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SONDAGGIO: impeachment Napolitano, favorevole o contrario ?



napolitano
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FRANCIA NEGRIZZATA


Il titolo ricopia quello pubblicato sulla prima pagina di un giornale italiano negli anni ’30, periodo in cui cominciarono ad essere emanati i provvedimenti per la difesa della razza italiana. In questa prima pagina, vi era una foto con una madre e il figlio entrambi di carnagione scura. Una didascalia, più o meno «descriveva» i caratteri dei due soggetti fotografati. E’ servita la Carta del 1° Gennaio 1948 per sancire con due articoli (21:«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»; 3:«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.») l’evitare il ripetersi, nel nostro Paese, di obbrobri simili.

Spesso, quando si tratta della soluzione finale hitleriana, si parla solo di ebrei sterminati. Dimentichiamo spesso, che non furono soltanto gli ebrei ad essere condannati alle camere a gas, bensì antifascisti, portatori di handicap (a tal proposito, segnalo questo articolo interessantissimo: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/26/giornata-della-memoria-i-disabili-e-la-shoah-ai-giorni-nostri/856364/ ), Rom, Sinti etc. Motivazione? Erano diventati un peso per la società, erano una sottorazza («Un mondo imbastardito e «negrizzato» sarebbero perduti per sempre i concetti dell’umanamente bello e del sublime, nonché ogni nozione d’un avvenire idealizzato del genere umano» / «La concezione nazionale, razzista, riconosce il valore dell’umanità nei suoi primordiali elementi di razza. In conformità coi suoi pricipii, essa ravvisa nello Stato soltanto un mezzo per raggiungere un fine, il fine della conservazione dell’esistenza razzista degli uomini. Con ciò, non erede affatto ad un’eguaglianza delle razze, ma riconosce che sono diverse e quindi hanno un valore maggiore o minore; e da questo riconoscimento si sente obbligata ad esigere, in conformità con l’eterna Volontà che domina l’Universo, la vittoria del migliore e del più forte, la subordinazione del peggiore e del più debole» > Adolf Hitler nel Mein Kampf, La mia battaglia). Il Giorno della Memoria è volto a ricordare le atrocità compiute. Ma, ultimamente mi chiedo: che senso ha, ricordare cosa subirono ebrei, Rom, Sinti, portatori di handicap etc. negli anni degli autoritarismi, quando oggi, nell’epoca in cui viviamo, assistiamo ad un razzismo più sottile? Nella millenaria storia della civiltà umana, abbiamo assistito a persecuzioni atroci (l’Europa del ‘500 è un esempio «lodevole» di cui ci si ammazzava causa le diversità religiose: musulmani, ebrei, protestanti ugonotti francesi etc. erano tutte minacce all’idea di Impero universale che all’epoca impazzava in Europa; solo una fede doveva prevalere: quella cristiano – cattolica). Oggi, vedendo le tragedie di Lampedusa, quei poveracci provenienti da Paesi diversi sottoposti a veri e propri lavori forzati e sottopagati da gente che se ne approfitta, i disabili che spesso – nonostante i loro problemi – sanno affrontare la vita con molta più gioia rispetto a chi è (fortunatamente) esente da questi problemi… mi viene da pensare:

  • è razzista la persona che sostiene l’idea in cui gli immigrati devono andarsene dal nostro Paese, perchè rubano il lavoro, delinquono… Come se mafia, camorra, n’drangheta, Sacra Corona Unita, le stragi degli anni di piombo etc. fossero opera di persone provenienti dal Nord Africa o da chissà dove; come se gli italiani fossero tutte persone disposte ad accettare il primo lavoro che si ritrovano sottomano (soprattutto: pagano tutti il biglietto dei mezzi pubblici quando li utilizzano, le attività commerciali fanno sempre lo scontrino… insomma: come se italiano fosse sinonimo di onestà);

  • è razzista quella persona che ti viene a chiedere: «e i disabili come fanno? Ci avete pensato a questo» solo per rinforzare la ragione nella propria tesi. Sicuramente, a tutti sarà capitato, almeno una volta nella vita, di incontrare persone lamentarsi delle isole pedonali perchè imporrebbero cambi nella propria vita quotidiana (cambi salutari dopotutto: anziché utilizzare la macchina, dovresti adoperare i mezzi pubblici oppure andare in bici o a piedi; insomma: quello che si faceva fino a mezzo secolo fa, quando i problemi ambientali erano quasi assenti) e cercano di «ristabilire la situazione» facendo leva sui disabili. Salvo poi dimenticarsene per il resto della propria vita;

  • quanti esempi potrei fare ancora. Comunque, la risposta a questi problemi è una: la solidarietà tra esseri umani. Parola che versa da tempo nell’oblio.

Oggi il razzismo è taciturno, sottile e subdolo. E’ molto più pericoloso di quello passato. Oggi, tanta persone che ricordano gli stermini, sono le medesime che da domani ricominceranno a prendersela con il «diverso» dei problemi attuali. Per dire: il colpevole è sempre un altro.

P.S.: ovviamente il titolo è un tentativo di provocazione. Chi ha letto l’articolo, sicuramente lo ha capito. Ma quanta gente si ferma al titolo?

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Et in cauda venenum…


Ho seguito anch’io in diretta i lavori della Direzione del PD dell’altro ieri. E debbo dire che – nonostante le diversità d’impostazione e soprattutto d’umore di una parte degli intervenuti, a causa dell’incontro di Renzi con Berlusconi – il dibattito tuttavia procedeva tranquillo, costruttivo e anche con un apprezzamento da parte di Cuperlo e altri non renziani per l’iniziativa sulle riforme portata avanti con determinazione e tempestività da parte del segretario del PD. La mossa di Renzi, infatti, con la trasformazione dell’hispanicum nell’italicum, aveva sortito l’effetto positivo di far convergere sulla sua proposta anche chi nella maggioramza (come il Ncd) che, non gradendo la proposta originaria, pensava di tenersi fuori dall’accordo; e, più in generale, aveva rimesso in movimento una situazione politica che sembrava essere ormai sull’orlo di un pericoloso avvitamento su se stessa – anche per le bordate continue che arrivavano dal sindaco di Firenze e dai suoi luogotenenti verso Letta e il governo –, con il rischio quindi o d’un galleggiamento senza prospettive o addirittura della fine del governo, con l’apertura di una crisi al buio e l’addensarsi di nuovo sull’Italia delle nuvole nere dello spread, la sfiducia dei mercati, ecc. Ma ecco – proprio alle battute finali del dibattito – la scelta di Renzi di attaccare frontalmente e personalmente Cuperlo sulla questione (non proprio di lana caprina) della necessità di restituire ai cittadini con la nuova legge elettorale il diritto di scegliere anche i parlamentari, oltre al partito, negato in questi anni dal porcellum. E purtroppo, ad ascoltarle, le parole di Renzi non apparivano affatto come uno scivolone che può capitare a tutti o – come qualcuno ha detto dopo il fattaccio – una semplice caduta di stile: le parole erano state pensate e lo scopo era appunto quello di umiliare Cuperlo e le forze che egli ha rappresentato nel corso delle primarie.

E’ chiaro che nessuno può togliere a Renzi – e non sarebbe neppure giusto – il merito della sua iniziativa sia per quanto riguarda la legge elettorale che il pacchetto di riforme costituzionali ad essa collegato e che attengono a questioni fondamentali per il funzionamento del sistema politico e per dare più efficienza e rapidità all’azione di governo.

Naturalmente, si tratta di vedere nelle prossime settimane se – al di là degli impegni formali assunti dalle forze che si sono dette favorevoli in linea di massima – queste proposte (assieme al Piano per il lavoro) riusciranno davvero a trasformarsi in leggi dello Stato: le esperienze in materia, sia recenti che lontane, non incoraggiano all’ottimismo, ma è evidente che Renzi con la sua iniziativa un risultato l’ha comunque ottenuto, quello appunto di rimettere al centro dell’agenda politica nazionale la necessità di procedere rapidamente a quelle riforme costituzionali e a misure capaci di affrontare seriamente il problema cruciale del lavoro che sole possono evitare un nuovo deragliamento del Paese.

Io non so quanti ancora ricordino l’insistenza di Bersani, alla vigilia delle elezioni del febbraio 2013, sulla esigenza e l’urgenza di far leva contemporaneamente – per la ricostruzione dell’Italia dalle macerie berlusconiane – sulle due questioni che già allora apparivano centrali per far uscire il Paese dalla crisi: la questione sociale e la questione democratica.

Bersani coglieva i punti veri della svolta di cui l’Italia aveva bisogno; ma sappiamo tutti come come sono andate le cose e che tutto, purtroppo, è rimasto appeso per aria. Perciò è stato giusto oggi ripartire da quelle due questioni ed è giusto oggi compiere ogni sforzo per cercare di portare a casa risultati concreti. Anche perché i rischi per l’Italia si sono fatti, nel frattempo, più gravi: intanto perché la crisi si è fatta ancora più drammatica e colpisce fasce sempre più larghe di popolazione e poi perché la democrazia italiana “periclita” (per dirla con Machiavelli) sempre di più per la presenza di forze che – più di ieri – possono metterla a repentaglio (si rifletta a come è cresciuto il numero di quelli che ritengono che si può vivere anche eliminando i partiti e a quanto in basso è arrivata la fiducia dei cittadini nei confronti della politica e dei politici); e l’unico modo per bloccare e neutralizzare i guastatori di turno – da Berlusconi a Grillo – è ancora oggi la capacità del PD di stringere i tempi sia sulle riforme costituzionali che sulla crescita attraverso quel patto che Letta intende firmare con le varie componenti della maggioranza di governo.

