Pubblicato in: CRONACA, FORZE DELL'ORDINE, MAFIA E ANTIMAFIA, magistratura, MALAFFARE, politica

Giulio Cavalli e gli «amici politici» delle cosche


cavalli-giuliodi Luca Rinaldi (LINKIESTA)

Le parole dei collaboratori di giustizia, per quanto dichiarati affidabili dalla magistratura, sono sempre da prendere con le molle. Il passo da fare è quello di verificarle e di chiedere conto a coloro che sono tirati in ballo dalla dichiarazioni dei cosiddetti “pentiti”. Ecco, appurato che verificare i riscontri alle parole dei collaboratori è in primis un compito che spetta a magistratura e investigatori, chissà cosa avrà da dire la politica lombarda sulle ultime dichiarazioni del collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura.

Bonaventura non si è mai fatto mancare l’aspetto mediatico sulla sua vita da pentito “usato, abbandonato e sotto tiro” e l’attendibilità delle sue dichiarazioni è stata più volte riscontrata. Nelle ultime settimane il collaboratore di giustizia affiliato alla cosca Vrenna di Crotone ha rilasciato più di una intervista al sito Fanpage in cui la ‘ndrangheta avrebbe progettato di far tacere in qualche modo l’attore, regista e autore teatrale, nonchè ex consigliere regionale della Lombardia Giulio Cavalli. Uno che di mafia in Lombardia parlava nei suoi spettacoli quando il tema era ancora tabù e che per questo motivo finì sotto scorta nel 2009.

Insomma, Giulio Cavalli, come ripete anche Bonaventura era uno “scassaminchia” e come tale minacce e intimidazioni erano per lui diventate compagne terribili. Nel 2010 si candida alla Regione Lombardia e viene eletto come consigliere regionale, negli stessi periodi in cui i cittadini lombardi (ri)scoprono di avere la mafia in casa e anche in politica. Una politica che non disdegna di elemosinare voti agli appartenenti alle organizzazioni criminali, che di certo non ce l’hanno scritti in fronte, ma che, per citare Ilda Boccassini, basterebbe fare una ricerca su Internet per avere notizie sul loro conto.

Nelle intervista rilasciate a Fanpage Bonaventura parla prima di un progetto per mettere Cavalli a tacere da parte del clan dei De Stefano, tra i clan che comandano in Calabria e anche in Lombardia, e in ultimo lo stesso collaboratore di giustizia aggiunge che «la politica lombarda sosteneva la ‘Ndrangheta». Frase un po’ ad effetto, che non condita da nomi e cognomi dice tutto e niente. «Questa qui è anche la volontà di amici nostri politici», riferisce Bonaventura usando le parole dei De Stefano.

Circostanze dunque tutte da verificare, ma che non stupirebbero nemmeno poi più di tanto: il pentito glissa su nomi e area politica «su questa domanda preferisco non rispondere perché la mia posizione non è molto sicura. Preferisco riferire ai magistrati». Ancora nessuno però si è fatto vivo alla porta di Bonaventura da quando ha rilasciato queste dichiarazioni su Giulio Cavalli. Lo stesso si dice scioccato: «dal fatto che nessuno sia venuto a raccogliere queste informazioni che sto rivelando nessuno mi ha sentito su questa vicenda, dovrebbe essere il minimo ascoltarmi, mettere sotto protezione me e le informazioni. Sembra che mi stiano lasciando qua, aspettando cosa? Che io muoia e con me le informazioni? Oppure che venga spinto a ritrattare?».

L’augurio è quello che qualcuno tra i magistrati e gli investigatori si premuri di verificare le dichiarazioni di Bonaventura, e allo stesso modo, che se qualcuno al Pirellone, o tra gli ex del Pirellone ne sa qualcosa parli. Perché se «gli amici politici» dei De Stefano avevano intenzione di mettere a tacere Giulio Cavalli con l’aiuto della ‘ndrangheta sarebbe bene saperlo. Hanno qualcosa da dire in proposito? Qualcuno che è saltato sulla sedia credo ci sarà, altrimenti non avrei potuto raccogliere inchieste e reportage sulla mafia in Lombardia in questo eBook. Inutile dire intanto della vicinanza che va a Giulio Cavalli, anche e soprattutto, per non aver mai accettato quel comodo ruolo della vittima con i riflettori puntati addosso.

