loro intervento; c) perché la riduzione manichea della questione militari/pedofilia è una strumentazione del discorso che semplifica irrealisticamente la complessità di questo avvenimento.
Insomma, riducendo tutto alla dicotomia citata, si forza la realtà dei fatti per incanalare la discussione in binari tali da fare passare l’interlocutore che sostenga una posizione contraria come un essere spregevole. Tecnica francamente berlusconiana.

5) le ragioni contrarie: nel dibattito mi si accusa di sostenere posizioni troppo “astratte”. Orbene, come ho ripetutamente cercato di chiarire, non trovo affatto che tali ragioni siano “astratte”. Anzi: esse sono concretissime. Si tratta, infatti, di garanzie a tutela dei diritti dei cittadini, se tali garanzie sono violate, nulla ci assicura che anche i diritti civili e politici siano rispettati.
In un sistema democratico-costituzionale (lo “Stato costituzionale di diritto“), la legittimità politica è legittimità giuridica.

6) lasciamo la storia da parte: ultima considerazione. La storia (“Storia”) non c’entra nulla.
Come possiamo pretendere di chiamare in causa e valutare la storia a pochi giorni dai fatti? No, adottare ora un simile parametro di giudizio è semplicemente fuorviante. Significa rimandare ad un tempo mitico giudizi che invece potremmo dare già ora; significa zittire le ragioni attuali in nome di quelle future.
Se questo golpe potrà avere risultati positivi, lo giudicheremo negli anni a venire.
Ma oggi, oggi, dobbiamo solo giudicare gli avvenimenti per quello che sono: l’esercito ha spodestato un presidente eletto. E questo per me altro non è che un golpe: un atto illegittimo di una forza pubblica contro un altro potere pubblico, una ribellione di un organo dello Stato contro un altro organo.
Gli organi internazionali che devono relazionarsi al nuovo governo egiziano, i parlamenti, i governi (incluso il parlamento dell’Egitto), non possono ragionare in termini di “storia”. Devono ragionare in termini -concretissimi- di legittimità politica e giuridica al’oggi.
E questa legittimità, oggi, manca.

generale Al-Sisi
generale Al-Sisi

Autore:

ex studente di giurisprudenza, attualmente praticante avvocato. politicamente attivo, intellettualmente curioso, viaggiatore appassionato, polemico per spirito e incessantemente dialettico!

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