Ma, se la situazione è questa e c’è bisogno quindi di uno sforzo straordinario e convergente tra tutte le anime del Pd per far andare avanti il processo riformatore e ridare slancio all’attività di governo, perché allora Renzi si è lasciato andare a una polemica non solo inopportuna e divisiva, ma anche francamente pretestuosa su un tema – quello della possibilità per gli elettori di scegliere i candidati da mandare in Parlamento – molto sentito dall’opinione pubblica e largamente utilizzato in questi anni per alimentare l’antipolitica? E inoltre, diciamolo chiaramente, che senso ha l’osservazione di Renzi sui danni prodotti dalle preferenze in termini di corruzione e sul fatto che la sinistra non ha mai detto di volerle reintrodurre? Tutti invece sappiamo che il PD non ne ha mai parlato perché puntava ai collegi uninominali, dove le preferenze non servono; e poi, se si adotta un altro modello elettorale, è normale che si ragioni in maniera diversa sul modo di ridare il diritto di scelta agli elettori, sapendo tra l’altro che, nel modello indicato da Renzi, siamo di fronte a piccole circoscrizioni (le province, essenzialmente) che consentono quindi ai candidati di contattare agevolmente gli elettori, senza dover disporre di cifre pazzesche. Quanto poi alla corruzione, pur essendoci le liste bloccate, essa ha toccato in questi anni punte mai conosciute. E le ragioni di fondo di questo stato di cose non stanno certamente nelle preferenze: esse vanno cercate innanzitutto e soprattutto nel deterioramento della vita pubblica, provocato dal berlusconismo; e nella cultura che da decenni ormai domina l’intera società italiana (e non solo una parte del ceto politico) e che indica nella capacità di accumulare denaro comunque e a qualunque costo il non plus ultra del successo.

Ma Renzi dice anche che quello è l’accordo raggiunto; e quindi di esso non si può toccare nessun tassello (a partire dalla questione delle preferenze, che proprio Berlusconi non vuole), altrimenti salta tutto.

Capisco la sua preoccupazione, ma allora perché si accusa Letta di non avere a suo tempo rinviato al mittente la richiesta di Berlusconi di abolire l’IMU, scongiurando così l’effetto perverso che la sua abolizione ha poi prodotto (quello cioè di aggravare il peso fiscale sugli italiani)? Anche allora si disse che poteva saltare tutto. E però è evidente che, se è stato un errore ieri il non aver combattuto una misura che già si sapeva si sarebbe rivelata sbagliata, non si può oggi commettere un analogo errore su un tema così sensibile tra la grande opinione pubblica, fornendo contemporaneamente anche nuovi argomenti all’antipolitica.

Ma, al di là di questi aspetti, rimane aperta la domanda: perché Renzi ha scelto la strada dell’attacco personale a Cuperlo e quindi la strada della rottura con lui e con quello che egli rappresenta?

Di norma, soprattutto in presenza di una situazione così complicata e pericolosa come quella italiana, il segretario del partito punta a unire le forze e non a dividerle; e invece si sta rischiando che accada proprio il contrario.

Secondo alcuni renziani, nessuno dei quali ha finora osato dire a Renzi che gesti come quello contro Cuperlo (che fa seguito a quello del “Fassina chi?”) non aiutano certamente l’unità del PD, in verità la responsabilità della rottura risale a Cuperlo che andava solo alla ricerca di pretesti per dimettersi (come Fassina che, almeno finora, non è però diventato capo di nessuna corrente come pure l’accusavano i renziani) e quindi avere le mani libere per  creare problemi e intralciare il lavoro del segretario: siamo insomma al rovesciamento della realtà e a una accusa che non ha né fondamento né senso, come spiega bene lo stesso Cuperlo nella lettera di dimissioni da Presidente dell’Assemblea nazionale inviata al segretario.

Chi ragiona così e avanza accuse simili in realtà parte dal presupposto che Cuperlo – nella sua qualità di Presidente dell’Assemblea – non avesse il diritto di partecipare in maniera libera al dibattito interno al partito e che si dovesse in sostanza limitare a fare la bella statuina, cosa ovviamente inaccettabile.

Un tale modo di ragionare ha anche un altro risvolto: e cioè che c’è oggi nel PD chi pensa che o la minoranza si adatta a fare soltanto da spalla a Renzi o, diversamente, è bene che venga emarginata.

Io ricordo come, nei mesi scorsi, certi personaggi hanno spiegato le ragioni del loro appoggio a Renzi alle primarie e anche come hanno accolto il risultato dell’8 dicembre: finalmente si archivia il PCI!

Come è noto, il PCI è stato sciolto dai suoi stessi dirigenti e militanti partendo dalla consapevolezza, imposta dai cambiamenti radicali intervenuti a livello mondiale a cavallo tra la fine del ’900 e gli inizi del nuovo secolo, e dalla necessità quindi di trovare altre strade per far vivere la sinistra e i suoi valori; ma lo scioglimento del PCI non ha mai significato e non significa affatto che la tradizione politica e culturale incarnata dai comunisti nel secolo scorso non continui a vivere – oltre che nella storia – anche nella carne viva della società italiana e che quella tradizione non possa ancora oggi dare un contributo essenziale al futuro dell’Italia e del PD.

Ci pensino bene perciò tutti coloro che, anche all’interno del partito, si lasciano tentare dall’idea di poter emarginare e sterilizzare questa tradizione: chi ci perderebbe sarebbe innanzitutto il PD. E lo stesso Renzi ne riceverebbe un danno.

Come giustamente scrive Cuperlo a Renzi nella sua lettera di dimissioni, non possono “funzionare un organismo dirigente e una comunità politica – e un partito è in primo luogo una comunità politica – dove le riunioni si convocano, si svolgono, ma dove lo spazio e l’espressione delle differenze finiscono in una irritazione della maggioranza e, con qualche frequenza, in una conseguente delegittimazione dell’interlocutore. Non credo sia un metodo giusto, saggio, adeguato alle ambizioni di un partito come il Pd e alle speranze che questa nuova stagione, e il tuo personale successo, hanno attivato”.

A meno che anche Renzi non voglia alimentare certi retropensieri e derive plebiscitarie i cui danni abbiamo già avuto modo di sperimentare!

Il PD può funzionare se è una casa in cui tutti – a prescindere dalle posizioni che ciascuno sostiene – si sente a proprio agio; e se tutti – maggioranza e minoranza – si fanno carico fino in fondo della necessaria responsabilità nei confronti del PD e del Paese.

Sandra Zampa, nel suo intervento in Direzione, ha invitato tutti a togliersi le magliette. Un giusto invito, ma, perché le cose vadano in questa direzione, le magliette devono togliersele davvero tutti.

Antonio Ciancio

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SERVIZIO PUBBLICO


I troll di fb legati ai partiti di governo, i giornalisti prezzolati di regime Napo-Letta-Vaticano-Berlusconi-BCE-Bundesbank e i lecchini di corte del PD-NCD-Forza Italia, ci sono rimasti veramente male quando la comparsa del giovane Di Battista allo schermo dei collegamenti esterni di Servizio Pubblico ha provocato un’ovazione e un interminabile applauso da parte del pubblico presente in sala, che certamente Michele Santoro non aveva selezionato tra i simpatizzanti dichiarati del movimento 5 Stelle, dati i rapporti burrascosi che intercorrono tra lui e Beppe Grillo. La reazione del pubblico ha infatti imbarazzato non poco sia lui che gli ospiti presenti, ma non Marco Travaglio che aveva appena finito di demolire Stefano Fassina, il quale Fassina ha cercato, senza riuscirci, di giustificare i suoi numerosi cambiamenti di posizione all’interno del PD e il suo ambiguo rapporto di assenso-dissenso nei confronti sia del governo Letta, nel quale fu vice ministro fino a poche settimane fa, che in quelli del nuovo segretario PD Matteo Renzi, che dice di stimare da un lato, ma che dall’altro lato contesta alle assemblee del partito, dando così ragione a Marco Travaglio quando afferma che esistono almeno sei o sette Stefani Fassina, tutti in contrasto fra di loro. Ne gli ha certo giovato lo scontro indiretto con Di Battista , perchè, a parte i soliti luoghi comuni, tanto cari ai piddiini, come il presunto dispotismo di Grillo nei confronti dei parlamentari del 5 Stelle, prontamente smentito con argomentazioni più che valide da Di Battista, Fassina ha dato la chiara sensazione di essere in netta difficoltà e di volersene andare a casa a dormire al più presto!  

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Quel baratro che è in ognuno di noi


 

liberaci dal male oscuroSerena Zoli, Giovanni Cassano – E liberaci dal male oscuro, 524 pagine. Tea pratica

Che ci piaccia o no, che riusciamo ad accettarlo o meno, in ognuno di noi esiste un baratro. E’ quello del disagio mentale, della depressione, della “melanconia” o di come si voglia chiamarla. Più precisamente in ognuno di noi esiste proprio il disagio, in un certo senso inscritto nel nostro Dna e che si manifesta, in occasione di qualche evento traumantico ma anche no, come depressione o come episodio maniacale. E’ un disturbo dell’umore, quello dal quale tutti, più o meno, siamo affetti. Ed è questo il punto di partenza che può poi sfociare in reale malattia psichica. Dalla melanconia, al disturbo bipolare, dall’essere ciclotimici all’avere continui sbalzi di umore, non solo in corrispondenza delle diverse stagioni, ma anche durante uno stesso giorno. Il nostro umore segue i bioritmi dell’universo, oltre ai nostri.

