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Crollo dei voti in Emilia Romagna: disaffezione per la politica o chiaro messaggio ?


emilia romagna cartinaNelle elezioni regionali in Emilia – Romagna, il vincitore ( con grande distacco ) e’ sicuramente il partito dell’astensione. Tutti i partiti ( tranne la Lega che, pur perdendo oltre 50.000  avanza pericolosamente ), perdono decine di migliaia di voti. Ancor piu’ preoccupante di tutti e’ il fatto che in questa regione da sempre di sinistra, il PD perda oltre 700.000 voti rispetto alle precedenti elezioni. Qualcuno potrebbe pensare che negli ultimi anni l’astensionismo e’ cresciuto dappertutto e che se questo fenomeno di astensione dalle urne ha toccato anche la mia regione, non ci dovrebbe essere nulla di strano : da emiliano invece, credo invece che vada fatta una seria riflessione su queste votazioni. Perche’ vedete, qui non stiamo parlando di una regione qualsiasi ma della regione che da sempre e’ il traino non solo economico ma anche politico e sociale del Paese. Non lo dico per campanilismo ma guardando i fatti. Qui sono nate le prime corporazioni del lavoro e i sindacati. Qui sono nate le prime lotte per il lavoro e qui sono stati i primi operai uccisi dalla polizia. Qui, dove anche  il fascismo e’ nato e dove tanti uomini e donne Partigiani lo hanno sconfitto, anche se purtroppo non definitivamente. Nella nostra Regione, le cose funzionano se non egregiamente, almeno molto meglio che in tutte le altre. Certo non siamo una sorta di paradiso terrestre, i problemi li abbiamo anche noi. Anche qui abbiamo zone degradate e criminalita’, ma cerchiamo di porvi rimedio non facendo una sorta di caccia allo straniero ma creando comitati di cittadini che spingano con le loro civili proteste le amministrazioni ad intervenire, con piu’ forze dell’ ordine e creando riqualificazione urbana. Anche noi abbiamo il problema dei rom, ma invece di rinchiuderli in una sorta di ghetto, creiamo micro – aree per integrarli il piu’ possibile. Non sottovalutiamo il problema idro-geologico,  in quanto siamo una terra ricca di fiumi e torrenti e sappiamo bene che l’acqua puo’ essere tanto una ricchezza quanto una catastrofe se non ne curi il flusso. Qui abbiamo eccellenze sia negli ospedali come nelle scuole, a tutti i livelli, in quanto sappiamo che istruzione e sanita’ sono un diritto inalienabile per i cittadini. Questa partecipazione alla vita civica avviene anche con la politica. In prevalenza, l’ emiliano-romagnolo e’ attento a cio’ che avviene nel panorama politico, sia provinciale che nazionale. Il fatto che la maggioranza dei cittadini voti a sinistra, deriva dal fatto che le persone si riconoscono negli ideali e nelle idee di sinistra. Cosa e’ quindi accaduto ? A cosa e’ dovuta questa astensione mai registrata prima d’ ora ? Non e’ sicuramente una disaffezione alla politica ma una protesta verso i partiti e il loro modo di porsi all’ elettorato. In particolare nel PD, tanti iscritti non si riconoscono piu’ in questo modo di fare politica e si sentono sempre piu’ estranei alle decisioni prese e non piu’ partecipi come prima accadeva. Si e’ persa nel tempo, e in particolare negli ultimi mesi, quel processo di saldatura tra partito e iscritti, che si sentono sempre piu’ usati e sempre meno coinvolti.  Ora che abbiamo spiegato del perche’  di questo calo di partecipazione, analizziamone il contesto in cui questo non voto di protesta e’ avvenuto , ricordando che alle elezioni Europee di maggio hanno votato oltre il 70% degli aventi diritto.

vasco erraniCome tutti sapete, si votava solo in Emilia- Romagna e in Calabria, in quanto in queste due regioni il Presidente era dimissionario. Vasco Errani, dopo essere stato assolto in 1° grado di giudizio dall’ accusa di falso ideologico, e’ stato condannato il Appello e, da persona per bene qual’ e’, si e’ dimesso spontaneamente. Gia’ questa cosa e’ stata gestita in modo pasticciato. La condanna ad Errani, per chi non lo sapesse, credo che sia stata qualcosa al limite del fantozziano. Credo che sia uno dei pochi casi, se non forse l’unico, in cui una persona gia’ assolta porta personalmente agli inquirenti nuove prove e in base a queste viene condannato. Certamente questa condanna e’ stata un fulmine a ciel sereno ma dal partito ci si aspettava una levata di scudi verso Errani, persona capace e irreprensibile, che nel 2012, l’anno del terremoto in Emilia, non ha fatto mai mancare un giorno la sua presenza nelle zone colpite dal sisma. Si sarebbe dovuto sottolineare che e’ inammissibile paragonare il reato di falso ideologico contestato a Vasco Errani ( ancora da provare ) con quelli di chi invece e’ stato fatto dimettere forzatamente per tangenti e rapporti con la malavita organizzata ( cosa gia’ comprovata ). Si sarebbe anche dovuta preparare prima una squadra di persone che prendesse il posto della precedente e invece si e’ tergiversato, accantonando il problema. Ne e’ conseguita poi questa corsa alla poltrona che e’ stata davvero pietosa. Prima si sono fatti avanti personaggi quasi sconosciuti, come il Sindaco di Imola Manca o il Sindaco di Forli’ Balzani. Poi sono scesi in campo ( finalmente ) due pezzi da novanta, i due modenesi Stefani Bonaccini ( ex bersaniano ) e il renziano doc Matteo Ricchetti . Probabilmente quest’ ultimo sarebbe stato il Presidente della Regione, visto il supporto di forze che aveva : poi e’ arrivato lo scandalo delle Spese Pazze. Qui davvero abbiamo toccato il tafazzismo piu’ estremo. Perche’ vedete, la differenza tra un Bonaccini che si dimentica di rendicontare 2300 euro in un anno di spese per spostamenti, e’ alquanto diversa da chi mette nella lista spese matrimoni per la figlia o ristrutturazioni della propria villa. Ci si e’ lasciati massacrare dalla stampa nazionale e locale, senza mai dire una parola di chiarimento. Questa ombra di disonesta’ e’ quindi rimasta sospesa nell’ aria e gli elettori del PD, quelli che al Partito nulla chiedono e che tanto danno in termini di tempo e passione, persone oneste e per bene, non hanno digerito l’essere additati come complici di ladri. Quando poi Bonaccini ha chiarito la sua posizione mentre Ricchetti si e’ invece ritirato dalla corsa per candidarsi, li’ si e’ capito che non si trattava solo di accanimento giudiziario ma che qualcosa di poco pulito c’era davvero. Si sono quindi fatte le Primarie trai due contendenti rimasti in campo, Bonaccini e Balzani. Ora tralasciamo la questione  Primarie, che facciamo ormai per decidere qualsiasi cosa e che stanno perdendo del loro valore e si stanno inflazionando ogni giorno di piu’. Queste Primarie, falsate in quanto mancando il probabile vincitore (Ricchetti ) la scelta era scontata, visto la differenza di notorieta’ trai due, sono state un flop colossale . Per dare un’idea in termini numerici, riporto i dati del mio Comune , Formigine  (MO ). Mentre per le elezioni Europee la partecipazione e’ stata di oltre il 70%  su 28.000 aventi diritto, alle Primarie per la Regione hanno votato la bellezza di…..185 persone. Gia’ questo dato avrebbe dovuto far muovere il Partito, facendo una campagna di informazione a tutto campo, mentre invece si e’ rimasti inermi ad aspettare gli eventi, fiduciosi ingenuamente che gli elettori , almeno quelli storici, ci avrebbero dato ugualmente il loro sostegno. Non contenti, abbiamo anche proposto per la Regione nomi sconosciuti, guardando piu’ ad un discorso di territorio e di corrente, anziche’ puntare sulla competenza e soprattutto sulla notorieta’ dei nomi. Ecco quindi spiegato a grandi linee del perche’ una buona fetta di nostri elettori non ci ha votato. Non e’ stato una disaffezione verso la  politica quanto un non voto di protesta.

stefano bonaccini PD (presidente emilia)Appena eletto, Stefano Bonaccini ha gia’ dichiarato che fara’ un netto dimagrimento delle spese interne. Conoscendolo, sono sicuro che lo fara’ sicuramente, in quanto da buon emiliano sa’ perfettamente come stanno le cose e quali sono stati gli sbagli fatti. E’ altresi’ consapevole che, pur avendo il PD piu’ seggi in Regione della Giunta Errani, non e’ stato votato da nemmeno il 18% degli elettori. Questo non voto di protesta sono certo che sara’ per lui uno stimolo per lavorare bene, correttamente e limpidamente e sicuramente non dira’ mai che il problema dell’astensione, almeno qui in Emilia –Romagna, e’ un problema secondario !!

Gianluca Bellentani

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Così il governo tartassa i nostri risparmi.


maiale

Mettere le mani nelle tasche degli italiani passando DALLA porta di servizio del loro conto in banca.Matteo Renzi e il suo governo hanno scelto di celebrare così la “Giornata mondiale del risparmio”, che cade, come ogni anno, il 31 ottobre. C’è poco da festeggiare, in effetti.

Conti correnti e depositi vincolati, fondi d’investimento e gestioni patrimoniali, obbligazioni e dividendi. Con l’eccezione dei titoli di Stato e dei buoni postali, la legge di stabilità appena annunciata dall’esecutivo ha il suono sgradevole di una litania di nuove tasse per tutte le forme d’investimento. Nella storia repubblicana non si ricorda un’altra stangata di queste dimensioni al risparmio delle famiglie, se si esclude il prelievo sui depositi bancari varato nel 1992 dal governo di Giuliano Amato. Quella, però, fu un’operazione straordinaria, un intervento una tantum. Questa volta, invece, la manovra riscrive per intero la tassazione delle rendite finanziarie.

La tagliola finirà per colpire anche la previdenza, con una sorprendente inversione di marcia rispetto al passato. Ricordate gli inviti ad accantonare risorse in vista di un avvenire sempre più incerto? Niente da fare, adesso il governo vuole aumentare il prelievo fiscale anche sui fondi pensione. Perfino la rivalutazione del trattamento di fine rapporto(Tfr), cioè la parte di futura liquidazione che il lavoratore sceglie di lasciare in azienda, sarà tassata come mai prima d’ora.

I provvedimenti messi nero su bianco nella legge di stabilità rischiano di avere un primo, paradossale effetto sul piano psicologico. In una fase d’incertezza senza precedenti, tra recessione e disoccupazione, le nuove imposte vanno ad amplificare i timori per il futuro prossimo venturo, perché colpiscono il gruzzolo, grande o piccolo che sia, messo da parte dalle famiglie per fronteggiare gli imprevisti. E se aumenta l’insicurezza è difficile che gli italiani riprendano a spendere. Gli acquisti vengono rimandati in attesa di tempi migliori. Addio crescita economica, allora. Il motore del Pil non riparte e la recessione si trasforma in stagnazione, con il corollario del calo dei prezzi, cioè la deflazione. Tutto il contrario, insomma, di quanto va predicando il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che nello stimolo ai consumi vede l’antidoto migliore alla crisi.

«Bisogna spostare il peso del Fisco dal lavoro alle rendite». Questo il mantra dei renziani, che hanno sbandierato per mesi il taglio dell’Irap alle imprese annunciato dal governo e in buona parte rinviato a tempi migliori nell’ultima stesura della legge di stabilità. Il premier non ha perso tempo. La scorsa primavera, da poco insediato a Palazzo Chigi, Renzi aveva già provveduto a smantellare la riforma della tassazione del risparmio varata a fine 2011 dal governo di Mario Monti.

Allora la parola d’ordine era «semplificare». E così le aliquote, con l’eccezione di titoli di Stato e fondi pensione, furono unificate a quota 20 per CENTO . Non mancarono le correzioni al ribasso: l’imposta sui rendimenti dei conti correnti e dei depositi vincolati passò dal 27 al 20 per cento. Renzi invece ha di nuovo alzato l’asticella fino al 26 per cento. Con il risultato che, se la legge di stabilità verrà approvata nella versione attuale, alcune forme di risparmio, come i fondi d’investimento e le gestioni patrimoniali, subiranno un prelievo più che raddoppiato rispetto a due anni fa, quando andava al Fisco il 12,5 per cento dei proventi.

Stangata? Dipende dai punti di vista. Davide Serra, il finanziere grande sponsor e consigliere del presidente del Consiglio, in passato si è più volte espresso a favore di un giro di vite ancora più pesante sulle rendite finanziarie. «L’aliquota andrebbe portata dal 20 al 30-35 per cento», ha dichiarato l’anno scorso in un’intervista il gestore del fondo Algebris, con base a Londra. Il governo per ora si è fermato a mezza strada, a quota 26 per cento. L’obiettivo dichiarato è quello di rastrellare almeno 3,6 miliardi di entrate supplementari nel 2015. Questa almeno è la cifra che compare nei documenti presentati dall’esecutivo.

Costretto a trovare nuove fonti di gettito per finanziare voci di spesa supplementari come gli 80 EURO di sgravi Irpef, il ministro Padoan ha pensato bene di attingere a un serbatoio di risorse che la crisi ha fin qui intaccato solo marginalmente. Anzi, secondo lo studio più aggiornato della Banca d’Italia, a fine 2012 le attività finanziarie di proprietà delle famiglie italiane, pari a 3.670 miliardi di EURO , erano addirittura cresciute del 4,5 per cento rispetto all’anno precedente. Lo stesso non si può dire dei salari oppure dei profitti societari, che invece sono diminuiti per effetto del rallentamento dell’economia. Di conseguenza sono calati anche i proventi del prelievo fiscale su queste due categorie di redditi.

