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Quando serve, anche il ghiaccio fa brodo


icebucketArriva da oltreoceano la nuova moda denominata Ice Bucket Challange. Consiste nel vuotarsi in testa dell’acqua gelata con dei cubetti di ghiaccio. Non e’ la solita pagliacciata come l’auto – fotografarsi oppure l’immortalare succulenti piatti di cibarie. Non e’ nemmeno pericolosa, come quella moda di farsi strangolare sino a perdere i sensi o di saltare da un tetto all’altro. E’ come farsi un gavettone gelato ma, almeno per una volta, questa moda ha un suo perche’ e soprattutto un suo encomiabile fine. Pone l’attenzione su quella terribile malattia chiamata con l’abbreviazione di SLA, che colpisce sempre piu’ persone e a cui la scienza non e’ ancora riuscita ad individuare la cura. Intervistato, un malato di SLA ha detto che quando i medici gli hanno comunicato della sua malattia,si e’ sentito come se gli fosse arrivata all’improvviso una secchiata di acqua gelata addosso. In tanti hanno quindi cominciato a farsi questi gavettoni, accompagnati alla fine della ‘’ performance ‘’ da una donazione in danaro per la ricerca. Lo ha fatto gente comune e anche diversi vip i quali, avvalendosi di siti a pagamento, donano tante piccole somme ad ogni cliccata di coloro che vogliono vedere il video del loro beniamino.Si tratta di una scemata? Sicuramente, ma comunque sono stati diversi i milioni di dollari che sono andati alla ricerca.  Anche in Italia la cosa ha preso piede e diversi personaggi pubblici l’ hanno fatta e messo il video in rete, accompagnati come al solito dai vari beceri commenti. Lo ha fatto il calciatore Mario Balotelli ( era ora che ti lavassi negro di merda ). Lo ha fatto il Premier Matteo Renzi ( fai qualcosa per la gente invece di fare il pagliaccio come il tuo amico Berlusconi ). Lo ha fatto la comica Luciana Littizzetto ( brutta stronza, non ti vergogni a dare solo cento euro con tutti i soldi che guadagni a fare la scema da F. Fazio ? ). Purtroppo, in Italia abbiamo contribuito molto meno degli USA con le nostre donazioni, che sono ‘’ solo ‘’ di qualche centinaio di migliaia di euro. Tanti hanno giustamente detto che la beneficienza dovrebbe essere fatta in silenzio e nell’ anonimato. Su questo siamo tutti d’accordo ma poniamoci anche una domanda: questi soldi delle donazioni , sono soldi rubati ? Dati in cambio di favori ? Certamente no, viste le cifre esigue. Sicuramente qualcuno lo fara’ anche per farsi pubblicita’….e allora ? Dove la vedete questa vergogna ? E’ forse meglio la maratona televisiva denominata Telethon che ci fa sorbire per ore alla tv certi personaggi dello spettacolo ? Quindi il fine ultimo di questa moda e’ quello di dare piu’ soldi alla ricerca, in un momento di scarse risorse. Ogni singolo euro donato potra’ solo portare beneficio e tutto questo scandalizzarsi per questa nuova moda ( che scomparira’ sicuramente coi primi freddi ) credo sia davvero immotivato. Per la salute delle persone, tutto fa brodo, anche il ghiaccio !!!

Gianluca Bellentani

PER DONARE VISITATE IL SITO DELL’ AISLA: http://www.aisla.it/index.php

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PERCHÉ NELLA SCUOLA IL PRIVATO NON È PUBBLICO .


Sembra che Renzi abbia frenato lo slancio con cui la ministra Giannini, sbilanciandosi molto nel parlare alla non disinteressata platea di Cl, aveva promesso più soldi alle scuole paritarie come parte importante della riforma della scuola in cantiere (ormai non c’è governo che non ne faccia una, con risultati non sempre apprezzabili). Ma la Giannini ha fatto di più che promettere maggiori fondi. Ha infatti affermato che occorre superare «le posizioni ideologiche» per quanto riguarda la distinzione scuola pubblica/scuola paritaria, e di conseguenza i relativi finanziamenti, per «guardare solo alla qualità». Le ha dato successivamente manforte il sottosegretario Toccafondi, che ha spiegato: «Per troppo tempo in questo Paese si è detto che la scuola era pubblica o privata. La scuola è tutta pubblica e si divide in statale e non statale».

Non ci si può neppure stupire. È un processo iniziato con il maquillage linguistico, operato dal governo Prodi e dal ministro Berlinguer, che ha trasformato le scuole private, appunto, in pubbliche, per aggirare il dettato costituzionale, che ammette, e ci mancherebbe, la piena libertà di istituire scuole a organismi diversi, ma “senza oneri per lo stato”. Definita la scuola paritaria parte del sistema pubblico, il gioco sembra fatto. La scuola paritaria non solo è legittimata ad accedere ai fondi pubblici, ma a competere per essi con quella pubblica/statale. Finora ciò era avvenuto con fondi “a parte” – ancorché sempre sottratti al sistema autenticamente pubblico, anche in questi ultimi anni di tagli dolorosi. Sembra di capire che Giannini auspichi un finanziamento sistematico, regolare che non distingua più tra i due sistemi, salvo che sulla base della “qualità”.

Sembra così ignorare che il dettato costituzionale non è solo una norma di tipo finanziario, ma una precisa regola di attribuzione di responsabilità. Lo Stato ha la responsabilità prioritaria di garantire un’istruzione di qualità a tutti, senza privilegiare né il ceto sociale, né particolari opzioni di valore o visioni del mondo (salvo quelle della libertà, della democrazia, della uguale dignità di ciascuno), ma se mai metterle in comunicazione tra loro. Tutte le risorse disponibili vanno investite in questa direzione. Dio sa quanto ce ne sia bisogno in Italia, dove le disuguaglianze nello sviluppo delle competenze cognitive tra classi sociali e ambiti territoriali costituiscono una denuncia drammatica del fallimento dello Stato nel far fronte a quella responsabilità proprio nei confronti dei suoi cittadini più svantaggiati. Si può, si deve, anche ampliare la sfera del “pubblico”, non già, tuttavia, a scuole private con le loro legittime visioni del mondo (e regole di reclutamento degli insegnanti), ma alle comunità locali, agli individui e associazioni che possono integrare e arricchire le offerte educative della e nella scuola pubblica, alla costruzione di spazi, metodi e competenze perché la pluralità delle visioni del mondo possano confrontarsi criticamente e dove i bambini e i ragazzi non siano costretti a muoversi in una sola, per quanto ricca, pregevole, carica di storia. Non è detto che tutti gli insegnanti della scuola pubblica siano attrezzati per farlo. Ma ciò vuol dire che nel formarli e aggiornarli occorrerà tener presente anche questa dimensione, non che se ne può fare a meno.

Il riconoscimento di statuto pubblico alle scuole paritarie ha già fatto danni nelle scuole dell’infanzia, nella misura in cui un comune non si sente più in obbligo di fornire il servizio se in un determinato quartiere c’è già una scuola paritaria; anche se questa, come capita per lo più, è di tipo confessionale e non risponde agli orientamenti culturali dei genitori. Era questo il motivo del referendum bolognese, fallito per scarsa affluenza e per il timore, alimentato dall’amministrazione, che senza le scuole paritarie molti bambini non avrebbero avuto posto – appunto perché i finanziamenti erano stati dirottati lì. Ancora più grave è quanto è successo in Piemonte con l’amministrazione di centrodestra. Una legge regionale ha stabilito non solo l’equiparazione tra scuole per l’infanzia pubbliche e paritarie, ma ha dato alle seconde diritto di veto all’istituzione di una scuola pubblica sul “proprio” territorio, nel caso questa rischi di ridurne il bacino di utenza.

Il modello Giannini realizzato? Ora la nuova amministrazione regionale ci metterà una pezza, se non altro eliminando il diritto di veto. Ma rimane il fatto che, una volta riconosciuto il diritto al finanziamento pubblico delle scuole paritarie la competizione sulle risorse continuerà. Con il modello Giannini, rischia di estendersi dalla scuola per l’infanzia a quella dell’obbligo e oltre, con buona pace del diritto di scelta delle famiglie e soprattutto delle opportunità dei bambini e ragazzi di essere educati in un contesto culturalmente pluralistico. Su questi punti, e non solo sull’entità dei finanziamenti, è opportuno che Renzi e il governo facciano chiarezza, approfittando della pausa di riflessioni che si sono presi sull’argomento.http://giacomosalerno.com/2014/08/28/perche-nella-scuola-il-privato-non-e-pubblico-chiara-saraceno/#comment-74110
(Chiara Saraceno) 28 agosto 2014scuola

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Di Battista e i politici da bar sport


dibattistaPolemiche per le parole dell’ On. Di Battista del M5S sui terroristi islamici. I vari partiti parlano di un Di Battista che sta  dalla parte dei fanatici dell’ ISIS, mentre il Movimento, con Grillo, parla di una stampa succube del potere, che ha travisato il significato di certe giuste affermazioni. Cerchiamo quindi di essere al di sopra delle parti e analizziamo queste dichiarazioni. Innanzitutto il deputato pentastellato non si e’ schierato dalla parte dell’ ISIS e le sue accuse contro chi ha scatenato questo scenario di instabilita’ in Medio-Oriente e anche in Libia ( leggi USA ) sono giustissime e veritiere. Allo stesso tempo pero’, certe parole,certe frasi non possono essere accettate. Come si puo’ sostenere che ‘’ UN KAMIKAZE CHE SI FA’ ESPLODERE E’ GIUSTIFICATO IN QUANTO E’ L’UNICO MODO CHE HA PER FARE VALERE LE PROPRIE GIUSTE RAGIONI ‘’ ? Come si puo’ sostenere che chi si fa’ esplodere in un centro pieno di gente, uccidendo persone a lui sconosciute e innocenti stia dalla parte della ragione ? Non e’ questo modo di agire una specie di legge del taglione ? Se condanni le violenze dei bombardamenti indiscriminati, non puoi rispondere con altrettanta cieca violenza . Se poi questo modo di agire fosse quello giusto, a rigor di logica sarebbe sbagliato cercare di risolvere le varie questioni con il dialogo e la mediazione : e quest’ ultimo modo di agire, e’ sicuramente cercato e voluto da chi condanna la violenza e vuole la pace. Anche Di Battista ha parlato di dialogo con gli estremisti islamici. Certamente il dialogo e’ sempre il modo migliore per risolvere le varie diatribe ma sinceramente….come fai a parlare con chi non accetta dialogo alcuno ? Con chi sevizia e uccide  persone di ogni eta’ e sesso in nome di una religione che tra l’altro e’ anche la propria ma si differenzia solo per una differente lettura del Corano ? Ecco perche’ le parole del deputato grillino sono non solo sbagliate ma non dovrebbero nemmeno esser dette in quanto, se ricopri certe cariche pubbliche, si presuppone che quello che dici debba essere non solo pensato ma anche soppesato. Certe dichiarazioni, cosi’ come certi comportamenti, possono essere di chi frequenta un Bar Sport di paese ma non certo di un Onorevole che siede in Parlamento. Purtroppo, da diversi anni a questa parte gli italiani, stanchi della vecchia classe politica, chiedono che a rappresentarli vadano certi personaggi, certi signor Nessuno che assomigliano ai loro elettori o perlomeno sono l’immagine di certi frequentatori del luogo a loro piu’ consono e in cui si sentono liberi di dire qualsiasi fesseria passi per le loro teste: il bar. Personalmente invece, vorrei che chi mi governa, fosse molto, molto migliore di me. Certi personaggi, che con le loro panzane e i loro comportamenti farei fatica a sopportare anche nella mia quotidianita’, non possono certo fregiarsi del titolo di Onorevoli.

Gianluca Bellentani

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CHOMSKY: “LA DEMOCRAZIA È SCOMPARSA”


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Riflessioni su dittatura e neoliberismo. Citazioni tratte dagli interventi al Festival delle Scienze all’Auditorium Parco della Musica di Roma

“Le democrazie europee sono al collasso totale indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere perché sono decise da banchieri e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta porta alla distruzione delle democrazie e le conseguenze sono le dittature.”

“Secondo uno studio della Oxfam, l’Ong umanitaria britannica, 85 persone nel mondo hanno la ricchezza posseduta da 3,5 miliardi di individui. Questo era l’obiettivo del neoliberismo.”

“Ciò che conta oggi è la quantità di ricchezza riversata nelle tasche dei banchieri per arricchirli. Quello che capita alla gente normale ha valore zero. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti ma non in modo così spettacolare come in Europa. Il 70% della popolazione non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni.”