Questo in sintesi estrema quanto viene affrontato in questa seconda edizione del libro di Zoli e Cassano. Serena Zoli è una giornalista, che in passato è stata affetta da depressione e Giovanni Cassano è il noto psichiatra che a dieci anni di distanza dalla prima edizione, in questa riveduta e ampliata, sbaraglia il campo dai luoghi comuni e credenze che ormai fanno parte di tutti noi.

Ogni disturbo dell’umore per Cassano è sostanzialmente uno scompenso chimico e come tale, può essere curato. Bulimia, anoressia, dipendenze varie, disturbi psicosomatici, tutto viene affrontato in questo testo, anche la farmacologia e la paura delle possibili dipendenze dagli psicofarmaci. In questo libro c’è proprio tutto, sottoforma di una lunga intervista e con continui chiarimenti, circa la terminologia più tecnica, sia dal punto di vista farmacologico che medico. I più recenti studi di psichiatria vengono affrontati, insieme all’inefficacia quasi totale delle terapie psicologiche che spesso occupano gli anni dei pazienti, senza giovamenti di rilievo. Questo non vuol dire esattamente che la psicologia e le terapie correlate siano inutili, ma spesso è la stessa diagnosi ad avere delle carenze. Molto forti sono i legami familiari, ovvero la genetica: se in famiglia è presente un disagio nei genitori, anche i figli lo vivranno e non di riflesso, ma perchè inscritto nei geni. Quello che però Cassano offre è una via d’uscita, perchè, con diverse terapie, si può uscire dal tunnel della depressione, come da quello dell’anerossia.

Ognuno di noi, del resto, sperimenta la malinconia anche solo al cambio stagionale, o durante una giornata di pioggia. Niente di strano, quello che fa la differenza, è la consapevolezza del paziente di soffrire di un disturbo che può essere preso in carico e curato. Per non entrare in una spirale che non avrà mai uscita ed evitare anche episodi di violenza, sugli altri o su se stessi. E per non aver paura della parola disagio psichico, o depressione, nè temere gli antidepressivi.

Il libro è corredato di diverse testimonianze, alla fine, di personaggi noti e meno noti che hanno sofferto dei diversi disturbi trattati e che hanno provato tante terapie, compresa la psicoanalisi, prima del cruciale incontro con Cassano. Al lettore vengono anche fornite indicazioni su associazioni e organizzazioni che si occupano del problema.

Un libro davvero affascinante che fa luce sui nostri disturbi, su quel disagio che ogni tanto sentiamo alla bocca dello stomaco e che sottolinea come la biochimica sia una frontiera del futuro per la ricerca medica.

Bianca Folino

Pubblicato in: berlusconeide, pd

L’unica certezza del PD è Silvio Berlusconi.


I dalemiani accusano Renzi di essere un “berluschino”. Renzi accusa D’Alema di essere stato il braccio “Sinistro” di Berlusconi per un ventennio. I bersaniani non avrebbero voluto che Renzi incontrasse Berlusconi perché non si fanno patti con un condannato in via definitiva. Renzi accusa i bersaniani di poca coerenza perché proprio loro con Berlusconi sono stati nella stessa maggioranza in ben due governi, sia quando B era pluri-imputato, sia quando B era già stato condannato in via definitiva.

Renzi era quello che, in data 11 settembre 2013, dichiarava: “Ora è arrivata una sentenza definitiva che ha detto che è colpevole. In un qualsiasi Paese dove un leader politico viene condannato, la partita è finita. Per Berlusconi game over”. Poi pero’ ha stretto il patto di ferro con Berlusconi.

In tutto questo casino c’è stata, c’è e ci sarà sempre una certezza: il PD ha governato, governa e governerà sempre insieme a Silvio Berlusconi perchè di Silvio Berlusconi non puo’ fare a meno.

Gio’ Chianta

d'alema berlusconibersani berlusconirenzi berlusconi

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Il passato obsoleto


Giorni fa ho seguito alla televisione il programma l’Eredita’, condotta dal bravissimo C. Conti. Mi capita spesso di guardarlo, non tanto per interesse ma piu’ che altro per il fatto che questo tipo di programmi ‘’ leggeri ‘’, che vengono messi sotto la voce ‘’ di intrattenimento ‘’, sono per me programmi ‘’ di riempimento ‘’ , nel senso che riempiono quello spazio di tempo che intercorre tra quando rientro in casa, mi tolgo le scarpe e siedo sul divano a quando mia moglie mi chiama a tavola per la cena.

Tra i tanti giochi a cui i concorrenti vengono sottoposti, ve ne e’ uno in cui viene fatta una domanda e al concorrente di turno viene chiesto di abbinare un certo fatto ad una data da scegliere tra 4 opzioni. Le date sono molto diverse in senso temporale e hanno in genere tra loro un lasso di tempo di 15/20 anni. Ai concorrenti rimasti in gara, tre donne e un uomo, tutta gente sicuramente di eta’ non superiore ai 40 anni, laureata o diplomata o perlomeno in possesso di licenza media, viene chiesto l’anno in cui A. Hitler diventa Cancelliere. Domanda stupidissima : le date da scegliere sono il 1933, il 1948, il 1964 e il 1979. Anche se non ti ricordi l’anno, per un minimo di senso logico abbinerai questo fatto alla data 1933. Basterebbe applicare una semplice funzione matematico-logica del tipo:  2a guerra mondiale finita nel1945 = Hitler morto a fine guerra = Non poteva certo diventare Cancelliere dopo morto. La concorrente di turno invece risponde 1964. Mentre sto’ dicendo dentro di me uno spontaneo ‘’ MA SEI SCEMA ‘’ ? Ecco che la stessa domanda viene posta all’ altro concorrente che risponde….1948 !! Qui davvero sono rimasto basito e non ho potuto credere a cio’ che le mie orecchie sentivano. Ero cosi’ incredulo che la risposta del 3° concorrente, 1979, ormai la davo quasi per scontata. Per conoscenza, la 4a concorrente ha risposto correttamente ( mi auguro non solo in quanto non rimanessero altre opzioni ). Penso sia stato un momento di rimbambimento collettivo e invece dopo altre 2 domande viene chiesto in che hanno il poeta Ezra Pound incontro’ Mussolini. E’ una cosa che non sapevo ( e credo anche tanti altri ). Viene chiesta la data da abbinare alla risposta. Anche qui deve essere fatta la stessa funzione matematico-logica, cambiando solo il nome di Mussolini con Hitler. La risposta della ragazza? 1964. Fortuna vuole che al doppio errore il gioco si fermi e il concorrente possa essere eliminato da un altro. Il conduttore C. Conti e’ anch’egli incredulo e la sua frase ‘’ forse sarebbe meglio ragazzi che ripassaste un po’ la storia ‘’ non nasconde il suo stupore per tanta ignoranza.

Ho quindi cominciato a chiedermi come fosse possibile cio’ che ho visto e sentito : i concorrenti non sono certo dei trogloditi, qualcuno ha un’istruzione sopra la media e sono anche svegli e perspicaci e lo dimostrano nel gioco successivo, quando c’e’ da abbinare un nome ad un altro. Cosa e’ quindi successo ? La risposta e’ tanto semplice quanto disarmante: i concorrenti non sapevano chi fossero ne’ Hitler ne’ Mussolini. Magari li avranno sentiti nominare qualche volta ma non sanno storicamente collocarli. Probabilmente se si fosse chiesto l’anno esatto della fine della 2a guerra mondiale avrebbero fatto scena muta.

Non sono stato il solo a farmi caso della cosa. Il giorno dopo gia’ i giornali parlavano di questo episodio e i vari programmi televisivi, in particolare quelli di Mediaset, andavano in giro intervistando donne famose alla Scala  (patetica una Marta Marzotto sempre piu’ avvizzita in abito da sera e gioielli che reputa la Tosca un’ opera di G. Verdi ), politici e professori di liceo. Si vuole fare risaltare l’ignoranza di ogni classe e ceto e la si vuole far apparire come un simbolo degli italiani, come il gesticolare , il parlare a voce alta, il non rispettare la fila, il parcheggio selvaggio etc. etc.

Sul fatto che il popolo italico sia in maggioranza un popolo poco istruito e senza cultura credo non vi siano dubbi. Non leggiamo i giornali se non i titoli o al massimo quelli sportivi. Per i libri va’ ancor peggio : se io che mi considero un pessimo lettore leggo una decina di libri all’ anno, per una statistica Trilussiana 10 italiani non leggono un libro in un anno ( e forse nella vita ). Ci facciamo condizionare nelle idee e nei giudizi da quello che vediamo e sentiamo alla televisione, che ci da’ l’imput ma non il tempo di riflessione. Con la rete, questo nuovo strumento di conoscenza, facciamo forse ancor peggio, dando per buona qualsiasi  fesseria che viene postata  senza mai appurarne la veridicita’. Come al solito diamo la colpa di cio’ ad altri ( anche questa tipica particolarita’ degli italiani ). Ecco quindi che la colpa e’ di chi governa, in quanto taglia le risorse alla scuola. Ecco che la colpa e’ dei docenti che insistono piu’ sul nozionismo anziche’ spiegare il perche’ delle cose.Ecco che la colpa e’ di un mondo che ha creato specialisti in una singola materia ma totalmente ignoranti in altre. Diamo la colpa a tutti, dimenticando che la colpa principale e’ solo nostra, in quanto oggigiorno con le nuove tecnologie e la lettura a portata di tutti, il non essere informati e’ inammissibile . Perche’ quindi ci dovremmo stupire se anche la storia non la conosciamo ? Perche’ poi dovremmo preoccuparci ? Cosa ha in piu’ la storia di altre materie?