Va detto che negli ultimi anni la geografia del risparmio degli italiani è profondamente cambiata. I titoli di Stato, che offrono rendimenti ridotti ai minimi termini, ormai rappresentano poco meno del 5 per cento del PORTAFOGLIO complessivo delle famiglie, contro il 20 per cento di una ventina di anni fa. D’altra parte, i fondi d’investimento hanno visto crescere a gran velocità la raccolta. Nei primi nove mesi del 2014 le nuove sottoscrizioni hanno raggiunto i 97 miliardi, quasi il doppio rispetto ai 55 miliardi dell’anno precedente. Secondo i calcoli della società di ricerche Prometeia, da inizio 2012 al primo trimestre 2014 le famiglie italiane hanno riversato circa 95 miliardi su fondi, polizze assicurative e prodotti previdenziali, riducendo di oltre 100 miliardi le loro attività sotto forma di Bot, Cct e Btp.

Non basta. Il boom delle Borse, almeno fino a settembre, ha anche garantito guadagni importanti ai risparmiatori che hanno puntato sulle azioni, direttamente oppure tramite i fondi. Festeggiano gli investitori, ma anche il Fisco, perché le plusvalenze della compravendita di titoli si trasformeranno in un gettito supplementare per l’Erario. E con il rialzo dell’imposta dal 20 al 26 per cento previsto dalla legge di stabilità i proventi per le casse dello Stato saranno ancora maggiori. Tutto questo, ovviamente, a condizione che i mercati non si avvitino al ribasso e che la manovra proposta dal governo Renzi arrivi al traguardo dell’approvazione parlamentare senza perdere per strada il previsto aumento delle aliquote.

Molto più ridotto, invece, sarà l’incasso garantito dal prelievo sui rendimenti dei conti in banca. I tradizionali depositi ormai offrono interessi su base annuale di molto inferiori all’uno per cento. Secondo una simulazione della Cgia di Mestre (Associazione artigiani e piccole imprese) l’aumento d’imposta dal 20 al 26 per cento si dovrebbe tradurre in un aggravio pari nella media a 93 centesimi, per un conto di 12 mila euro. Briciole, rispetto alle nuove tasse sui ricchi proventi del TRADING azionario o di quote di fondi comuni.

Il vero salasso a carico dei risparmiatori è un altro. Si chiamaimposta di bollo, una sorta di mini patrimoniale sulle attività finanziarie. È stata introdotta nel 2012 sotto forma di un prelievo pari allo 0,1 per cento del valore di tutte le attività finanziarie (esclusi i conti correnti bancari) di proprietà di ogni singolo contribuente. L’aliquota è poi stata ritoccata due volte. Dapprima è salita allo 0,15 per cento (nel 2013) per poi raggiungere la soglia dello 0,2 per dall’inizio del 2014. Come dire che un portafoglio del valore di 50 mila euro subirà un prelievo di 100 euro, il doppio rispetto a due anni fa. A questa somma vanno poi aggiunte le tasse da pagare sui rendimenti o sui guadagni realizzati con la compravendita di prodotti finanziari.

Particolare importante: l’imposta di bollo e sulle rendite finanziarie non si applicano in modo proporzionale al reddito del contribuente o al valore del suo patrimonio. Chi possiede titoli per 10 mila euro, con rendimenti per poche decine di euro, è sottoposto ad aliquote identiche a chi amministra un portafoglio milionario di attività. All’estero non funziona così. In alcuni Paesi, come la Francia o la Spagna, l’imposizione è progressiva per scaglioni sulla base dei guadagni realizzati. In Gran Bretagna, invece, le rendite finanziarie vengono inserite nella dichiarazione annuale dei redditi, tassati secondo aliquote via via più alte al crescere delle entrate del contribuente.

Da tempo molti esperti segnalano che allinearsi a questi modelli stranieri porterebbe maggiore equità nel sistema italiano, che finisce per favorire i più ricchi. Ma per cambiare serve tempo e invece il governo ha una fretta terribile di far cassa. Tutto rinviato, allora. E più tasse per tutti.
03 novembre 2014

VITTORIO MALAGUTTI

http://espresso.repubblica.it/affari/2014/11/03/news/cosi-il-governo-tartassa-i-nostri-risparmi-1.186259

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Giustizia civile, l’Italia è la lumaca del mondo


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Spendiamo troppo e male per processi eterni
Per arrivare a una sentenza definitiva in Cassazione ci vogliono otto anni, mentre in Spagna e Francia ne occorrono poco più di due. E oltre al danno la beffa: siamo tra quelli che pagano di più per una causa

La giustizia civile italiana è malata, malata grave. E il sintomo più grave è un numero piccolo – otto – che confrontato con l’estero rende a colpo d’occhio la gravità del problema.

Poco meno di otto anni è la durata media di un processo civile. Lo sottolineano i dati raccolti dall’Ocse che, con pignoleria, arrivano a contare i singoli giorni: ce ne vogliono 2.866 per arrivare al giudizio finale, passando tra primo grado, appello e cassazione.

Un ritardo confermato anche dalle ricerche della Banca Mondiale, secondo cui peggio dell’Italia fa solo la Slovenia, mentre paesi vicini come Francia, Germania e Spagna corrono diverse volte più in fretta.

Nel momento in cui a un italiano arriva la sentenza di primo grado, a un francese basta aspettare due mesi in più per l’appello. Cinque mesi dopo uno spagnolo è tranquillo perché il processo è arrivato alla fine con la sentenza di Cassazione. A un italiano, invece, tocca aspettare ancora altri cinque anni e mezzo.

Di Giappone e Svizzera forse è meglio non parlare: lì le carte definitive escono fresche di stampa prima ancora che cittadini e imprese italiane vedano le prime sentenze.

Sparisce così non tanto la certezza del diritto, ma il diritto stesso. Ai tempi in cui rispondere a una mail dopo un giorno equivale a una settimana di tempo tradizionale, otto anni per risolvere un contenzioso giuridico valgono ere geologiche.

Dopo così tanto l’azienda con un contratto non rispettato può essere fallita, il costruttore disonesto sparito nel nulla, l’opportunità di creare imprese e occupazione – di cui c’è un bisogno disperato – resa più complicata dalla sfiducia in regole che siano davvero regole.

Processi lunghissimi fanno male a famiglie e imprese, e non soltanto per l’incertezza che creano. Vale davvero la pena fare causa quando la risposta arriva così tardi? Ma il problema è anche più semplice, tanto da produrre un’altra conseguenza indesiderata che si misura in euro.

Un procedimento che dura a lungo tende anche a essere anche più costoso – molto più costoso – e non solo in termini di risorse pubbliche. Anche per i privati la spesa lievita con tutte le conseguenze del caso: così la giustizia diventa di chi se la può permettere.

E in effetti i numeri confermano quest’impressione. Secondo i calcoli dell’Ocse l’Italia è fra i paesi in cui portare avanti un processo costa di più.

Il problema, dunque, esiste ed è innegabile. Ma come mai? La risposta più semplice è quella che si sente sempre, ogni volta che c’è qualcosa che non va: mancano le risorse.

Eppure dagli studi che confrontano la spesa in giustizia dei diversi paesi non emerge nessun legame particolare fra spesa e risultati. In nazioni che impiegano cifre simili non va affatto allo stesso modo.

Proprio l’Italia, rispetto al proprio Pil, devolve ai tribunali più o meno quanto Slovacchia, Repubblica Ceca e Svizzera: circa 300 milioni di euro l’anno. Lì, però, i processi civili durano rispettivamente quattro, cinque e otto volte meno.

La rapidità del paese elvetico nel risolvere le controversie legali, poi, equivale a quella del Giappone che fra tutti i paesi analizzati dall’Ocse è quello che spende meno (anche se, va ricordato, ha costi privati molto elevati).

Dunque a volte non è possibile lavorare perché mancano i soldi; altre invece lanciare denaro ai problemi non risolve nulla: è una questione di spendere meglio, non di più. E quando il motore è rotto altra benzina serve a poco.

Come affrontare la questione? Un report dell’Ocse sull’efficienza dei sistemi giudiziari sottolinea un fattore trascurato ma rilevante: la spesa per l’informatizzazione della giustizia tende ad accorciare la vita dei processi rendendo anche più produttivi i giudici.

Moduli digitali, portali web, registri informatici, nonché strumenti anche più sofisticati per la gestione elettronica e la consultazione dei fascicoli giudiziari. L’impatto, secondo lo studio, è però maggiore nei paesi in cui vi è già elevata alfabetizzazione informatica nella popolazione.

Qui l’Italia è in ritardo. Soltanto l’1,9% del budget pubblico finisce in questo tipo di investimento, mentre dove i processi durano meno (come in Danimarca) arriva anche al quadruplo.
DAVIDE MANCINO
25 novembre 2014

http://espresso.repubblica.it/attualita/2014/11/25/news/giustizia-civile-l-italia-e-la-lumaca-del-mondo-spendiamo-troppo-e-male-per-processi-eterni-1.189131?ref=fbpe

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IL DISPETTO


Molti di coloro che avevano votato 5 Stelle e che alle ultime elezioni regionali, in Emilia Romagna e in Calabria, non sono andati a votare convinti di fare un dispetto a Beppe Grillo, sappiano che invece hanno fatto un gran regalo a Renzi, e quindi un gran dispetto a se stessi.

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IL CROLLO DEL MURO… DEL RAZZISMO


(5° ed ultima parte)

LEGGI LE PUNTATE PRECEDENTI:

I° PARTE – II° PARTE – III° PARTEIV°PARTE

Eccoci alla fine di questo lungo percorso durato 5 puntate. Abbiamo cominciato evidenziando contraddizioni storiche nel nostro modo di pensare, per passare poi a smontare – passo dopo passo, parola dopo parola – ogni pensiero e luogo comune sugli immigrati. Non si tratta di schierarsi dalla parte degli uni o degli altri, bensì di dire le cose come stanno, che la radice dei nostri problemi sociali ed economici va ricercata in altri ambiti, ma non in quello dell’immigrazione (intesa come odio razziale a prescindere). Siamo il Paese dove la criminalità organizzata è forte, dove l’evasione fiscale è tra le più alte al mondo, dove la burocrazia comanda ed impedisce il progresso… Insomma, se si avesse un millesimo di quella cattiveria rivolta verso gli immigrati nelle questioni storiche della nostra penisola, il passo in avanti sarebbe notevole. Diceva Indro Montanelli:«Siamo tolleranti e civili, noi italiani, nei confronti di tutti i diversi. Neri, rossi, gialli. Specie quando si trovano lontano, a distanza telescopica da noi ». Rendiamoci conto che in un periodo storico come il nostro, ove la globalizzazione è in continua affermazione, pensare di poter vivere ognuno a casa propria (i cinesi in Cina, gli italiani in Italia etc.) è impossibile, perchè le persone vogliono viaggiare, cambiare stile di vita, lavorare al di fuori del proprio Paese natio, fuggire da massacri e persecuzioni… Cerchiamo di capire che l’integrazione è ricchezza per tutti e non solo per una parte, che se oggi molti vengono a cercare lavoro «a casa nostra» è perchè siamo stati artefici di un processo storico ove il colonialismo, lo sfruttamento, le guerre che (soprattutto) noi Europei abbiamo portato in quei Paesi hanno realizzato conseguenze disumane che, ancora oggi, fanno sentire tragici i loro effetti. Detto questo, andiamo a smontare gli ultimi luoghi comuni.

#CASEPOPOLARIPRIMAAGLIIMMIGRATI

Premesso il fatto che tutti hanno diritto di vivere in un alloggio dignitoso, è necessario dire le cose come stanno. Per smentire questo luogo comune, sintetizzeremo il seguente articolo: “Case popolari agli stranieri a scapito degli italiani, vero o falso?» (articolo integrale qui:http://blog.you-ng.it/2012/11/04/case-popolari-agli-stranieri-a-scapito-degli-italiani-vero-o-falso/ ):

  • «a vedersi assegnare un alloggio, sono più spesso gli italiani rispetto agli stranieri, con il rapporto di 1 a 5 per le famiglie italiane e 1 a 10 fra gli stranieri che ne fanno richiesta. Secondo le graduatorie infatti, le fasce privilegiate sono rappresentate dagli anziani, dagli invalidi e dai nuclei uni personali e monigenitoriali. Tra le maggiori problematiche riguardanti gli immigrati, una delle più importanti è sicuramente quella della mancanza di alloggi adatti alle famiglie numerose straniere che richiedono una casa popolare »;
  • «Ho cercato poi qualche graduatoria nei comuni e vedo che, per lo più,le case sono  assegnate agli italiani  rispetto che non agli stranieri o quanto meno non trovo nessun elenco illimitato di nomi arabi , ma al più riscontro alternanza. Basta cercare le graduatorie delle case popolari  dei singoli comuni semplicemente con google o qualsiasi altro browser ».

Forse qualche luogo comune lo abbiamo dimenticato, ma nel complesso il muro del razzismo lo abbiamo demolito. Se però avete altri «strani pensieri» da segnalare, c’è la bacheca dei commenti (saremo ben felici di rispondere a qualsiasi questione logica e non pregiudizievole ).

Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli.
MARTIN LUTHER KING

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/crollo-muro-razzismo/

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LA CADUTA DEL RAZZISMO… PASSO DOPO PASSO


Studiando storia contemporanea (a proposito: consiglio a tutti la lettura del libro Storia contemporanea – Il novecento di G.Sabbatucci eV.Vidotto) è inevitabile che – prima o poi – arrivi a leggere il periodo dellaGermania nazista. Senza entrare nello specifico (ormai sappiamo tutti cosa ha significato per tutti noi quel tragico pezzo di storia), mi limito a riprendere alcune righe che, paradossalmente, sembrano un po’ rispecchiare l’attualità. Teniamo in considerazione l’utopia nazista: costituire una comunità di popolo pura, composta da persone di razza ariana, considerata superiore a tutte le altre: «dalla comunità di popolo erano esclusi per definizione gli elementi antinazionali, i cittadini di origine straniera o di discendenza non ariana e soprattutto gli ebrei, investiti del ruolo di polo negativo, di capro espiatorio, di obiettivo predeterminato del malcontento popolare. Gli ebrei erano allora in Germania una ristretta minoranza: circa 500mila su una popolazione di oltre 60 milioni di abitanti. Ma […], pur non facendo parte della classe dirigente tradizionale, occupavano le zone medio – alte della scala sociale: erano commercianti, liberi professionisti, intellettuali ed artisti, parecchi avevano posizioni di prestigio nell’industria e nell’alta finanza. Nei confronti di questa minoranza attivamente inserita nella comunità nazionale, la propaganda nazista riuscì a risvegliare quei sentimenti di ostilità che erano largamente diffusi, soprattutto fra le classi popolari, nell’Europa Centro – Orientale». Di lì a poco: le leggi di Norimberga (1935) e la soluzione finale durante il secondo conflitto mondiale. Qualcosa in comune c’è (fortunatamente, si spera, il razzismo di stampo nazista non è più ripetibile) con oggi: gli immigrati in Italia sono una minoranza (basta leggere la 2° parte: Razzisti con le spalle al muro) ma si tende a percepirli quasi una “presenza cinese”, vengono visti come uno dei principali problemi socio – economici etc. Senza ripetere cose già dette in precedenza: stiamo attenti a dar adito a notizie “megafono” e utilizziamo maggiormente il lavoro del concetto: informarsi presso organi competenti e poi farsi un’idea, onde evitare di contribuire a conseguenze clamorose e negative. Detto questo, torniamo a «picconare»:

  • #FERMIAMOMARENOSTRUM

Ci ha già pensato il governo Renzi: dal 1° novembre 2014 Mare Nostrum è sostituita da Triton. Tale hashtag è stato comunque molto utilizzato durante il periodo in cui l’omonima operazione è stata attiva. Quali motivi hanno fatto si che, un’operazione umanitaria come Mare Nostrum spaccasse l’opinione pubblica tra chi era favorevole e chi contrario? Risposte scontate: sono un costo per lo Stato italiano, chi viene salvato è clandestino, illegale, porta malattie etc. etc. Insomma, le solite cose. Anche qui mettiamoci l’anima in pace e cerchiamo di capire. Per smontare tale luogo comune ci serviremo di un articolo che pubblicai il 1° novembre 2014, in occasione della fine dell’operazione (per chi volesse leggerlo integralmente:http://elnuevodia.altervista.org/addio-mare-nostrum-grazie/ ):

  1. Mare Nostrum campa sulle tasche degli italiani > FALSO: «Persone prima che numeri. Una delle critiche principali rivolte a Mare Nostrum è stato il costo dell’operazione: 9,5 milioni di euro al mese per un totale di 114 milioni di euro, presi dal bilancio della Marina Militare, senza toccare le tasche degli italiani (cavallo di battaglia di razzisti e nazionalisti facilmente smontato). Spesa eccessiva? Si poteva aggiungere qualche euro in più? Io preferisco chiuderla così: la vita umana non ha prezzo, è più preziosa di qualsiasi altra cosa. Oggi, se migliaia e migliaia di persone si ritrovano sul nostro suolo piuttosto che in fondo al mare, ciò lo si deve allo Stato italiano, alle organizzazioni umanitarie, a chi ha dedicato il suo impegno allo Stretto di Sicilia. Poi, possono anche cominciare i discorsi sugli immigrati «portatori di malattie gravi», «esempi di delinquenza» etc »;
  2. Sono troppi, l’Europa venga a darci una mano > Si, ok. Siamo d’accordo che serve un maggiore intervento dell’UE. Certo, è anche vero che ogni anno godiamo di stanziamenti europei volti a realizzare una politica di accoglienza nei confronti degli immigrati. Inoltre: «Mare Nostrum opera in sinergia con FRONTEX (istituzione dell’Unione Europea il cui scopo è il coordinamento del pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri degli Stati della UE e l’implementazione di accordi con i Paesi confinanti con l’Unione europea per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere) ed EUROSUR (nuovo sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri sotto egida dell’Unione Europea che prevede, principalmente, l’impiego di droni) »;
  3. Mare Nostrum aiuta l’illegalità > e derivati: “aiuta gli scafisti”, “salva delinquenti” etc. La verità: « Mare Nostrum: progetto nato il 18 ottobre 2013 per fronteggiare lo stato di emergenza umanitaria in corso nello Stretto di Sicilia, dovuto all’eccezionale afflusso di migranti. Ha una duplice missione: garantire la salvaguardia della vita in mare, assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano sul traffico illegale di migranti ». Conviene anche evidenziare l’aspetto più brutto – quello dei numeri – (non è bello affiancare espressioni come “vita umana” e “numeri”, almeno secondo me), ma importante per farci un’idea più solida: «558 interventi svolti, 100.250 le persone salvate. Sul fronte giudiziario, 728 sono stati gli scafisti arrestati e 8 le navi-madre sequestrate. Pesano quei 499 morti, i 1.446 presunti dispersi, e i 192 cadaveri da identificare» (fonte:http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/10/31/da-mare-nostrum-a-frontex-tutti-i-numeri_d05e9755-fc61-4a10-aab5-294ca930133c.html ). In poche parole, si è evitato che il Mediterraneo diventasse un cimitero di dimensioni abissali. Riguardo i delinquenti salvati: diamogli almeno il tempo di fargli fare un reato; fino a prova contraria, hai la fedina penale pulita. Semplice no?;
  4. Mare Nostrum favorisce le malattie come l’ebola > FALSO: premesso che chi è malato grave difficilmente arriva a destinazione, le persone vengono comunque accolte da personale sanitario e sottoposte a cure.
  5. Per smontare altri luoghi comuni: http://elnuevodia.altervista.org/addio-mare-nostrum-grazie/
  • #NOALLACLANDESTINITA’

La clandestinità è un reato, si dice. Molto spesso la clandestinità è una situazione temporanea: la persona interessata si presenta alla frontiera senza presentare le proprie generalità, ma poi regolarizza in un momento successivo la propria situazione. Si tratta di quelle situazioni in cui le persone fuggono dai loro Paesi di origine per cercare una vita migliore, per evitare persecuzioni etc. Comunque vi allego questo link, onde capirci di più:http://www.vistoturistico.it/zoom_news.asp?id=398 .

  • #GLIIMMIGRATICOSTANO #GLIITALIANINONHANNOLAVORO #GLIDIAMO40EUROALGIORNO

Si vocifera che lo Stato dia 40 euro al giorno agli immigrati. Il numero è (quasi) esatto; la destinazione un po’ meno. Conviene sintetizzare un interessante articolo diINTERNAZIONALE (per leggero integralmente:http://www.internazionale.it/notizie/2014/11/15/quanti-soldi-ricevono-davvero-i-rifugiati ):

  1. «Quaranta euro versati in media alle cooperative, meno di tre euro ai migranti. Il costo medio per l’accoglienza di un richiedente asilo o rifugiato è di 35 euro al giorno. Un importo non definito per decreto, ma calcolato in base alla valutazione dei costi di gestione dei centri»;
  2. «Questi soldi però, dai 35 ai 40 euro al giorno, non finiscono in tasca agli ospiti dei centri ma vengono dati alle cooperative, di cui i comuni si avvalgono per la gestione dell’accoglienza. E servono a coprire le spese per il vitto, l’alloggio, la pulizia dello stabile e la manutenzione. Una piccola quota copre anche i progetti di inserimento lavorativo.Della somma complessiva, solo 2,5 euro in media – il cosiddetto pocket money – è la cifra che viene data ai migranti per le piccole spese quotidiane (dalle ricariche telefoniche per chiamare i parenti, alle sigarette, alle piccole necessità come comprarsi una bottiglia d’acqua o un caffè)»;
  3. «I soldi per l’accoglienza vengono presi dal fondo ordinario che il ministero dell’interno ha a disposizione per l’immigrazione e l’asilo» (aggiungo: soldi stanziati dal governo italiano ma provenienti dall’Unione Europea:http://www1.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/temi/immigrazione/sottotema009.html).

Possiamo fermarci qui oggi. Mi scuso per i tanti links e per la lunghezza del post (e con chi, forse, dopo aver letto anche le puntate precedenti, comincia ad averne piene le scatole), ma su tematiche che interessano tutti noi è necessario sprecarvi tempo e pazienza. Oggi comunque abbiamo fatto un bel passo in avanti, il prossimo post sarà l’ultima parte, quella in cui il muro (finalmente) cadrà ;)

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/caduta-razzismo-passo-dopo-passo/

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Settimana europea per la riduzione dei rifiuti: iniziative in tutta Europa.


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Con circa 500 kg di rifiuti urbani all’anno prodotti in media dai cittadini europei, c’è ancora molto da fare per tenere sotto controllo gli sprechi. Mediamente il 50% dei rifiuti è riciclato, ma esistono grandi differenze tra gli Stati dell’Ue: molti paesi mandano in discarica oltre il 90% dei rifiuti urbani.

Per far fronte a questi numeri, all’insegna delle “3 R” del Ridurre, Riutilizzare e Riciclare, è stata pensata la Settimana europea per la riduzione dei rifiuti (SERR), che come tutti gli anni dal 2009 avrà luogo in novembre. L’iniziativa si propone di spingere i cittadini europei a cambiare le proprie abitudini e di stimolare il dibattito sui temi dell’efficienza delle risorse e dell’economia circolare. Il messaggio centrale della Settimana è che i consumatori e le famiglie possono incidere direttamente sulla riduzione dei rifiuti facendo la spesa in modo più responsabile, riutilizzando i prodotti quando possibile ed effettuando la raccolta differenziata.

La Settimana, che quest’anno avrà luogo dal 22 al 30 novembre, si è ingrandita negli anni per numero di paesi coinvolti e per quantità di azioni svolte- le azioni possono essere registrate da enti, organizzazioni, attività commerciali che vogliano mobilitarsi per la riduzione dei rifiuti. L’edizione del 2013, con 27 Paesi coinvolti e un totale di 12.682 azioni, ha raggiunto livelli di partecipazione da record. L’Italia con ben 5399 iniziative si è aggiudicata il primato del paese maggiormente coinvolto…

http://www.unimondo.org/Notizie/Settimana-europea-per-la-riduzione-dei-rifiuti-iniziative-in-tutta-Europa-148458

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RAZZISMO E ACQUA CALDA


I° PARTE > MANIFESTO DELL’ANTIRAZZISMO;

II° PARTE > RAZZISTI CON LE SPALLE AL MURO,

Nella prima e seconda parte ho evidenziato il ruolo di standardizzazione che le TV sono riuscite a realizzare tra le masse, favorendo un pensiero politico frutto non di studio accorto delle tematiche, bensì delle voci degli esponenti che più occupano l’etere. Non ho pensato però ad internet, al ruolo che social, testate giornalistiche online, spazi web produttori di bufale etc. sono riusciti a creare nel tempo. Prima di riprendere la demolizione di quel muro di mattoni e ignoranza sull’immigrazione, è necessario dunque spendere qualche parola anche sul web. Internet ha permesso nel tempo di aprire le porte dell’informazione e della comunicazione alla stragrande maggioranza delle persone del nostro pianeta. Ma ha favorito anche il fenomeno delle bufale, notizie inventate prive di fondamento, che però vengono spacciate per vere e rese virali sul web. Così, capiterà che un attore famoso muoia 5 o 6 volte nella sua vita, che 3 o 4 volte un rom di origine africana uccida un italiano usando come sicario un tunisino di origine cinese etc. Nella maggior parte dei casi, chi legge siti del genere (spesso privi di redazione e di tutti quei requisiti che permettono di riconoscere l’autenticità della testata) non si accerta della veridicità o meno dei fatti, ma la dà per scontata che sia attendibile. Ciò non va affatto bene per diversi motivi: 1) si inganna sé stessi; 2) nel tempo, a furia di leggere tali news, si crea nella nostra mente un pensiero fantoccio, frutto di falsità. Non dimentichiamoci poi di Facebook e Twitter. Concentriamoci solo sul secondo caso, in quanto lo ritengo più eloquente. Dunque, Twtter è per me un social network con molti vantaggi, soprattutto ti garantisce un aggiornamento costante di ciò che accade nel mondo. Ha però un difetto, se lo mescoliamo con la comunicazione politica: i 140 caratteri come limite per scrivere i post. E’ vero che i tempi sono cambiati ma, un conto è sentir parlare un Enrico Berlinguer, un conto è farsi un’idea leggendo due righe del proprio politico preferito. La sintesi estrema non permette di capire i pro ed i contro del pensiero (es.: “lo Stato finanzia gli immigrati, intanto gli alluvionati devono pagare le tasse” > non è un post di 140 caratteri, però nell’immediato non ci permette di pensare: è vero? Non è vero? Quale è la fonte? Etc. > cosa che invece andrebbe fatta). Insomma, internet è una comodità, ma come tutte le cose comode addormenta alcune parti di noi: in questo caso alcune sezioni dell’encefalo, che andrebbero invece tenute sveglie. Bene, torniamo all’opera di demolizione:

#GLIIMMIGRATIDELINQUONO

Mettiamola così: gli immigrati delinquono, dunque tutti gli italiani che risiedono all’estero sono criminali. Oppure diciamo anche: i francesi sono tutti snob, i tedeschi soffrono tutti di complesso d’accerchiamento, gli italiani sono tutti mafiosi. Siamo disposti ad accettare questi luoghi comuni? Io no, poi fate voi. Torniamo alla matematica e serviamoci, ancora una volta, del link di Tiscali (il cui contenuto tiene conto di quanto prodotto dall’UNAR): « Ldenunce contro gli italiani sono passate da 467.345 a 642.992 (con un aumento del 37,6 per cento), mentre quelle contro gli stranieri da 224.515 a 290.902 (con un aumento del 29,6 per cento).Il dato diventa ancora più significativo se lo si incrocia con l’andamento demografico dello stesso periodo 2004-1012. Infatti in questo arco di tempo la popolazione italiana è leggermente diminuita mentre il numero di stranieri presenti nel nostro territorio è passato da due milioni 210mila a quattro milioni 387mila. Il risultato è che a fronte di un aumento pari a circa il 100 per 100 del numero di stranieri, l’incremento delle denunce è stato inferiore al 30 per cento. A tutto questo va aggiunto un dato ulteriore: circa il 17 per cento delle denunce a carico degli stranieri si riferisce a un reato specifico del loro status, un reato, cioè, che gli italiani non posso compiere: la violazione della normativa sul soggiorno. In definitiva, se si effettua il confronto al netto di questa fattispecie, la media delle denunce a carico degli stranieri diminuisce ulteriormente» (fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ). In pillole: buoni e cattivi si trovano in tutti i gruppi della specie umana (la scoperta dell’acqua calda).