Twitter@lucarinaldi

fonte  http://www.linkiesta.it/blogs/pizza-connection/giulio-cavalli-e-gli-amici-politici-delle-cosche#ixzz2dReCNnoO

Pubblicato in: cose da PDL, opinioni, pd, politica

Sturmundlettentruppen


Italian Premier Enrico Letta in Kabul ++ rpt ++dI Lameduck (Mente Critica)

Che ci volete fare, siamo governati da questo qui. Il bello de zio in versione “proteggo tutto tranne le palle, che tanto non ho”, ha avuto, se non altro, il potere di rimettermi di buonumore dopo un inizio di giornata abbastanza fetuso. L’effetto ilarità da associazione con le Sturmtruppen di questo condottiero armato di fuciletto a tappo che ha ribadito l’impegno italiano a difendere le piantagioni in Afghanistan, costi quel che costi, è però svanito presto.

Ma ci pensate che questo genio, che un Nouriel Roubini sotto l’effetto di sostanze e da squalificare per doping ha definito oggi sul Pude Pravo, “una persona seria e rispettata a livello internazionale” (ma forse li stava solo prendendo solo per il culo, dài), potrebbe cadere per lo sgambetto del solito personaggio che da vent’anni condiziona, sinistra permettendo, i destini di questo paese?
Certo, è ovvio, a toglierci il sonno in queste notti deve essere il pensiero che Violante sia in ambasce per le sorti del suo tecnico televisivo preferito, di nuovo in pericolo, e che Fassino sia ancora fermo tra la casella della banca e quella della barca, motivato nella vita solo dal cambio di consonante. Forse è proprio questo, il timore che questo meraviglioso governaccio di incapaci con la prevalenza del piddino e l’obbligo del controfagotto del PDL stia per tirare le cuoia, che ci provoca il risveglio precoce alle quattro di mattina, con la civetta fuori che urla, le gambe che non trovano riposo e tutti i pensieri più foschi che iniziano a tormentarti.
Come faremo, si chiedono attoniti gli italiani, senza il Giovannini e il suo ottimismo della volontà, per il quale la crisi è finita e forse è stato tutto solo un sogno, un inception di qualche mercato cattivo e invidioso dell’euro?
Come sopravviveremo senza la Kyenge, che da quando è diventata ministro non fa altro che accusare i suoi connazionali (nel senso di italiani) di razzismo e che, a sentirla parlare, dà l’impressione che Rosa Parks non sia ancora nata e che l’Italia sia il Sudafrika dell’Apartheid? Come proseguirà la nostra vita con il rimpianto di cosa mai avrebbe potuto fare la canoista per noi se quella zozza IMU non si fosse messa di mezzo?
E poi il delirio di Delrio, il sorrisetto da banchiere di Saccomanni (anche lui con l’ipotesi crisi come episodio psicotico acuto ormai superato grazie agli psicofarmaci governativi), il “saggio” Quagliariello, la “cosa” Cancellieri, il duo Mauro-Bonino, quelli che si sono arresi prima che la guerra fosse cominciata, i Lupi, le De Girolamo con le Lontre Volanti, la Carrozza fantasma, nel senso che si dice nessuno l’abbia mai vista, la Lorenzin con le mani in mano per fortuna.
E poi le Fontanelle, gli inconsistenti, le anime d’o priatorio: Fassina, Moavero Milanesi, Trigilia, Franceschini, D’Alia, Bray. Scheletrucci senza stele, morti senza nome. Una prece e una strusciatina al cranio, che porta buono.
Io sto già elaborando il lutto, non so voi.
Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

L’importanza delle proprie radici


Khaled Hosseini – e l'eco risposeE l’eco rispose – 456 pagine. Edizioni Piemme

 

L’amore e l’abbandono, il ritrovarsi comunque, a discapito della stessa memoria, ma comunque ritrovarsi in un intrecciarsi di storie, anche a diverse latitudini, che è vita umana allo stato puro. Questo romanzo di Hosseini sembra nato tra i fiori del deserto, in un paesaggio tipicamente afghano e al contempo europeo e apolide. Con il suo linguaggio, a volte affabulatore, che incanta il lettore fin dalle prime pagine, per la sua semplicità, seppur nella complessità della narrazione che si snoda attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, Hosseini fa di questo libro un’altra splendida favola, piena di lirismo e delicatezza. Vista con gli occhi dei protagonisti.