La storia, intesa come esperienze gia’ vissute da altri, e’ alla base della nostra vita e delle nostre scelte. Se la storia la conoscessimo, sapremmo che quelli ‘’ brutti sporchi e disperati che sbarcano a migliaia sulle nostre coste ‘’ un tempo eravamo noi. Non considereremmo il meridione come una zavorra per il nord industriale e non aneleremmo ad annetterci all’ Austria, se non altro per rispetto a tutti i caduti delle Guerre d’ Indipendenza… E soprattutto non sbraiteremo contro la democrazia inneggiando a qualche nuovo ‘’ uomo della provvidenza ‘’ che ci risolva i nostri problemi personali, infischiandocene se per avere cio’ si corra il rischio di avere un pensiero unico, l’anticamera di ogni dittatura ( gia’ provata ).

Certamente quello di oggi e’ un mondo strano, sicuramente mai visto prima. Scienza e tecnologia vanno a ritmi velocissimi e quello che oggi e’ nuovo  domani e’ gia’ vecchio. Si e’ portati quindi a considerare anche il passato come un qualcosa di obsoleto e senza alcuna utilita’ per il futuro, commettendo il grossolano errore di dimenticare le buone cose fatte ma soprattutto di cadere negli stessi errori. Questo accade anche con le persone e si considerano i ‘’ vecchi ‘’ come ostacoli per il progresso e i ‘’giovani ‘’ come unici portatori di novita’ e di idee buone, dimenticando che una pianta forte e sana ha bisogno sempre di nuove foglie ma ha radici antiche e ben piantate. Per questo un popolo che non conosce il proprio passato non puo’ avere un futuro migliore !!

Gianluca Bellentani

frase  italo calvino

Pubblicato in: CRONACA, diritti, LAVORO

Un Matrimonio


LIsoladeiCassintegratilunicorealityreale.UngruppodidisoccupatisardioccupalAsinaraefailboomsulWebCostrettiafareilversoallaVenturaperfarcinotareLa RaiTv siciliana ha mandato in onda un servizio che mi ha davvero emozionato. Ha mostrato il matrimonio di una coppia di persone senza casa, persone che non hanno nessuno e che vivono proprio per strada. Non possiedono niente, proprio niente.
Vivono in una delle città più antiche e più belle: Siracusa. hanno deciso coraggiosamente di sposarsi ed hanno affrontato l’evento e l’incontro con la stampa con grande composta serena dignità.
Entrambi sono giovani ma sembrano più vecchi della loro età. Lui penso che avrà una quarantina d’anni ma come si fa a dirlo. Era proprio vestito e pettinato da giorno delle nozze. Con un vestito scuro, i capelli tirati strettissimi all’indietro raccolti sulla nuca.
Lei vestita da sposa con un’aureola di capelli sotto il velo della sposa. Entrambi vestiti appunto da matrimonio. Riuscivano a stonare un poco nei vestiti nuovi e di festa. Le loro facce segnate dalle privazioni dagli stenti, facce di chi passa notti e notti nel buio della strada, riflettevano il grigiore ed il logoramento della esistenza sui loro vestiti che non riuscivano a nascondere la verità tristissima delle persone che li indossavano.
Alla intervista ha risposto lui con pacatezza e dignità. Ha detto che è un operaio specializzato che ha perso il lavoro la casa e tutto da molto tempo. Lei ascoltava in silenzio. Hanno detto che la Caritas per una settimana li ospiterà. Una settimana al riparo di un tetto per loro è un regalo straordinario.
Confesso che non sono riuscito a trattenere le lacrime. Ho pensato che non sono stato buono a nulla, ho fatto sindacato e politica tutta la vita ma non sono riuscito a cambiare niente ed anti tutto peggiora ancora di giorno in giorno..

(Pietro Ancona ex sindacalista cgil)

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Una Chiesa da 2,8 milioni di euro.


Periodo di crisi per tutti ma, evidentemente, non per la Chiesa cattolica che costruisce nuove chiese anche molto costose.

Ho letto questa notizia dal sito http://www.polignanoweb.it:

“Posata la prima pietra. Dopo le polemiche dei commenti su Polignanoweb, Don Pinuccio: “Nessun povero sarà penalizzato da questa 

costruzione”. Il vescovo Mons. Padovano: “Le Chiese non si fanno con le offerte dei poveri e le chiacchiere dei ricchi”. 

La Chiesa prevede un complesso con oratorio e vista panoramica. Don Vito Fusillo: “Il progetto iniziale costava 4 milioni. Con l’attuale, 2,8 milioni di euro”.

La Chiesa sarà eretta su terreni ceduti dalle ditte (Cienne Costruzioni srl, Satalino Costruzioni srl) e da Modugno Anna e Modugno Vito, su modello dell’architetto Angela Rossi, con il progetto delle strutture e la consulenza tecnica dell’ing. Sergio Sasso e l’esecuzione dei lavori affidata all’impresa “Balacco snc” di Molfetta. Il nuovo edificio di culto è stato progettato da professionisti scelti dalla Diocesi Conversano Monopoli ed è finanziato al 70% dalla Conferenza Episcopale Italiana.”

 

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http://www.polignanoweb.it/attualita/3214-nuova-chiesa-a-polignano-progetto-28milioni-fusillo.html 

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THE STRYPES “Snapshot” Virgin / Emi 2013


Dopo la pubblicazione della prima recensione su “IlMalpaese” mi è venuto spontaneo chiedermi che collegamento potesse esserci, all’interno di questo blog, tra una sezione dedicata alla musica e tutto il resto. Ma pensandoci bene un collegamento esiste e lo troviamo proprio se cerchiamo di fare delle recensioni DOPO aver ascoltato i dischi e NON copiando i comunicati stampa (abitudine sempre più diffusa) o – peggio ancora – come recentemente ammesso dal direttore di una rivista musicale di una certa importanza, copiando più o meno “in toto” recensioni e/o interviste già apparse su blog di giovani che inseguono il sogno di indossare i panni dei critici musicali privati del diritto alla firma dei propri articoli addirittura da chi per anni hanno considerato un loro maestro. Chi scrive vorrebbe essere un critico musicale (ma lasciamo a voi l’onere di confermarne la qualifica) ma di sicuro è qualcuno che non ha mai confuso il pop con il rock, la disco music con il funk, il rap con l’hip hop etc.etc. E si augura di riuscire a spiegare perchè non si è alternativi quando si hanno milioni di visualizzazioni su YouTube e che, a dispetto del supporto usato (lettore mp3, ipod, cellulare e chi ne ha piu’ ne metta), chi suona ha SEMPRE un nome e ogni canzone ha SEMPRE un titolo. ImageScusandomi per questa premessa forse (in)opportuna iniziamo a presentare THE STRYPES, quartetto irlandese che ha pubblicato a settembre dello scorso anno l’album d’esordio “Snapshot”, disco che ha ottenuto riscontri entusiastici presso la critica più attenta ed ovviamente del tutto ignorato da quella più impegnata a seguire le mode del momento. THE STRYPES sono innanzitutto la risposta a coloro che sostengono che gli unici ad emozionare realmente sono i rockers più maturi, quelli che in sostanza hanno oggi ampiamente superato i cinquant’anni. Ross Farrelly, voce e armonica, Josh McClorey, chitarra, Pete O’Hanlon, basso, e Evan Walsh, batteria, tutti poco più che diciottenni, sono uno dei peraltro tanti esempi di giovani che hanno ben poco da invidiare ai loro padri se non ai loro nonni. Basterebbero i primi 30 secondi di “Blue Collar Jane” a collocare di diritto “Snapshot” tra i migliori dischi dell’anno appena trascorso: un riff di chitarra, basso e batteria che incorpora e rielabora alla luce del nuovo millennio quello che una volta si chiamava “garage rock”, musica suonata nelle cantine e nei sotterranei da dove emergevano gli artisti che oggi riempiono gli stadi, Rolling Stones in testa. ImageDall’iniziale “Mystery Man” alla finale cover di “Rumblin’ and tumblin’ “, il disco ripercorre 40 anni (o forse di più) di storia del rock presentata con la grinta che dovrebbe accompagnare tutti gli artisti delle giovani generazioni: chitarre al fulmicotone, armonica suonata sino a strapparsi le labbra, una batteria inarrestabile e una voce perfetta per queste sonorità. Complice anche la produzione affidata a Chris Thomas (in passato dietro le quinte con The Beatles e Sex Pistols) “Snapshot” non può lasciarvi indifferenti: “It’s only fuckin’ rock’n’roll” ha detto qualcuno parlando di The Strypes e finalmente e’ stata ridata dignità al termine rock, ai giorni nostri ampiamente utilizzato per artisti che sono lontani anni luce da questo genere musicale.  Karlo Pulici

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L’allarme non è la negritudine, ma sono i negrieri


La campagna xenofoba della Lega contro la Kyenge è fatta per nascondere l’unica vera emergenza: lo sfruttamento degli immigrati. [Miriam Vicinanza]

RAZZISMO: KYENGE, LAVORO TRASVERSALE TRA MINISTERIKyenge ministro della negritudine. Complimenti alla Lega per aver rispolverato il movimento letterario francofono che voleva riscoprire i valori culturali dei popoli neri (Negritude, in italiano negritudine). Già che c’erano avrebbero potuto tirar fuori dal cilindo il “negrismo”, che della nerritude fu l’antesignano.