#GLIIMMIGRATIPORTANOMALATTIE

Ad esempio, abbiamo scoperto che gli immigrati portano l’ebola. Strano, perchè i casi che si sono registrati in Europa sono dovuti a persone europee che erano tornate dall’Africa dopo aver svolto una missione sanitaria contro il diffondersi del virus. Eppure questa voce qualche risultato lo ha prodotto: un danno di 10 milioni di euro nei confronti del Comune di Lampedusa. Cosa è successo? Semplicemente un genio ha deciso di fare un post su facebook, con il quale scriveva – a caratteri grandi e con immagini pronte a colpire l’emotività delle persone – che nell’isola era arrivata l’ebola. Così, in molti, appena hanno visto tale notizia, hanno deciso di disdire le loro prenotazioni turistiche ( a proposito di quanto scrivevo all’inizio di questo articolo). Per approfondire: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/10/ebola-bufala-su-casi-a-lampedusa-chiederemo-10-milioni-di-risarcimento/1087332/. A noi però piace la suggestiva immagine dell’immigrato sul barcone che, dopo tanta fatica e paura arriva stanco, denutrito e disidratato sulle nostre coste e, in un colpo solo porta: delinquenza e malattie. Stiamo tranquilli: un malato di ebola (o di altre gravi patologie) non può resistere un viaggio intero su un barcone, morirebbe molto prima. Inoltre, chi arriva sulle nostre coste è sottoposto, da personale specializzato, a cure mediche. E’ più facile che il contaggio avvenga tramite aerei di linea. P.S.: ci spaventiamo tanto per l’ebola, ma la fame che colpisce molte zone depresse nel mondo fa molti più morti.

Il muro comincia a perdere i primi veri pezzi. Nel prossimo articolo forse cadrà definitivamente. #Seeyousoon! 😉

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/razzismo-acqua-calda/

Pubblicato in: LAVORO

IO NON ASSUMO PERCHE’…


Se dessimo ascolto ai media sembrerebbe che in Italia l’altissimo tasso di disoccupazione sia dovuto all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori. Peccato che l’articolo 18 non riguarda le imprese sotto i 15 dipendenti ed è questo un particolare non da poco: il mondo dell’impresa in Italia è costituito in grandissima parte da piccole e medie imprese. Queste fanno molta fatica a stare sul mercato a causa della concorrenza (a mio avviso sleale) delle multinazionali, le quali, molto spesso, producono in Paesi dove il costo del lavoro è molto basso.
Il piccolo imprenditore italiano che produce in Italia è invece un eroe o un martire (dipende dai punti di vista) perché deve combattere contro queste multinazionali (e non solo, la concorrenza sleale non conosce limiti) subendo una pressione fiscale da usura, ha difficoltà ad accedere al credito, passa il tempo in mezzo alle scartoffie per via di una burocrazia complessa e lentissima, vede continuamente crescere i costi di produzione e mi fermo qui perché ci si potrebbe scrivere un libro.
Il Malpaese chiede a chi fa impresa: perché non assumi ? Raccontateci di cosa vi occupate, quali sono le difficoltà che incontrate ogni giorno nel mandare avanti la vostra attività. Diteci che cosa dovrebbe fare, concretamente, il governo per mettervi nella condizione di dare lavoro ai disoccupati.

Insomma, raccontateci la vostra storia commentando l’articolo.

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Pubblicato in: CRONACA

RAZZISTI CON LE SPALLE AL MURO


(2° parte)

(1° parte: MANIFESTO DELL’ANTIRAZZISMO)

Dunque, ci siamo lasciati dopo aver fatto una lunga copertina riguardo incomprensioni italiche che, in diversi modi, ci aiutano a comprendere che noi siamo un popolo che spesso ha cercato solidarietà all’estero (ma è restio a fare l’inverso), che ha nella sua storia e nella sua cultura elementi che dovrebbero favorire il processo di integrazione (invece si tende a dimenticare il nostro passato). Inoltre, abbiamo evidenziato come la politica per molti si è ridotta al mero voto periodico e a quanto passa la televisione, causando una standardizzazione dei propri pensieri. Ecco, conviene partire proprio da tale punto: gli effetti della comunicazione proveniente dai mezzi di informazione di massa. A partire dal 1994, anno della prima vittoria di Silvio Berlusconi, soprattutto la televisione è diventata un formidabile catalizzatore di voti, un mezzo che per vincere va assolutamente utilizzato. Ma, la politica è confronto, approfondimento, è arte del governare, è studio etc. E senza tali requisiti, forse occupare gli scranni delle istituzioni non conviene, se proprio si vuol bene alla collettività. Nell’ambito dell’immigrazione capita spesso che a parlare in tv sono politici che assolutamente nulla conoscono del fenomeno, facendolo passare per quello che non è. Sarebbe dunque più giusto far parlare gli esperti, coloro che, nel silenzio, sono a contatto tutti i giorni con la tematica interessata. Siate sinceri: quanti di voi hanno sentito parlare un rappresentate di un centro per rifugiati, un esponente dell’ UNAR (Unione Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) etc.? Ben pochi. Ecco, se ci si impegnasse di più ad informarsi presso gli organi competenti le cose andrebbero meglio per tutti. Detto questo, andiamo a smontare i tanti, troppi, tristi luoghi comuni sugli immigrati.

  • #FERMIAMOLINVASIONE

Nell’aria si percepisce una presenza di immigrati talmente elevata da poter dar vita ad una occupazione dello Stato italiano, ad una cacciata dei «nativi» da «casa loro». Stiamo tranquilli, stando al rapportoDossierImmigrazione2014 (Fonti: http://www.dossierimmigrazione.it/ /http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html / http://www.unar.it ), attualmente in Italia sono presenti 5 milioni 364 mila persone su un totale di 60 milioni circa di anime presenti nella penisola. Nel giro di un anno si sono registrati circa 178mila nuovi arrivi.

  • #RUBANOILLAVOROAGLIITALIANI

Innanzitutto, diciamo subito una cosa: chi viene in Italia lo fa non per rubare, bensì per cercare lavoro. Un po’ come fanno i nostri connazionali all’estero. C’è anche da dire che, in buona parte dei casi, gli immigrati decidono di aprire attività inerenti i loro costumi, le loro tradizioni, la cultura che si portano dietro etc. Dunque, ecco fiorire ristoranti indiani, egiziani etc. Ci sarebbe poi un lungo discorso sulle persone che sfruttano la manodopera straniera, riducendola anche in schiavitù giusto per fare un esempio: http://www.uil.it/immigrazione/NewsSX.asp?ID_News=3370 ). Passiamo ora ad alcuni numeri: nel 2013 i visti per motivi di lavoro sono stati 25683 per il lavoro subordinato e 1810 per quello autonomo. Mentre ben 76164 sono stati rilasciati per “ricongiungimento familiare”. In sostanza, gli stranieri che ultimamente entrano in modo regolare in Italia hanno già un nucleo familiare radicato nel nostro Paese. L’Italia è una meta sempre meno ambita. Anche perchè gli stranieri sono pagati meno (la loro retribuzione media è di 959 euro contro i 1313 dei lavoratori italiani), perdono con più facilità il lavoro ed hanno difficoltà a trovarlo. Benchè i lavoratori stranieri occupati siano circa due milioni e 400mila (il 10 per cento del totale degli occupati), il loro tasso di disoccupazione ha superato il 17 per cento, contro l’11 per cento degli italiani. (Fonte:http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ).

  • #RESPINGIAMOLI

Giustamente, quando c’è un’invasione, questa deve essere respinta. E’ da capire con quali armi e con quale esercito, visto che stiamo parlando di persone normalissime che, nella stragrande maggioranza dei casi, entrano con regolare documentazione e, solo in minima parte hanno la fedina penale sporca. Dunque, respingere persone che rispettano la legge sarebbe abbastanza contraddittorio. C’è però la questione dei barconi provenienti dalle coste africane: questa è la situazione accusata di “invasione”. Ora, se delle carrette scassate, che (purtroppo) spesso finiscono il loro viaggio prima di arrivare a destinazione, sono motivo di pericolo, tanto vale evitare di definirci orgogliosi italiani (vabbè che poi noi soffriamo della sindrome di Adua). Di nuovo, la matematica interviene in nostro aiuto: dal 2008 al 2013 il numero dei migranti respinti dall’Europa si è quasi dimezzato (da 634975 a 327255). E le frontiere dove si è registrata la maggior pressione non sono state quelle marittime (dove si è registrato il 2,2 per cento dei casi), ma quelle terrestri (84,3 per cento) e gli aeroporti (13,5 per cento) (fonte: http://notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/30/immigrati-meno-reati-di-italiani.html ). Altro sostegno ci viene dal diritto: “Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti.” (dlgs 286, art. 2, c. 1). Dunque: diritto alla vita e alla salute, del diritto di asilo, del diritto alla libertà di manifestazione del pensiero, alla protezione della maternità, della famiglia e dell’infanzia etc. Ci sarebbero poi articoli della nostra Costituzione, del Trattato di Lisbona e tanto altro, ma fermiamoci qui. Aggiungo solo un’altra cosa: la legge del mare impone alle persone in difficoltà di essere portate in salvo, non di abbandonarle in braccio alla morte.

Riprendiamo fiato, e diamoci appuntamento alla terza parte, che non tarderà a venire ;)

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/razzisti-spalle-muro/ 

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MANIFESTO DELL’ANTIRAZZISMO


Parte I°

Costruire una società migliore, basata sull’uguaglianza sostanziale (e non solo formale), sulla solidarietà tra le persone (concreta e non solo a parole), deve avere un punto di partenza imprescindibile: l’abbattimento dell’ignoranza di cui molte persone nutrono la loro pancia, facendo lievitare il consenso di politici la cui unica qualità è quella di saper urlare insulti od essere presenti in TV quasi come fosse casa loro. Si dirà che ciò è dovuto alla disperazione, alla fame, alla difficoltà di arrivare alla fine del mese etc. Evitiamo di non abusare di queste giustificazioni: non siamo la prima generazione che affronta questi problemi. Anzi, chi ci ha preceduto ha saputo molto spesso trasformare le sofferenze in benzina per le rivoluzioni, per conquistare diritti fondamentali (la nostra Repubblica è figlia delle macerie che il fascismo, molto gentilmente, ci ha lasciato) etc. Ma in passato c’era un senso di collettività molto più forte, la partecipazione politica non si riduceva al mero voto periodico per eleggere rappresentanti nelle istituzioni. Ora invece si tende a restare alla finestra, aspettare che passi sotto il primo problema e spendere quante più parole possibili per risolverlo (nella nostra testa però, non nella realtà). E poi, altra cruda realtà: la televisione, principale mezzo di comunicazione di massa, ha trasformato la società in un gruppo di persone il cui aspetto individuale è nettamente prevalente rispetto invece a quello di comunità. Peccato, perchè la TV inizialmente si era caratterizzata per un carattere educativo (il maestro Manzi, per chi ne può parlare, è un esempio eccezionale di ciò). Inoltre, ha standardizzato notevolmente le opinioni: basta che un politico furbo decida di monopolizzare l’etere ed ecco fatto che, nel giro di pochissimo tempo, ciò che dice diventa Vangelo. Poi, nessuno si preoccuperà di capire se tale Vangelo racconta verità o bugie (e quei pochi che lo fanno vengono subito emarginati). Così, ed eccoci arrivare al succo del post, gli immigrati diventano gli artefici dei nostri problemi socio – economici. Diventano una nuova Kasta che si ciba di soldi dei contribuenti pubblici senza far nulla (le famose storie dei 30, 40, 50… euro al giorno in hotel a 5 stelle etc.). Ok, se 25 anni fa i tedeschi si preoccuparono di abbattere il Muro di Berlino, a noi oggi spetta distruggerne uno più pericoloso: quello composto da mattoni di ignoranza e razzismo. A queste ultime due parole bisogna però aggiungerne un’altra: l’incoerenza del nostro popolo. Dunque, leggendo qualsiasi libro di storia si potrà comprendere che l’Italia è un Paese unito ed indipendente dal dominio straniero dal 17 marzo 1861, quindi da 153 anni. I valori risorgimentali della cacciata dello straniero, dell’indipendenza e, soprattutto dell’autodeterminazione dei popoli, in poco tempo sono evaporati, sostituiti da quelli prodotti dalla politica del colonialismo. Insomma, noi che più di tutti abbiamo sofferto l’occupazione straniera, decidiamo ad un certo punto di andare a colonizzare i Paesi africani, considerati inferiori rispetto all’Europa industriale e civile. In poche parole: non venite a casa nostra, però noi veniamo da voi anche senza permesso. Coerenza portami via. Certo, potrei anche ricordare esempi di superiorità italica clamorosi come Adua ma, lasciamo perdere, onde evitare di urtare le sensibilità patriottiche di qualcuno.