La vicenda parte proprio da un villaggio afghano e dall’amore tra due fratelli, Pari (che in farsi vuol dire fata) e Abdullah e del loro padre che narra loro una storia, davanti ad un fuoco, mentre si stanno dirigendo a Kabul. E in questa città, ci sarà la loro separazione dalla quale partiranno diverse storie, tutte unite dal comune destino di essere umani. C’è chi sentirà per tutta la vita un’assenza e chi invece percepirà una presenza, chi si innamorerà e chi di quell’amore ne farà una tragedia interiore che tramuterà la poesia in suicidio. Tra Parigi, gli Stati Uniti e l’Afghanistan questa storia narra della complessità delle relazioni interpersonali e dell’amore. Di genitori che farebbero qualsiasi cosa per assicurare un futuro migliore ai figli e di figli che si fanno carico dei propri genitori. Dell’amore verso se stessi e verso il prossimo. Dell’amore a tutto tondo, insomma, pur nei risolvi litigiosi o drammatici che a volte questo sentimento assume. Lo strappo dovuto alla lacerazione, all’abbandono, che è anche confino dalla propria terra e non solo separazione. Questi sono tutti elementi autobiografici che Hosseini ha vissuto in prima persona, allontanandosi dall’Afghanistan per andare a vivere negli Stati Uniti. Ma nonostante la partenza, il distacco, tutti i personaggi rimangono profondamente afghani, portano in sé il deserto, e il freddo delle montagne, le tradizioni e i racconti davanti ad un fuoco, i lunghi cammini silenziosi dovuti all’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, alla povertà. Ognuno di loro e le loro storie non sono altro che un simbolo: l’immagine di una terra sempre in guerra, dilaniata dai conflitti e dagli interessi di paesi stranieri che l’hanno conquistata e dominata e che hanno cercato di ferire nel profondo un popolo che invece è comunque andato avanti. Anche a piedi.

Non importa a che latitudine si vive e se alla fine, per colpa di una patologia degenerativa si dimenticano i propri cari, le proprie radici rimangono addosso, come fossero un marchio di fabbrica, la propria nazionalità e cultura è come un abito che non si può dismettere. In questo libro c’è tutto, le dominazioni straniere e i diversi cambiamenti, le guerre e le riscosse, fino agli aiuti umanitari, ai medici che arrivano per ricostruire dalle fondamenta. Nel bene e nel male di tutto, dell’intera evoluzione umana.

Nella sofferenza, nella lacerazione e nella cattiveria che a volte pervade i rapporti amorosi e familiari, rimane comunque un legame forte, qualcosa che ci guida e che fa il nostro destino. Si rimane fratelli comunque, anche quando si rinnegano le proprie origini e la propria famiglia. E i fratelli, prima o poi si ritrovano, come il senso delle proprie radici. Per quanto la vita cerchi a volte di distrarci, ognuno di noi è in perenne cammino verso le proprie origini. Verso ciò che ci rende umani.

 

Bianca Folino

Pubblicato in: opinioni, pd, politica

MATTEO RENZI : QUANDO L’APPARENZA CONTA PIU’ DELLA SOSTANZA….


imagesAutore Gianluca Bellentani

Qualche giorno fa sono stato alla Festa dell’ Unita’ di Bosco Albergati, tra Modena e Bologna, la sera stessa in cui l’ospite era il Sindaco di Firenze Matteo Renzi. E’ una Festa a cui vado ogni anno, la piu’ bella e famosa di questa zona. Come sapete non sono un fan di Renzi, che considero molto piu’ vicino politicamente al centro che a sinistra ma a differenza di altri compagni che lo considerano una spina nel fianco io credo che Matteo sia ancora una risorsa per il Partito Democratico. La mia presenza era quindi piu’ per fini culinari che per ascoltarlo.

Nonostante il caldo opprimente e la serata feriale, alle 19 e’ gia’ tutto pieno e davanti al palco un pubblico armato di ventagli aspetta con trepidazione. Finalmente arriva sul palco, per l’occasione illuminatissimo, con i pantaloni scuri e la camicia bianca immacolata ( ma quante camicie bianche ha ? ) ed e’ un tripudio. La folla plaude e si allunga per salutarlo e lui si china per stringere piu’ mani possibili. Poi, dopo la presentazione di rito da parte del giornalista di turno, Renzi comincia a parlare. Simpatica battuta sulle donne del PDL innamorate di Berlusconi, frecciatina al Governo Letta che ‘’ e’ nato per fare e non per durare ‘’ ( certamente ) e giudizio laconico sulla condanna di Berlusconi ‘’ le sentenze vanno rispettate ‘’ ( ci mancherebbe altro ). Poi attacco ai dirigenti del PD che vorrebbero cambiare le regole per ‘’ farmi fuori dai giochi ‘’ ma ‘’ io non faccio la foglia di fico ‘’. Nessun accenno alla famosa ‘’ rottamazione ‘’ , in quanto gia’ Bersani a suo tempo ha messo nel Governo tanti giovani e gente nuova. Matteo ha perfettamente ragione quando dice che le regole ci sono gia’ e che il Segretario deve essere anche Premier, pero’ forse gli si dovrebbe ricordare che la sua discesa in campo e’ stata possibile solo in quanto e’ stata fatta dal precedente Segretario Bersani una deroga allo Statuto e allora non mi pare che Renzi abbia mai parlato di ‘’ regole da rispettare ‘’. Poi personalmente credo che mai come oggi, con un Partito in continua fibrillazione e con un Paese con tanti grandi problemi, i ruoli di Premier e di Segretario debbano essere distaccati ; in sintonia certamente ma con percorsi differenti. Aggiungiamoci poi che e’ ancora Sindaco di una grande citta’ , dove lo troverebbe il tempo materiale per gestire al meglio le tre cose ?