Ma ai nostri ex ammiratori di Bossi e Trota, oggi rappresentati da Salvini (quello di “senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani…”) cosa importa della cultura nera? Meno di zero. Importa solo di trovare un modo elegante e formalmente inattaccabile per dire “brutti negri” senza dirlo. Del resto è dai tempi dell’Eiar fascista, quando venne bandito il jazz come musica “negroide”, che a molti italiani il razzismo solletica la pancia e dà alibi ai propri fallimenti.

Peccato solo che se si scendesse dai proclami para xenofobi ai dati, sarebbe più facile capire come le corbellerie leghiste non siano altro che subdoli pretesti per indirizzare l’odio politico contro la “nera” Kyenge, ossia la scimmia e l’orango che è tanto utile per tenere stretto lo zoccolo duro del proprio elettorato più becero, altrimenti distratto dalle mutande verdi di Cota o dai tanti magna-magna a cui la Lega ha partecipato, dalle false lauree in Albania (a proposito di paesi stranieri…) fino ai più recenti rimborsi allegri.

Cosa dicono i dati? Al 1 gennaio del 2013 la popolazione straniera in Italia era stimata in 4 milioni e 900 mila persone. Di questi, secondo il ministero degli Interni i cittadini non comunitari regolarmente soggiornanti erano 3 milioni e 700 mila.

I paesi di cittadinanza più rappresentati sono Marocco (513.374), Albania (497.761), Cina (304.768), Ucraina (224.588) e Filippine (158.308). A questi si aggiungano i rumeni, che sono stranieri ma comunitari. Come dire: nulla a che vedere con la negritudine.

Ma andiamo avanti, a proposito dell’allarme sulla Kyenge accusata di voler trasformare l’Italia in un provincia del Congo: se parliamo di presenza di stranieri sul proprio territorio, più di noi, come percentuale della popolazione, ci sono Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. Dietro solo Malta e Grecia.

Se poi passiamo ai rifugiati, quelli che secondo la vulgata leghista si metterebbero in marcia dagli sperduti villaggi della Somalia, dell’Eritrea e dell’area sub-sahariana dopo aver saputo (ma come poi? ) che in Italia c’era Cecile Kyenge che li aspattava a braccia aperte, vediamo come insieme con Spagna e Grecia l’Italia è il paese che ospita il minor numero di rifugiati: 0.96 per ogni mille abitanti. Contro i 17 (17!) della piccola Malta, i 7 della Germania e i 3,2 della Francia.

Ma l’Italia è all’avanguardia su un altro terreno: lo sfruttamento dell’immigrazione. Soprusi, discriminazioni, ricatti, manovalanza nelle mani dei gruppi criminali, speculatori che si arricchiscono sulla pelle degli stranieri.

Allora ecco che la mia visione è assai diversa da quella della Lega, che usa la Kyenge per i suoi alibi d’accatto. Se in questo paese c’è un’emergenza e un allarme da lanciare, quello non è la “negritudine” ma sono i negrieri. Quelli che sfruttano gli immigrati e, sempre più, anche gli italiani. Peccato che nessuno abbia la forza e la voglia di lanciare un crociata contro i negrieri. E perché nessuno lo fa lo sappiamo tutti.

http://www.globalist.it/Detail_News_Display?ID=53422&typeb=0

Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

La scomoda verità


e baciAldo Busi – E baci – 572 pagine. Il fatto quotidiano edizioni

Torna alla grande Aldo Busi, dopo anni di silenzio e lo fa con il suo italiano perfetto o quasi, con la sua eloquenza e il suo sarcasmo, con l’ilarità tipica del suo dire che non teme nessuno, soprattutto la verità. Spiace vedere che uno scrittore di tale portata sia stato pubblicato, non da un editore, ma da un quotidiano, come se fosse un pericolo da tenere ai margini. Scomodo, Busi lo è e lo è sempre stato, anche perchè ha il coraggio di dire quello che pensa in ogni situazione e fino in fondo, e lo fa talvolta urlando a chi non vuol ascoltare. Questo libro è un singulto, davvero, il suo ritmo è sorprendente, come se fosse una lama tagliente e sottile che arriva dappertutto raccontando la storia dell’ultimo decennio. O meglio, la contro storia.

Busi non risparmia le sue critiche e, come di consueto per lui, lo fa in modo intelligente e non certo improvvisato. Sparito dalla scena pubblica da qualche anno, Busi decide di approdare in Internet e questo libro è il risultato del sito altriabusi.it, dove pubblica di tutto, dalle mail agli sms. La critica al tempo e alla società, ai luoghi comuni, a questo mondo che ogni giorno sembra sempre più capovolto, è feroce. Lo stile è quello conosciuto ai suoi lettori più affezionati, abituati anche a qualche termine crudo e al suo sarcasmo.

E mano mano che si procede con la lettura sembra davvero di assistere alla proiezione de “La grande bellezza” di Sorrentino. Stessa critica feroce ad una società, o chiamiamolo sistema o come preferiamo, che ha fatto dell’apparire il suo lustro, relegando l’essere in un angolo piuttosto buio. Un mondo che sfrutta tutto e tutti, senza sosta, soprattutto i luoghi comuni. Che ha mutuato il linguaggio dall’universo pubblicitario e sembra sempre fare marketing: quello che conta è convincere la gente.

Sono scritti che vanno dal 2008 al 2013 e che interrompono, in qualche modo, il dichiarato sciopero di Busi, convinto che questo paese non meritasse nulla e soprattutto i suoi scritti. Spiace vedere che uno scrittore del suo calibro non abbia avuto la fila degli editori alla sua porta, pronti a pubblicarlo. Spiace vedere come questo sistema cerchi di relegare un personaggio scomodo come Busi in un angolo. Ma lui sembra fare spallucce e fare l’occhiolino ai suoi lettori che certo non si perderanno questo libro. Un volume molto ampio, tutto di critica e possiamo dirlo, ce n’è davvero per tutti. Eppure non c’è passaggio nel quale si possa dare veramente torto a Busi che fin dall’inizio spiega che la sua è una sorta di vendetta contro chi lo voleva emarginare e relegare nel dimenticatoio. Come sempre brillante e ironico, un trascinatore che con il suo carisma incanta il lettore e lo trascina in questo inferno dipinto con sapiente pennellata, che è il mondo che viviamo, la quotidianità dei personaggi famosi e la nostra. Non mancano considerazioni politiche e il sottolineare la totale incapacità di chi ci governa da anni, come della società che si professa in un modo, dimostrandosi poi, il più delle volte in un altro che è il suo opposto. E’ un libro di denuncia questo e tale vuole essere, un testo ribelle che non può mancare in una biblioteca dei sogni e che chiama dagli scaffali per essere letto fino all’ultima pagina.

Bianca Folino

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Proviamo ad essere democratici non solo nel nome ma anche nei comportamenti


RENZIDopo la schiacciante vittoria di Matteo Renzi alle Primarie del PD, tanti compagni di partito che hanno sostenuto altri candidati stanno facendo una campagna contro il nuovo Segretario. A volte con critiche giuste e legittime ( come quella di voler creare un PD troppo personalistico ) e a volte con argomentazioni che reputo molto infantili e degne di un qualsiasi giornale di gossip ( come l’accusare la renziana Madia impreparazione per aver sbagliato l’ ufficio di un Ministro ). Tanti addirittura minacciano di uscire dal PD mentre altri auspicano una scissione.

Come sanno coloro che mi conoscono, non ho votato Renzi nel 2012 ma Bersani e in questa tornata ho sostenuto G. Cuperlo. Il motivo del perche’ Cuperlo ? Perche’ ha la mia stessa idea di sinistra . Sarebbe stato il Segretario che ci voleva in questo momento ? Sicuramente no ; troppo ideologo per persone che non leggono, troppo distante da un elettorato che vuole sempre il colpo di teatro, troppo signore per tener unito un partito in continua fibrillazione, con piu’ correnti di un oceano in tempesta. Sono pentito di questa scelta che ho fatto ? Assolutamente no, in quanto quando devo votare qualcuno voto quello che mi piace e non quello che mi sembra il piu’ adatto. Volendo fare un paragone, sarebbe come un matrimonio : sposereste chi vi fa’ comodo oppure chi vi piace? Perche’ non ho sostenuto Renzi allora, pur consapevole che sarebbe stato in questa fase politica il Segretario che avrebbe attirato piu’ consenso ? Perche’ ha un’ idea di partito in cui non mi riconosco ( nell’idea, non nel partito). Perche’ credo che un partito debba essere la voce di tanti e non di uno solo. Perche’ dentro al mio partito certi personaggi non li voglio ( e non mi sento schizzinoso ). Perche’ quando c’e’ una convention, che si tenga alla Leopolda o in altra sede, io le bandiere del PD, il mio partito, ce le voglio. Perche’ per l’educazione che ho ricevuto, ho sempre diffidato di chi e’ troppo sicuro di se’ ed ha sempre una soluzione per tutto senza dubbio alcuno. Ho sostenuto un candidato che ha perso ( oltre ogni piu’ nera previsione ) e ho avversato un candidato che ha poi vinto ( oltre ogni piu’ rosea previsione e anche alle Primarie dei soli iscritti ). Dovrei quindi per questo abbandonare il partito per cui ho votato e collaborato da sempre anche quando aveva altri nomi? Dovrei augurarmi una scissione, lasciando di conseguenza il mio Paese in mano a delinquenti e populisti ? Assolutamente no e quindi prendo atto di cio’ che la maggioranza ha deciso. Mi piace questa scelta ? Ne avrei fatta un’altra ma essendo un democratico non solo per il partito che voto ma perche’ rispetto le regole della democrazia ( e in democrazia la maggioranza decide ), pur non traendone beneficio alcuno in termini di incarichi, pur non essendo uno dei tanti ‘’ folgorati sulla via di Firenze ‘’, auguro a Matteo Renzi, il mio nuovo Segretario di fare un ottimo lavoro, non solo per il PD ma per il Paese e invito gli altri compagni/e di partito a fare altrettanto. Questo non vuol dire certamente accettare qualunque decisione del Segretario. Proprio la democrazia, quella vera e non di facciata, ha bisogno di critiche che devono essere costruttive ma non certo di sterili polemiche. Questo vale per tutti, simpatizzanti e iscritti e vale anche e soprattutto per la corrente renziana, che ultimamente pare voglia farla da padrona nelle varie sedi e nei circoli. Per usare un gergo automobilistico, potremmo dire che abbiamo cambiato il pilota ma non la macchina. Ora come forse non mai il Partito ha bisogno di tutti.