Fonte: http://www.cadoinpiedi.it/2014/01/24/chomsky_la_democrazia_in_italia_e_finita.html l POLITICA – Teoria e Attualità

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ICE BUCKET CHALLENGE & EARTH OVER SHOOT DAY


(Un secchio di beneficenza & uno “Tsu – Nami” di problemi)

Banalmente parlando, l’ Ice Bucket Challenge ha colmato un vuoto estivo: l’assenza di un tormentone musicale. Anzichè andare a ballare in discoteca quello che, fino all’anno scorso, era il grande successo dell’estate, ci si mette in costume, a dorso nudo o come vi pare, si riempie un secchio di acqua gelata e, mentre uno ti riprende in video, ti rovesci il secchio in testa. Per qualche secondo tremi, ti ritrovi (quasi) in Siberia poi, camminando o correndo, ti asciughi e tutto passa. Ovviamente, nel video bisognerà nominare qualcuno affinchè faccia lo stesso. Un gesto tanto banale, eppure è diventato un fenomeno virale di questa (non) calda estate 2014. Come mai? Ormai lo sappiamo tutti: l’Ice Bucket Challenge è una iniziativa promossa da Pete Frates, giovane atleta ed ex capitano della squadra di baseball del Boston College colpito dalla SLA, e Corey Griffin, morto annegato a Nantucket, in Massachussets, lo scorso 16 agosto in seguito ad un incidente subacqueo. L’obiettivo è raccogliere fondi per la SLA. La Sclerosi Laterale Amiotrofica è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i mononeuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. Le cause della malattia sono sconosciute e, al momento, è possibile solo allungarne il decorso tramite cure palliative, determinate scelte di vita etico / culturali etc (Fonte: http://www.aisla.it ). Quest’acqua che esce dal secchio e ti rende per un breve lasso temporale un ghiacciolo a grandezza umana non è una sciatteria, ma ha un suo significato: l’acqua fredda ti intorpidisce per qualche secondo la muscolatura, facendoti provare una sensazione che i malati di SLA sono costretti a sopportare 24 ore su 24, per tutta la vita. Dunque, ritengo incomprensibile chi giudica questo semplice gesto uno spreco d’acqua. Ma di questo ne parlerò più in là. Concentriamoci un attimo sul «bilancio» di questa «moda»: al 24 agosto sono stati realizzati circa 2,4 milioni di video per un incasso mondiale di 70 milioni di dollari. L’anno scorso, nel medesimo periodo, il contatore si era fermato a 2,4 milioni. Insomma: 35 volte di più. Non è affatto poco. Stando a quanto dichiarato da Massimo Mauro, presidente dell’ AISLA (http://www.aisla.it ): «Da un mese tutto il mondo parla della ricerca sulla Sla: era una malattia dimenticata, ma adesso non lo è più grazie a questa vera e propria campagna di comunicazione». «Non ci sono dubbi, che l’idea delle secchiate d’acqua gelata abbia un “valore straordinario, considerando quanto in Italia sia difficile donare poiché, al contrario di quanto avviene negli Usa, le donazioni non sono detraibili». Dichiarazioni che: 1) rafforzano la bontà dell’ Ice Bucket Challenge; 2) ci offrono l’opportunità di comprendere come procedono secchio, acqua e freddo nella penisola. Allora, riconsideriamo quanto è stato raccolto nel mondo: circa 70 milioni di dollari. Ora quantifichiamo il contributo nostrano: circa 33mila euro (fonte: http://www.aisla.it ). In pillole: abbiamo contribuito solo per lo 0.47%. Vero, come dice Massimo Mauro, in Italia le donazioni non sono detraibili. Ma quanto vuoi detrarre da un contributo, anche simbolico, di 1, 5, o 10 euro? Soprattutto, fino a che punto è moralmente giusto (giuridicamente parlando, sarebbe pienamente legittimo) pensare alle detrazioni nel momento in cui sai che, banconote e monete che offri sono destinate a combattere una malattia che, una volta che ti prende, ti mangia i muscoli senza alcuna possibilità di salvezza? E poi, quanto può essere solida una affermazione del genere: «Buttarsi l’acqua addosso è uno spreco, meglio donare e basta!». I numeri parlano chiaro: in media ciascun italiano ha donato 55 centesimi di euro, bagnato o meno. In poche parole: siamo tra i bassifondi della solidarietà. Non c’è «ma» che tenga: dopo l’innalzamento del livello di intolleranza verso gli stranieri, con picchi che spesso toccano la soglia delrazzismo, conosciamo dei passi indietro notevoli anche nel settore della solidarietà sociale, che pure ci ha sempre contraddistinto nel mondo. Colpa della crisi? Forse. Eppure, paradossalmente, questa triste congiuntura economica è (anche) un’occasione da non perdere: risparmiare, tirare la cinghia etc. potrebbe essere l’occasione per dare una sferzata alle nostre abitudini di vita che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono andate al di là di ogni nostra logica comprensione. Riflettiamo un secondo: usiamo la macchina per destinazioni lontane, ma anche per raggiungere il supermercato a 250 metri da casa; accendiamo la luce della camera da letto e spesso dimentichiamo di spegnere quelle della cucina e del bagno; teniamo accesi (quasi contemporaneamente) televisione, lavatrice e lavastoviglie; andiamo a fare spesa, prendiamo una caterva di prodotti alimentari e, spesso, buona parte finiscono scaduti nella pattumiera etc. Tutto questo senza pensare che molte risorse non sono inesauribili, e non tutti ne godono in misura equitativa. E così, arriva il fatidico giorno dell’ EarthOver Shoot Day, ogni anno sempre più precoce. Insomma, nel momento in cui ci indigniamo per un po’ di H2O sui nostri crani, per il resto dell’anno non proferiamo parola riguardo il fatto che, sempre più in fretta, il pianeta Terra consuma le sue risorse, destinate a tutta l’umanità per l’intero anno. Provo a spiegarlo meglio: quest’anno l’EarthOverShootDay è caduto il 19 agosto. Da quel momento la Terra è «in riserva»: tutto ciò che consumiamo dal 19 agosto è in realtà quanto era stato destinato per il 2015. Di questo passo, nel giro di neanche mezzo secolo le guerre fratricide coinvolgeranno ciascuno di noi, perchè acqua, petrolio, generi alimentari… – con tanto di cambiamenti climatici – saranno talmente scarsi che potranno soddisfare pochissimi abitanti sul pianeta. Che strano questo mondo: ci si indigna per due gocce, ma si tace sullo «Tsu – Nami» che potrebbe colpire ciascuno di noi.

 DONARE DALL’ITALIA

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/ice-bucket-challenge-earth-over-shoot-day/?doing_wp_cron=1409002579.3563199043273925781250

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Le Poste, dove sono poste nella società?


Alzi la mano chi non è mai entrato in un ufficio postale. Quasi, per non dire proprio, nessuno. La domanda giusta è quante persone si siano sbrigate in tempi brevi a pagare un bollettino alle poste? Nessuno. Colpa di code estenuanti, operazioni elaborate, sportelli chiusi e operatori che vogliono vendere altro. Se non fosse un ente, statale prima e, parastatale, ora, avrebbe già chiuso. Anche se a dirla tutta si sta, già, dirigendo verso il baratro della soppressione: anni fa ogni paese aveva un ufficio postale, ora alcuni li hanno fatto svanire. Per mancanza di popolazione, per delocalizzazione, e ci lamentiamo delle industrie che lo fanno, per sotto organico strutturale, e i giovani disoccupati?, e altre cazzate vendute e comprate. Fatto sta che le Poste erano un istituzione, una presenza e una fetta di storia di ogni paese, dal piccolissimo alla città, come le chiese, le caserme dei carabinieri, dei panettieri e di noi popolo. Per interessi politici e speculazioni degli amici degli amici, non miei e neanche vostri, anche questa parte della storia nostra va a ramengo come a ramengo sono andate quelle piccole stazioni, ormai non più raggiungibili se non con le auto. E poi si parla di ecologia. Che calpestiamo per poter rivedere i nostri familiari più cari. Almeno le Poste aperte funzionano meglio? In fondo i cambiamenti dovrebbero essere fatti in meglio. Anche quando cambiamo auto ci sembra un passo avanti per poi, col passare del tempo, rimpiangere quella vecchia. Più affidabile. Premessa lunga e noiosa ma utile per capire quello che non funzione e se qualcuno lo capisce farebbe meglio a chiarirlo agli altri. Dove voglio arrivare è la funzionalità non funzionante. Un ultima premessa prima dell’affondo finale: alcuni diranno che certe operazioni posso farle fare alle banche oppure andare nei vari esercizi abilitati. Certo ma contate le persone che lavorano per le Poste e quelle per gli altri servizi. Migliaia contro centinaia, pubblici contro privati. La scelta dovuta ad ogni cittadino. Io sto con le Poste per un fatto emotivo ma ben venga anche le banche e gli esercizi di supporto. In questo mondo c’è posto per tutti e perciò perché far fallire una di queste attività? Andiamo con ordine ogni mese ognuno di noi entra in un ufficio postale, per le bollette, per le pensioni, i pagamenti vari, per invio pacchi e lettere e per servizi economici e finanziari. Di solito ci sono dai quattro a più sportelli adibiti alle svariate attività. Peccato che aperti siano sempre quelli tre o se va bene quattro. Di più non ne ho mai visti contemporaneamente. Sarà la sfiga perenne. Come dal droghiere bisogna prendere il numero. Con la lettera A ci sono servizi particolari, quali?, con la P pacchi e affini, con la E tutti i servizi finanziari e per finire la C per bollettini, IMU, TASI e altri balzelli. Da ciò si deduce che lettera più cliccata dovrebbe essere la C. Dico dovrebbe perché non è cosi. Fateci caso, la lettera che appare sul display più spesso è la E. Che le Poste siano diventate una banca? Da tenere conto che sono anche le operazioni più lunghe e impegnative e mi chiedo se una banca vera ci mettesse così tanto tempo in quanto tempo chiuderebbe? Presto senz’altro. Seconda lettera è la P, specie quando arrivano gli impiegati del Comune o altri Enti della collettività. Essendo al nostro servizio è giusto che ci passino davanti. E noi che li paghiamo, con le tasse, è giusto fare passo, chinarci e magari calare le braghe. Poi scatta la A e raramente la C. Studiando la classifica si può dedurre che le Poste non vogliono più farci pagare le bollette. E pensare che sono nate anche per quello. Alla richiesta di approfondimenti sul susseguirsi delle lettere è stato risposto che dipende dall’emissione del biglietto con favoreggiamenti del tempo più vecchio. Esempio se C arriva alle 10,30 e E alle 10,45 il primo dovrebbe passare per primo, appunto. Invece scatta la preferenza per la seconda lettera perché molto probabilmente rende di più alla Posta. E si attende, per bollette che neanche si vorrebbe pagare visto che le tasse sono più alte dell’utilizzo dell’utenza. Ma questo è un altro discorso da approfondire in seguito. Fatto sta che se per sbaglio qualcuno protesta la successione dei biglietti assume un barlume di logica. Provare per credere. Il problema di fondo è un altro a mio modesto parere: incanalare la tipica furbizia italica verso una soluzione che crea fastidio e mancanza osservanza delle regole. La gente per ovviare ai vari inconvenienti si procura tutte le tipologie di biglietti, creando caos e la procedura ingiusta scelta dalle Poste. In un paese civile, lo siamo a nostro egoistico vantaggio, in un paese corretto, non lo siamo per campanilismo, in un paese pieno di cultura, la natura ha cercato in questo modo di aiutarci, questi tipi di atteggiamenti non sono ammessi. A incominciare dai clienti, che seguendo delle regole precise non sono spremuti,ai lavoratori dietro alle casse che non devono permettere queste specie di furbizie. Primo perché senza regole chi ha vita facile sono i datori di lavoro che nel caos ci sguazzano. Secondo senza regole non serve protestare per avere dei privilegi andati a quel paese. E terzo la civiltà è il cammino fatto assieme agli altri verso una vita felice e semplice. Per concludere uno può dire che posso andare a pagare le bollette da un altra parte. Vero ma perché visto che c’è un servizio che mi fa pagare poco (€ 1,30 per bollettino) devo pagare di più (€2 nelle tabaccherie e non oso immaginare in banca) solo perché il servizio non è all’altezza? Non è meglio che siano loro ad adeguarsi a noialtri visto che ci guadagnano e pure bene?
Giovanna Nicolella
25 agosto 2014

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Pilger: è tutto falso e disumano, ma chi se n’è accorto?


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Libre – Geopolitica, massacri e guerre promosse dall’Occidente? «Si è realizzato nel modo più soffice il totalitarismo orwelliano, dietro l’illusione dell’“era dell’informazione” e del multiculturalismo». S’impone un’unica visione del mondo, e nessuno protesta: «Figure capaci di esprimere efficacemente un’alternativa radicale» mancano del tutto, oppure «sono sommerse dal frastuono» del mainstream, rileva John Pilger. A teatro, un’opera profetica come “1984” di Orwell viene liquidata come «un pezzo storico: remoto, innocuo, quasi rassicurante». Dunque, «come se Snowden non avesse rivelato niente, se il Grande Fratello non fosse ora una spia digitale, se lo stesso Orwell non avesse mai detto: “Per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario”». Mentre le società avanzate vengono de-politicizzate, i cambiamenti sono sottili e spettacolari. «Nei discorsi di tutti i giorni il linguaggio politico viene capovolto, come profetizzato in “1984”».

Lessico reinterpretato: la parola “democrazia” è ormai «una figura retorica», la pace è diventata «guerra perpetua», “globale” significa «imperiale». E il Pablo Picassoconcetto di “riforma”, «un tempo foriero di speranze», nella neo-lingua del 2014 «significa aggressione, perfino distruzione», più o meno come “austerità”, che è «l’imposizione del capitalismo estremo ai poveri e il dono del socialismo ai ricchi: un sistema ingegnoso in cui la maggioranza paga il debito dei pochi». Nelle arti, scrive Pilger in un post ripreso da “Controinformazione”, l’ostilità verso la verità politica è un articolo di fede borghese, come dimostra l’“Observer” che se la prende col “periodo rosso” di Picasso. Suona strano, detto da «un giornale che ha promosso il bagno di sangue in Iraq presentandolo come una crociata liberale». Sicché, «l’opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è una nota a margine, così come il radicalismo di Orwell». Terry Eagleton, già professore di letteratura inglese all’università di Manchester, considerava che «per la prima volta negli ultimi 200 anni non c’è un eminente poeta, drammaturgo o romanziere britannico pronto a mettere in questione le fondamenta del modo di vita occidentale».

Nessuna Mary Shelley che parli dei poveri, nessun William Blake che sforni sogni utopici, nessun Byron che condanni la corruzione della classe dominante, né un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino «il disastro morale del capitalismo». William Morris, Oscar Wilde e George Bernard Shaw «non hanno equivalenti al giorno d’oggi». Per Pilger, Harold Pinter fu l’ultimo a far sentire la sua voce. Non c’è più nessuna Virginia Woolf, che descrisse «l’arte di dominare altre persone, di governare, uccidere, acquisire terre e capitali». Sempre a teatro, lo spettacolo “Gran Bretagna” fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto alcuni giornalisti processati e condannati, compreso un ex redattore di “News of the World” di Rupert Murdoch. Descritto come «una farsa mordente che inchioda l’intera cultura dei media incestuosi e la ridicolizza senza pietà», ha come bersagli i «beatamente divertenti» personaggi della stampa scandalistica britannica. Ok, ma che dire dei media non scandalistici, «che si considerano rispettabili e L’arresto di David Lawley-Wakelincredibili e invece svolgono il ruolo parallelo di braccio dello Stato e del potere aziendale, come nella promozione di guerre illegali?».