Comunque nessun accenno al programma che ha in mente, a come pensa di rilanciare l’ economia, al creare posti di lavoro, alla tutela dei lavoratori …. Come da copione la solita frase ‘’ IO VOGLIO I VOTI DEI BERLUSCONIANI DELUSI ‘’ ( e qui nessun applauso in quanto nel PD certi personaggi proprio non li vorremmo come nel nostro Partito ) .Dopo due ore lascia il palco, accompagnato dai battimani dei presenti.

Mentre sto’ raggiungendo l’ uscita, passo davanti a due donne che stanno parlando tra loro in dialetto. Non sono due vecchie sceme tipo quella che parlava di Berlusconi come di ‘’ un innocente passerottino ‘’ ma di due tipiche ‘’ rezdore ‘’ emiliane con ancora addosso il grembiule e che magari hanno lavorato per ore gratuitamente nelle cucine della Festa. Ecco il loro discorso :

‘’ Certo che questo Renzi e’ proprio bravo . Quando e’ sul palco pare un attore del cinema, anzi meglio, una rock – star. Nemmeno un paragone con quell’ ammuffito di Bersani che al confronto pare una pera cotta. Certo, Pierluigi e’ una brava persona, un lavoratore ma non ha quella forza di trascinare che ha questo qui. Ah, se ci fosse stato Renzi, avremmo vinto a mani basse e non avremmo dovuto supplicare l’appoggio di quei deficienti dei grillini ne tantomeno andare a ficcarci in questo pasticcio che e’ l’ alleanza con Berlusconi ‘’ !!

Probabilmente nel discorso di queste due compagne e’ spiegata la realta’ delle cose : SIAMO ATTRATTI PIU’ DALLA FORMA CHE DALLA SOSTANZA . SIAMO PIU’ ATTENTI NON A COSA UNO DICE MA A CHI E A COME LO DICE. Questa e’ la realta’ delle cose e, piaccia o meno, l’elettorato italiano e’ questo, prendere o lasciare.

Allora io Mi chiedo e Vi chiedo : MEGLIO AVERE UN PARTITO SEMPRE MENO DI SINISTRA MA NON AVERE BERLUSCONI OPPURE GOVERNARE CON BERLUSCONI O ANCOR PEGGIO RICONSEGNARE IL PAESE NELLE MANI DI QUESTO DELINQUENTE ? MEGLIO TURARCI IL NASO OPPURE ANDARE IN UNA OPPOSIZIONE SENZA I NUMERI NECESSARI ? DOBBIAMO PER FORZA FARE UN PARTITO SEMPRE PIU’ CENTRISTA E SEMPRE MENO DI SIISTRA SE VOGLIAMO AVERE I VOTI NECESSARI ?  Ecco il vero dilemma a cui dobbiamo dare risposta !!

 

P.S.

Esisterebbe anche una terza opzione, che credo ognuno di noi vorrebbe : che dalle varie discussioni emergesse un programma condiviso, che la maggioranza decide e che chi non e’ d’accordo, per democrazia e per il bene del Partito si impegna non solo a rispettare ma a portare avanti, evitando il paradosso odierno in cui ogni candidato porta avanti non il programma deciso dalla maggioranza ma il proprio.Ognuno portando il proprio apporto, con cio’ che gli riesce meglio ( e nel caso di Renzi sarebbe la sua empatia col pubblico). Sarebbe davvero bellissimo, un sogno….ma che e’ l’unica formula possibile se non si vuole la morte del progetto del PD !!!