Gianluca Bellentani

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Il post-Pd, modellato intorno al Capo, secondo Ilvo Diamanti…


antonio CiancioNell’ultima mappa pubblicata nei giorni scorsi su Repubblica e dal titolo “Renzi, leader del post-partito”, Ilvo Diamanti sostiene che molte critiche nei confronti di Renzi per la “battutaccia riservata a Fassina” – che poi ha portato alle dimissioni dal governo del vice-ministro – “appaiono fuori luogo. Fuori centro”.

Ma stanno davvero così le cose?

Diciamo subito che, sulla inopportunità del “Fassina chi”?, non c’è attenuante che tenga. Innanzitutto per il rispetto che si deve alle persone e alle opinioni che esse esprimono, piacciano o no: da parte di chiunque, ovviamente, ma soprattutto da parte di chi – come Renzi – è oggi investito della particolare responsabilità di rappresentare il PD, un partito tra l’altro che definisce se stesso “democratico” . D’altra parte, Renzi stesso, all’indomani delle primarie – a sottolineare appunto questa sua volontà di rispettare, oltre che le persone, anche le loro idee – ha dichiarato di voler essere il segretario di tutti: bene, ma se vuole esserlo davvero, non può in nessun modo e in nessuna occasione dimenticare questo suo dovere, anche se è nel suo carattere e gli viene facile la battuta.

Ma la inopportunità della sua “battutaccia”sta anche in un altro fatto.

In realtà, Renzi – rifugiandosi nella battuta – voleva scansare la questione posta da Fassina, e sulla quale il giornalista intendeva interrogarlo, relativa alla necessità che il nuovo gruppo dirigente renziano si impegnasse in prima persona nel governo e la smettesse di fare un giorno sì e l’altro pure il tiro al bersaglio su Letta e sul governo: una questione, quindi, di grande rilevanza politica – visto che il Presidente del Consiglio è un uomo del PD – che attiene al rapporto che il nuovo PD intende avere con l’attuale governo.

E’ una questione che ancora oggi Renzi non ha chiarito fino in fondo, ma su cui sono urgenti parole chiare e definitive se si vuole evitare che il governo continui a navigare nell’incertezza, a tutto beneficio di Berlusconi e di Grillo.

All’indomani immediato della sua elezione, Renzi ha fatto bene a porre con chiarezza e determinazione la necessità per il governo di cambiare passo rapidamente e su un programma che affronti, in tempi certi e definiti, le urgenze del Paese, a partire dalla questione del lavoro: d’altronde, di fronte all’estendersi e all’acutizzarsi del disagio sociale e al rischio che a egemonizzare questo disagio siano Grillo e Berlusconi, non si poteva e non si può fare diversamente.

Una scelta, quindi, necessaria; ed è certo positivo il fatto che, sulla stessa lunghezza d’onda del segretario del PD, si muova anche Letta, proponendo alle forze della sua maggioranza la firma di un patto che contenga in maniera puntuale sia le scelte da fare che i tempi della loro trasformazione in leggi dello Stato; e spinga con forza anche il Presidente della Repubblica, come è apparso chiaro nel suo messaggio di fine anno.

Ma, proprio per non disperdere e vanificare questa convergenza di obiettivi, è decisivo che vengano rapidamente diradati i sospetti sulla possibile durata del governo, alimentati anche da dichiarazioni sconsiderate di membri della nuova segreteria nazionale e dalle quali Renzi ha fatto bene a prendere subito le distanze; ma è chiaro che, a questo fine, non debbono esserci dubbi di sorta sulla lealtà del PD nei confronti del governo e, viceversa, sulla reale volontà di Letta e dell’intero governo di muoversi su contenuti e tempi definiti e di imprimere l’accelerazione necessaria alla sua attività. Evitando contemporaneamente anche un gioco assai pericoloso e che però Renzi sembra voler utilizzare, con il rischio di destabilizzare anche per questa via il governo: quello cioè di giocare contemporaneamente su più tavoli – alternativi tra loro -, discutendo con le forze di maggioranza il patto di coalizione e cercando invece l’accordo con Grillo e Berlusconi sulla legge elettorale.

Ma, tornando alla mappa e alle ragioni per le quali egli giudica esagerate le critiche a Renzi per il suo gesto di supponenza (come l’ha definito Civati) nei confronti di Fassina, Ilvo Diamanti ritiene che questo dipenda dal fatto che la sinistra ha difficoltà a “comprendere quanto è avvenuto e sta avvenendo, nella politica italiana”. E, più in particolare, egli è convinto che “il (pre) giudizio nei confronti di Renzi, di essere un “berluschino”, un nuovo, piccolo Berlusconi” è, in realtà, “più che un’accusa, la conferma della difficoltà, nella sinistra, di capire cosa sia successo negli ultimi vent’anni. Renzi non è un leader berlusconiano, ma, semmai, postberlusconiano. Come i tempi in cui viviamo”.

In una parola, egli pensa che siamo di fronte a critiche che perdono di vista le ragioni di fondo che hanno portato alla elezione – con un grande scarto di voti rispetto agli altri candidati – di Renzi; e che ancora oggi la sinistra si rifiuta di prendere atto di quanto profondamente l’esperienza berlusconiana abbia cambiato il Paese e di quanto indelebile sia il segno che essa ha lasciato sulla vita nazionale e al quale non può sottrarsi neppure il PD, che lo voglia o no.

Secondo Diamanti, infatti, l’Italia “risente ancora dei modelli e dei valori interpretati da Berlusconi. Anche se oggi sono resi inattuali dalla crisi. Tuttavia, l’esperienza di Berlusconi ha impresso sulla politica un segno indelebile. Ha imposto la comunicazione sull’organizzazione, i media sulla partecipazione. Ha portato all’estremo la personalizzazione, attraverso l’invenzione del suo “partito personale”. Insomma, ha imposto la “politica come marketing”, importando in Italia un “modello, peraltro, già affermatosi altrove, in Europa e negli Usa”,mentre “il Pd è stato condizionato dal suo passato”; e ciò gli ha impedito di innovare e quindi di vincere la competizione con Berlusconi.

Le ragioni della vittoria di Renzi vanno perciò ricercate proprio nella sua capacità di non chiudersi a tutto ciò che di nuovo in questi venti anni è maturato anche in Italia (anche a seguito della particolare curvatura populistica e mediatica che il Cavaliere ha dato alla personalizzazione della politica) e, prima ancora, nelle altre democrazie dell’Occidente; e al fatto che egli riesce a interpretare un Paese nel quale “siamo tutti post-berlusconiani, cresciuti o invecchiati in una società educata dai suoi media. E influenzata dai suoi valori. Che Berlusconi non ha inventato. Ma ha riprodotto e rilanciato, attingendo al senso comune. In un Paese dove la sinistra è stata sempre minoranza e l’anticomunismo un sentimento maggioritario…”,

Per Diamanti, Renzi parte proprio da qui: per costruire oggi un partito che vada “oltre il Pd dei “sinistrati ” (per echeggiare Edmondo Berselli). Oltre l’eredità dei partiti di massa. Gli interessa costruire il Post-Pd, modellato intorno al Capo, mentre la Sinistra (e ancor più il Centro) è sempre stata un’area affollata da molti capi, in reciproca contesa”.

Queste dunque, secondo Diamanti, le dinamiche attuali della società italiana; ed esse non possono non segnare le scelte attuali del PD, al di là del fatto che poi il modello di partito del Capo si dimostri o no vincente.

Per la verità, non si tratta di idee nuove: esse, infatti, si muovono fondamentalmente nella scia delle analisi portate avanti ormai da anni da Mauro Calise sui processi di personalizzazione della politica nelle democrazie moderne; e, sul piano pratico, ricalcano il modello veltroniano che già a suo tempo – sulla scorta, tra l’altro, di quanto stabilisce lo Statuto del PD – Veltroni tentò di incarnare e far vivere, ma con i risultati che sappiamo.

Ma le cose oggi stanno proprio come le racconta Diamanti? E il PD  non può che prendere atto di quello che oggi è il senso comune e adeguarsi?

E’ evidente che, in politica, bisogna sempre partire e comunque tener conto dello spirito del tempo, soprattutto quando si pretende di cambiare la realtà esistente. Ma c’è bisogno anche – se si vuole davvero il cambiamento (e oggi sono molte le cose che hanno bisogno del cambiamento, in primo luogo le disuguaglianze, la precarietà del lavoro, la negazione dei diritti) – di reimpossessarsi, prima ancora di occuparsi delle forme della politica e del partito, di un pensiero critico che si proponga di mettere in discussione le cose che non vanno e sia capace di proporre una visione alternativa rispetto all’esistente, andando anche, se necessario, contro il cosiddetto senso comune. Anche perché il senso comune è anch’esso un prodotto storico, soggetto quindi a evolversi e a essere sostituito da nuovi sensi comuni; e poi, come ci ricorda Gramsci, c’è sempre una pluralità di sensi comuni, a seconda delle diverse stratificazioni sociali, il che significa che anche oggi nella società italiana non ci sono solo le dinamiche che rileva Diamanti, ma ce sono anche altre.

