Pubblicato in: La biblioteca dei sogni

Quando la religione diventa un pretesto per odiare


 

ogni mattina a jeninSusan Abulhawa – Ogni mattina a Jenin – 390 pagine. Feltrinelli

Questo è un libro scritto con il cuore e quindi capace di coinvolgere pienamente il lettore, fino a farlo soffrire. Le vicende della famiglia palestinese Abulheja si susseguono dal 1948 fino al 2003 e sicuramente ci troviamo di fronte ad un testo autobiografico che narra della nascita dello stato di Israele e delle sofferenze dei palestinesi che ad oggi, purtroppo, perdurano. Non c’è la volontà nella scrittrice di denunciare o prendere parte a faide religiose, piuttosto quella di raccontare gli accadimenti, così come sono avvenuti. E’ un libro che ci fa conoscere la questione mediorientale nel profondo e l’unico reale responsabile ravvisabile è la sete di potere degli uomini che si nascondono dietro alle motivazioni religiose per portare avanti le loro lotte intestine volte solo al predominio di un popolo su un altro.

Il romanzo è scritto a più voci, da diversi punti di vista, quelli dei protagonisti e la scrittrice riesce a coinvolgerci fino in fondo al suo dolore, al dolore della sua famiglia per una vita contrassegnata dalle perdite e dalla morte. Ma anche della terra e dei suoi ritmi, perché i palestinesi erano e sono prima di tutto dei contadini che danno molta importanza ai sapori, ai profumi, ai prodotti del raccolto. Ai ritmi della Natura, al tabacco che sa di miele e mele. Un panorama che è stato squarciato dai cecchini, dalle incursioni violentissime che hanno devastato case e famiglie. Più volte la narratrice si domanda il perché di tanta violenza, come se il suo popolo dovesse pagare il peso della Shoa. Ma poi si risponde che si tratta sempre e solo di un gioco di potere che non tiene conto della dignità umana, né del valore della vita. Una spirale d’odio che va interrotta, senza dimenticare, piuttosto trovando la forza per andare avanti, al di là di ogni divergenza politica.

Rimane nel lettore un forte senso di impotenza e ingiustizia pur se la scrittrice imputa all’odio la responsabilità maggiore di ripetute carneficine che ancor oggi rendono la Palestina una terra grondante di sangue. Con un paradosso che mette in luce come dietro ad ogni motivazione religiosa ci sia un gioco di potere: uno dei figli Abulheja sarà rapito da un soldato ebreo e diventerà David, soldato di Israele che arriverà a picchiare il fratello perché si riconoscerà nel suo viso. Come se non ci fosse mai scampo all’odio, nonostante in più punto pare che la scrittrice dica che l’amore può alleviare e gli affetti rasserenare. David, originariamente Ism’il, andrà poi a cercare la sorella, quando saranno rimasti solo loro due. E la sofferenza sarà grande per entrambi, anche se continueranno a vedersi.

Le conclusioni spettano a Sara, la figlia della protagonista maggiore (e io credo che sia proprio la scrittrice) che per ricordare la madre allestirà un sito Internet. Il finale sarà a sorpresa e sottolineerà il rifiuto per l’odio, lo spezzarsi di una catena che ha causato solo dolore. Sarà il fratello maggiore, Yussef a spezzare questa catena, motivato dall’affetto familiare e dai valori tramandati a lui dalla sua famiglia. Saranno questi a fare la differenza. E questo è sicuramente il messaggio più importante di questo libro che vuole esortare gli uomini a ritrovarsi in quanto tali e quindi, fratelli.

Bianca Folino