 

GIANLUCA BELLENTANI

Pubblicato in: berlusconeide, magistratura, società

qualche considerazione post-condanna


La definitiva sentenza della Corte di Cassazione che ha messo la parola “fine” alla vicenda giudiziaria di Berlusconi relativamente all’accusa di frode fiscale e fondi neri per Mediaset ha aperto ad una marea di commenti, analisi, riflessioni….
Come giurista e come persona impegnata in politica, mi sento di aggiungere a questa marea anche le mie, che certo non saranno risolutive ma -forse- aiuteranno il confronto.
Per tutti gli interessati alle motivazioni dei primi due gradi di giudizio, basta una ricerca qui: http://www.penalecontemporaneo.it/

1. Gioire” per la condanna
Ho già espresso la mia soddisfazione e piacere per l’esito del giudizio, ma sento levarsi contro tale soddisfazione diverse dimostrazioni di scandalo e ribrezzo.
Provo allora a precisarne le ragioni.
Ragioni che non hanno nulla di politico, ma sono esclusivamente fondate sul rispetto del principio di legalità e giustizia.
Da un punto di vista puramente statistico, salvo casi eccezionali, se Tizio viene imputato cento volte e 99 evita la condanna, che arrivi alla 100° secondo me è un motivo di soddisfazione. Tizio potrà anche esser innocente 90, forse persino tutte e 99 volte, ma la giustizia non agisce a caso. O, meglio, il caso esiste, ma per definizione non rappresenta il 99%.
In più, se Tizio è riuscito ad evitare la condanna in modi truffaldini (ad esempio, perché ha avuto un avvocato degno di “Carlito’s way“), il fatto che infine la giustizia riesca ad affermarsi è doppiamente importante.
E per modi truffaldini ne intendo molti: dal corrompere testimoni o giudici al cambiare le regole del gioco. Il solo fatto che il nostro Tizio abbia potuto modificare tali regole è un’oscenità indicibile, una violenza alla giustizia.

2. L’avversario politico
A mio modesto modo di vedere, con la condanna la politica non c’entra nulla.
Mi spiego: leit motiv di chi protesta contro la condanna è che essa fosse un “modo per far fuori un avversario politico” (su cui tornerò, in parte, alla fine) ed ogni celebrazione è solo dettata dalla soddisfazione di aver così finalmente eliminato un avversario.
Ebbene, personalmente ribadisco che la persona dell’imputato è per me indifferente. Se i giudici riterranno Penati colpevole, sarò ugualmente contento che la sua condanna venga confermata anche dalla Corte di Cassazione.
O dovremmo solo fare un’eccezione per Berlusconi perché è un leader politico?
Bhè, se la pensiamo così istituiamo direttamente la scriminante di “leader politico” e diciamo che ogni politico non è responsabile dei reati eventualmente commessi….
No: proviamo per un istante a pensare alla persona -condannato- di Berlusconi come un cittadino italiano e la risposta sarà semplice, lapalissiana: le leggi vanno rispettate, applicate, eseguite senza distinzioni di sorta. Neppure di “investitura popolare”.

3.  Il carcere
C’è pure una velata accusa di sadismo quando si menziona la soddisfazione abbinandola all’incarcerazione.
Intanto, Berlusconi non andrà in carcere per raggiunti limiti di età. Tanto per dire. L’unica ipotesi potrebbe esser l’arresto in flagranza se violasse le disposizione sugli arresti domiciliari / affidamento in prova ai servizi sociali.
Ciò detto, la soddisfazione non è in alcun modo legata alla carcerazione, che in Italia è una pena disumana. Semmai, essa è legata a) all’affermazione incontrovertibile di una verità; b) all’esecuzione del principio di giustizia. Se la pena viene comminata negli arresti domicilari, ciò per me va benissimo. Aggiungo: andrebbe benissimo anche si trattasse di una semplice multa. Perché, come scriveva già Beccaria, nulla rafforza di più il senso di rispetto per le leggi che la loro certa applicazione.
Ma questa valutazione spetta al codice.
Piuttosto, dovremmo riflettere sul risarcimento danni all’Agenzia delle Entrate -communato in 10.000.000 di Euro, se ho ben letto-.

