in attesa del verdetto


E’ uscita in questi giorni la decisione dell’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (per gli amici, ECCC) che fissa per il prossimo 9 ottobre la data d’inizio delle requisitorie conclusive (le “arringhe”) nel caso 002.
Presumibilmente, il verdetto potrebbe arrivare fra fine 2013 ed i primi mesi del 2014.

Si tratta di una notizia abbastanza importante. Decisamente importante per chi -come il sottoscritto- segue le vicende giudiziarie internazionali. Il “case 002″, infatti, è il secondo -e potenzialmente, l’ultimo- processo tenutosi in Cambogia contro i “principali leaders e maggiori responsabili” dei crimini commessi dai Khmer Rossi.
Rispetto al precedente “case 001″ conclusosi con sentenza definitiva della Camera di Appello nel febbraio 2012 per “Duch” alias Kang Kek Iew, il responsabile della famigerata prigione S-21, questa volta gli imputati Khieu Samphan e Nuon Chea (gli unici rimasti, dopo la morte di Ieng Sary e la dichiarazione d’infermità mentale della di lui moglie Ieng Thirith) continunano a professarsi innocenti.
Duch, a contrario, dopo essersi convertito al cattolicesimo, aveva accettato un “guilty plea” per il proprio processo, dichiaradosi sin da subito colpevole dei fatti imputatigli.
La conclusione del “case 002″ potrà quindi segnale un importante milestone giuridica e storica nel ristabilire i fatti accaduti durante la Kampuchea Democratica.

case002infographicfinalcorrectedOvviamente, trattandosi di processi tanto massivi, la prova dei fatti non è mai semplice (specie quando tenuti ad oltre 40 anni dagli eventi) ed ha coinvolto centinaia di persone. Come ben mostra l’infografica prodotta dallo stesso ECCC: decine di testimoni, migliaia di documenti….

Non nego che questa notizia abbia per me anche risvolti strettamente personali.
Nel 2009, infatti, mi trovavo proprio all’ECCC come intern e mi capitò di lavorare esattamente sulle prove relative al “case 002″: dal principio studiai alcuni siti di indagine come Wat Kirirum, la diga di Trapeang Thma e l’aeroporto di Kampong Chhnang. La prima una vecchia pagoda convertita in centro di prigionia; i secondi centri di lavoro forzato.
Per questi siti e per tanti altri (nel complesso ne furono investigati 26, sparsi in tutta la Cambogia) si trattava -oltre che di dimostrare i fatti allegati- anche e soprattutto di verificare il dolo degli imputati, ovvero di comprendere fino a che punto sapessero quanto accadeva e lo vollero (o non lo impedirono).
C’è quindi una grande curiosità nell’attesa della sentenza e del giudizio proprio su questi siti.
Ma ancor di più, mi capitò di lavorare sulle privazioni di cibo e l’esportazione di riso, decisione teoricamente presa proprio alla presenza  degli imputati durante le riunioni del comitato centrale dei khmer rossi.
Quindi, a maggior ragione, il loro collegamento sarebbe indubitabile.

Ma, come anticipato, i fatti sono complessi. Complesso è ricordare (oltre che doloroso: l’immagine di uno come Vann Nath che piange davanti alle telecamere o in udienza è qualcosa che lacera il cuore). Complesso è ritrovare le carte con le decisioni. Complesso è mettere in fila i tasselli.
Non nascondo che non vorrei esser al posto dei giudici: per quanto la sentenza storico-politica sia già in qualche modo scritta, quella giuridica ancora manca.

Non arrivo a dire che con essa qualcuno in Cambogia troverà pace. Come di certo non molti l’hanno trovata in Ruanda.
Al massimo, qualcuno in Occidente potrà mettersi tranquillo.
Però sarà un altro tassello, un tassello importante.
Chissà, forse un giorno anche grazie a questa sentenza in Cambogia le scuole potranno dire chiaro e tondo ai bambini cos’è accaduto nella loro terra fra l’aprile 1975 ed il gennaio 1979 e per il vent’anni successivi, con o senza l’approvazione del governo.

 

Qualche maggiore notizia qui.
Oltre al bellissimo libro di Henry Kamm “Cambodia: report from a stricken land

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