L’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche ha fornito uno scorcio su questo argomento tabù: Tony Blair si stava lamentando delle molestie dei tabloid su sua moglie, quando il regista David Lawley-Wakelin chiese che lo stesso Blair fosse arrestato e perseguito per crimini di guerra. «Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità». Secondo copione, fu ordinato di cacciare «colui che diceva la verità», con mille scuse al «criminale di guerra». I complici di lunga data di Blair sono più rispettabili di chi intercetta le telefonate, scrive Pilger. Quando la presentatrice artistica della Bbc, Kirsty Wark, lo intervistò riguardo al decennale della sua invasione dell’Iraq, gli regalò un momento che poteva solo sognare: gli permise di angosciarsi della sua «difficile» decisione presa sull’Iraq, «anziché chiamarlo a rispondere del suo crimine epico». Nel nel 2003, la Bbc dichiarò che Blair poteva sentirsi «discolpato», e programmò l’influente serie televisiva “Gli anni di Blair”, per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. «Quale valletto di Murdoch che aveva promosso gli attacchi militari in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch adulò da esperto». L’accusatore del Processo di Norimberga, Robert Jackson, definì l’invasione dell’Iraq «il crimine internazionale supremo»? Niente paura: «A Blair e al suo portavoce e complice principale, Alastair Campbell, è stato concesso ampio spazio sul “Guardian” per riabilitare la loro reputazione», anche se Blair manovra Campbell e Blairtuttora in Medio Oriente e lo stesso Campbell è consulente della dittatura militare egiziana.

Mentre l’Iraq viene smembrato in conseguenza dell’invasione di Blair e Bush, il “Guardian” titola: “Rovesciare Saddam era giusto, ma ce ne siamo andati troppo presto”. Autore del pezzo: un ex funzionario di Blair, John McTernan, che aveva lavorato anche per il dittatore Iyad Allawi, installato dalla Cia. «Invocando una seconda invasione del paese che il suo ex padrone aveva contribuito a distruggere, non menzionava la morte di almeno 700.000 persone, la fuga di 4 milioni di rifugiati e i conflitti settari in una nazione un tempo fiera della sua tolleranza comunitaria». Per “bilanciare” politicamente il profilo del “Guardian”, Seumas Milne scrisse: «Blair rappresenta la corruzione e la guerra». Peccato che il giorno successivo lo stesso giornale abbia pubblicato a tutta pagina un maxi-annuncio sul caccia stealth F-35, prodotto dalla Lockeed Martin – la stessa azienda, ricorda Pilger, che fabbrica le bombe “di precisione” da 250 chili sganciate sulla popolazione civile in Afghanistan.

A un’altra star del mainstream politico, Hillary Clinton, aspirante presidente degli Stati Uniti, il programma “Women’s Hour” della Bbc ha concesso di presentarsi come «un’icona di successo femminile», evitando accuratamente di interrogarla sulla «campagna di terrore della sua amministrazione che usava droni per uccidere donne, uomini e bambini». In effetti, ironizza Pilger, la conduttrice Jenni Murray una «domanda scottante» l’ha posta: la Clinton aveva perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una storia con suo marito? Proprio lui, Bill Clinton, che all’epoca del sexgate «stava invadendo Haiti e bombardando i Balcani, l’Africa e l’Iraq». Per inciso, «stava anche distruggendo le vite di bambini iracheni: l’Unicef riportò la morte di mezzo milione di bimbi iracheni al di sotto dei 5 anni, in conseguenza di un embargo guidato da Usa e Gran Bretagna». Tutto normale: «I bambini per i media non Hillary Clintonerano persone, così come le vittime di Hillary Clinton nelle invasioni che ha supportato e promosso: Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia».

In politica, così come nel giornalismo e nelle arti, sembra che il dissenso un tempo tollerato nei media “mainstream” sia regredito a dissidenza, osserva Pilger: negli anni ‘60, era perfettamente accettabile criticare il potere occidentale. Basta leggere i celebri resoconti di James Cameron sull’esplosione della bomba H nell’atollo di Bikini, la guerra barbarica in Corea e il bombardamento americano del Vietnam del Nord. «La grandiosa illusione di oggi è di essere in un’era dell’informazione mentre, in verità, viviamo in un’era dei media in cui l’incessante propaganda delle multinazionali mediatiche è insidiosa, contagiosa, efficace e liberal». Nel suo saggio del 1859, “Sulla libertà”, a cui i moderni liberali porgono omaggio, John Stuart Mill scrisse: «Il dispotismo è una forma di governo legittima nel trattare con i barbari, purché il fine sia il loro miglioramento e i mezzi siano giustificati dall’effettivo ottenere quel fine».

I “barbari” erano vaste porzioni di umanità da cui era richiesta “obbedienza implicita”. «E’ un mito simpatico e conveniente che i liberali siano pacifisti e i conservatori guerrafondai», scrisse lo storico Hywel Williams nel 2001. Forse aveva in mente un discorso di Blair in cui l’allora primo ministro prometteva di «riordinare il mondo intorno a noi» secondo i suoi «valori morali». Richard Falk, rispettata autorità in campo di diritto internazionale e inviato speciale Onu in Palestina, una volta ha parlato di «uno scudo legale-morale autoreferenziale e unilaterale, con immagini positive di valori occidentali e di innocenza presentata in pericolo, che giustifica una campagna di sfrenata violenza politica, così largamente accettata da essere praticamente incontrastabile». Su Bbc Radio 4, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, la premio Nobel afro-americana: la Morrison si chiedeva come mai la gente fosse «così arrabbiata» con Barack Obama, che era «figo» e desiderava costruire «una forte economia e sanità». Aggiunge Pilger: «La Toni MorrisonMorrison era fiera di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione».

Né lei né la sua intervistatrice, scrive Pilger, hanno menzionato le 7 guerre di Obama, compresa la sua campagna del terrore con i droni, nella quale sono state assassinate intere famiglie, i loro soccorritori e chi li piangeva. «Quello che sembrava importare era che una uomo di colore “che parlava in modo raffinato” fosse salito ai livelli massimi di potere». In “The Wretched of the Earth” (Gli abietti della Terra) Frantz Fanon scrisse che la «missione storica» dei colonizzati era di fungere da «cinghia di trasmissione» per coloro che governavano e opprimevano. «Ai nostri giorni – aggiunge Pilger – l’impiego delle differenze etniche nei sistemi di potere e propaganda occidentali è visto come essenziale. Obama ne è l’epitomo, sebbene il gabinetto di George W. Bush – la sua banda di guerrafondai – fosse il più multirazziale nella storia presidenziale». Ieri, mentre la città irachena di Mosul veniva presa dai jihadisti dell’Isis, Obama ha affermato: «Il popolo americano ha fatto investimenti e sacrifici enormi per dare agli iracheni l’opportunità di forgiare un destino migliore».

Quanto è “figa” questa bugia? E com’era “raffinato” il discorso di Obama all’accademia militare di West Point il 28 maggio sullo «stato del mondo», indirizzato a quanti «assumeranno la leadership americana» in tutto il pianeta. «Gli Stati Uniti – ha detto Obama – useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando lo richiedono i nostri interessi cruciali. L’opinione internazionale ha importanza, ma l’America non chiederà mai il permesso». Ripudiando il diritto internazionale e i quelli delle nazioni, il presidente americano si presenta come una divinità basata sulla superpotenza della sua nazione. Inequivocabile: «E’ un messaggio famigliare di impunità imperiale». Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ‘30, Obama ha aggiunto: «Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere». Lo rimbecca lo storico Norman Pollack: «A chi faceva il passo dell’oca sostituiamo l’apparentemente più innocua militarizzazione della cultura totale. E al posto del leader magniloquente abbiamo il riformatore Obamamancato, allegramente al lavoro, che pianifica ed esegue assassinii mentre sorride tutto il tempo».

A febbraio, gli Usa hanno montato uno dei loro golpe “colorati” in Ucraina, con la regia di Victoria Nuland, consigliera alla sicurezza nazionale di Obama, seguita dal vicepresidente Joe Biden e dal direttore della Cia John Brennan, giunti a Kiev per pilotare «le truppe d’assalto per il loro putsch», ovvero «fascisti ucraini». Così, «per la prima volta dal 1945, un partito neonazista apertamente antisemita controlla aree-chiave del potere statale in una capitale europea», senza che nessun leader occidentale abbia aperto bocca. «Dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia con basi militari, bombardieri nucleari e missili come parte del loro progetto di allargamento della Nato». Rinnegando una promessa fatta a Gorbaciov nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa «un centimetro ad est», di fatto la Nato ha occupato militarmente l’Europa orientale, costituendo – a partire dal Caucaso – «il più grande accumulo militare dalla seconda guerra mondiale». Nel mirino l’adesione di Kiev, e sullo sfondo due operazioni, “Tridente rapido”, con truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e “Brezza di mare”, con navi da guerra statunitensi a distanza di avvistamento dai porti russi. «Immaginate la reazione se questi atti di provocazione, o intimidazione, venissero compiuti ai confini americani?».

Nel reclamare la russa Crimea, “regalata” all’Ucraina da Nikita Krushev nel 1954 – Mosca si è semplicemente difesa, come sempre: più del 90% della popolazione ha votato per tornare con la Russia, inoltre la Crimea è sede della flotta del Mar Nero, vitale per la marina russa. Putin ha spiazzato «i partiti guerrafondai a Washington e Kiev» esortando i russi di Ucraina ad abbandonare il separatismo? «In modo orwelliano, in Occidente ciò è stato invertito nella “minaccia russa”», e Hillary Clinton «ha paragonato Putin a Hitler». Altro problema: «Senza ironia, commentatori della destra tedesca hanno fatto altrettanto». Peggio ancora: «Nei media, i neonazisti ucraini vengono definiti eufemisticamente “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”». Quello che temono, continua Pilger, è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica, che potrebbe avere successo. Il presidente russo ha chiesto al Parlamento di togliergli i poteri speciali di intervento in Ucraina? John KerryPuntuale l’ultimatum di John Kerry: la Russia doveva «agire entro le prossime ore, letteralmente» per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina.

«Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio – sostiene Pilger – il vero scopo di questi “avvertimenti” è di attribuire alla Russia lo stato di paria e di sopprimere le notizie sulla guerra del regime di Kiev al proprio popolo». Un terzo della popolazione dell’Ucraina è russofona e bilingue. «Da tempo desiderano una federazione democratica che rifletta la diversità etnica ucraina e sia autonoma e indipendente da Mosca. La maggior parte non è né “separatista” né “ribelle”, ma composta da cittadini che vogliono vivere in sicurezza nella loro patria». Il separatismo? «E’ una reazione agli attacchi della giunta di Kiev contro di loro, che hanno causato la fuga di 110.000 rifugiati (stima Onu) verso la Russia. Generalmente, donne e bambini traumatizzati. Come i bambini iracheni vittime dell’embargo, e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzate dai signori della guerra della Cia, queste popolazioni dell’Ucraina per i media occidentali non sono persone: la loro sofferenza e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute».

I media mainstream occidentali non fanno percepire la dimensione della tragedia. L’ultimo libro di Phillip Knightley, “La prima vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, ricorda la figura di Morgan Philips Price del “Manchester Guardian”, «l’unico reporter occidentale a restare in Russia durante la rivoluzione del 1917 e a riportare la verità di una disastrosa invasione degli alleati occidentali». Imparziale e coraggioso, Price «da solo disturbò quello che Knightley chiama un “oscuro silenzio” anti-russo in Occidente». I russi restano carne da macello: come i 41 manifestanti bruciati vivi a Odessa nella sede dei sindacati, mentre la polizia ucraina stava a guardare. Il leader di “Settore Destro”, Dmytro Yarosh, salutò il massacro come «un altro giorno luminoso nella nostra storia nazionale». Ma nei media americani e britannici, l’eccidio venne riportato come «una tragedia opaca», conseguenza di «scontri» tra Pilger«nazionalisti» (neonazisti) e «separatisti», cioè le persone che raccoglievano le firme per il referendum sull’Ucraina federale.

Il “New York Times” lo seppellì, liquidando come propaganda russa gli avvertimenti sulle politiche fasciste e antisemite dei nuovi agenti di Washington, mentre il “Wall Street Journal” condannò le vittime: “Mortale incendio ucraino probabilmente innescato dai ribelli, dice il governo”. E Obama si congratulò con la giunta golpista di Kiev – i carnefici – per la «moderazione» dimostrata. Il 28 giugno, il “Guardian” dedicò quasi una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. «Di nuovo venne applicata la regola dell’inversione orwelliana». Non c’era alcun colpo di Stato, nessuna guerra contro la minoranza ucraina, la colpa di tutto era dei russi. «Vogliamo modernizzare il mio paese», disse Poroshenko. «Vogliamo introdurre libertà, democrazia e valori europei. A qualcuno questo non piace. A qualcuno non piaciamo per questo». Non una parola, dal reporter del “Guardian”, Luke Harding, sulla strage di Odessa, i bombardamenti sui quartieri, l’uccisione e il Leni Riefenstahlrapimento di giornalisti, l’incendio di un giornale di opposizione e la minaccia di Poroshenko di «liberare l’Ucraina dalla feccia e dai parassiti».

Il nemico sono i «ribelli», i «militanti», gli «insorti», i «terroristi» e gli agenti del Cremlino. «Ripensate ai fantasmi del Vietnam, del Cile, di Timor Est, dell’Africa meridionale, dell’Iraq: notate le stesse etichette», avverte Pilger. «La Palestina è la calamita di questo immutevole inganno. L’11 luglio, in seguito all’ultimo massacro israeliano a Gaza – 80 persone, compresi 6 bambini in una famiglia – equipaggiato dagli americani, un generale israeliano scrive sul “Guardian”, titolando: “Una necessaria dimostrazione di forza”». Negli anni ‘70 Pilger incontrò Leni Riefenstahl, l’autrice dei film di propaganda che glorificavano il nazismo: usando «in modo rivoluzionario» la cinepresa e le tecniche di illuminazione, la Riefenstahl aveva prodotto «una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi». Un “trionfo della volontà” che ha presumibilmente agevolato il maleficio di Hitler. Domanda: come funziona la propaganda nelle società che si ritengono “superiori”? La replica: i «messaggi» nei suoi film non dipendevano da «ordini dall’alto», ma dal «vuoto sottomesso» della popolazione tedesca. Compresa la borghesia liberale e istruita?, Ma certo: «Chiunque, e naturalmente anche gli intellettuali».

http://www.libreidee.org/2014/08/pilger-e-tutto-falso-e-disumano-ma-chi-se-ne-accorto/

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Pilger: è tutto falso e disumano, ma chi se n’è accorto?


lei
Libre – Geopolitica, massacri e guerre promosse dall’Occidente? «Si è realizzato nel modo più soffice il totalitarismo orwelliano, dietro l’illusione dell’“era dell’informazione” e del multiculturalismo». S’impone un’unica visione del mondo, e nessuno protesta: «Figure capaci di esprimere efficacemente un’alternativa radicale» mancano del tutto, oppure «sono sommerse dal frastuono» del mainstream, rileva John Pilger. A teatro, un’opera profetica come “1984” di Orwell viene liquidata come «un pezzo storico: remoto, innocuo, quasi rassicurante». Dunque, «come se Snowden non avesse rivelato niente, se il Grande Fratello non fosse ora una spia digitale, se lo stesso Orwell non avesse mai detto: “Per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario”». Mentre le società avanzate vengono de-politicizzate, i cambiamenti sono sottili e spettacolari. «Nei discorsi di tutti i giorni il linguaggio politico viene capovolto, come profetizzato in “1984”».

