L’importanza delle proprie radici


Khaled Hosseini – e l'eco risposeE l’eco rispose – 456 pagine. Edizioni Piemme

 

L’amore e l’abbandono, il ritrovarsi comunque, a discapito della stessa memoria, ma comunque ritrovarsi in un intrecciarsi di storie, anche a diverse latitudini, che è vita umana allo stato puro. Questo romanzo di Hosseini sembra nato tra i fiori del deserto, in un paesaggio tipicamente afghano e al contempo europeo e apolide. Con il suo linguaggio, a volte affabulatore, che incanta il lettore fin dalle prime pagine, per la sua semplicità, seppur nella complessità della narrazione che si snoda attraverso i diversi punti di vista dei personaggi, Hosseini fa di questo libro un’altra splendida favola, piena di lirismo e delicatezza. Vista con gli occhi dei protagonisti.

La vicenda parte proprio da un villaggio afghano e dall’amore tra due fratelli, Pari (che in farsi vuol dire fata) e Abdullah e del loro padre che narra loro una storia, davanti ad un fuoco, mentre si stanno dirigendo a Kabul. E in questa città, ci sarà la loro separazione dalla quale partiranno diverse storie, tutte unite dal comune destino di essere umani. C’è chi sentirà per tutta la vita un’assenza e chi invece percepirà una presenza, chi si innamorerà e chi di quell’amore ne farà una tragedia interiore che tramuterà la poesia in suicidio. Tra Parigi, gli Stati Uniti e l’Afghanistan questa storia narra della complessità delle relazioni interpersonali e dell’amore. Di genitori che farebbero qualsiasi cosa per assicurare un futuro migliore ai figli e di figli che si fanno carico dei propri genitori. Dell’amore verso se stessi e verso il prossimo. Dell’amore a tutto tondo, insomma, pur nei risolvi litigiosi o drammatici che a volte questo sentimento assume. Lo strappo dovuto alla lacerazione, all’abbandono, che è anche confino dalla propria terra e non solo separazione. Questi sono tutti elementi autobiografici che Hosseini ha vissuto in prima persona, allontanandosi dall’Afghanistan per andare a vivere negli Stati Uniti. Ma nonostante la partenza, il distacco, tutti i personaggi rimangono profondamente afghani, portano in sé il deserto, e il freddo delle montagne, le tradizioni e i racconti davanti ad un fuoco, i lunghi cammini silenziosi dovuti all’assoluta mancanza di mezzi di trasporto, alla povertà. Ognuno di loro e le loro storie non sono altro che un simbolo: l’immagine di una terra sempre in guerra, dilaniata dai conflitti e dagli interessi di paesi stranieri che l’hanno conquistata e dominata e che hanno cercato di ferire nel profondo un popolo che invece è comunque andato avanti. Anche a piedi.

Non importa a che latitudine si vive e se alla fine, per colpa di una patologia degenerativa si dimenticano i propri cari, le proprie radici rimangono addosso, come fossero un marchio di fabbrica, la propria nazionalità e cultura è come un abito che non si può dismettere. In questo libro c’è tutto, le dominazioni straniere e i diversi cambiamenti, le guerre e le riscosse, fino agli aiuti umanitari, ai medici che arrivano per ricostruire dalle fondamenta. Nel bene e nel male di tutto, dell’intera evoluzione umana.

Nella sofferenza, nella lacerazione e nella cattiveria che a volte pervade i rapporti amorosi e familiari, rimane comunque un legame forte, qualcosa che ci guida e che fa il nostro destino. Si rimane fratelli comunque, anche quando si rinnegano le proprie origini e la propria famiglia. E i fratelli, prima o poi si ritrovano, come il senso delle proprie radici. Per quanto la vita cerchi a volte di distrarci, ognuno di noi è in perenne cammino verso le proprie origini. Verso ciò che ci rende umani.

 

Bianca Folino

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