Prima ho utilizzato il termine Vangelo. Ovviamente, quando si dice tale parola, subito viene in mente la religione cattolica. Facendo una rapida ricerca, si comprenderà che l’Italia è un Paese con una netta prevalenza della religione cattolica (come potrebbe essere altrimenti, in quanto la Chiesa da sempre, nella nostra penisola, ha esercitato un’influenza notevolissima?). Il mio è un cattolicesimo molto flebile, ma da quel poco che ricordo, esistono comandamenti che dicono di amare il prossimo tuo come te stesso, parabole come quella del Buon Samaritano (di cui spesso si tende ad impersonare la parte del menfreghista e non di chi aiuta). Bene, sarebbe quindi utile raddrizzare le nostre contraddizioni storiche. Ora che ci penso, aggiungo un’altra notizia interessante. Nel lontano ‘500 in Francia si diffuse l’espressione machiavellico: era colui che si rendeva colpevole di diffondere nel Paese transalpino pratiche fino ad allora sconosciute, come la congiura, la truffa etc. Termine che ebbe origine in Niccolò Machiavelli e che fece degli italiani i principali bersagli di colpevolezza (d’altronde, in Francia, durante il ‘500 la Corte ebbe tra le sue fila alcuni nostri connazionali).

Abbiamo fatto una lunga premessa, un lungo lavoro di preparazione per realizzare l’abbattimento del muro. Adesso, immergendoci nella nostra attualità, provvederemo alle operazioni di distruzione dell’impianto, tappa dopo tappa, mattone dopo mattone.

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/manifesto-dellantirazzismo/

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DALLA BRETELLA CISTERNA – VALMONTONE AD HELSINKI (PASSANDO PER AMBURGO)


Seconda parte: ritorno in Italia e dissesto idrogeologico

(Puntata precedente > un salto ad Helsinki ed uno ad Amburgo )

Dunque, nella prima puntata abbiamo parlato di due città del Nord Europa (Helsinki ed Amburgo) che si stanno apprestando a realizzare una clamorosa rivoluzione: l’indipendenza dalle macchine. Dopo questo piccolo tour, facciamo ritorno a casa, rientriamo nel BelPaese. Ci torniamo con la consapevolezza che in qualche parte del mondo ci sono veramente dei pazzoidi che hanno accettato la sfida ambientale e climatica, non solo per salvaguardare il pianeta bensì per dar vita ad un modello di sviluppo più sostenibile, salubre e con maggiori risorse a livello economico. E’ roba degli ultimi venti anni, non di secoli fa. Ma abbiamo sviluppato anche la certezza che in Italia di strada ne dobbiamo ancora fare; anzi, forse abbiamo fatto dei passi indietro. Girando la penisola si scoprono realtà niente affatto idilliache: terreni agricoli trasformati forzatamente in aree industriali, località non bonificate dalle aziende che le hanno abbandonate, industrie inquinanti etc. Per carità, anche qui da noi ci sono modelli di sviluppo sostenibile, ma si tratta ancora di piccole realtà. Soprattutto, di questi tempi, è necessario evidenziare il problema del dissesto idrogeologico del Paese. A partire dal secondo dopoguerra, il boom economico ha favorito un processo di speculazione edilizia che, nella stragrande maggioranza dei casi guardava soltanto agli introiti e non all’ambiente (d’altronde, una coscienza ambientalista in Italia ha cominciato a maturare solo con le tragedie del Vajont, dell’alluvione di Firenze etc.; insomma, quando si sono verificati i primi veri disastri). Un modo di fare di cui oggi ne paghiamo tristemente le conseguenze. Si dia un’occhiata a queste due fotografie:

Una panoramica tragica, che dovrebbe impegnare le istituzioni ad una svolta clamorosa: bloccare per anni (o perlomeno rallentare notevolmente) la realizzazione di opere pubbliche e spendere le energie per il recupero idrogeologico del territorio italiano, onde evitare il ripetersi di fenomeni sempre più frequenti (es.: alluvione di Genova). Domanda: bloccare le opere pubbliche significa danneggiare lo sviluppo del Paese? Assolutamente no, perchè ci sono altre strade che si possono percorrere. Ne parleremo alla terza puntata 😉

Fonte: http://elnuevodia.altervista.org/dalla-bretella-cisterna-valmontone-ad-helsinki-passando-per-amburgo-2/

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LA LOGICA DEI CATTOLICI


La logica dei cattolici mi è sempre sfuggita, magari perchè non ne hanno mai avuta una. I cattolici infatti hanno pianto di gioia in massa per la proclamazione a santo di Wojtyla, il quale molti anni addietro aveva trattato a pesci in faccia l’arcivescovo Romero che, venuto a Roma per cercare di ottenere la solidarietà della cosiddetta santa sede alla sua opposizione contro la sanguinaria dittatura militare, appoggiata dagli USA, che martoriava il suo paese, trovò invece soltanto freddezza e disappunto nei suoi confronti da parte di Wojtyla, che lo invitò persino ad avere un atteggiamento più conciliante nei confronti dei militari, nonostante questi avessero assassinato un prelato della chiesa di Romero perchè schierato dalla parte dei contadini. Questa cattiva accoglienza di Roma ha praticamente condannato a morte anche lo stesso Romero. Infatti tornato nella sua povera patria, ossia El Salvador, senza l’accondiscendenza papale , in quanto il disinteresse della santa sede per la sorte di Romero trapelò ben presto anche nel Salvador, non molto tempo dopo morì anche lui assassinato dai militari. Benchè io non prenda mai le difese di nessun prete, tuttavia questo Oscar Romero, per quanto fosse anche lui uno spacciatore di menzogne come qualsiasi altro prete, quantomeno si era schierato dalla parte del popolo contro la dittatura, cosa che di solito i preti non fanno e che infatti non fece nemmeno Wojtyla che, per contro, tifava palesemente per i militari salvadoregni. La morte di Oscar Romero, assieme alla stretta di mano al criminale cileno Augusto Pinochet, fa parte del curriculum dei ” miracoli ” fatti da papa Wojtyla in vita che, evidentemente, gli sono valsi per farlo diventare santo. Ogni tanto è bene rinfrescare la memoria ai cattolici sulle valorose gesta dei loro amati santi, o beati che siano

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L’ARTE DEL RICICLARSI


Ma figuriamoci un po’: Giorgia Meloni adesso si scaglia contro Renzi sulla vicenda Thyssen-Terni, dicendo cose certamente giuste, ma ovvie e scontate e già dette da altri molto tempo prima di lei, come anche quella che ” Renzi è forte coi deboli e debole coi forti ” in riferimento al pestaggio della polizia ai danni degli operai delle acciaierie di Terni, che protestavano. Ma quando è stata lei ministro del governo di centrodestra, che avesse protestato con questa veemenza anche una sola volta per le porcate fatte da Berlusconi e soci, che non sono certo state inferiori a quelle che adesso sta facendo Renzi, oppure per i pestaggi degli studenti e degli operai da parte della polizia, che ci sono stati frequentemente anche allora! E’ soltanto un’opportunista della stessa pasta di Renzi che sta cercando di crearsi un po’ di notorietà, ma che non è mai stata, nè mai lo sarà, dalla parte dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli.

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Maurizio Landini, quel sindacalista che tanto piace


maurizio landiniSecondo un recente sondaggio, il personaggio pubblico che piu’ piace alla gente  e’ il Segretario della FIOM, Maurizio Landini. Certo i risultati dei sondaggi lasciano sempre il tempo che trovano pero’, visto che la platea degli intervistati e’ formata da persone di estrazione sociale e di orientamento politico differente,  e’ abbastanza sorprendente che un sindacalista dichiaratamente schierato a sinistra, venga votato anche da chi di sinistra non lo e’. Ancor piu’ sorprendente e’ che sorpassi nel gradimento quel Matteo Renzi che, pur essendo Segretario di un partito di centro-sinistra, abbia atteggiamenti e usi parole in puro stile berlusconiano. Cosa piace di Landini ? Sicuramente non il fisico, con quel corpo tozzo e un viso da contadino, con il naso a patata su cui poggiano occhiali fuori moda e quei capelli sempre spettinati. Certamente non il look sempre uguale, che varia dalla tuta rossa con la scritta FIOM  nei cortei , alla giacca fuori moda su una camicia sbottonata al collo negli studi televisivi . Anche il suo modo di parlare non e’ il massimo, con parole che paiono desuete come patrimoniale e lotta a favore delle classi piu’ deboli, usando sempre parole semplici, senza quei termini anglofoni che tanto piacciono ai governanti. Non e’ certo il massimo della pacatezza, visto che quando sente parlare di togliere tutele ai lavoratori scatta come una molla e urla tutta la sua rabbia. Cosa e’ quindi che attribuisce il primo posto in questo curioso sondaggio a Landini ? Personalmente, credo che ognuno di noi idealizzi interiormente un sorta di raffigurazione di un certo personaggio . Cosi’ come raffiguriamo il buono come un bello, il cattivo come un brutto o un camionista come un omone dalle braccia possenti, allo stesso modo nell’ immaginario generale la nostra raffigurazione di un Segretario di un Sindacato dei Metalmeccanici coincide con la figura e il modo di fare di Landini . Aggiungiamoci poi il fatto che Landini,  quando parla,  da’ sempre l’impressione di essere straconvinto di cio’ che sostiene ( e questo in un mondo politico in cui i cambi di casacca sono all’ordine del giorno ) ed  ecco quindi svelato del  perche’ di questo primo posto.

Qualcuno, visto il generale gradimento del personaggio e per il fatto che oggigiorno di grandi figure a sinistra non se ne vedano all’orizzonte, ha azzardato l’ ipotesi che Landini in un prossimo futuro fondi un suo partito, in cui raccogliere quella sinistra sempre divisa che ormai pare sempre piu’ latente nel panorama politico e una parte dei delusi del PD . Intervistato piu’ volte su questo argomento, il Segretario della FIOM ha piu’ volte ribadito di non avere alcuna intenzione di fondare o guidare partiti e che le sole cosa che gli interessano  sono il sindacato e  i lavoratori . Sono anch’io convinto della veridicita’ delle sue parole, ma siccome negli ultimi anni di ‘’ totali cambi di pensiero ‘’ ne abbiamo ormai visti tanti e un po’ ci abbiamo anche fatto l’abitudine, credo che vada spiegato il perche’ di questa scelta. Landini e’ perfettamente conscio sia della sua storia che delle sue capacita’. A differenza di altri sindacalisti, lui viene dal duro mondo della fabbrica e conosce perfettamente quali siano le reali difficolta’ dei lavoratori, in particolare dei metalmeccanici. Non ha alle spalle percorsi politici ne tantomeno persone di rilievo che lo abbiano indirizzato. Anche la sua scolarita’ non e’ certo il massimo e questo, piaccia o meno, rimane comunque un handicap. E’ comunque una persona per bene ma coi piedi ben piantati a terra. Non rischierebbe mai di ‘’sporcare ‘’ la sua figura di sindacalista tutto d’ un pezzo per entrare in politica, in quell’universo in cui, volenti o meno, certi accordi sottobanco sono fisiologici. Non accetterebbe mai che qualcuno, un domani, lo accusasse di aver usato il sindacato come vetrina per entrare in politica.  L’ essere ricordato come un sindacalista duro e puro, uno che antepone gli interessi dei lavoratori a qualunque altra cosa, e’ il massimo a cui una persona venuta dal basso come lui possa ambire : e probabilmente questa e’ la cosa che piu’ lo gratificherebbe !!