Lessico reinterpretato: la parola “democrazia” è ormai «una figura retorica», la pace è diventata «guerra perpetua», “globale” significa «imperiale». E il Pablo Picassoconcetto di “riforma”, «un tempo foriero di speranze», nella neo-lingua del 2014 «significa aggressione, perfino distruzione», più o meno come “austerità”, che è «l’imposizione del capitalismo estremo ai poveri e il dono del socialismo ai ricchi: un sistema ingegnoso in cui la maggioranza paga il debito dei pochi». Nelle arti, scrive Pilger in un post ripreso da “Controinformazione”, l’ostilità verso la verità politica è un articolo di fede borghese, come dimostra l’“Observer” che se la prende col “periodo rosso” di Picasso. Suona strano, detto da «un giornale che ha promosso il bagno di sangue in Iraq presentandolo come una crociata liberale». Sicché, «l’opposizione di Picasso al fascismo durante tutta la sua vita è una nota a margine, così come il radicalismo di Orwell». Terry Eagleton, già professore di letteratura inglese all’università di Manchester, considerava che «per la prima volta negli ultimi 200 anni non c’è un eminente poeta, drammaturgo o romanziere britannico pronto a mettere in questione le fondamenta del modo di vita occidentale».

Nessuna Mary Shelley che parli dei poveri, nessun William Blake che sforni sogni utopici, nessun Byron che condanni la corruzione della classe dominante, né un Thomas Carlyle o un John Ruskin che rivelino «il disastro morale del capitalismo». William Morris, Oscar Wilde e George Bernard Shaw «non hanno equivalenti al giorno d’oggi». Per Pilger, Harold Pinter fu l’ultimo a far sentire la sua voce. Non c’è più nessuna Virginia Woolf, che descrisse «l’arte di dominare altre persone, di governare, uccidere, acquisire terre e capitali». Sempre a teatro, lo spettacolo “Gran Bretagna” fa satira sullo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha visto alcuni giornalisti processati e condannati, compreso un ex redattore di “News of the World” di Rupert Murdoch. Descritto come «una farsa mordente che inchioda l’intera cultura dei media incestuosi e la ridicolizza senza pietà», ha come bersagli i «beatamente divertenti» personaggi della stampa scandalistica britannica. Ok, ma che dire dei media non scandalistici, «che si considerano rispettabili e L’arresto di David Lawley-Wakelincredibili e invece svolgono il ruolo parallelo di braccio dello Stato e del potere aziendale, come nella promozione di guerre illegali?».

L’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche ha fornito uno scorcio su questo argomento tabù: Tony Blair si stava lamentando delle molestie dei tabloid su sua moglie, quando il regista David Lawley-Wakelin chiese che lo stesso Blair fosse arrestato e perseguito per crimini di guerra. «Ci fu una lunga pausa: lo shock della verità». Secondo copione, fu ordinato di cacciare «colui che diceva la verità», con mille scuse al «criminale di guerra». I complici di lunga data di Blair sono più rispettabili di chi intercetta le telefonate, scrive Pilger. Quando la presentatrice artistica della Bbc, Kirsty Wark, lo intervistò riguardo al decennale della sua invasione dell’Iraq, gli regalò un momento che poteva solo sognare: gli permise di angosciarsi della sua «difficile» decisione presa sull’Iraq, «anziché chiamarlo a rispondere del suo crimine epico». Nel nel 2003, la Bbc dichiarò che Blair poteva sentirsi «discolpato», e programmò l’influente serie televisiva “Gli anni di Blair”, per la quale David Aaronovitch fu scelto come scrittore, presentatore e intervistatore. «Quale valletto di Murdoch che aveva promosso gli attacchi militari in Iraq, Libia e Siria, Aaronovitch adulò da esperto». L’accusatore del Processo di Norimberga, Robert Jackson, definì l’invasione dell’Iraq «il crimine internazionale supremo»? Niente paura: «A Blair e al suo portavoce e complice principale, Alastair Campbell, è stato concesso ampio spazio sul “Guardian” per riabilitare la loro reputazione», anche se Blair manovra Campbell e Blairtuttora in Medio Oriente e lo stesso Campbell è consulente della dittatura militare egiziana.

Mentre l’Iraq viene smembrato in conseguenza dell’invasione di Blair e Bush, il “Guardian” titola: “Rovesciare Saddam era giusto, ma ce ne siamo andati troppo presto”. Autore del pezzo: un ex funzionario di Blair, John McTernan, che aveva lavorato anche per il dittatore Iyad Allawi, installato dalla Cia. «Invocando una seconda invasione del paese che il suo ex padrone aveva contribuito a distruggere, non menzionava la morte di almeno 700.000 persone, la fuga di 4 milioni di rifugiati e i conflitti settari in una nazione un tempo fiera della sua tolleranza comunitaria». Per “bilanciare” politicamente il profilo del “Guardian”, Seumas Milne scrisse: «Blair rappresenta la corruzione e la guerra». Peccato che il giorno successivo lo stesso giornale abbia pubblicato a tutta pagina un maxi-annuncio sul caccia stealth F-35, prodotto dalla Lockeed Martin – la stessa azienda, ricorda Pilger, che fabbrica le bombe “di precisione” da 250 chili sganciate sulla popolazione civile in Afghanistan.

A un’altra star del mainstream politico, Hillary Clinton, aspirante presidente degli Stati Uniti, il programma “Women’s Hour” della Bbc ha concesso di presentarsi come «un’icona di successo femminile», evitando accuratamente di interrogarla sulla «campagna di terrore della sua amministrazione che usava droni per uccidere donne, uomini e bambini». In effetti, ironizza Pilger, la conduttrice Jenni Murray una «domanda scottante» l’ha posta: la Clinton aveva perdonato Monica Lewinsky per aver avuto una storia con suo marito? Proprio lui, Bill Clinton, che all’epoca del sexgate «stava invadendo Haiti e bombardando i Balcani, l’Africa e l’Iraq». Per inciso, «stava anche distruggendo le vite di bambini iracheni: l’Unicef riportò la morte di mezzo milione di bimbi iracheni al di sotto dei 5 anni, in conseguenza di un embargo guidato da Usa e Gran Bretagna». Tutto normale: «I bambini per i media non Hillary Clintonerano persone, così come le vittime di Hillary Clinton nelle invasioni che ha supportato e promosso: Afghanistan, Iraq, Yemen, Somalia».

In politica, così come nel giornalismo e nelle arti, sembra che il dissenso un tempo tollerato nei media “mainstream” sia regredito a dissidenza, osserva Pilger: negli anni ‘60, era perfettamente accettabile criticare il potere occidentale. Basta leggere i celebri resoconti di James Cameron sull’esplosione della bomba H nell’atollo di Bikini, la guerra barbarica in Corea e il bombardamento americano del Vietnam del Nord. «La grandiosa illusione di oggi è di essere in un’era dell’informazione mentre, in verità, viviamo in un’era dei media in cui l’incessante propaganda delle multinazionali mediatiche è insidiosa, contagiosa, efficace e liberal». Nel suo saggio del 1859, “Sulla libertà”, a cui i moderni liberali porgono omaggio, John Stuart Mill scrisse: «Il dispotismo è una forma di governo legittima nel trattare con i barbari, purché il fine sia il loro miglioramento e i mezzi siano giustificati dall’effettivo ottenere quel fine».

I “barbari” erano vaste porzioni di umanità da cui era richiesta “obbedienza implicita”. «E’ un mito simpatico e conveniente che i liberali siano pacifisti e i conservatori guerrafondai», scrisse lo storico Hywel Williams nel 2001. Forse aveva in mente un discorso di Blair in cui l’allora primo ministro prometteva di «riordinare il mondo intorno a noi» secondo i suoi «valori morali». Richard Falk, rispettata autorità in campo di diritto internazionale e inviato speciale Onu in Palestina, una volta ha parlato di «uno scudo legale-morale autoreferenziale e unilaterale, con immagini positive di valori occidentali e di innocenza presentata in pericolo, che giustifica una campagna di sfrenata violenza politica, così largamente accettata da essere praticamente incontrastabile». Su Bbc Radio 4, Razia Iqbal ha intervistato Toni Morrison, la premio Nobel afro-americana: la Morrison si chiedeva come mai la gente fosse «così arrabbiata» con Barack Obama, che era «figo» e desiderava costruire «una forte economia e sanità». Aggiunge Pilger: «La Toni MorrisonMorrison era fiera di aver parlato al telefono con il suo eroe, che aveva letto uno dei suoi libri e l’aveva invitata alla sua inaugurazione».

Né lei né la sua intervistatrice, scrive Pilger, hanno menzionato le 7 guerre di Obama, compresa la sua campagna del terrore con i droni, nella quale sono state assassinate intere famiglie, i loro soccorritori e chi li piangeva. «Quello che sembrava importare era che una uomo di colore “che parlava in modo raffinato” fosse salito ai livelli massimi di potere». In “The Wretched of the Earth” (Gli abietti della Terra) Frantz Fanon scrisse che la «missione storica» dei colonizzati era di fungere da «cinghia di trasmissione» per coloro che governavano e opprimevano. «Ai nostri giorni – aggiunge Pilger – l’impiego delle differenze etniche nei sistemi di potere e propaganda occidentali è visto come essenziale. Obama ne è l’epitomo, sebbene il gabinetto di George W. Bush – la sua banda di guerrafondai – fosse il più multirazziale nella storia presidenziale». Ieri, mentre la città irachena di Mosul veniva presa dai jihadisti dell’Isis, Obama ha affermato: «Il popolo americano ha fatto investimenti e sacrifici enormi per dare agli iracheni l’opportunità di forgiare un destino migliore».

Quanto è “figa” questa bugia? E com’era “raffinato” il discorso di Obama all’accademia militare di West Point il 28 maggio sullo «stato del mondo», indirizzato a quanti «assumeranno la leadership americana» in tutto il pianeta. «Gli Stati Uniti – ha detto Obama – useranno la forza militare, unilateralmente se necessario, quando lo richiedono i nostri interessi cruciali. L’opinione internazionale ha importanza, ma l’America non chiederà mai il permesso». Ripudiando il diritto internazionale e i quelli delle nazioni, il presidente americano si presenta come una divinità basata sulla superpotenza della sua nazione. Inequivocabile: «E’ un messaggio famigliare di impunità imperiale». Evocando l’ascesa del fascismo negli anni ‘30, Obama ha aggiunto: «Credo nell’eccezionalismo americano con ogni fibra del mio essere». Lo rimbecca lo storico Norman Pollack: «A chi faceva il passo dell’oca sostituiamo l’apparentemente più innocua militarizzazione della cultura totale. E al posto del leader magniloquente abbiamo il riformatore Obamamancato, allegramente al lavoro, che pianifica ed esegue assassinii mentre sorride tutto il tempo».

A febbraio, gli Usa hanno montato uno dei loro golpe “colorati” in Ucraina, con la regia di Victoria Nuland, consigliera alla sicurezza nazionale di Obama, seguita dal vicepresidente Joe Biden e dal direttore della Cia John Brennan, giunti a Kiev per pilotare «le truppe d’assalto per il loro putsch», ovvero «fascisti ucraini». Così, «per la prima volta dal 1945, un partito neonazista apertamente antisemita controlla aree-chiave del potere statale in una capitale europea», senza che nessun leader occidentale abbia aperto bocca. «Dal collasso dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno circondato la Russia con basi militari, bombardieri nucleari e missili come parte del loro progetto di allargamento della Nato». Rinnegando una promessa fatta a Gorbaciov nel 1990, secondo cui la Nato non si sarebbe espansa «un centimetro ad est», di fatto la Nato ha occupato militarmente l’Europa orientale, costituendo – a partire dal Caucaso – «il più grande accumulo militare dalla seconda guerra mondiale». Nel mirino l’adesione di Kiev, e sullo sfondo due operazioni, “Tridente rapido”, con truppe americane e britanniche sul confine russo dell’Ucraina, e “Brezza di mare”, con navi da guerra statunitensi a distanza di avvistamento dai porti russi. «Immaginate la reazione se questi atti di provocazione, o intimidazione, venissero compiuti ai confini americani?».

Nel reclamare la russa Crimea, “regalata” all’Ucraina da Nikita Krushev nel 1954 – Mosca si è semplicemente difesa, come sempre: più del 90% della popolazione ha votato per tornare con la Russia, inoltre la Crimea è sede della flotta del Mar Nero, vitale per la marina russa. Putin ha spiazzato «i partiti guerrafondai a Washington e Kiev» esortando i russi di Ucraina ad abbandonare il separatismo? «In modo orwelliano, in Occidente ciò è stato invertito nella “minaccia russa”», e Hillary Clinton «ha paragonato Putin a Hitler». Altro problema: «Senza ironia, commentatori della destra tedesca hanno fatto altrettanto». Peggio ancora: «Nei media, i neonazisti ucraini vengono definiti eufemisticamente “nazionalisti” o “ultra-nazionalisti”». Quello che temono, continua Pilger, è che Putin stia abilmente cercando una soluzione diplomatica, che potrebbe avere successo. Il presidente russo ha chiesto al Parlamento di togliergli i poteri speciali di intervento in Ucraina? John KerryPuntuale l’ultimatum di John Kerry: la Russia doveva «agire entro le prossime ore, letteralmente» per far terminare la rivolta nell’est dell’Ucraina.

«Nonostante Kerry sia ampiamente riconosciuto come un pagliaccio – sostiene Pilger – il vero scopo di questi “avvertimenti” è di attribuire alla Russia lo stato di paria e di sopprimere le notizie sulla guerra del regime di Kiev al proprio popolo». Un terzo della popolazione dell’Ucraina è russofona e bilingue. «Da tempo desiderano una federazione democratica che rifletta la diversità etnica ucraina e sia autonoma e indipendente da Mosca. La maggior parte non è né “separatista” né “ribelle”, ma composta da cittadini che vogliono vivere in sicurezza nella loro patria». Il separatismo? «E’ una reazione agli attacchi della giunta di Kiev contro di loro, che hanno causato la fuga di 110.000 rifugiati (stima Onu) verso la Russia. Generalmente, donne e bambini traumatizzati. Come i bambini iracheni vittime dell’embargo, e le donne e ragazze “liberate” dell’Afghanistan, terrorizzate dai signori della guerra della Cia, queste popolazioni dell’Ucraina per i media occidentali non sono persone: la loro sofferenza e le atrocità commesse contro di loro vengono minimizzate o taciute».