4. Le ragioni della condanna
Non volendo fare affermazioni affrettate, mi son cercato io stesso “le carte” (le motivazioni) delle sentenze di primo e secondo grado.
In esse (sentenza di primo grado) si legge: “Rileva il Collegio che il c.d. “giro dei diritti” si inserisce in un contesto più generale di ricorso a società off shore anche non ufficiali ideate e realizzate da Berlusconi avvalendosi di strettissimi e fidati collaboratori quali Berruti 142, Milis e Del Bue nonché di alcuni dirigenti
finanziari del Gruppo Fininvest.
Questo contesto è già stato ampiamente analizzato in tutte le sue possibil i sfaccettature; quello che qui si intende ribadire è la pacifica diretta riferibilità a Berlusconi della ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto
.” Ahn però!
Ma prosegue “Vi è la piena prova, orale e documentale, che Berlusconi abbia direttamente gestito la fase iniziale per così dire del Group B) e, quindi, del l ‘ enorme evasione fiscale realizzata con le società off shore di cui si è lungamente detto. Questa fase è stata condotta da persone di sicura fiducia dell ‘ imputato e quando Milis non ha potuto proseguire, a causa della vicenda Edsaco, i tramite sono stati spostati a Malta sotto il controllo del Del Bue.” E di seguito: “E del resto la qualità di Berlusconi di azionista di maggioranza e dominus indiscusso del gruppo gli consentiva pacificamente qualsiasi possibilità di i ntervento, anche in mancanza di poteri gestori formali. La permanenza di tutti i suoi fidati collaboratori, ma anche correi , ne costituisce la più evidente dimostrazione.
L’affermazione “non poteva non sapere“, falsamente messa in giro dalla difesa, si fonda su un ragionamento semplicissimo: cui prodest? E’ possibile immaginare che un gruppo industriale si lasci pacificamente rubare milioni di euro per anni ed anni senza rendersi conto di nulla?
No, non pare plausibile.
Queste le parole della Corte d’Appello: “Un imprenditore che pertanto avrebbe dovuto essere così sprovveduto da non avvedersi del fatto che avrebbe potuto notevolmente ridurre il budget di quello che era il maggior costo per le sue aziende e che tutti questi personaggi, che a lui facevano diretto riferimento, non solo gli occultavano tale fondamentale opportunità ma che, su questo, lucravano ingenti somme, sostanzialmente a lui, oltre che a Mediaset, sottraendole“.
Ora, noi tutti sappiamo che Berlusconi ha stima di sé come grande imprenditore…. Sapete cosa mi ricorda? Mi ricorda il Rutelli “Non son ladro, sò scemo“…. contento tu!
Così, poco oltre: “Ed era assolutamente ovvio che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica e quindi fosse di interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l’operatività giornaliera“.
Ora, cari berlusconiani, le opzioni a vostra disposizione sono due: i) Berlusconi è un evasore fiscale acclarato e condannato; ii) Berlusconi è un pirla, incapace di amministrare le proprie aziende.In entrambi i casi, non è uomo cui affidare la gestione dello Stato.

Aggiungo, alcune considerazioni sulla democrazia, o forse sarebbe opportuno dire sulla concezione berlusconiana della democrazia.

5. I poteri dello Stato
Il primo punto, facimente confutabile anche da chi abbia la semplice licenza media, riguarda la magistratura (la giustizia) come “ordine dello Stato“.
Questa l’affermazione di Berlusconi nel proprio videomessaggio dopo la condanna: “una parte della magistratura, nel nostro Paese sia diventata un soggetto irresponsabile, una variabile incontrollabile ed incontrollata, che è assurta da ‘ordine dello Stato’ (con magistrati non eletti dal popolo ma selezionati attraverso un concorso come tutti i funzionari pubblici) a un vero e proprio ‘potere dello Stato’” – l’intero transcript qui.
Mi dispiace dove ricorrere a tale autorità intellettuale per demistificare una simile affermazione, ma basterà ricorda come Montesquieu nel proprio “Lo spirito delle leggi” parlasse di divisione dei poteri fra un potere legislativo, potere esecutivo e potere giudiziario.
Insomma, l’idea berlusconiana che la giustizia debba essere un “ordine” dello Stato, in qualche modo subordinato agli altri poteri, è un puro e semplice sovvertimento dell’idea democratica.