Gianluca Bellentani

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A PROPOSITO DI ECONOMIA NEOLIBERISTA


Basta vedere come è strutturata la società americana per capire il significato di “economia neoliberista”. Negli USA lo ” stato sociale ” non esiste o quasi. Infatti l’assistenza sanitaria pubblica, per esempio, nonostante i tentativi di Obama, non è mai decollata e rimane in gran parte nelle mani delle assicurazioni private. In alcuni stati dell’unione anche il sistema carcerario è in mani private. Il sistema giudiziario americano, benchè certamente più rapido e più funzionale del nostro, non garantisce però uguale tutela dei diritti a tutti i cittadini e varia da stato a stato. I cittadini meno abbienti che finiscono negli ingranaggi della giustizia spesso hanno molta difficoltà nel avere un’adeguata assistenza legale, anche se la costituzione americana prevede l’assistenza legale gratuita a tutti gli indiziati di un reato fermati dalla polizia e a tutti gli imputati in un processo, che non possono permettersi di pagare di tasca propria un avvocato difensore, ma, al lato pratico, da parte dello stesso giudice si possono avere delle sentenze di condanna a quindici o vent’anni di carcere per più furtarelli commessi nei supermercati e altresì una condanna agli arresti domiciliari o alla libertà vigilata per un reato ben più grave, a seconda di chi sia l’imputato e di chi sia il suo avvocato difensore, e cioè a seconda di quale classe sociale o di quale gruppo etnico faccia parte l’imputato e a seconda di quale importanza abbia il suo avvocato difensore : se sia particolarmente accreditato e ben remunerato e quindi molto motivato a difendere a spada tratta il suo cliente o se sia invece un avvocato d’ufficio sovraccarico di lavoro e assai mal pagato dalla contea o dallo stato. La discrezionalità personale del giudice nell’interpretare la legge e nell’emettere una sentenza, che in America è molto più determinante per la sorte dell’imputato di quanto non lo sia in Italia, unita, appunto, alla buona o alla cattiva assistenza legale che questo può permettersi, crea a volte una dissonanza talmente macroscopica nella valutazione da parte del giudice della rilevanza penale del reato commesso e nella la severità o nell’ indulgenza mostrata nella sentenza di condanna, che si può parlare senz’altro di giustizialismo di stampo medioevale. Al giudice americano peraltro può anche non importare un fico secco di essere considerato ingiusto, classista o razzista perchè, a meno che non intervenga nel merito la Corte Suprema, il suo operato è pressochè insindacabile. Il divario tra ricchi e poveri raggiunge un livello veramente allucinante per un paese così altamente industrializzato e che possiede la tecnologia più avanzata del mondo più o meno in tutti i campi, come gli USA, e i diritti contrattuali dei lavoratori dipendenti, specialmente se si tratta di operai delle industrie e dell’edilizia e di lavoratori agricoli, ma anche di operatori di call center, ecc… non sono poi molto diversi da quelli vigenti in paesi assai più poveri e meno evoluti, come ad esempio il Brasile o il Messico, anche se negli USA in media le retribuzioni salariali possono magari essere più elevate che in questi paesi. Il principio filosofico dominante nella cultura neoliberista è che meno soldi spende lo stato in servizi, anche essenziali, destinati al pubblico, meno tasse pagano i ricchi, i quali quei servizi possono permetterseli anche privatamente perchè loro hanno i soldi per pagarseli. Ma i ricchi costituiscono un’ esigua minoranza e infatti si riuniscono in oligarchie di potere per difendersi dal resto della popolazione, e si servono di politici a loro compiacenti e ai quali finanziano la campagna elettorale perchè, una volta eletti, promulghino quelle leggi che servono appunto a tutelare i loro interessi. Tra i paesi più industrializzati dell’occidente l’Italia è quello che gareggia, più di ogni altro, con gli USA, nel divario tra ricchi e poveri.

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DALLA BRETELLA CISTERNA – VALMONTONE AD HELSINKI (passando per Amburgo)


Inizia un lungo articolo dedicato all’ambiente, alle opere pubbliche, all’aria che respiriamo etc. Per tale ragione, comprendendo la difficoltà nel poter leggere, in un colpo solo, una sequenza infinita di dati, città, leggi etc., il post sarà presentato in più sottoarticoli, che verrano pubblicati nei prossimi giorni… Ergo, #restatesintonizzati. E buona lettura!

PRIMA PARTE: un salto a Helsinki e uno ad Amburgo

Partiamo da lontano, da molto lontano: l’Unione Europea. Allora, in questa terra così lontana nell’anno 2014 (si tenga ben presente il calendario gregoriano) i Paesi membri hanno raggiunto un accordo importante: entro il 2030 bisognerà tagliare del 40% le emissioni di gas serra. Per carità, nulla di definitivo, si tratta di un accordo preliminare in vista del vertice di Parigi del 2015 (momento in cui si scopriranno definitivamente le carte), ma è comunque un discreto punto di partenza. Ci sono poi alcune «clausole» volute da alcuni Stati che potrebbero ridimensionare l’accordo (es.: o anche le grandi potenze mondiali si impegnano con programmi concreti o non si farà nulla) però, cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno: un nuovo tentativo di realizzare una sfida ambientale e climatica si sta mettendo in atto. Poniamoci una domanda: come si fanno a ridurre i gas serra? Diamo la risposta più semplice possibile: non abbattendo alberi, anzi piantandone di nuovi (per la ovvia legge della fotosintesi clorofilliana); utilizzando macchine ecologiche (e, se proprio non abbiamo soldi in tasca per permettercene una, ricorriamo ai mezzi pubblici). Ci sono poi le energie pulite come il fotovoltaico, l’eolico etc. Insomma, risposte che sappiamo fin dalle elementari.

L’Unione Europea ha raggiunto quest’anno tale accordo. Ma, focalizzando la nostra attenzione scopriamo che alcune realtà del vecchio continente hanno già intrapreso da tempo una politica di sostenibilità raggiungendo un livello avanzato, tanto da potersi considerare modelli da seguire. In particolare, due città si sono imposte un obiettivo ambizioso, roba che in Italia oggi è pura e lontana utopia: diventare indipendenti dalle macchine. Spieghiamolo bene e, facciamo un salto a Helsinki ed Amburgo.

Amburgo

«Amburgo, in Germania, sta lavorando a un piano per eliminare la necessità di muoversi in automobile nel giro di soli 20 anni. L’obiettivo dell’amministrazione tedesca è rendere la città un luogo migliore in cui vivere: più sostenibile dal punto di vista ambientale e più “sana” per gli abitanti. E’ in fase di realizzazione un piano chiamato Grünes Netz (Rete Verde): si intende realizzare nuovi percorsi esclusivamente dedicati alle biciclette e ai pedoni collegati con quelli già esistenti e in grado di unire in modo sicuro le aree verdi presenti in città. I parchi, i giardini, i campi sportivi e tutti gli spazi di interesse pubblico saranno raggiungibili a piedi o in bicicletta da pendolari e turisti attraverso una rete che coprirà circa il 40 per cento delle attrazioni di Amburgo. Gli abitanti della seconda città più grande di Germania una volta erano completamente dipendente dalle automobili. Un cambiamento era dunque necessario per far fronte al riscaldamento globale che ha visto la temperatura in città aumentare di 9 gradi centigradi in 60 anni e il livello dei mari innalzarsi di 20 centimetri.Una città senz’auto permetterà di ridurre molto le emissioni di CO2 mentre la presenza di più alberi e spazi verdi servirà a mitigare gli effetti negativi di possibili inondazioni o eventi climatici estremi » (fonte:http://www.lifegate.it/persone/stile-di-vita/amburgo-senza-auto ). Per approfondire:http://www.hamburg.de/gruenes-netz.

Helsinki

«La capitale finlandese punterà ad eliminare le auto private entro dieci anni, grazie all’utilizzo di trasporti pubblici integrati e gestiti da un app.Entro il 2025, la città di Helsinki – capitale della Finlandia – potrebbe dire addio al trafficogenerato da automobili private, grazie ad un nuovo e rivoluzionario progetto battezzatoKutsuplus. Il sistema prevede una integrazione completa del trasporto pubblico, del bike sharing, dei treni e dei traghetti, in modo da rendere inutile e dispendioso il possesso e l’uso di un veicolo privato.Grazie all’utilizzo di un’apposita app sviluppata per smartphone e tablet sarà possibileprenotare dei minibus che risulteranno integrati con tutto il resto dei mezzi pubblici: in questo modo sarà possibile creare  una fitta e completa rete di interconnessioni legati alla mobilità, in grado di permettere rapidi ed efficaci spostamenti in qualsiasi direzione desiderata. Secondo gli esperti, entro 10 anni nessuno dei cittadini di Helsinki avrà più bisogno di un’auto privata per qualsiasi spostamento urbano. Per ottenere questo risultato, in realtà basterà semplicemente ottimizzare i trasporti pubblici della città nord europea, considerando che già oggi su 1,3 milioni di residenti nell’area metropolitana di Helsinki, ben800.000 persone dispongono di un abbonamento ai mezzi pubblici, nonostante il costo dell’ abbonamento risulti tra i più elevati in tutta Europa, anche se bisogna tener conto che il titolo di viaggio permette di usufruire di qualsiasi mezzo pubblico – come ad esempio treni, metropolitana e autobus (compreso l’utilizzo dei trasporti via traghetto, studiati per collegare la città con il resto dell’Europa) – senza bisogno di acquistare un altro biglietto» (Fonte:http://www.motori.it/ecoauto/19546/helsinki-dal-2025-sara-una-citta-senza-auto.html ).

Due realtà che stanno per realizzare una rivoluzione culturale e sostenibile di dimensioni gigantesche, figlie di un processo durato a lungo negli anni. Ormai nessuno può più negare il primato del fotovoltaico in Germania (nonostante le condizioni climatiche di partenza più sfavorevoli rispetto all’area mediterranea), la qualità dell’aria raggiunta nel Nord Europa (giusto per prendere un’altra città baltica: Tallinn è da anni la capitale con l’aria più pulita al mondo).

Ok, ora arriviamo a noi (appuntamento alla prossima “puntata” ;) )

FONTE: http://elnuevodia.altervista.org/dalla-bretella-cisterna-valmontone-ad-helsinki-passando-per-amburgo/

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CHI VORRESTE COME PROSSIMO CAPO DELLO STATO ?


L’attuale Presidente della Repubblica dovrebbe dimettersi a breve ed è già partito il totonomi. Non vogliamo proporvi in solito sondaggio ma vi chiediamo una risposta libera alla domanda: chi vorreste come Capo dello Stato e perchè.

Dite la vostra commentando il post in modo tale da creare una discussione tra i lettori.quirinale

Pubblicato in: CRONACA, magistratura, opinioni

Assolti: il fatto non sussiste


Cosa dire? Non sono un avvocato, né un’addetta ai lavori. Sono una cittadina aquilana, una dei tanti. Non conosco le regole della Giustizia, non conosco i cavilli legali. Posso aspettare di leggere le motivazioni della sentenza che ha assolto in appello gli scienziati della Commissione Grandi Rischi. Anche lì, potrò applicarmi per capire, ma resto solo una vittima, una delle settantamila. Una che ce l’ha fatta a salvare la vita. Una che avrebbe potuto morire, quella notte.

Non mi permetto di giudicare la sentenza, non ho le armi per farlo. Ma posso dire che, ancora una volta, la verità è stata sconfitta. Perché la verità è una ed una sola e nessuno meglio delle vittime può conoscerla.

La rassicurazione c’è stata e c’è stata in seguito ad una riunione frettolosa che voleva giungere solo a quella conclusione: le continue scosse scaricano, non c’è motivo di allarmarsi. Chi ha rassicurato, il capro espiatorio di tutta la vicenda, Bernardo De Bernardinis, funzionario della Protezione Civile, ha veicolato ciò che gli scienziati avevano detto, o ha inventato il tutto di sana pianta? Se ha inventato, o travisato, perché gli esimi scienziati non lo hanno smentito? Ma il fatto, per la Corte, non sussiste. Sono scienziati, non comunicatori. Lo ha deciso una Corte d’Appello, ribaltando la sentenza di condanna a sei anni, pur non essendo riuscita ad acquisire alcuna nuova prova, né elemento aggiuntivo a quanto già emerso in prima istanza. Per noi digiuni di Legge, quasi una sentenza già decisa, all’origine. Una sentenza che ristabilisce l’importanza dei forti, lo Stato, contro la nullità dei deboli, le vittime.

Mi domando come si sentano i parenti delle vittime, quelli che, sopravvissuti, recano il carico della responsabilità di aver tenuto in casa in loro congiunti, rassicurandoli, perché loro stessi si erano sentiti rassicurati. Mi domando come si possano sentire, loro, già così tanto provati dalla vita, nel sapere che nessuno è colpevole, fra quei luminari della scienza che, al termine di una riunione di venti minuti, frettolosa, superficiale, infruttuosa, hanno lasciato la nostra città, dimenticandola. Dimenticandoci.

So come ci sentiamo noi cittadini sopravvissuti: ancora carta straccia, ancora vittime, ancora soli.

Restano le parole di Guido Bertolaso, al telefono con Daniela Stati, restano come pietre : “…la cosa importante è che adesso De Bernardinis ti chiama per dirti dove volete fare la riunione. Io non vengo, ma vengono Zamberletti, Barberi, Boschi, quindi i luminari del terremoto d’Italia. Li faccio venire all’Aquila o da te o in prefettura, decidete voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? …. Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male. Hai capito?”

Parole non valutate dalla Corte, parole defalcate. Eppure dirimenti, chiare. Inesorabili.

Restano quelle 309 vittime. Nel nostro cuore come pietra, sulle loro coscienze. Possono non sentirle, sulle loro coscienze, gli scienziati, se riescono a non conservare umanità, ma ci sono.

Inesorabili.

Anna Pacifica Colasacco, aquilana. Terremotata
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Biodiversità, la nostra ricchezza.


ilmalpSulla Terra esiste una straordinaria varietà di specie ed ecosistemi. Nel rapporto Living Planet, il Wwf osserva lo stato di salute del Pianeta. Volete sapere come ce la passiamo? Purtroppo non bene. Ma non tutto è perduto, ognuno di noi può fare qualcosa, partendo da alcuni piccoli cambiamenti che possiamo introdurre nella nostra vita quotidiana…

“Niente esiste di per sé, ma solo in relazione alle altre forme di vita”, disse il grande naturalista e biologo Charles Darwin. Si potrebbe spiegare così, partendo da questa affermazione, il termine biodiversità: l’insieme di tutti gli organismi viventi, in tutte le loro forme, e di tutti gli ecosistemi che li ospitano.

Nel nostro Pianeta esiste una straordinaria e meravigliosa varietà di specie e di ecosistemi: insetti, mammiferi, pesci, anfibi, fiori, piante, foreste, deserti, oceani… Questa varietà è ciò che ci permette di vivere. Infatti, anche noi ne facciamo parte, e usiamo in ogni momento il tesoro che ci offre: acqua per bere, cibo per mangiare, energia per muoverci, materie prime per vestirci, costruire case, studiare. Conservare la biodiversità, e tutelarla, diventa dunque di fondamentale importanza se vogliamo continuare ad abitare sulla Terra.