I media mainstream occidentali non fanno percepire la dimensione della tragedia. L’ultimo libro di Phillip Knightley, “La prima vittima: il corrispondente di guerra come eroe, propagandista e creatore di miti”, ricorda la figura di Morgan Philips Price del “Manchester Guardian”, «l’unico reporter occidentale a restare in Russia durante la rivoluzione del 1917 e a riportare la verità di una disastrosa invasione degli alleati occidentali». Imparziale e coraggioso, Price «da solo disturbò quello che Knightley chiama un “oscuro silenzio” anti-russo in Occidente». I russi restano carne da macello: come i 41 manifestanti bruciati vivi a Odessa nella sede dei sindacati, mentre la polizia ucraina stava a guardare. Il leader di “Settore Destro”, Dmytro Yarosh, salutò il massacro come «un altro giorno luminoso nella nostra storia nazionale». Ma nei media americani e britannici, l’eccidio venne riportato come «una tragedia opaca», conseguenza di «scontri» tra Pilger«nazionalisti» (neonazisti) e «separatisti», cioè le persone che raccoglievano le firme per il referendum sull’Ucraina federale.

Il “New York Times” lo seppellì, liquidando come propaganda russa gli avvertimenti sulle politiche fasciste e antisemite dei nuovi agenti di Washington, mentre il “Wall Street Journal” condannò le vittime: “Mortale incendio ucraino probabilmente innescato dai ribelli, dice il governo”. E Obama si congratulò con la giunta golpista di Kiev – i carnefici – per la «moderazione» dimostrata. Il 28 giugno, il “Guardian” dedicò quasi una pagina alle dichiarazioni del “presidente” del regime di Kiev, l’oligarca Petro Poroshenko. «Di nuovo venne applicata la regola dell’inversione orwelliana». Non c’era alcun colpo di Stato, nessuna guerra contro la minoranza ucraina, la colpa di tutto era dei russi. «Vogliamo modernizzare il mio paese», disse Poroshenko. «Vogliamo introdurre libertà, democrazia e valori europei. A qualcuno questo non piace. A qualcuno non piaciamo per questo». Non una parola, dal reporter del “Guardian”, Luke Harding, sulla strage di Odessa, i bombardamenti sui quartieri, l’uccisione e il Leni Riefenstahlrapimento di giornalisti, l’incendio di un giornale di opposizione e la minaccia di Poroshenko di «liberare l’Ucraina dalla feccia e dai parassiti».

Il nemico sono i «ribelli», i «militanti», gli «insorti», i «terroristi» e gli agenti del Cremlino. «Ripensate ai fantasmi del Vietnam, del Cile, di Timor Est, dell’Africa meridionale, dell’Iraq: notate le stesse etichette», avverte Pilger. «La Palestina è la calamita di questo immutevole inganno. L’11 luglio, in seguito all’ultimo massacro israeliano a Gaza – 80 persone, compresi 6 bambini in una famiglia – equipaggiato dagli americani, un generale israeliano scrive sul “Guardian”, titolando: “Una necessaria dimostrazione di forza”». Negli anni ‘70 Pilger incontrò Leni Riefenstahl, l’autrice dei film di propaganda che glorificavano il nazismo: usando «in modo rivoluzionario» la cinepresa e le tecniche di illuminazione, la Riefenstahl aveva prodotto «una forma di documentario che aveva ipnotizzato i tedeschi». Un “trionfo della volontà” che ha presumibilmente agevolato il maleficio di Hitler. Domanda: come funziona la propaganda nelle società che si ritengono “superiori”? La replica: i «messaggi» nei suoi film non dipendevano da «ordini dall’alto», ma dal «vuoto sottomesso» della popolazione tedesca. Compresa la borghesia liberale e istruita?, Ma certo: «Chiunque, e naturalmente anche gli intellettuali».

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IL M5S E LA FINE DI UN’ETICA


In principio vi era Tangentopoli, la drammatica fine della I° Repubblica e la speranza di crearne una seconda più pulita e onesta, con un sistema istituzionale più funzionante ed incisivo nella vita di tutti i cittadini italiani. Poi ci fu l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica, e le speranze di cambiamento andarono a farsi fottere, sostituite da leggi ad personam, americanizzazione della politica, etichettature ad avversari politici e magistrati etc. Erano anche gli anni del centrosinistra, dell’Ulivo, dell’Unione, delle spaccature interne e dei governi che cadevano dopo poco tempo. E poi, il grande momento, l’occasione storica per eccellenza: le elezioni del febbraio 2013, che sembravano trasformare il governo Monti in una fase di transizione dalla seconda alla Terza Repubblica. Esito: crollo dei partiti tradizionali e boom del M5S, 101, Bersani che fallisce nella mediazione con Grillo e Governo Letta. Di nuovo: fine delle speranze di cambiamento. Fino ad arrivare ad oggi: Matteo Renzi attuale Presidente del Consiglio e 40% del PD alle Europee. Di treni ne abbiamo persi tanti, ma la cosa più grave è che abbiamo perduto qualcosa di più, un nostro modo di essere e di fare politica, di dialogare e non insultare, di vedere nell’avversario politico (appunto) un avversario e non un nemico, di vedere nella politica un campo ove si parla, si scambiano idee etc. e non un campo di guerra. In passato, dei delinquenti implicati in Mani Pulite non avrebbero mai avuto una seconda occasione per far danni 20 anni dopo, in occasione di Expo2015. Eppure sarebbe il male minore, perchè sarebbero sempre le stesse persone: non ci sarebbero, cioè, altri soggetti ex novo. In passato, un Giorgio Almiranteavrebbe potuto salutare il suo «nemico storico» Enrico Berlinguer nel suo ultimo viaggio; oggi, un grave problema di salute è l’unica occasione (quasi) per vedere un gesto di umanità da parte di un avversario nei confronti di un altro. Soprattutto, era più facile vedere politici competenti, sicuramente attaccati ai loro interessi in molti casi, ma in grado di saper misurare le parole ed il proprio pensiero. Oggi invece assistiamo ad una seria degenerazione di tutto ciò: i giudici “antropologicamente diversi”, gli italiani “coglioni” che votano a sinistra, il “tricolore” con cui ci si pulisce il c**o etc. sono ormai espressioni superate, figlie di un passato che ci stiamo lasciando alle spalle. Oggi si preferisce proporre il dialogo con i terroristi, magari elevandoli a soggetti del diritto internazionale (Alessandro Di Battista), tanto “sti cavoli” che decapitano persone, seppelliscono vivi uomini, donne e bambini… Oggi c’è il coraggio di supporre “una coincidenza” tra la decapitazione di un giornalista americano e i raid americani (Davide Bono), senza il minimo rispetto per l’orrore provato dalla famiglia… La cosa peggiore è che tutto ciò è frutto di chi, 1 anno fa, si era presentato come il nuovo, la Rivoluzione… Si fosse trattato di estrema destra, di Lega Nord, uno neanche si stupiva più… In Italia abbiamo pagato l’onestà ad un prezzo troppo caro: abbiamo ucciso l’etica in cambio di incompetenza. 

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/m5s-unetica/

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Siamo in deficit ecologico: le risorse rinnovabili sono finite.


Il 19 agosto è l’overshoot day: abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione fino a dicembre nel conto corrente del pianeta. Da domani sopravviveremo rubando aria, acqua, terra fertile alle generazioni future

di ANTONIO CIANCIULLO

Siamo in deficit ecologico: le risorse rinnovabili sono finiteROMA – Meno di otto mesi nell’arco di un anno. E’ questo il margine di utonomia del nostro sistema produttivo: il 19 agosto entra in rosso. E’ l’overshoot day. Vuol dire che abbiamo prelevato più di quanto avevamo a disposizione fino a dicembre nel conto corrente del pianeta. Dal 20 agosto andiamo avanti indebitandoci, sottraendo beni e servizi al futuro perché gli ecosistemi non sono più in grado di rigenerarli. Piante, aria pulita, suolo fertile: ci stiamo mangiando anno dopo anno la dotazione che abbiamo ricevuto da una storia evolutiva durata oltre 3 miliardi di anni.

Sono i calcoli del Global Footprint Network, il centro di ricerca che studia l’andamento dell’impronta ecologica dell’umanità, la capacità del pianeta di ricostituire le risorse e di assorbire i rifiuti, compresa la CO2. “Il problema del superamento della capacità rigenerativa sta diventando la sfida del ventunesimo secolo: è sia un problema ecologico che economico”, ha detto Mathis Wackernagel, presidente del Global Footprint Network. L’elemento più impressionante è l’accelerazione del trend negativo. Mentre negli ultimi anni si parla sempre più spesso di politiche ambientali, i numeri mostrano un quadro molto diverso. Nel 1961 l’umanità usava solo tre quarti della capacità della Terra di generare cibo, fibre, legname, risorse ittiche e di assorbire gli inquinanti. All’inizio degli anni Settanta l’impronta ecologica dell’umanità ha superato la capacità di produzione rinnovabile del pianeta. E da allora il deficit è andato crescendo.

Oggi, l’85% della popolazione mondiale vive in paesi che richiedono alla natura più di quanto i loro ecosistemi nazionali riescano a dare. E l’Italia è fra questi: consumiamo più di 4 volte le risorse disponibili sul nostro territorio.
Peggio di noi il Giappone, (7 volte di più), e gli Emirati arabi (12 volte di più). Calcolando non il livello di efficienza delle singole economie, ma il rapporto tra consumi e risorse disponibili all’interno di un singolo paese, il deficit degli Stati Uniti viaggerebbe attorno al valore 2. Ma se lo stile di vita americano venisse esportato a livello globale, cioè se oltre 7 miliardi di persone consumassero come lo statunitense medio, sarebbe una catastrofe.

Già oggi, secondo i calcoli del Global Footprint Network, ci sarebbe bisogno di 1.5 Terre per produrre le risorse rinnovabili necessarie per sostenere l’impronta ecologica dell’umanità. E, in base a una proiezione prudente, si arriverà a 3 pianeti prima della metà di questo secolo. “C’è bisogno non solo di un cambiamento tecnologico, ma anche di una svolta negli stili di vita”, osserva Roberto Brambilla, di Rete civica italiana. “Le aziende non possono più dirsi virtuose se si limitano a ridurre i propri consumi: devono mettere chi compra i loro prodotti in condizione di inquinare meno”.

© 19 agosto 2014
di ANTONIO CIANCIULLO

 http://www.repubblica.it/ambiente/2014/08/19/news/da_oggi_scatta_il_deficit_ecologico_le_risorse_rinnovabili_sono_finite-93688473/

non ritorno

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James Foley.


saviano aveva 40 anni, era di Boston e faceva il reporter freelance. Nel novembre 2012 era stato rapito in Siria, dove stava lavorando. Di lui non si è saputo più nulla fino a ieri, quando è riapparso in un video su Youtube (poi rimosso) postato dai suoi assassini, jihadisti sunniti che l’hanno ucciso decapitandolo e hanno intitolato il video della sua morte “Messaggio all’America”. Le scritte in arabo e in inglese che precedono le macabre immagini spiegano, infatti, che questa vuole essere la risposta a Barack Obama per i raid aerei contro l’Is, lo “Stato Islamico”, che sta avanzando nella conquista di vaste zone di Iraq e Siria cacciando o uccidendo tutti gli abitanti non musulmani che non accettano di convertirsi all’Islam: “Qualsiasi tuo tentativo, Obama, di negare le libertà e la sicurezza ai musulmani sotto il califfato islamico porterà alla carneficina della tua gente.”
Prima di essere barbaramente ucciso, Foley si rivolge ai suoi cari e a suo fratello John, militare dell’Aeronautica americana, accusando gli Stati Uniti di essere i veri responsabili della sua morte: “Io sono morto, John, il giorno in cui i tuoi colleghi hanno lanciato bombe su queste persone. Loro hanno firmato la mia condanna a morte.”
Nel video appare anche un altro giornalista americano, Steven Sotloff, corrispondente di Time rapito in Medio Oriente un anno fa: nelle immagini indossa la stessa tuta arancione da prigioniero che indossava Foley nel momento in cui è stato ucciso. Il messaggio è chiaro: se gli Stati Uniti non interromperanno i loro attacchi in Iraq, Sotloff farà la stessa fine.
Ancora sangue innocente. E ancora viene scelto come bersaglio chi racconta, perché raccontare è pericoloso più di qualsiasi tritolo.
Roberto Saviano.

https://www.facebook.com/RobertoSavianoFanpage?fref=ts

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Perché insistono sull’abolizione dell’art.18 ?


L’art. 18 della legge del 20 maggio 1970 ( denominata Statuto dei Diritti dei Lavoratori), recita: “ il Giudice con sentenza dichiara inefficace il licenziamento o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ed ordina al datore di lavoro di stabilimento che occupa più di 15 dipendenti di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro” . L’art. 18 sostiene anche che il Giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore pari alla retribuzione ed ai contributi assicurativi persi, dal giorno del licenziamento fino al suo reintegro. Il lavoratore ingiustamente licenziato e reintegrato, può richiedere il risarcimento pari a 15 mensilità rinunciando alla reintegrazione sul lavoro.

Ora i Contratti Nazionali di Lavoro, stabiliscono che tutti i lavoratori possono essere licenziati per le seguenti mancanze : insubordinazione ai superiori; sensibile danneggiamento colposo al materiale dello stabilimento; lavorazione senza permesso di lavori nell’azienda per conto proprio o conto terzi, anche di lieve entità; rissa nello stabilimento; abbandono del posto di lavoro; assenze ingiustificate prolungate oltre 4 giorni; condanna ad un a pena detentiva; recidiva nelle mancanza di più lieve entità; furto in azienda; fumare in azienda dove è espressamente vietato.

Oltre ai licenziamenti per mancanze disciplinari, in base alle leggi esistenti, i datori di lavoro possono licenziare per cause economiche a seguito di ristrutturazione aziendale, per mancanza di lavoro, motivi tecnici o organizzativi, riducendo il personale e mettendo in mobilità i lavoratori.

http://www.partito-lavoro.it/lavoro/71-perche-insistono-sullabolizione-dellart18

Come possiamo notare, è evidente che i CCNL e le leggi Italiane non impediscono a nessun datore di lavoro di licenziare se esiste un plausibile motivo ! Quindi perché (Confindustria e Governo) insistono per abolire l’art. 18? Di cosa stiamo parlando?