6. L’autorità  democratica
La successiva riguarda l’idea di Berlusconi secondo la quale la giustizia (i giudici) non può “sovvertire” il risultato democratico, inteso come espressione della volontà popolare.
Larry Diamond, professore di “democratic developmentStanford ed affermato studioso che certo non corre il rischio di essere bollato come “comunista”, ha in realtà un’idea leggermente diversa. In proprio mooc accessibile a tutti, egli afferma discutento delle fonti della legittimazione democratica: “over time, a democratic system must make a transition, from a charismatic authority -if that played a role at the beginning. The founding of a democracy to a rational system of authority based on the law or the Constitution. Seymour Lipset and Martin Lipset argued that there needs to be a separation between the source of authority and the agent of authority. In a democracy the source of authority is the Constitution. It’s the sacred legal document defining the rules of the game” proseguendo poi “But in terms of genuine power and authority, in a presidential system even, what lies above the elected, the ruler, is the Constitution as the source of authority“.
Insomma, secondo Diamond “la più alta autorità [highest authority] in una democrazia” è rappresentata dalla “Costituzione e dal sistema giudiziario“, in quanto potere destinato al suo controllo e tutela (quanto già affermato da Carl Schmitt nel proprio “Il custode della Costituzione“).
– di Diamond consiglio anche questo video, specie per la parte relativa alle riforme costituzionali –

7. La persona e le istituzioni
Ultima considerazione, strettamente collegata alle precedenti, riguardante l’affermazione –sostenuta da ultima da Daniela Santanchè– è l’idea per la quale essendo Berlusconi un leader politico chiave del nostro paese, per continuare a garantire la rappresentanza democratica, gli deve essere concessa una grazia.
Anche questa, un’idea fortemente distorta.
In democrazia, le istituzioni e le idee rimangono, mentre le persone (inclusi i leaders) vanno e vengono. L’idea che una parte politica necessiti imprescindibilmente di una specifica persona per poter essere rappresentata, è ovviamente una forzatura: se non si trovano altri esponenti validi (“validi” presumibilmente nel senso di in grado di competere con gli avversari politici: quindi implicitamente si rinnega persino lo stesso principio democratico di sovranità popolare!), è evidente che detta parte politica rappresenta una miseria intellettuale e personale incapace di rigenerarsi a seconda dei temi ed indegna di essere fidata nella gestione dello Stato.

In merito all‘intervista del presidente della sezione feriale Antonio Esposito, aggiungo di seguito il paragrafo “incriminato”, per un pò di maggiore chiarezza:

Lasciamo in unberlusconi0101082013 angolo le polemiche. Può esistere, chiamiamolo così, un principio giuridico secondo il quale si può essere condannati in base al presupposto che l’imputato «non poteva non sapere»?
«Assolutamente no, perché la condanna o l’assoluzione di un imputato avviene strettamente sulla valutazione del fatto-reato, oltre che dall’esame della posizione che l’imputato occupa al momento della commissione del reato o al contributo che offre a determinare il reato. Non poteva non sapere? Potrebbe essere una argomentazione logica, ma non può mai diventare principio alla base di una sentenza».
Non è questo il motivo per cui si è giunti alla condanna? E qual è allora?
«Noi potremmo dire: tu venivi portato a conoscenza di quel che succedeva. Non è che tu non potevi non sapere perché eri il capo. Teoricamente, il capo potrebbe non sapere. No, tu venivi portato a conoscenza di quello che succedeva. Tu non potevi non sapere, perché Tizio, Caio o Sempronio hanno detto che te lo hanno riferito. È un po’ diverso dal non poteva non sapere».

Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Il respiro in movimento che allunga la vita


 

Yang Jwing-Ming – otto pezzi di broccatoQigong cinese: gli “Otto pezzi di broccato”- 131 pagine. Edizioni Mediterranee

Possono otto semplici esercizi cambiare la nostra vita? Certo che possono, provare per credere. Questo libro è un semplice manuale su un’arte antica, millenaria, utilizzata in passato da uomini, saggi e monaci per il proprio benessere. E per rendere più lunga la propria vitalità, oltre che la propria vita.

Con un linguaggio semplice e accessibile a tutti, l’autore spiega i fondamenti del Qi (energia) Gong (suono ma anche movimento) che molto hanno a che fare con i precetti della millenaria Medicina tradizionale cinese. Lo scopo è quello di conoscere il proprio corpo e la propria energia, fino ad arrivare a muoverla. In particolare, in questo libro vengono esaminati “Gli otto pezzi di broccato”, otto esercizi che possono essere effettuati seduti o in piedi. La cosa importante è non mollare, continuare ad esercitarsi giornalmente fino ad arrivare a percepire il muoversi della propria energia nel corpo.

Tutti possono effettuarli e se la propria salute non è al massimo, o si è malati, si possono anche fare da seduti. Gli effetti benefici di questo “respiro in movimento” non tarderanno a farsi sentire.