Oltretutto, la questione della personalizzazione della politica non è in sé qualcosa di incompatibile con la storia della sinistra.

Come anche Calise ricorda nel suo ultimo libro Fuorigioco (Laterza, ottobre 2013), in cui critica il ritardo del PD nell’accettare un processo – quello appunto della personalizzazione della politica – che da tempo connota le democrazie dell’Occidente (in primo luogo negli Usa), che anche nel PCI c’era una forte personalizzazione, con leader dello spessore e della qualità di Togliatti e Berlinguer. Solo, ed è questa la questione di fondo, che nel PCI a fronte del leader c’era anche un forte gruppo dirigente, alla stessa stregua in cui negli Usa a fronte di un Presidente forte c’è anche un altrettanto forte Congresso.

Il vero punto di debolezza del PD, in questi anni, è stata l’assenza di un vero gruppo dirigente, consapevole del suo ruolo e anche dotato di un grande senso di responsabilità e di capacità di autodisciplina, anche per i meccanismi che finora hanno presieduto alla formazione dei gruppi dirigenti a tutti i livelli: da questo punto di vista, lo strumento delle primarie – che pure risulta utile nella scelta dei candidati alle più alte cariche istituzionali – si è rivelato invece esiziale quando esso è stato utilizzato per la selezione dei gruppi dirigenti del partito, favorendo opportunismo e ricorso allo scambio clientelare e alimentando in modo abnorme la personalizzazione della politica anche a livello di base.

E anche le questioni di dare più spazio ai giovani nei gruppi dirigenti del partito e nelle istituzioni e allargare un modo consistente la loro militanza nel PD; e di puntare a un diffuso impegno civile volontario (come negli Usa, durante le campagne elettorali) non contrastano affatto con la presenza di un gruppo dirigente nazionale forte, in grado di garantire il giusto equilibrio tra il capo e le diverse anime del partito (che sono cosa ben diversa dalle correnti organizzate): il problema è – come sempre – la capacità reale del PD di dare rappresentanza e voce ai problemi dei giovani, non di lisciargli il pelo in modo spesso strumentale e paternalistico; e di rendere gratificante e fornito di senso, idealmente e politicamente, l’impegno civile volontario.

In sostanza, prima ancora e più che la questione di dare anche a sinistra forma compiuta a un modello di partito del Capo, un partito personale insomma, l’esigenza prioritaria che ha ancora oggi il PD è darsi da fare sia sul piano politico che sul piano culturale per fare avanzare un altro tipo di senso comune che abbia al centro la necessità di riportare in primo piano giustizia sociale, uguaglianza, efficacia della democrazia, diritti e sia capace di ridare senso e dignità alla politica.

Antonio Ciancio

http://antoniociancio.wordpress.com/2014/01/10/il-post-pd-modellato-intorno-al-capo-secondo-ilvo-diamanti/#more-1449

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Bersani: pessimo politico oppure elettori immaturi ?


 

Piovono da ogni schieramento politico ( a parte gli inqualificabili commenti di diversi sociopatici che affollano la rete ) i messaggi di vicinanza e di solidarieta’ verso l’ ex Segretario del PD P. L. Bersani, colpito nella mattinata del 5 gennaio da aneurisma celebrale. Tanti sono di affetto sincero, molti di stima e certamente qualcuno di circostanza ma comunque credo che siano importanti in quanto ci ricordano che anche lo scontro piu’ acceso verso l’avversario politico debba cessare di fronte a certe disgrazie, per lasciare posto a quella umana pietas che non ha colore ne parte. La quasi totalita’ di questi messaggi ha una sorta di eguaglianza di fondo. Vi si leggono frasi del tipo : ‘’ Certamente non sarai un gran politico ma sei una persona onesta e per bene e questo, in un panorama di ladri e disonesti ti fa’ onore ‘’. Sulla seconda parte della frase credo non vi possano essere dubbi. Per anni la macchina del fango di Libero e del Giornale hanno provato a cercare qualche scheletro nell’ armadio di Bersani senza riuscirvi. A volte si e’ sfiorato il ridicolo, come quando fu messo in rete un alterco della moglie con una vigilessa ( quasi che il discutere anche animatamente con un vigile fosse un reato che nessuno ha mai commesso ). Quando si e’ provato a cercargli un qualche peccato di gioventu’ in qualche foto, da paragonare magari ad Alemanno con la camicia nera in compagnia di elementi eversivi di destra, ecco invece apparire Bersani, con tutti i capelli e un badile in mano a spalare assieme ad altri Angeli del Fango in una Firenze alluvionata. Non concordo invece per niente quando si parla dell’ incapacita’ politica di Bersani. Quante volte avete sentito frasi di tipo calcistico, come quella di aver sbagliato un rigore a porta vuota, quasi che la politica fosse una partita di calcio e quel rigore sbagliato non fosse solo una errore  personale ma una colpa collettiva, in particolare dei tanti ‘’ spingitori di carro ‘’ che ultimamente stanno spuntando come funghi in estate.                                               Quante volte lo si e’ accusato di non avere empatia col pubblico, quasi che far politica voglia dire essere un animale da palcoscenico, dalla battuta sempre pronta….Gia’, la battuta, quella che gente come Renzi fa ogni volta che si presenta in pubblico ma che nessuno ricorda il giorno dopo mentre Bersani viene ricordato come ‘’ lo smacchiatore di giaguari ‘’, quando invece la frase e’ frutto della comicita’ di Crozza. Si pensa sempre a certe ovvieta’ dette da Bersani, tipo che ‘’ QUANDO PIOVE PIOVE PER TUTTI ‘’ e lo si deride, ignorando che queste sue frasi fanno parte di quell’ emilianita’ di cui Pierluigi va’ fiero. Lo si accusa di essere un debole solo perche’ non alza mai la voce nei dibattiti ( nemmeno Berlinguer lo faceva ) e quando lo fa diventa quasi ridicolo e si vede lontano un miglio che questo modo di fare non gli appartiene.  Quali sono state le sue colpe politicamente parlando ? Non ha portato tanti volti nuovi in Parlamento ? Non ha provato a convincere quelli di Scelta Civica a sostenere Ambrosoli in Lombardia e gli elettori di RIV. CIV. a fare altrettanto ? La colpa e’ di Bersani se la gente che non era del PD ha votato candidati senza alcuna chance di vittoria, dimenticando che nella vita occorre a volte fare scelte che non ci convincono del tutto piuttosto che avere un risultato che ci fa’ proprio schifo, come quello di aver riconsegnato la Regione alla Lega ladrona ? Quale politico avrebbe avuto la forza ( intesa come self control ) per farsi quasi umiliare da due deficienti grillini ? Poi diciamoci la verita’ : quale colpa ha Bersani della perdita di oltre il 10% dei consensi in appena due mesi ? Solo quella di aver dato per scontata la vittoria ? Non credo o perlomeno la cosa e’ vera solo in parte. La verita’, piaccia o meno, e’ che il grado di intelligenza politica dell’elettorato medio e’ sceso di livello e non di poco. Si e’ sempre piu’ portati a considerare non QUELLO che qualcuno dice ma CHI lo dice. Siamo sempre piu’ attenti all’apparenza che alla sostanza. Provate a pensare ai vari talk show televisi, da Ballaro’ a Piazza Pulita, dalla Gabbia ad Anno Zero…sono dibattiti politici oppure una sorta di gallinaio in cui i partecipanti si azzuffano verbalmente, facendo certo salire gli ascolti ma dimenticando completamente la discussione politica, ovvero la ragione per cui questi programmi dovrebbero esistere?  Vogliamo sempre un partito che deve essere l’immagine di chi lo guida, dimenticandoci che il Partito e’ una cosa a se’ stante, formato da persone con le loro idee e le loro proposte e chi lo guida non detta l’agenda ma mette insieme le varie proposte facendone una sintesi condivisa. In questa corsa alle varie leadership Bersani si e’ sempre detto estraneo, considerandosi sempre una parte del PD ma mai il PD.

 La colpa vera di Bersani e’ stata quella di non aver saputo capire quanto l’elettorato fosse cambiato e soprattutto il dare per scontato che i suoi collaboratori avessero la sua stessa visione del Partito. Ora abbiamo Matteo Renzi che e’ diametralmente opposto al modo di fare di Pierluigi e sta’ raccogliendo consensi da tanti schieramenti. Probabilmente e’ un Segretario del genere che la gente vuole e lo ha dichiaratamente dimostrato alle Primarie. Accettiamo quindi il risultato e facciamo il tifo per Matteo ma certamente non diamo a Bersani colpe che non ha e soprattutto riconosciamogli di essere stato un bravo politico di cui, in futuro, sentiremo certo la mancanza.                                                

 Rimetti presto Pier, manchi non solo alla tua famiglia ma anche a noi. Ti vogliamo bene e ti stimiamo…..UN ABBRACCIO !!!    

Gianluca Bellentani

bersani rai 3

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BRUCE SPRINGSTEEN “High Hopes” Columbia Rec. 2013


 high_hopesTroppo facile liquidare il nuovo album di Bruce Springsteen come una semplice raccolta di brani già noti perchè eseguiti, in alcuni casi per anni, durante i suoi live show. Troppo difficile invece, per chi non è devoto fan di Springsteen capire per quali strani motivi la pubblicazione di un suo nuovo album è sempre e comunque un evento prima ancora che inizi la vera e propria campagna promozionale.