Eppure il Wwf, una delle più grandi associazioni mondiali di protezione dell’ambiente e degli animali, ha lanciato di recente un allarme. Nel rapporto per il 2014 Living Planet, dal sottotitolo, Specie e spazi, gente e luoghi, si racconta infatti lo stato di salute del pianeta e l’analisi che è stata fatta può solo far rabbrividire: dal 1970 al 2010 le popolazioni di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili sono diminuite del 52%. In particolare, le specie di acqua dolce sono diminuite del 72%, in particolare nelle regioni tropicali dell’America Latina, quasi il doppio rispetto alla diminuzione, comunque tragica e allarmante, delle specie terrestri e marine (37%).

Le piante e gli animali scomparsi per sempre dal nostro Pianeta sono veramente tanti, troppi. E serve per forza un esame di coscienza, per capire gli errori che noi umani abbiamo fatto in questi ultimi decenni. Ad esempio, abbiamo contribuito al degrado degli habitat naturali, inquinando e costruendo fabbriche, case, strade. E abbiamo minacciato e fatto scomparire animali con una caccia incontrollata e soprattutto col bracconaggio.

Nel report del Wwf si calcola che, se ogni abitante del mondo avesse lo stile di vita di un cittadino europeo, servirebbero 2,6 pianeti. Senza rendercene conto, ogni giorno ciascuno di noi fa un uso sconsiderato delle risorse a disposizione, spreca energia, inquina attraverso gli scarti e i rifiuti, spesso non riciclati come si dovrebbe, e soprattutto sfrutta la natura per scopi alimentari mettendo a repentaglio la sopravvivenza di altre specie viventi, contribuendo dunque a impoverire la Terra.

Ma rassegnarsi è sbagliato, e bisogna cercare delle soluzioni. Che possibilità ci sono di riparare i danni fatti e permettere anche alle generazioni future di godere di un Pianeta ricco di vita, specie e bellezza?

Sicuramente, ognuno di noi può dare il proprio contributo. Partendo da alcuni piccoli cambiamenti che possiamo introdurre nella nostra vita quotidiana: sprecare meno acqua, non buttare via il cibo, muoverci il più possibile a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici… e convincere i nostri amici e i nostri familiari a fare altrettanto.

A livello nazionale e internazionale, il Wwf e le altre associazioni ambientaliste spingono per un aumento delle aree protette: luoghi in cui la salvaguardia dell’ambiente venga tutelata dall’uomo, per garantire la sopravvivenza di animali e piante, la diminuzione dell’inquinamento e una vita dignitosa in sintonia con la natura.

E così, in molte aree del mondo, sono stati avviati progetti di aiuto alle popolazioni locali. In modo che gli abitanti stessi imparino a proteggere il loro patrimonio, gli ecosistemi e gli animali e le piante che ci vivono. In questo modo ogni cittadino si rende responsabile e promotore della tutela dell’ambiente e della biodiversità, la nostra più grande ricchezza e la nostra bellezza.

Biodiversità, la nostra ricchezza

Silvia Allegri

Pubblicato in: CRONACA

LA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI.


l'aquilaLA LEGGE E’ UGUALE PER TUTTI, salvo i comuni cittadini
La giustizia è uguale per tutti, ma non per il popolo. La pronuncia è a nome del popolo Italiano ma,…. il popolo deve soccombere. Così è stato.
-Bertolaso non ha telefonato chiedendo di rassicurare i cittadini.
-La Commissione Grandi Rischi non si è mai riunita a fine marzo 2009.
-Infatti il Terremoto il 06/04/2009 a L’Aquila non c’è stato.
-I 309 morti è un’invenzione MEDIATICA.
MORALE LO STATO ASSOLVE S E M P R E LO STATO .

Giovanna Nicolella

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Quegli stupidi pesci dei centri sociali


La settimana scorsa, Lucia Borgonzoni, una candidata alle Regionali dell’ Emilia – Romagna per la Lega Nord, dopo aver dichiarato che ‘’ agli zingari devono essere tolti i figli per farli crescere in un ambiente piu’ adeguato ‘’, si reca in visita ad un campo nomadi di sinti, a Bologna, poco distante da dove furono uccisi anni fa alcuni zingari dalla banda della Uno Bianca. Appena arrivata, viene affrontata da due donne della comunita’ e una di esse la schiaffeggia sotto l’occhio di una cinepresa. La notizia, riportata a gran voce dal giornale La Padania, non ha un grande clamore mediatico. E’ chiarissimo che la Borgonzoni ha effettuato quella visita al solo scopo di creare tafferugli. Sarebbe come andare allo stadio nella curva degli ultra’ juventini e gridare a squarciagola ‘’ Gobbi di merda e ladri di scudetti ‘’ e sperare di non subire alcuna violenza. E’ un normale rapporto di causa – effetto e il commento piu’ comune e’ ‘’ Se l’e’ cercata ‘’. Il sabato successivo, il Segretario della Lega Nord Matteo Salvini decide anch’egli di compiere una visita ad uno di questi campi, sempre a Bologna ma in Via Erbosa, con lo stesso obiettivo della Borgonzoni : creare casino. Lo fa sapere scrivendolo sul suo profilo FB che ‘’ andra’ a far visita ad un campo rom a Bologna ‘’ ( anche il campo dove doveva recarsi Salvini e’ un campo si sinti e non di rom ma per il Segretario sono poi tutti ‘’ sengegn ‘’). La Questura e la Digos consigliano di passare da un’entrata secondaria, scortati da qualche pattuglia per non causare incidenti. Salvini, che invece quegli incidenti li va’ proprio cercando, compie un giro diverso da quello consigliato dalle forze dell’ordine. Arrivato davanti all’entrata principale del campo pero’, la vede presidiata da una trentina di ragazzi dei centri sociali. Capisce che e’ meglio non avvicinarsi e, visto che oramai il suo piano e’ andato in fumo, decide di parlare in una piazzetta qualche km piu’ avanti.

salvini-centri sociali 1 salvini-centri sociali 2La macchina pero’, viene intercettata da altri ragazzi dei centri sociali che la circondano e cominciano ad ammaccarla e ad urlare contro Salvini. L’ auto si ferma poi riparte, travolgendo due persone. Gli altri ragazzi cominciano quindi a tirare sassi e uno di questi rompe il vetro posteriore del mezzo. Sul posto vi e’ anche il giornalista Barbetti del Resto del Carlino  che, nella concitazione, viene pestato e finisce in ospedale. Quando i tg nazionali intervistano Salvini, eccolo parlare della ‘’ solita violenza dei rossi ‘’ e ‘’ dello scampatopericolo per essere sopravissuto alla violenza di una torma di teppisti di sinistra ‘’. Tutte le dichiarazioni fatte pero’, non possono nascondere la sua soddisfazione per aver raggiunto lo scopo prefissato : creare incidenti.

Cosa si potrebbe dire di questa triste vicenda ? Che la violenza deve sempre essere condannata, sia quella fisica che quella verbale, da qualunque parte essa venga e non vi sono scusanti per certi comportamenti. Quello che invece fa piu’ rabbia e’ notare quanto alto sia il grado di stupidita’ di una parte della sinistra , quella dei dei Centri Sociali. Persone che parlano di solidarieta’ e di rispetto per gli altri  e che, nonostante cio’, cadono come stupidi pesci nella rete di un povero pirla, senza mai pensare minimamente alle conseguenze dei loro gesti sconsiderati. Sarebbe bastato non attaccare l’auto di Salvini per far saltare tutto il suo piano:  cosi’ invece lo si e’ fatto quasi passare per un martire, quello che lui voleva. Sinceramente non so’ se provare piu’ rabbia per la stupidita’ di una certa sinistra o per la vista della faccia gongolante di Salvini !!!

                                                                                                     

Gianluca Bellentani

Pubblicato in: CRONACA

INSIEME PER GHONCHEH GRAVAMI – FIRMA L’APPELLO


Ghoncheh Ghavami© Archivio privatoGhoncheh Ghavami, 25 anni di nazionalità britannica e iraniana, ha iniziato un nuovo sciopero della fame per protestare contro la sua condanna. Il 2 novembre Ghoncheh Ghavami è stata condannata da un tribunale rivoluzionario per “propaganda contro il sistema”. È una prigioniera di coscienza e deve essere rilasciata immediatamente e senza condizioni.    Ghoncheh Ghavami, 25 anni, di nazionalità britannica e iraniana, è stata arrestata a giugno per aver preso parte a una protesta pacifica contro il divieto imposto alle donne di assistere a eventi sportivi in impianti pubblici insieme a uomini. La protesta aveva avuto luogo, il 20 giugno, fuori dallo stadio Azadi di Teheran, dove era in corso l’incontro della Volleyball World League tra Iran e Italia. Secondo gli attivisti e i giornalisti presenti, la polizia disperse la protesta con forza eccessiva e arrestò numerosi manifestanti, tra cui Ghavami. Dopo essere stata rilasciata, Ghoncheh Ghavami è stata arrestata di nuovo 10 giorno dopo, il 30 giugno, quando si è recata a Vozara, centro di detenzione di Teheran, per riprendere il suo telefono cellulare sequestratole durante il suo primo arresto. Lo stesso giorno, agenti in borghese sono andati con lei nella sua abitazione e hanno confiscato il suo computer portatile e libri e l’hanno successivamente portata alla sezione 2A del carcere di Evin, dove è stata tenuta in isolamento, senza accesso alla sua famiglia o l’avvocato per 41 giorni. Durante questo periodo, è stata interrogata a lungo, sottoposta a pressioni psicologiche e a minacce di morte e di essere trasferita alla prigione di Gharchak, dove scontano la pena in condizioni estremamente dure gli autori di gravi crimini, e dalla quale non sarebbe uscita viva. Successivamente è stata trasferita in una cella comune con un’ altra detenuta. Il 16 settembre le autorità avevano informato la famiglia che non potevano più visitare regolarmente Ghoncheh Ghavami, probabilmente come rappresaglia per le interviste rilasciate ai media stranieri. Hanno potuto rivederla solo il 4 ottobre, dopo una lettera del giudice incaricato del suo caso al Tribunale rivoluzionario, che consentiva una visita della sua famiglia. Il 20 settembre, la famiglia è stata informata che l’Ufficio del procuratore di Teheran aveva assegnato il caso al Tribunale rivoluzionario, trattandosi di “diffusione di propaganda contro il sistema”. Amnesty International ritiene che l’accusa contro Ghoncheh Ghavami non costituisca un reato penale riconosciuto a livello internazionale e che sia in carcere solo per le sue attività pacifiche per porre fine alla discriminazione contro le donne.
Informazioni aggiuntive L’Iran ha imposto alle donne il divieto di assistere a partite di calcio negli stadi dopo l’istituzione della Repubblica islamica dell’Iran nel 1979. Nel 2012, il dipartimento per la sicurezza (Herasat) del ministero dello Sport e delle politiche giovanili ha esteso questo divieto alle partite di pallavolo.   Le autorità iraniane hanno spesso dichiarato che mescolare uomini e donne negli stadi non è un tema d’interesse pubblico e che la presunta discriminazione nei confronti delle donne è in realtà a queste favorevole, in quanto hanno bisogno di “essere protette” dagli atteggiamenti osceni dei tifosi di sesso maschile. L’articolo 9 del Patto internazionale sui diritti politici e civile(Iccpr), di cui l’Iran è parte, prevede che nessuno può essere arbitrariamente arrestato o detenuto. La detenzione è considerata arbitraria quando una persona è privata della libertà per aver esercitato i diritti e le libertà garantiti dall’Iccpr. La detenzione può anche diventare arbitraria a causa della violazione dei diritti del giusto processo del detenuto, tra cui il diritto a un consulente legale prima del processo, a essere portati al più presto dinanzi a un giudice, a contestare la legittimità della detenzione e a avere tempo e mezzi per la preparazione della difesa. Deve essere rispettato il principio di messa in libertà in attesa del processo e le persone detenute illegalmente devono poter chiedere un risarcimento.
FIRMA L’APPELLO DI AMNESTY INTERNATIONAL >  http://www.amnesty.it/flex/FixedPages/IT/appelliForm.php/L/IT/ca/224
Pubblicato in: RESISTENZA

Chiaccherando con UN PARTIGIANO…..


Ezio-Raspanti-MascotteHo avuto la fortuna, qualche tempo fa, di intervistare lungamente un vero partigiano nella sede della sua creatura

( fondata  e curata da lui personalmente ) l’Istituto storico per l’Antifascismo e la Resistenza in Valdichiana (creato nel 2003),

Mi ha narrato come si viveva ai tempi del fascismo,mi ha narrato come arrivò alla scelta di fare il partigiano seppur giovanissimo e molte avventure successive.

Lucido, attento è stato un narratore formidabile.. instancabile e anche ironico.

Come un romanzo la sua vita, attraverso le sue parole.

Ma qui voglio ricordare un affermazione che mi colpì molto.

” se avessi saputo che le cose andavano così ( facendo  riferimento al PD  attuale ) non so se avrei fatto questa scelta ………….”.

Poi mi racconta dei nipoti disoccupati, dei giovani che sono senza futuro e si commuove.

Comprendo che per lui ,e per quelli come lui è una grossa ferita aver vissuto da brigante, nei boschi.. aver rischiato la vita…e vedere lo stato attuale delle cose.

Grande Ezio, sappi che noi tutti ti dobbiamo qualcosa !!

Franca C.

Ezio Raspanti con decreto del presidente della repubblica del 27 dicembre 2011 è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana”. Nato ad Aosta (21.4.1927) arriva a Foiano della Chiana, dove tuttora vive con la famiglia, nel 1937 partecipando da subito alle attività sociali e sportive della comunità. Vive da protagonista la Resistenza come il più giovane partigiano combattente della Provincia di Arezzo nella squadra volante Teppa, allora comandata dalla medaglia d’oro Licio Nencetti fucilato il 26 giugno 1944 per ordine tedesco dai fascisti repubblichini.