Il cuore di questi esercizi sta proprio nel respiro e nel movimento, una specie di meditazione che aiuta a sgombrare la mente e a gestire lo stress, nonchè a percepire le diverse parti del corpo e i punti di equilibrio. Ci sono diverse versioni degli “Otto pezzi di broccato” e non importa quale impariamo, la cosa importante è continuare ad esercitarsi, quotidianamente. Ogni forma (pezzo) deve essere eseguita per 24 volte, o comunque per multipli di 3, per un totale di una ventina di minuti giornalieri da dedicare a se stessi, prendendosi una piccola vacanza dal mondo.

L’autore propone una versione classica, cinese e spiega come lo studio di questi pezzi, sia modellato proprio sulla risonanza dell’universo nel corpo umano: noi siamo un microcosmo che ripropone alcune regole del macrocosmo. Ogni singolo organo viene stimolato dal movimento e dal respiro, come se venisse massaggiato. Contemporaneamente le nostre difese immunitarie si rinforzano, perchè la nostra energia diventa più forte. Così potremmo ottenere una qualità della vita migliore, e maggior salute. Non è richiesta nessuna preparazione fisica, ma molta costanza per seguire questi antichi precetti che fanno del movimento, associato al respiro, una’arte sapiente. Esiste un ulteriore livello di Qigong ed è quello che porta all’illuminazione, ma come spiega bene l’autore questo è riservato ai monaci e a chi vive in solitudine, perchè solo in solitudine, lontano dalle quotidianità e da un mondo caotico, il nostro spirito può elevarsi fino ad un livello superiore. A noi basta accontentarci di mantenere la nostra salute ad un buon livello, di tenere lontani disturbi e malattie e imparare che dentro noi ci sono tutte le risorse per stare bene. Se riusciamo a metterci in contatto con la nostra energia potremo dirigerla verso il nostro benessere.

Perchè la vita è fatta soprattutto di energia.

Bianca Folino

Pubblicato in: berlusconeide, cose da PDL, magistratura, MALAFFARE, pd, politica, video

Venti anni persi inutilmente. E siete tutti colpevoli


999422_406241802815824_1959189296_ndiAldo Funicelli(sito)

“Il populismo democratico ha quattro ingredienti: un popolo elettore che tende ad esprimersi in uno stile plebiscitario con un rapporto di finta immediatezza con il leader; la dominanza di una leadership personale, gratificata di qualità carismatiche; un sistema partitico semplificato con un ricambio di elite politiche che è di supporto immediato al leader; il ruolo decisivo e insostituibile dei media alleati ”

Gian Enrico Rusconi, La Stampa 13 settembre 2008.

Il copione è stato eseguito fedelmente: da una parte i falchi che minacciano, pretendono, urlano. Sapendo che le loro richieste verranno comunque accettate, magari con un compromesso che porti a scegliere il male minore (la riforma dell’interdizione? Una riformina della giustizia?).

Dall’altra il perseguitato che si presenta davanti il portone di casa, su un palco abusivo, di fronte ad una platea di persone tele chiamate che sventolano le vecchie e care bandiere della discesa in campo.
E il perseguitato che usa toni da vittima, dà garanzie al governo, usa un tono moderato (ci penseranno i falchi per lui), “non lo faccio per me ma per la libertà. Sono innocente e rimango qui”.

Il potere dei magistrati e il regime della magistratura. Le sentenze politiche. Sono vittima di unapersecuzione che dura venti anni. I comunisti che vogliono andare al governo col golpe giudiziario.

Sono 20 anni che sentiamo queste bufale, al pari della rivoluzione liberale e del miracolo italiano. All’estero ridono di noi e si chiedono perché.

Il perché è semplice: è il potere dei media da una parte che mette il cerone anche di fronte alla realtà. L’enorme frode fiscale che la giustizia ha sancito.

E il gruppo di potere che si è saldato attorno al leader. Se cade lui, cadono tutti.

Anche quelli che l’hanno rimandato al governo.

E che ora si stupiscono, si indignano, “valuteranno” i toni.

Ennesimo gioco delle parti di cui siete tutti colpevoli.

Abbiamo perso venti anni: venti anni in cui abbiamo perso cultura, industria, produzione, ricerca, turismo.

E ora dobbiamo sentirci dire che questo governo, ricattato, deve essere tenuto in piedi a qualunque costo?

La scena è tratta dal film di Virzì “Ferie d’agosto” del 1995: il gruppo familiare di sinistra e quello di destra (che ha votato tutti …).

Ecco siamo tornati a questo:

http://unoenessuno.blogspot.fr/2013/08/20-anni-persi-inutilmente.html

http://www.agoravox.it/Venti-anni-persi-inutilmente-E.html