Occorre dire con chiarezza che stiamo parlando di abolire l’art. 18 per dare la possibilità ai datori di lavoro di licenziare il lavoratore/lavoratrice, discriminandoli !

Hanno intenzione di licenziare: il lavoratore che sciopera; la lavoratrice rimasta in stato di gravidanza; quello che non c’è la fa a seguire dei ritmi di lavoro impossibili; quello che si è ammalato; quello che manifesta idee politiche diverse da quelle volute dal datore di lavoro; quello che ha il coraggio di pretendere i dispositivi di sicurezza sugli impianti e dindividuali; quello che non accetta isoprusi del padrone che comanda: ” lavora 10 ore al giorno ed accetta l’aumento continuo dei carichi di lavoro o lì c’è il cancello e tenevai” etc… !

Allora è evidente che quando Monti e la Confindustria asseriscono che l’economia italiana potrebbe riprendere ed assumere più persone abolendo l’articolo18 mentono sapendo di mentire!

Quale economia può considerarsi competitiva sui mercati internazionali ? Quella fondata sulla eliminazione dei diritti basilari come lo sciopero, il diritto del lavoro in sicurezza, l’abolizione del diritto a non essere discriminati, l’abolizione del diritto ad avere un lavoro giustamente retribuito? Oppure una competitività fondata su investimenti qualitativi sugli impianti e sui prodotti, che punta anche alla formazione e valorizzazione dei propri dipendenti ?

E’ quindi evidente che la scelta della Confindustria (a partire da Marchionne) e quella del Governo Monti, come in precedenza quella del governo di Berlusconi, è quella di continuare a puntare ad uno sviluppo basso riducendo diritti, salari, pensioni, considerando erroneamente di mettersi così in competizione con Paesi (come la Germania) che, invece, gli investimenti innovativi li realizzano veramente . E’ quindi evidente che la scelta di abolire l’art. 18 ha una componente classista reazionaria, che se dovesse procedere imprimerebbe al nostro Paese un ritorno a un ben triste passato , senza più etica, diritti e democrazia !

Anche chi sostiene che oggi è necessario riequilibrare , togliendo un pò di diritti a chi ha un lavoro fisso per darne di più a chi è precario mistifica, mentendo in modo spudorato !

Come è possibile sostenere che i lavoratori che oggi prestano la loro opera con 46 forme di lavoro precario, possano ottenere un qualche miglioramento solo se contemporaneamente danno la possibilità ai datori di lavoro di essere licenziati sempre (abolendo l’art. 18), in modo discriminatorio e senza alcun valido motivo?

Ultima considerazione: non so se il Presidente della Repubblica quando sostiene che oggi in Italia ci sono troppe forze conservatrici, pensa a quelli che vogliono conservare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori così come è oggi … se è così, mi permetto di consigliare al Presidente della Repubblica di puntare ad innovare la società italiana, promuovendo l’allargamento dei diritti previsti dall’art. 18 anche ai lavoratori dipendenti dalle piccole aziende con meno di 15 addetti.

Scritto da Umberto Franchi
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Castelli di sabbia e futuri tecnici.


renzi
Crollano uno dopo l’altro, come castelli di sabbia calpestati dal piedone della realtà, i pilastri sui quali si fondava la luna di miele tra Renzi e l’elettorato del paese. E cosa più grave per il premier fiorentino, non crollano solo davanti agli occhi di una popolazione sempre più stremata, ma anche di fronte ai più grandi sponsor della sua elezione.

Eugenio Scalfari ha chiaramente fatto capire qualche settimana fa, come scrivevamo nello scorso editoriale, che senza ulteriori spinte sul processo di privatizzazione e svendita della ricchezza sociale ai grandi sostenitori del nuovo assetto di potere, il ruolo di Renzi potrebbe essere benissimo svolto da un pilota automatico; libero , quest’ultimo, dai lacci e lacciuoli che sotto la coltre di rottamatore ancora si fanno ben sentire sulla libertà di movimento di Renzi nel sistema politico nostrano.

Ma gli sciacalli non si sono fermati al fondatore di Repubblica: basti leggere l’intervista del bocconiano Tabellini al Fatto Quotidiano, in cui ancora una volta la ricetta per “riagganciare il treno della crescita” (ormai una frase-mantra) passa dall’abbattimento dei salari (“è meglio di una disoccupazione di massa”) e dalla riduzione delle tasse alle imprese. Insomma, un’ennesima operazione di scarico dei frutti della competizione globale sulle schiene dei cittadini, in pieno stile dei memorandum “tecnici” a firma Troika.

Peccato che la crescita dei consumi, come fa evidentemente intuire la vicenda degli 80 euro di Renzi, si basa anche sulla fiducia nel futuro. Un futuro percepito oggi come ulteriore instabilità lavorativa ed esistenziale, spingerà quegli 80 euro dritti dritti nel salvadanaio che nei centri commerciali; di fronte a questa situazione, soltanto l’ottusità e la malafede di chi vive in un mondo completamente lontano da quello reale può pensare di guarire dalla malattia tramite altre dolorose ferite.

D’altra parte, più recentemente, il commissario alla spending review Cottarelli ha rinfrancato la dose, asserendo che i tagli alla spesa non possono avere effetti perchè di fatto il governo li utilizza per fare altra spesa. Una tale gestione, presumiamo, non è certo dettata dalla volontà di Renzi di non infliggere altri salassi alla popolazione; bensì dal fatto che tali tagli affosserebbero la sostenibilità del sistema, facendo pagare al governo e alla legittimazione complessiva del PD il prezzo più alto.

Nel mirino infatti, non potrebbero esserci che pochi punti: la questione degli statali, il mondo della sanità e quello della previdenza sociale. Ma se quest’ultima ha il problema di essere un sistema davvero difficile da toccare, pena la sostenibilità di un sistema-paese ad età avanzata come il nostro, la seconda è un nodo di delicati equilibri politici ed interessi, mentre i primi sono la base sociale del governo, quella che ha ricevuto gli 80 euro, quella che più di tutte ha toccato i pochi benefici finora apportati dalle riforme del fiorentino.

Sembra che sia insomma davvero difficile per il governo spingere più in su l’asticella del taglieggiamento sociale, dato che la legittimazione con la quale si è insediato, già messa a dura prova dalla realtà, svanirebbe come d’incanto. E i poteri forti questo l’hanno capito eccome, iniziando a svincolarsi via via dai peana reiterati nella prima fase dell’esecutivo mentre il 2015, anno dell’esordio dei vincoli del fiscal compact, è sempre più vicino. Sale sempre di più la convinzione che anche il governo Renzi sia in realtà un governo a termine.

Nato con l’obiettivo di fare quelle due tre riforme costituzionali che approfondiscano la distanza tra le istituzioni e il paese reale; con la volontà di provare a riattivare i circuiti della speculazione e dell’arricchimento di pochi (decreto sblocca-Italia); nonchè per provare, tramite il Jobs Act, a rubare qualche centimentro in più a dei diritti sul lavoro sempre più svuotati di senso. Altro che una grande ondata di rinnovamento! Solo uno sparare 100 per ottenere 10, e preparare così la strada ad un ingresso dei tecnici in pompa magna sulle note di un unico tema: se neanche Renzi ce l’ha fatta..

Questo è anche uno scenario che apre spazi interessanti ai movimenti: dopo le elezioni europee, scrivevamo che il bipolarismo perfetto che si era creato, per quanto rafforzasse l’azione del governo, rendeva anche più chiari i termini della contrapposizione. Lo scontro sociale tra Partito di Sistema e non garantiti è stato ben chiaro ad esempio sul terreno della lotta per la casa, o in quello della logistica; sta a noi ora aumentarne l’intensità, mantenendo le posizioni guadagnate, aggredendo con rinnovato vigore il mondo della formazione, ma anche sperimentando forme di azione politica sul tema della fiscalità e in generale sull’utilizzo delle risorse pubbliche. La battaglia contro le conseguenze del fiscal compact, e contro i nuovi memorandum che sicuramente arriveranno dalle stanze dei poteri forti sovranazionali, dovranno trovarci pronti.

Maria Meleti – InfoAut

http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/12548-castelli-di-sabbia-e-futuri-tecnici

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FIGURACCIA BOSSI! HA DENUNCIATO SALVINI PERCHE’, NONOSTANTE LO STIPENDIO DA SENATORE DAL LONTANO 1987, PRETENDE DAL PARTITO LA “PAGHETTA!!! ROBA DA MATTI!


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Umberto Bossi denuncia Matteo Salvini. Proprio così, il Senatur che ha fondato la Lega Nord ha deciso di portare in tribunale l’attuale segretario del Carroccio. È quanto riporta il quotidiano la Repubblica. Il motivo della lite è pecuniario: Salvini avrebbe infatti negato a Bossi un vitalizio annuo di 400mila euro, venendo meno ai patti messi nero su bianco in una scrittura privata.

Ecco l’antefatto. Bossi da tempo percepisce dalla Lega un “vitalizio” di 900 mila euro -così si legge nella citazione di Bossi contro Salvini -per sostenere le sue spese mediche, e finanziare quelle del suo staff politico, il famoso “cerchio Leggi il resto

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L’estate dei precari è il pensiero ossessivo ai mesi che verranno.


precari
Ci risiamo. Non è né la prima e non sarà nemmeno l’ultima estate da precaria che si passerà lottando contro chi dovrebbe assicurare stabilità lavorativa e economica. Il miur, il governo attuale pare vogliano farci dannare beffandosi ancora del nostro futuro.
Da precaria alle prime armi, mi stupisce il fatto che il governo e il miur giochino con le vite altrui come fossero al bocciodromo. Innescando, talvolta, guerre assurde tra precari che vivono lo stesso problema: arrivare alla fine del mese in modo dignitoso.
Cosa che non succede quasi mai poiché gli accrediti degli stipendi non sono mai in regola. Però se hai un parente o un fratello che può “mollarti” due lire, sei salva. Allora sì che puoi rimettere i conti a posto e pagare le bollette arretrate. E perchè no, se ti avanzano soldi puoi anche comprarti quel golf che con i saldi pare ti sia regalato. Però, attenzione, le vacanze quelle no!! Non esistono più le ferie!

https://www.facebook.com/notes/mai-pi%C3%B9-disoccupati/lestate-dei-precari-%C3%A8-il-pensiero-ossessivo-ai-mesi-che-verranno/10151901566119567
Perché se fai la vacanza, sai che a settembre non avrai i soldi nemmeno per l’abbonamento ai mezzi pubblici. Allora preferisci cercare un camping vicino casa dove con poco speri di rilassarti non appena la massa sarà rientrata, sognando in segreto “il treno di notte per Lisbona”.
Insomma, la bell’estate da precaria non è più legata al concetto si spensieratezza o di divertimento come accadeva sino a qualche anno fa. E’ un continuo pensare ossessivo ai mesi che verranno, perché chissà se le scuole chiameranno te? Non si sa! Tocca affidarsi alla fortuna, sperando non sia cieca!
Annalisa Failla
29 luglio 2014

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Casta, operazione vacanze La lunga estate dei politici italiani


Matteo Renzi ha promesso di rimanere tutta l’estate a Palazzo Chigi, ma gli onorevoli hanno evitato l’incubo di restare ad agosto a Roma spuntando ventisei giorni di vacanza. Nei consigli regionali fanno meglio: quaranta giorni. Mentre la commissione di vigilanza Rai è da record: due mesi senza riunioni

casta
«Noto che il primo segnale di vita arriva sulle ferie. Io starò tutta l’estate a Palazzo Chigi». Era il 15 luglio e un brusio si era alzato tra i parlamentari democratici, in riunione a Montecitorio da Matteo Renzi, che annunciava con il solito piglio che il Parlamento sarebbe stato aperto tutta l’estate, causa decreti urgenti in scadenza.

Gli italiani rimangono a casa? E anche gli onorevoli non fanno vacanze. Mossa più mediatica che reale. Passate tre settimane, convertiti i decreti, ecco che il Parlamento chiude senza intoppi. Il mantra “poche ferie”, circolato con insistenza nei Palazzi, tra rassegnazione e annunci di ribellioni si è sciolto ai primi caldi di agosto. Il governo aveva pre-allertato i gruppi di maggioranza per garantire i lavori fino a venerdì 8 agosto e a partire da lunedì 25 agosto.

Così i giorni di ferie sarebbero stati diciasette, il minimo storico. Poi la richiesta di tenere aperto un cuscinetto di due giorni nella settimana di Ferragosto, fino al 12. «Deciderà la presidente Boldrini quando affrontare il problema», aveva detto il ministro Maria Elena Boschi. Soltanto l’idea di passare un giorno in più a Roma ha accelerato l’accordo tra tutti i gruppi parlamentari, dai riottosi di Sel fino alla Lega Nord. Le prenotazioni di voli e hotel già fatte sono sacrosante per tutti.

Camera chiusa con l’ultima seduta di giovedì 7 agosto e convocata per giovedì 4 settembre. Ventisei giorni di ferie garantiti. Anche gli uffici rimangano senza personale perché l’attività legislativa e di aula è ferma.
Calendario simile per il Senato: approvata la riforma dopo settimane di scontri, la paura del forzista Franco Cardiello («Ho il traghetto alle due, ce la farò a prenderlo?») ha avuto la meglio nel giorno che sanciva la fine del bicameralismo perfetto. Per i senatori il ritorno a Palazzo Madama è previsto per mercoledì 3 settembre.

CHE VACANZE IN REGIONE
Anche nei parlamentini regionali le ferie sono sacre. Tutto fermo ad agosto e appuntamento, con calma, a settembre. Tecnicamente è la «sospensione dei lavori», di cui gode ciascuna assemblea regionale. In pratica è una bella pausa di 45 giorni. I consiglieri regionali che lavorano di meno questa estate sono quelli di Bologna.

Dopo 15 anni, in Emilia Romagna si è chiusa (con le dimissioni) l’epoca del Governatore Vasco Errani. Le ultime leggi sono state approvaate il 23 luglio. Il consiglio sarà in carica solo per l’ordinaria amministrazione in vista delle elezioni di novembre. Per ritrovarsi con i pieni poteri solo a dicembre.