La Teppa è la squadra che, a partire dal 1943 (dal 9 novembre il giorno della “Macchia”), ha organizzato e condotto tutta una serie di azioni contro i fascisti, i repubblichini e i tedeschi fino al 3 luglio 1944, giorno della liberazione di Cortona. La zona di intervento della Teppa fu il Casentino, il Valdarno e la Valdichiana. Ezio Raspanti è anche Medaglia d’argento (VM) per le azioni della Resistenza ed ha ottenuto altre prestigiose onorificenze e riconoscimenti per la sua attività di tramandare la memoria di quell’esperienza vissuta da giovanissimo protagonista.

È fondatore dell’Istituto storico per l’Antifascismo e la Resistenza in Valdichiana (2003), è artista di grafica e sta realizzando una serie di disegni a china in bianco e nero che illustrano i vari momenti maggiormente significativi della sua esperienza personale.

( qui sotto un autorittatto mentre disegna, tra l’altro senza avere conoscenze specifiche )normal_new_copertinara1spanti

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QUANDO LA LAICITA’ DELLO STATO VIENE MESSA IN DISCUSSIONE


La religione è noiosa e ripetitiva, infatti da millenni non fa che ripetere sempre le stesse cose, che bisogna essere buoni e caritatevoli, che bisogna onorare dio ecc ..ecc.. La religione è sempre stata contraria al progresso scientifico, perchè questo in maniera diretta o indiretta rimette in discussione le sacre verità narrate nella bibbia, nei vangeli, nel corano, ecc..ecc. Perchè ritengo sia praticamente impossibile un dialogo costruttivo tra un credente e un ateo? Perchè il credente, anche quando dice di essere aperto ad idee diverse dalle sue, in realtà da per scontato di riuscire a convincere l’ateo dell’esistenza di dio. Io sono ateo, ma l’idea di convincere un credente della non esistenza di dio non mi sfiora neanche, perchè poco mi interessa della sua conversione all’ateismo. Se una persona adulta vuole credere alle favole di un Gesù che cammina sull’acqua e che trasforma l’acqua in vino, o che ridà la vista ai cechi e moltiplica pani e pesci, oppure di un tizio che costruisce un’ arca di legno per ficcarci dentro tutti gli animali della terra, per me può farlo benissimo, quello che però non accetto è che faccia delle leggi per impedire a me di pensarla come voglio e per costringermi a pagare di tasca mia per i suoi centri di culto e di divulgazione del suo credo, che è quello che purtroppo avviene ancora oggi in Italia.

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Pioggia ad ottobre: chi se lo sarebbe aspettato?


L’elenco dei disa­stri negli ultimi anni è impres­sio­nante. Riguarda ogni parte d’Italia, al Nord e al cen­tro come al Sud, isole com­prese: Genova è solo l’ultima tra­ge­dia, desti­nata a ripe­tersi. Le cause hanno ori­gine nota, ma gli impor­tanti e costosi inter­venti per rime­diare non rien­trano nelle poli­ti­che di que­sto Stato e del nostro modello di società. E’ più con­ve­niente, come vedremo, inter­ve­nire durante l’emergenza e non pre­ve­nirla. Fa più audience. Le risorse — durante i momenti di “nor­ma­lità” — ven­gono desti­nate a opere più con­sone. Esem­pio per la zona di Genova e Ligu­ria: l’essenziale Tra­foro ad Alta Velo­cità “Terzo Valico”, evi­den­te­mente neces­sa­rio per far affluire con più rapi­dità le merci neces­sa­rie per rime­diare ai disa­stri (per esem­pio: bare) che noto­ria­mente ven­gono pro­dotte in Lap­po­nia. Oppure un grande inter­vento di maquil­lage della città a cura di qual­che nota archi­star, pazienza se costosissimo.

 Il dis­se­sto idro-geologico d’Italia è ormai diven­tato una frase fatta: così come “disa­stro annun­ciato”, “soli­da­rietà alle vit­time”, “pre­vi­sioni meteo”, “pro­te­zione civile”

Circa il 10% del ter­ri­to­rio nazio­nale è a rischio allu­vioni e frane. Ma la popo­la­zione si con­cen­tra nelle zone a rischio: circa il 40% dei comuni ita­liani è in zona ad alta cri­ti­cità per gli stessi fenomeni.

A poco quindi serve lamen­tarsi — come ha fatto il Sin­daco di Genova — per le man­cate allerte. Ha ragione. Ma se non era in que­sti giorni, era fra una set­ti­mana, fra un mese, fra un anno, fra due.

Il punto è la asso­luta non­cu­ranza delle isti­tu­zioni locali e nazio­nali nella pre­ven­zione. Inter­ve­nire pron­ta­mente e rime­diare alla cemen­ti­fi­ca­zione che ha distrutto la capa­cità del nostro ter­ri­to­rio di assor­bire l’acqua, come è stato ampia­mente dimo­strato in ogni sede tec­nica e scien­ti­fica, da decenni.

Pur­troppo, le con­di­zioni del clima e soprat­tutto la ricet­ti­vità del nostro ter­ri­to­rio sono cam­biate, entrambe in peg­gio. Anche le vec­chie sta­ti­sti­che sulle “allu­vioni del secolo” e sui “disa­stri epo­cali” vanno aggior­nate. E’ un fatto, ed è dimo­strato dalla sta­ti­stica recente di quante “allu­vioni del secolo” abbiamo avuto in pochi anni.

Forse, quando ti capita una “allu­vione del secolo” quasi ogni anno, occorre far mente locale. Chia­marla “Allu­vione dell’anno” e — defi­nita non tol­le­ra­bile que­sta nuova fre­quenza — capire come intervenire.

Non tol­le­ra­bile, per­ché fonte di immani disa­stri mate­riali. Ma que­sti rien­trano nel “Busi­ness dell’emergenza”, la poli­tica di que­sto Stato al quale con­viene di più rime­diare “con le lacrime agli occhi” e sotto l’occhio delle tele­ca­mere, “in emer­genza” e con grande dispo­ni­bi­lità di “stan­zia­menti straor­di­nari”. Ma c’è un ma: cen­ti­naia e cen­ti­naia di morti. Migliaia di morti. Sacri­fi­cati sull’altare della poli­tica dell’emergenza permanente.

caso di Genova è un ottimo esem­pio. Cosa è stato fatto in 3 anni a Genova, dopo il disa­stro del 2011? Quale è stata la pia­ni­fi­ca­zione? La realtà è un’assoluta man­canza di pre­ven­zione, non più giu­sti­fi­ca­bile visto il ripe­tersi fre­quen­tis­simo dei feno­meni e la rispo­sta del nostro ter­ri­to­rio violentato.

r­ta­mente, l’intervento in caso di emer­genza è neces­sa­rio. Ed alcune volte, come accen­navo, è anche con­ve­niente dal punto di vista eco­no­mico e dell’immagine. Si può ad esem­pio aggi­rarsi con piglio deciso con il capo della Pro­te­zione Civile fra le rovine dell’Aquila e pro­met­tere l’immediata rico­stru­zione di una L’Aquila-2 con par­chi e fon­tane con le pape­relle. Va bene.

E chia­ri­sco che in que­ste tra­ge­die la popo­la­zione ita­liana si dimo­stra sem­pre all’altezza, con epi­sodi straor­di­nari. Si può ripe­tere l’esperienza dei ragazzi del 66, gli “angeli del fango”, che sal­va­rono Firenze. Io stesso sono un “ragazzo del 94″, nel senso che ho pas­sato molti giorni dalle parti di Ales­san­dria, invasa dal fango nel 1994, lavo­rando come potevo per dare una mano. Saluto, se è ancora vivo, un con­ta­dino di quelle parti di nome Olindo, al quale sal­vai dalla can­tina alla­gata decine e decine di bot­ti­glie di vino doc (ognuno ha le sue sen­si­bi­lità…). Ricordo quando ne stap­pammo uno, di quei Dol­cetto doc sal­vati dalle acque, e fu il calore di un momento. Ricordo che andando via svuo­tai il por­ta­fo­glio e gli lascia tutto quello che avevo, con un gran senso di impo­tenza addosso. Ma que­sta è solo, usuale, cro­naca spic­ciola ed abba­stanza inu­tile del solito “gran cuore” degli italiani.

Non  voglio disqui­sire di cam­bia­menti cli­ma­tici, mi pare ozioso. Fatto sta che in Ita­lia, negli ultimi anni, si è avuto un note­vole aumento della pio­vo­sità. L’attuale situa­zione del nostro ter­ri­to­rio non è più soste­ni­bile, cioè il ter­ri­to­rio non è più in grado di soste­nerla senza che capi­tino, quasi ogni anno ormai, disastri.

Dove capi­terà il pros­simo? Spe­riamo da nes­suna parte, ma atten­dia­moci invece qualcos’altro prima o poi, chissà dove. Ho ripor­tato una Tabella a caso, nel vir­tuoso e ricco Nord. In Lom­bar­dia ci sono oltre mezzo milione di per­sone che vivono in abi­ta­zioni a rischio di disa­stro frane e allu­vioni, tre­cen­to­mila case e cen­to­mila altri edifici.

“ La mac­china degli aiuti” si sta muo­vendo ora, for­tu­na­ta­mente, così come si è mossa tutte le volte. E quando è ine­vi­ta­bile, per­ché non sem­pre si può pre­ve­nire e miti­gare, poco altro c’è da fare, ed occorre farlo efficientemente.

Ma sem­bra chiaro da tutto quanto abbiam visto, che si può e si deve fare di più, e qualcos’altro. In una frase: occorre ridi­se­gnare il ter­ri­to­rio in maniera soste­ni­bile.Ovvero?

Ovvero. Fer­mare la cemen­ti­fi­ca­zione del ter­ri­to­rio. Porre un freno al suo con­sumo scel­le­rato. Rimuo­vere — e non sanare die­tro ver­sa­mento di soldi — i casi di abu­si­vi­smo edi­li­zio più cla­mo­roso (la Ligu­ria ne è piena). Ripri­sti­nare gli ambienti natu­rali. Rive­dere le poli­ti­che di sfrut­ta­mento e puli­zia dei fiumi. Trat­te­nere le acque a monte con opere inge­gne­ri­sti­che dina­mi­che, cer­cando di diluirle durante il per­corso. Ognuno ha le pro­prie par­ti­co­la­rità, infatti: al Sud si con­ti­nua a per­pe­trare la costante aggres­sione al ter­ri­to­rio con l’abusivismo edi­li­zio, al Centro-nord la gestione dei fiumi è spesso inef­fi­cace e da anni 50: infra­strut­ture rigide, argini rea­liz­zati senza un serio stu­dio sull’impatto a valle, alvei cemen­ti­fi­cati, esca­va­zione selvaggia.

La “messa in sicu­rezza” non sia però una scusa per con­ti­nuare a costruire nelle aree di eson­da­zione. Quanti sono i Comuni con all’interno del pro­prio ter­ri­to­rio abi­ta­zioni in aree gole­nali, in pros­si­mità degli alvei e in aree a rischio frana? Oltre due terzi, secondo Legam­biente. In un terzo dei casi si tratta addi­rit­tura di interi quar­tieri.

remmo abba­stanza stufi di gover­nanti che non inve­stono in inter­venti — ahimé pesanti, costosi e magari impo­po­lari — come quelli sopra citati, dato che cer­ta­mente si tratta di prov­ve­di­menti che non con­tri­bui­scono al gla­mour e non innal­zano la popo­la­rità. Un disa­stro che NON suc­cede per­ché pre­ve­nuto non fa noti­zia sui gior­nali e non porta voti. Meglio “far inter­ve­nire l’esercito e la pro­te­zione civile” e “recarsi sul luogo del disa­stro per por­tare la pro­pria soli­da­rietà alle popo­la­zioni colpite”.

Occorre invece uti­liz­zare i fondi già esi­stenti — anche di pro­ve­nienza euro­pea — per ini­ziare inter­venti seri, e uti­liz­zarne altri, stan­ziati ora in grandi opere inu­tili e dan­nose. Super­fluo farne l’elenco, ogni cit­ta­dino respon­sa­bile è in grado di capire quali sono: pre­fe­riamo vivere decen­te­mente sicuri da frase e allu­vioni, piut­to­sto che andare a Lione in treno un po’ più velo­ce­mente, ad esempio.

Occor­rono delle “grandi opere”, quindi, per far sì che la pros­sima “allu­vione del secolo”, con con­se­guenze cata­stro­fi­che  sia appunto, per­lo­meno, fra qual­che decen­nio. Non è facile, e costa molto. Ma è un pro­blema tec­no­lo­gi­ca­mente abba­stanza sem­plice: si tratta, come diceva mia madre, di chiu­dere la porta prima che i buoi siano scappati.

La ricetta per far sì che que­sto suc­ceda esi­ste e con­si­ste in due risorse:

1) Gover­nanti locali e nazio­nali responsabili,

2) Opi­nione pub­blica che pre­tenda — non solo quando suc­cede il disa­stro ma con costante azione, anche al momento del voto — che i sud­detti  agi­scano in quel senso e non in altri. Per­ché in un sistema a risorse limi­tate, quale quello in cui noi viviamo, spre­care risorse in opere inu­tili uccide.

Se sul primo punto ognuno può sol­le­var dubbi e scet­ti­ci­smi, il secondo punto dipende da noial­tri. Siamo noi, l’opinione pub­blica, no?

Oggi il disa­stro è toc­cato a Genova, fra le grandi città d’Europa una delle più a rischio per il dis­se­sto idro-geologico. Non aspet­tiamo il pros­simo disa­stro, che è solo que­stione di tempo, per agire.

Massimo  Zucchetti.

Pioggia ad ottobre: chi se lo sarebbe aspettato?