Ma partiamo dall’inizio. “Questa è musica che ho sempre sentito il bisogno di realizzare”, racconta Springsteen in una nota di presentazione al nuovo album e già la sua incisione ufficiale di per sé dovrebbe rallegrarci . “High hopes”, dopo l’ascolto delle sue 12 tracce rimane un album che– per la gioia dei suoi detrattori- non aggiunge nulla di nuovo alla sua produzione discografica. Ma soddisfa completamente i suoi fans perchè conferma che, alla soglia dei 65 anni, Springsteen rimane esattamente quello che è sempre stato: l’incarnazione dell’american dream, il modello per ogni rocker on the road, un eterno ragazzotto che ogni volta che sale su un palco vorrebbe rimanerci per sempre. Ed anche i protagonisti dei suoi racconti sono sempre gli stessi “Dai gangster di “Harry’s Place”, ai coinquilini impreparati di “Frankie Fell In Love” (ricordi di quando io e Steve ce ne stavamo a bighellonare nel nostro appartamento di Asbury Park), dai viaggiatori nella terra desolata di “Hunter of Invisible Game” fino al soldato e all’amico che va a trovarlo in “The Wall”, ero convinto che tutti questi brani meritassero una casa e un ascolto” .

Certo non possiamo sostenere che si tratti di uno dei suoi capolavori e nemmeno aspettarci di fare troppi raffronti tra la versione qui presente di alcune covers e le versioni originali. Tutto “High hopes” trasuda di rock springsteeniano anche là dove il rock, almeno negli intenti originali, se ci doveva entrare doveva farlo comunque dalla porta di servizio. E’ il caso di “Dream Baby dream”, cover di un brano dei Sucide (alias Martin Rev e Alan Vega) gruppo di punta della scena new wave newyorkese di fine anni ’70, qui “riscritta” seguendo gli stereotipi della canzone sprinsteeniana ben lontani dal tentativo di mescolare rock e elettronica che per una manciata di album ha contraddistinto la carriera dei Suicide.

E se “High Hopes”, title-track e brano d’apertura dell’album non diventerà uno dei brani di battaglia che si continuano ad ascoltare nei live pur a distanza di circa 40 anni dalla loro pubblicazione, è indubbio che contenga rock, sudore e poetica springsteeniana doc. E piu che attribuire a Tom Morello una sorta di svolta nel suono di Springsteen sarebbe forse più opportuno tornare indietro nel tempo ad ascoltare quello che qualche decennio fa si etichettava come il “Sound of Asbury Park”. Ci troveremo le radici e le origini sia delle chitarre che della sezione fiati che caratterizzano “High Hopes”. E lo stesso potremmo dire della versione qui contenuta di “Just Like Fire Would” , cover di un brano di un gruppo australiano “The Saints” : a dispetto di chi la considera troppo “rock fm oriented” per noi rimane una delle migliori dell’album in perfetto stile springsteen , con tutte le chitarre, le tastiere e la retorica dei testi che ci si aspetta in un disco del Boss.(“Una notte in una camera di un motel / Gli occhi si fondono come l’acciaio / Ho bevuto il vino che mi hanno lasciato sul tavolo./ Mi sono reso conto che la mattina è troppo lontana / E come se ci fosse il fuoco, io brucio)

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Se proprio vogliamo cercare qualcosa di diverso possiamo riferirci alla intro di “Down in the hole” (ma la base ritmica risente un po’ troppo delle sonorità di “I’m on fire”) oppure a “Heaven’s Wall” che mescola rock e gospel o ancora a “This is your sword” con l’uso di suoni irlandesi .

Ma la stessa “Dream baby Dream”, uscita dal repertorio dei Suicide, come abbiamo detto sopra, viene comunque riscritta e pur mantenendone la struttura sonora originale, finisce per presentarsi come una classica ballata springsteeniana.

Unico consiglio prima dell’ascolto: tenete sempre il volume del vostro impianto al giusto livello.

Karlo Pulici 7/1/2014

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Enzo Marangoni (FI) e gli insulti a Kyenge e Boldrini “tramite” Mussolini.


“Gli Italiani muoino di fame e voi non fate altro che pensare agli immigrati”  E poi degli insulti a Boldrini e Kyenge che, in rispetto della decenza, non citiamo.

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Non contento, sempre sul suo profilo, ha pubblicato il link di un articolo nel quale Tommaso Golini, coordinatore FN di Macerata, esprime tutta la sua solidarietà a Marangoni. Questo l’articolo: http://www.ilcittadinodirecanati.it/notizie/19328-sul-caso-vignetta-mussolini-kyenge-boldrini-interviene-golini-fn-solidarieta-a-marangoni-il-pd-pensi-ai-problemi-reali-del-

Pubblicato in: politica

Oltre ogni limite


Nella mattinata del 5 febbraio l’ ex Segretario del PD Pierluigi Bersani viene colpito da aneurisma celebrale.  Purtroppo sono eventi che accadono e possono accadere a chiunque, ad un nostro parente come ad un conoscente e l’essere personaggi pubblici non esenta certo da questi pericoli. E’ una cosa normale anche il grado di amarezza, di sgomento che certe notizie suscitano in ognuno di noi, sentimenti che variano a seconda del grado di conoscenza e di stima che nutriamo verso chi e’ colpito da certi accadimenti. Non sono normali invece certi affermazioni, certi commenti che vengono postati in rete. Frasi irripetibili, con tanto di nome e cognome di chi le scrive quasi vantandosi di certe raccapriccianti parole. Qualcuno potrebbe fare il solito discorso che la mamma degli idioti sia sempre gravida ma credo davvero che ultimamente si sia passato il limite. Non e’ piu’ possibile tollerare certe affermazioni che non solo offendono chi le riceve ma offendono anche chi ancora crede che l’essere umano abbia dentro di se’ anche un briciolo di pudore. Stupisce poi ancor di piu’ che un giornale che si dica apartitico come il Fatto Quotidiano ( anche se sappiamo essere portavoce del M5S ) sopporti nel suo sito web certi commenti senza intervenire.

Forza Pier, tin bota , ce la farai sicuramente. Tornerai quello di prima, ancora forte e determinato e la tua guarigione sara’ l’offesa maggiore all’ ignoranza pentastellata !

Gianluca Bellentani

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Chi semina vento raccoglie tempesta


 

semina il ventoAlessandro Perissinotto – Semina il vento – 251 pagine. Piemme pickwick

Il detto è noto, “chi semina vento raccoglie tempesta”. Ciò che forse è meno noto è che tutti noi, indistintamente seminiamo vento e riusciamo a trasformare quella che dovrebbe essere una storia d’amore in odio e violenza. Questa storia è a volte cruda e lascia sicuramente senza parole per l’epilogo tragico eppure così logico da disarmare.

Un uomo e una donna, un italiano e un’iraniana, vivono a Parigi, dove si conoscono e si amano, ma decidono di andare a vivere in un piccolo paese italiano dove il paesaggio mozzafiato, il silenzio, la calma e la tranquillità dei giorni li conquista. Giacomo e Shirin non sanno che quello sarà l’inizio della loro fine. Alle prese con pregiudizi e anche con una mentalità ristretta che ripete come un eco “moglie e buoi dei paesi tuoi”, con una tristezza che si fa violenza, i due cercano di portare avanti le loro vite, lui è un maestro e lei si occupa di studi di mercato. Una volta alla settimana lei va a Milano. Ma il paese che doveva essere il loro nido d’amore e un ritrovare di radici che la famiglia di Shirin ha sostanzialmente perso dopo aver lasciato l’Iran, quando lo scià viene deposto, si trasformerà per loro in una gabbia di odio e intolleranza. Bevuta prima a piccoli sorsi, con commenti fuori luogo e un sindaco che non vorrà la donna nel coro paesano, poi con l’esplodere dell’intolleranza, quando le autorità multeranno una straniera, perchè al posto del costume porta un burkini. Sarà allora che Shirin si unirà ad un gruppo islamico, a Milano, nel tentativo di rispondere a quell’odio. “Voi non ci avete voluto” dirà al marito che andrà disperatamente a cercarla. La donna morirà nella più totale disperazione di Giacomo che narra la storia attraverso una serie di fotografie che il suo avvocato gli ha fornito per poter scrivere un diario che faccia luce sulla vicenda. Ma nemmeno lui riuscirà a resistere a tanto odio e ne farà le spese.

Tutti saranno responsabili in realtà, dagli amici, ai genitori, fino all’intera comunità. Per questo sentirsi superiori rispetto agli stranieri, atteggiamento tipico degli italiani di oggi che hanno dimenticato il proprio passato di emigranti. L’intolleranza che ogni giorno possiamo vivere sulla nostra pelle, di chi è incapace di accogliere l’altro, perchè diverso e quindi visto sempre come un nemico. E mai come una ricchezza.

L’odio è sempre una spirale in crescendo.

Questo è un libro per poter riflettere su tanti atteggiamenti che, prima ironicamente e poi seriamente, siamo ormai abituati a vestire e dei quali dovremmo invece liberarci. Anche dal punto di vista narrativo, l’impostazione è moderna, a più voci, con un’uso di diversi font tipografici per distinguere il commento delle fotografie (sembra quasi di vederle, quelle immagini), dalla posizione della voce narrante e da quella dell’avvocato.

Una storia che non salva nessuno e che ci invita da un lato a fare un po’ di autocritica, dall’altro a migliorarci. Perchè ogni uomo ha la sua storia ed ogni paese anche e questa intolleranza, che sembra aumentare ogni giorno, non ci porterà a nient’altro che alla distruzione.

Bianca Folino