In Toscana l’aula resta ferma 40 giorni, dal 30 luglio al 9 settembre. Stesso meritato break per gli ottanta consiglieri lombardi. Dodici giorni in meno del 2011, quando, con il presidente Roberto Formigoni, i giorni di ferie toccarono quota 52. Le commissioni cominceranno poco prima, ma senza grande anticipo.

La Regione Puglia guidata dal governatore Nichi Vendola ha cambiato il regolamento del consiglio regionale a partire dal 2011. Prima di allora erano previsti 53 giorni di ferie. Ora sono ridotti a quaranta.

DUE MESI PER LA COMMISSIONE RAI
In via Mazzini l’estate è il momento di definire i programmi, i palinsesti e i contratti per la prossima stagione. Mesi caldi di trattative e riunioni che però non toccano la commissione di vigilanza Rai. A prendere di mira la decisione del presidente Roberto Fico è il deputato del Pd e segretario della stessa commissione Michele Anzaldi: «È inaccettabile che il presidente Fico continui a tenere chiusa la commissione di Vigilanza due mesi per ferie, alla luce delle importanti novità annunciate in questi giorni dal direttore Luigi Gubitosi sull’informazione del servizio pubblico. Fico si faccia promotore della ricerca di una finestra temporale compatibile con i lavori del Senato, per far presentare subito il piano news in commissione».

Anzaldi aveva chiesto via lettera una seduta ma il grillino Fico ha escluso convocazioni della commissione ad agosto. Mentre è in corso un ampio dibattito sulla riorganizzazione che la dirigenza Rai sta preparando per l’informazione del servizio pubblico (che tocca più di 1.500 giornalisti e centinaia di milioni di euro che derivano dal canone), la commissione di Vigilanza decide di rinviare tutto a settembre. Quando i giochi saranno forse chiusi.

PER LE DENUNCE RIPASSI
Nelle grandi città e nei piccoli centri tutti gli uffici rallentano i ritmi, riducono gli orari e con il turnover del personale si assicura il riposo a tutti i dipendenti. A Modena, però, sono andati oltre: un posto di polizia è andato in vacanza, con tanto di cartello di arrivederci. Serrande abbassate, portoni chiusi e nessuna informazione. Chi deve fare una denuncia nelle vicinanze del centro deve andare in Questura.

Per qualche settimana sono arrivati in supporto alcuni colleghi. Poi, anche per loro, è giunto il momento di andare in ferie. E allora fine delle denunce. Il posto di polizia del centro storico della città emiliana è composto da due responsabili, da due agenti di una volante e dai poliziotti di quartiere. Se mancano i capi, tutto si blocca.

La realtà quaotidiana è la cronica carenza di personale. «La situazione è grave – afferma il segretario del sindacato Sap Rocco Caccavella – e bisogna che anche a Modena avvenga ciò che è prassi nelle altre Questure. Cioè si effettua una rotazione di tutti gli uffici per sopperire al personale che prende le denunce tutto l’anno». Soluzione banale. Gli agenti scarseggiano e il lavoro è tanto. Ma la coperta è corta: meglio non accogliere più nessuno. Quando ci saranno nuovi arrivi allora si potrà tornare a lavorare a pieno regime. Intanto per la denuncia è meglio ripassare.
DI MICHELE SASSO
14 agosto 2014
: http://bitly.com/1ox1OyU

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Ma io faccio 
il tifo per il gufo.


gufo
L’immagine del gufo più volte usata dal primo ministro Renzi come simbolo della sfortuna, dell’auspicare il fallimento sembra aver avuto successo mediatico. Il gufo è un animale che ho sempre amato. Nascosto nei tronchi, invisibile tra le rovine, uccello di bosco e foreste, solitario, è diventato solo recentemente portatore di iella. Da sempre è invece simbolo di chiaroveggenza, visione. Ho visto persino un’associazione animalista intervenire per ristabilire la rispettabilità del gufo. Ma al di la delle ironie, se si ascrive al gufo il malessere del Paese, si rischia di riconoscergli la dote della previsione.

Io sono cresciuto in terra di tradizione contadina. Quando uccisero Antonio Bardellino il fondatore del clan dei Casalesi (che per molti non è mai morto visto che il cadavere non è mai stato trovato) alcuni contadini presero dei gufi e li crocifissero alle porte delle loro masserie. I poveri animali morirono soffrendo di stenti e paura, lanciando grida paurose. Questo era l’obiettivo dei contadini: spaventare le ombre con le loro urla. Ombre che la morte di Bardellino avrebbe portato sul territorio. Crocifiggere i gufi non servì, le urla non speventarono nessuno. E la mattanza arrivò.

Un paese dove nulla sembra possibile è un Paese infelice. E un Paese infelice genera odio verso tutto ciò che si realizza. Il meccanismo è semplice: se tutto va male, se il mio vicino fallisce, se sua moglie lo tradisce, se la città è colma di debiti, questo non mi genera spavento, non comprendo che l’altrui infelicità è la mia infelicità ma, al contrario, mi sento meno “sbagliato”. Se tutto è uno schifo non sono io in errore, io che non riesco nella vita, ma sono tutti così. Augurarsi manette per tutti, inchieste su ogni singolo politico, è la vendetta di un Paese cha ha visto le istituzioni inabissarsi nella corruzione, nel trasformismo, perdendo ogni autorevolezza.

Tutto questo genera ora un moto conservatore che valuta chiunque riesca ad ottenere qualcosa come sospetto. Se hai successo sei corrotto, se sei un politico sei corrotto, se vai in tv sei un venduto. Un meccanismo che serve a tenere a bada l’ansia che nasce dall’impossibilità di realizzarsi nelle più semplici e basiche delle cose: una casa, un lavoro, un’aspirazione. Tutto deve andar male perché in questo modo è la dimostrazione che avevamo ragione. Conosco questo sentimento.

La risposta a questo è l’azione, l’impegno, il ragionamento. Renzi però non può liquidare un disagio come fosse solo tifo negativo, una sorta di collettiva iattura. È vero che esiste un giornalismo che si nutre della ricerca dello scandalo, del cercare l’ombra perenne, ma in fondo è parte necessaria della democrazia. Il meccanismo mediatico si nutre da sempre della costruzione del personaggio per per poi distruggerlo, da Bill Clinton a Usain Bolt, capito il trucco svelato l’inganno.

In Italia non c’è nessun gufo che porta iella, c’è piuttosto un gufo che prevede che ad oggi gli sforzi fatti per uscire dal nostro pantano sono pochi, gli uomini messi ai vertici non in vera discontinuità con il passato. È vero che i problemi sono complicati, ma a dispetto della sbandierata velocità del premier, tutto è ancora molto lento. La macchina statale non è ripartita, i litigi sulle riforme sono troppi. E poi davvero porteranno un cambiamento? Il lavoro? Il mercato del lavoro le tasse non possono essere affrontati in un giro di giorni ed ore, lo sappiamo bene, ma il Paese è stressato dalla vicenda Senato, percepisce che non sarà una riforma così cruciale. E qui trasento già l’accusa di “benaltrismo”, quella per cui non si risolverà mai niente pensando sempre che il problema è “ben altro”. Ma non credo che si possa cambiare un clima chiedendo semplicemente di tifare per la speranza. L’ottimismo migliore è nutrito dalla possibilità di fare, e anche dall’onesta di dire che certi risultati non sono ottenibili. Renzi ha promesso molto ma alle parole non stanno seguendo i fatti e questo sta innescando un cortocircuito tra aspettative e realtà, deve capirlo. Che riformare il Paese sia impresa titanica ne sono consapevoli tutti. I problemi son così tanti e il consenso così necessario da mantenere che Renzi corre un grave rischio: invece di mutare il corso delle cose, gestisce il corso delle cose. Facendo piccoli, piccolissimi passi, rilevanti solo se paragonati al passato berlusconiano ma che non lo sono affatto se messi in relazione ai cambiamenti da fare. E questo un gufo, animale osservatore e solitario, l’avrebbe intuito subito.

Roberto Saviano.

14 agosto 2014©

http://espresso.repubblica.it/opinioni/l-antitaliano/2014/08/12/news/ma-io-faccio-il-tifo-per-il-gufo-1.176685

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Il ferragosto di un tempo non c’è più. Inutile illudersi


ROMA – Strano destino quello dell’Italia con il suo ferragosto anomalo e i suoi motivi, oggi banalmente inutili per festeggiarlo. Un tempo nell’ottavo secolo avanti Cristo questa giornata, voluta fermamente dall’imperatore Augusto, aveva il suo motivo di esistere. Era una tradizione che veniva da lontano, già allora e aveva la funzione di festeggiare la fine delle fatiche del lavoro, i raccolti della campagna e quindi l’abbondanza che la madre terra donava ai suoi abitanti.
Una sorta di fine dell’inizio che si ripeteva in un ciclo perpetuo giunto illeso, almeno come idea, fino ai giorni nostri. Se pensiamo quanto pregnante di significato fosse il 15 agosto nei tempi che furono, oggi potremmo addirittura cancellare la sua commemorazione, visti i tempi e la crisi economica che ha di fatto sbriciolato quel ciclo continuo. Insomma, non per essere pessimisti, ma oggi c’è ben poco da festeggiare.

Pensare che fino al 19mo secolo era usanza dei proprietari donare, il 15 agosto, una sorta di mancia ai braccianti per dare la possibilità a tutti di concedersi una breve pausa prima di rimboccarsi nuovamente le maniche.

Oggi, i numeri purtroppo parlano da soli. Gli studi sull’andamento economico del Paese non lasciano tanto spazio all’immaginazione e riportano un panorama del Paese che non promette nulla di buono per gli anni a venire. Per questo motivo anche il Ferragosto non è più quel giorno di svago e divertimento, e chi lo vuole far credere è un illuso che millanta per evitare di cedere alla realtà delle cose. In questi giorni lo stesso presidente del Consiglio ha cercato di iniettare nel Sud Italia un po’ di ottimismo, ma quando lo fa si capisce lontano un miglio che la realtà è ben distante dal suo elevato punto di vista. Il problema lavoro resta il numero uno e quando non c’è, si innesca uno scontro titanico contro un sistema che non regge più. Anche se non se ne parla più abbiamo ancora un elevato numero dei cosiddetti suicidi della crisi, diventati temi scomodi su cui sorvolare.

L’elevata disoccupazione che coinvolge i giovani, e i non più, crea aspettative che si vanificano come neve al sole. I salari sono così bassi che per fare i conti è sufficiente il vecchio pallottoliere, mentre il caro vita aumenta allo stesso ritmo dei debiti accumulati con l’Europa, a cui ogni singolo cittadino italiano dovrà, prima o poi, far fronte nei confronti delle banche private. Perfino un negoziante su due ha deciso di tenere aperto il proprio negozio, proprio il giorno di Ferragosto, perché di fronte ai debiti accumulati e all’incertezza del futuro tutto è possibile. D’altra parte in questa scala di valori, ormai saltata come un elastico rotto, in gioco entra l’unica difesa naturale, ovvero la dignità.

Non è un caso che Matteo Renzi abbia incontrato Mario Draghi per poi venirci a dire che l’Italia nonostante tutto non è messa male. ‘Balle’ direbbero gli analisti finanziari che da mesi segnalano il pericolo deflazione in Europa, assieme ai tecnici della Banca centrale Europea, che continua a fare gli interessi di un’istituzione privata e non pubblica, che pensa esclusivamente a salvaguardare i suoi soci. Lo sa benissimo Draghi che le riforme osannate dal governo non serviranno a nulla in questa crisi finanziaria speculativa, che con i suoi meccanismi perversi ha creato una crisi di liquidità epocale, riducendo profitti per le imprese che a loro volta hanno dovuto tagliare i costi aumentando la disoccupazione. Lo sanno bene che l’iper liberismo, per com’è stato concepito, in un mondo incontrollato di libero scambio, dove il capitale fa da padrone, ha addirittura amplificato ulteriormente la situazione economica, portando gli stessi paesi che lo hanno sposato ad una recessione disastrosa dalla quale non si uscirà più.

Insomma, siamo arrivati alla desertificazione assoluta delle alternative, basti pensare alle parole pronunciate dai vertici istituzionali che continuano a proporre ricette ad un male che non conosce cure, se non quelle di amputare le parti malate.

Invece, siamo probabilmente giunti al capolinea e non possiamo più ripartire con lo stesso treno. E questa volta dobbiamo non solo cambiare motrice, ma anche i vagoni sui cui salire e soprattutto dobbiamo sapere in quale direzione vogliamo andare.

La scala dei valori, denaro in primis, è crollato mettendo a repentaglio tutta una serie di certezze ormai radicate nel nostro modus vivendi. Ci siamo dentro un po’ tutti a questo sistema, chi più, rasentando superficialità e ignoranza, e chi meno, tentando di acquisire strumenti di comprensione e maggiore consapevolezza. Ora, però, è tempo di agire, è tempo soprattutto di aprire le coscienze e riflettere su ciò che abbiamo accumulato e su ciò che abbiamo inevitabilmente perduto. Sarà difficile ripercorrere lo stile di vita che finora abbiamo vissuto, o fare i ragionamenti che riflettono l’egoismo individuale e le opportunità esclusive solo per pochi eletti, perché così non può funzionare. E’ il film che stiamo vivendo sulla nostra pelle, diventato inevitabilmente incompatibile con tutto ciò che ci circonda. Anche e soprattutto con l’essere umano che dimostra il suo stato di insofferenza totale. E siamo solo all’inizio.
Alessandro Ambrosin
Fonte: Dazeba News
15 agosto 2014sandro

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Ecco il prezzo della finanza criminale.DI VINCENZO GIARDINA


Soffocati da corruzione ed evasione fiscale

Politici corrotti, affaristi, criminalità organizzata. Ma anche le multinazionali che eludono il fisco. Sono i colpevoli di una emorraggia che priva i paesi in via di sviluppo di 947 miliardi di dollari l’anno. Dieci volte la somma garantita dagli aiuti internazionali

Ecco il prezzo della finanza criminale
Per ogni dollaro di aiuto allo sviluppo, se ne portano via dieci evasione fiscale, corruzione e criminalità organizzata. Lo calcola un rapporto sui “trasferimenti illeciti di capitali” provenienti da 150 paesi “in via di sviluppo”. Una categoria eterogenea dove Niger, Somalia e Congo stanno accanto a Cina, Russia o Brasile. Tra i colpevoli ci sono politici corrotti e affaristi senza scrupoli, africani e asiatici, europei e nordamericani. Ma anche marchi globali, finiti sotto inchiesta come Apple, Starbucks, Amazon o Google negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. Aziende che dichiarano i profitti dove fa più comodo e non nei paesi dove svolgono le loro attività e dovrebbero pagare le tasse.

La geografia globale di questa emorragia che sottrae ai governi risorse essenziali per migliorare le condizioni di vita di milioni di persone è delineata nel rapporto 2013 di Global Financial Integrity, un centro studi con sede a Washington coordinato da ex ricercatori del Fondo monetario internazionale. Le stime sono fondate sulla rilevazione delle discrepanze nei dati sui flussi commerciali e i capitali in entrata e in uscita pubblicati dai singoli paesi. E descrivono una realtà impressionante.

Nel 2011, l’ultimo anno per il quale i dati sono disponibili, elusione fiscale delle multinazionali, illeciti di affaristi e politici o traffici di organizzazioni criminali hanno contribuito al trasferimento illegale di quasi 947 miliardi di dollari. Circa 115 in più rispetto al 2010 e addirittura 677 rispetto al 2002, quando sono cominciate le rilevazioni. “I flussi sono cresciuti in media del 10% l’anno – sottolinea Raymond Baker, presidente di Global Financial Integrity – ma tra il 2010 e il 2011 l’incremento è stato del 14%”.

Secondo gli autori del rapporto, “i trasferimenti illeciti costituiscono il problema più grave per i poveri del mondo e stanno aumentando a un ritmo terrificante”.

Un confronto aiuta a capire. Nel 2011 l’assistenza dei governi ricchi ai paesi in via di sviluppo è stata equivalente a 94 miliardi di dollari: meno di un decimo della somma di denaro che nell’arco dell’anno è stata sottratta a quegli stessi paesi attraverso operazioni illecite. Nel complesso, tra il 2002 e il 2011, il valore dei capitali trasferiti in modo illecito ha superato i 5900 miliardi di dollari. E si tratta di una stima per difetto. “Buona parte dei ricavi generati dal contrabbando di droga, dalla tratta di esseri umani e da altri tipi di attività criminali – evidenziano gli esperti – sfuggono alle statistiche perché le transazioni sono effettuate in contanti”.

In termini assoluti, nell’ultimo decennio il paese più penalizzato è stata la Cina. Dalla Repubblica popolare che fu di Mao Zedong se ne sono andati via di nascosto 1080 miliardi di dollari. Spesso passando per Hong Kong, paradiso fiscale asiatico; di sicuro compromettendo i risultati della lotta alla povertà in un paese dove, secondo le statistiche della Banca mondiale, 128 milioni di persone continuano a vivere con meno dell’equivalente di un dollaro e 80 centesimi al giorno. Al secondo posto, dietro la Cina, c’è la Russia. Un’altra potenza emergente (ed ex comunista), dove tra il 2002 e il 2011 oligarchi, mafie e funzionari governativi hanno esportato sottobanco 880 miliardi di dollari.

Ma se si considera il rapporto tra i trasferimenti illeciti e la ricchezza nazionale la classifica si rovescia. E la maglia nera finisce, amara ironia, al continente nero. A sud del Sahara con i flussi illegali se ne va il 5,7% del Prodotto interno lordo, mentre a livello globale la media è del 4%. La perdita di risorse è tale che, anche mettendo sul piatto aiuti, investimenti stranieri, importazioni ed esportazioni, l’Africa resta un creditore netto rispetto al resto del mondo. In altre parole, dà più di quanto non riceva.

“I quasi mille miliardi di dollari sottratti illegalmente ai paesi in via di sviluppo nel 2011 avrebbero potuto essere investiti localmente in attività imprenditoriali, sanità, istruzione o infrastrutture; sarebbero potuti servire a far uscire da una condizione di povertà milioni di persone”. Brian LeBlanc, ricercatore di Global Financial Integrity, la vede così. E con i suoi colleghi ricostruisce i percorsi e gli strumenti dell’illegalità, individua responsabili, avanza proposte. Uno dei problemi principali è la difficoltà a identificare i reali proprietari-beneficiari delle società di comodo. Poi ci sono il segreto sui conti bancari, i paradisi fiscali, le nuove tecniche di riciclaggio e l’assenza di dati paese per paese sulle vendite, i profitti e le tasse pagate dalle multinazionali.

Problemi, tutti, rispetto ai quali le responsabilità sono trasversali e condivise. Lo ha confermato, a dicembre, un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Nello studio si sottolinea che dei 34 paesi membri dell’organismo ben 27, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia compresi, “non rispettano” o “rispettano solo in parte” le raccomandazioni per la trasparenza degli assetti azionari delle società fissate dal gruppo d’azione finanziaria internazionale.

Nonostante gli impegni assunti in via di principio, insomma, i governanti del mondo ricco fanno poco per combattere gli abusi. “È vero che i dirigenti dei paesi in via di sviluppo hanno le proprie colpe – concorda LeBlanc – ma le condividono con i destinatari dei flussi illeciti: su tutti Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e paradisi fiscali offshore”.

Il problema è aggravato dai giganti del capitalismo globale, in grado di spostare con un clic centinaia di milioni di dollari da un paese all’altro. Secondo gli esperti di Global Financial Integrity, “le inchieste giudiziarie sulle pratiche di elusione di Apple, Starbucks, Amazon o Google hanno confermato che le multinazionali stanno utilizzando sistemi innovativi per trasferire i profitti dai paesi dove sono stati generati in paradisi fiscali dove non si produce nulla”.

Gli esempi sono tanti, le cifre a sei o nove zeri. Nel rapporto si cita il caso di Sabmiller, colosso della birra con sede a Rotterdam e sussidiarie sparse tra India, Ghana e Sudafrica. Triangolazioni con Olanda, Svizzera e Isole Mauritius priverebbero i governi di 33 milioni di dollari l’anno, una somma sufficiente per garantire il diritto allo studio di 250.000 bambini. Sospetti gravi pesano anche su Glencore, una multinazionale del rame con sede legale nell’isola di Jersey, paradiso fiscale della Manica dipendente dalla corona britannica. L’accusa è gonfiare i costi di produzione ed esportare a prezzi di saldo in Svizzera per nascondere i profitti e defraudare il fisco dello Zambia. Paese che avrebbe perso 124 milioni di dollari in un anno solo: più di quanto ricevuto da Londra sotto forma di aiuti allo sviluppo.

Sciogliere il nodo è difficile, forse impossibile. Ma tentare si deve. Le proposte sul tavolo sono diverse. Una delle più importanti, ma difficili da applicare, mira a costringere le multinazionali a dichiarare vendite, profitti e tasse pagate paese per paese. Allo studio ci sono anche interventi che consentano di svelare la proprietà effettiva di società di comodo, trust o fondazioni. Un primo passo lo ha compiuto proprio il primo ministro britannico, David Cameron, annunciando la creazione di un registro pubblico con informazioni sui reali beneficiari delle società con sede legale a Jersey, alle Cayman, alle Bermuda e negli altri paradisi d’oltremare.

Gli esperti di Global Financial Integrity chiedono però anche l’abolizione del segreto sui conti bancari e i depositi di titoli, perlomeno dietro richiesta ad hoc delle autorità. E si preparano a un’altra battaglia, sullo scambio delle informazioni di carattere fiscale. I paesi del G20 si sono impegnati a condividerle in modo automatico entro il 2015. Per questo hanno costituito un comitato composto dai loro rappresentanti che sta lavorando a un’apposita convenzione. Decisione incoraggiante, sottolinea Baker, “ma che per dare risultati soddisfacenti dovrebbe coinvolgere anche i paesi in via di sviluppo che del G20 non fanno parte”.
criminale
EVASIONE FISCALE CORRUZIONE PAESI IN VIA DI SVILUPPO
© L’Espresso.13 agosto 2014

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Con l’idealismo dei venti anni…


Greta Ramelli e Vanessa Marzullo (Fotogramma)“Con l’idealismo dei vent’anni”… In Italia pare quasi una colpa essere giovani. Eppure, nel 1918 fu la leva del 1899 a contribuire alla vittoria di Vittorio Veneto; ventenni furono coloro che sacrificarono la propria vita durante la resistenza contro il nazifascismo; sono coloro che, secondo Enrico Berlinguer, se ” (i giovani) si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e con gli oppressi, non c’è più scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”; sono coloro che con il progetto ERASMUS, che facendo esperienze in Europa stanno contribuendo giorno dopo giorno a costruire il più grande progetto di pace e integrazione della storia: gli Stati Uniti d’Europa; sono coloro che, con le parole di Roberto Vecchioni, “difendono un libro, un libro vero così belli a gridare nelle piazze perché stanno uccidendo il pensiero” (in pillole: la Costituzione, la nostra Carta fondamentale)… Non voglio essere l’artefice di un conflitto generazionale, perchè sono assolutamente convinto che l’Italia possa ripartire solo con il rispetto tra chi ha venti, trenta, quaranta, cinquant’anni etc. Parlare così cinicamente di due ragazze, che sicuramente non sono esenti da colpe (ma l’anagrafe non c’entra nulla), è veramente atroce per loro, per chi lo dice, per la famiglia che sta in angoscia giorno dopo giorno per la loro sorte, e per tutto il Paese Italia, che ormai da tempo ha perso di vista i propri figli e sa solo bollarli come idealisti, inesperti etc.

Chissà, se ad essere rapiti fossero stati due settantenni cosa si sarebbe detto: forse sarebbero stati colpevoli di andare in Siria ad una età troppo avanzata… Anzi no: a partire da una certa età si può tutto…

 

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/lidealismo-dei-ventanni/

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Un “calcio” al cambiamento


Un’altra occasione di cambiamento va a farsi benedire. Non ci è bastato il treno perso a febbraio 2013, quando le elezioni politiche delineavano un quadro politico incerto ma che, allo stesso tempo, dava la possibilità di rompere con il passato. No, noi italiani non siamo un popolo di “approfittatori”, non azzardatevi a chiamarci così. Dite quello che volete: siamo pizza, spaghetti, mandolini etc. etc., ma “approfittatori” proprio no; ci piace essere modesti. E così, ieri ci siamo giocati la carta del calcio, nello specifico l’elezione del nuovo Presidente della F.I.G.C. E’ passato il nome di Carlo Tavecchio, voluto dalla stragrande maggioranza dei piani alti dello sport nazionale per eccellenza. Poco importa che se ne sia uscito con espressioni del tipo «Optì Pogba è un mangiatore di banane»: è una persona esperta, e questo basta e avanza. L’alternativa sarebbe stata un «giovane ed inesperto» Demetrio Albertini. In Italia funziona così: se sei giovane ( a 40 anni poi…) ti bollano subito, neanche ti danno il tempo di sbagliare; se sei in età avanzata molti errori te li passano. Dunque, siccome bisogna rompere con il passato, mettere un freno agli scandali (vedi calcioscommesse), fare pulizia, eleggiamo Carlo Tavecchio (“condannato a 4 mesi di reclusione nel 1970 per falsità in titolo di credito continuata in concorso, a 2 mesi e 28 giorni di reclusione nel 1994 per evasione fiscale e dell’IVA, a 3 mesi di reclusione nel 1996 per omissione di versamento di ritenute previdenziali e assicurative, a 3 mesi di reclusione nel 1998 per omissione o falsità in denunce obbligatorie, a 3 mesi di reclusione nel 1998 per abuso d’ufficio per violazione delle norme anti-inquinamento, oltre a multe complessive per oltre 7 000 euro”). Bisogna combattere razzismo e xenofobia negli stadi? Nessun problema: eleggiamo Carlo Tavecchio. D’altronde capita a tutti di fare qualche gaffe in pubblico. Dite che avremmo dovuto nominare un’altra persona perchè FIFA e Commissione Europea ritengono necessario contrastare le derive razziali? Capirai, in Europa già ci impongono sacrifici e di rispettare il bilancio statale. Noi siamo furbi, non ci facciamo coglionare 2 volte. Quindi, nel calcio decidiamo noi: voi non volete Tavecchio? E noi lo eleggiamo. Sentimento di amor patrio, non c’è che dire. Certo, bisogna anche dire che il cambiamento bisogna pretenderlo, avere coraggio nel decidere. Tavecchio ha potuto beneficiare in qualche misura anche di quel documento (inutile a parer mio) con cui 9 squadre chiedevano il ritiro delle candidature per far subentrare un commissario. Una regola del tipo: o tutti o nessuno. Uno parla, fa gaffes, e di conseguenza ci deve rimettere anche l’altro: ragionamento che non porta da nessuna parte. Sarebbe stato più dignitoso presentare una terza candidatura: non sia mai che qualche effetto positivo lo avrebbe portato. Vabbè, tante parole ma alla fine il risultato non cambia: Carlo Tavecchio nuovo Presidente della F.I.G.C. #siamopropriofuoridalmondo

 

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/calcio-cambiamento/

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135 VOLTE GRAZIE


Dopo neanche 3 mesi dalla pubblicazione, l’e-book “Cos’è il Malpaese? Voci dell’Italia che (r)esiste” ha generato risultati al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Stando ai dati dell’editore (http://www.youcanprint.it ), l’opera è stata scaricata (dato aggiornato al 10 agosto 2014) 135 volte dai vari stores ove è possibile reperirla. Un risultato clamoroso, frutto del lavoro di 4 anni di vita del bloghttp://www.ilmalpaese.wordpress.com e che, parzialmente, è stato raccolto nell’ e-book. Non solo: è frutto della pubblicità online generata mediante il blog ed il passaparola. Insomma, in pillole: un grande risultato a costo 0. Certo, l’opera è scaricabile gratuitamente. Ciò però non significa che sia più facile “vendere”. “Cos’è Il Malpaese? Voci dell’Italia che (r)esiste” è una goccia in un oceano di opere digitali vendute a costo 0. Di queste, solo una piccola percentuale riesce ad ottenere una discreta visibilità: la nostra, fortunatamente, c’è riuscita.

Dunque, 135 volte grazie a chi ha deciso di scaricare l’e-book, a chi ci ha fatto pubblicità, a chi avrà intenzione di leggere queste 168 pagine in futuro.

Parlando per la mia (piccolissima) parte di contributo:

  • 135 significa che ora la vicenda della GoodYear di Cisterna è conoscibile più facilmente oltre i confini della Provincia di Latina e del Lazio;
  • 135 significa che ora la vicenda “Damasco 2, il caso Fondi” ha una cassa di risonanza che comincia a coinvolgere la penisola, nella speranza che resti un fatto isolato;
  • 135 significa cominciare a dare un calcio all’antipolitica e al razzismo (articoli su euro, Lampedusa e Cecile Kyenge);
  • 135 significa tanto, tantissimo…

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/135-grazie/