Pioggia ad ottobre: chi se lo sarebbe aspettato?


L’elenco dei disa­stri negli ultimi anni è impres­sio­nante. Riguarda ogni parte d’Italia, al Nord e al cen­tro come al Sud, isole com­prese: Genova è solo l’ultima tra­ge­dia, desti­nata a ripe­tersi. Le cause hanno ori­gine nota, ma gli impor­tanti e costosi inter­venti per rime­diare non rien­trano nelle poli­ti­che di que­sto Stato e del nostro modello di società. E’ più con­ve­niente, come vedremo, inter­ve­nire durante l’emergenza e non pre­ve­nirla. Fa più audience. Le risorse — durante i momenti di “nor­ma­lità” — ven­gono desti­nate a opere più con­sone. Esem­pio per la zona di Genova e Ligu­ria: l’essenziale Tra­foro ad Alta Velo­cità “Terzo Valico”, evi­den­te­mente neces­sa­rio per far affluire con più rapi­dità le merci neces­sa­rie per rime­diare ai disa­stri (per esem­pio: bare) che noto­ria­mente ven­gono pro­dotte in Lap­po­nia. Oppure un grande inter­vento di maquil­lage della città a cura di qual­che nota archi­star, pazienza se costosissimo.

 Il dis­se­sto idro-geologico d’Italia è ormai diven­tato una frase fatta: così come “disa­stro annun­ciato”, “soli­da­rietà alle vit­time”, “pre­vi­sioni meteo”, “pro­te­zione civile”

Circa il 10% del ter­ri­to­rio nazio­nale è a rischio allu­vioni e frane. Ma la popo­la­zione si con­cen­tra nelle zone a rischio: circa il 40% dei comuni ita­liani è in zona ad alta cri­ti­cità per gli stessi fenomeni.

A poco quindi serve lamen­tarsi — come ha fatto il Sin­daco di Genova — per le man­cate allerte. Ha ragione. Ma se non era in que­sti giorni, era fra una set­ti­mana, fra un mese, fra un anno, fra due.

Il punto è la asso­luta non­cu­ranza delle isti­tu­zioni locali e nazio­nali nella pre­ven­zione. Inter­ve­nire pron­ta­mente e rime­diare alla cemen­ti­fi­ca­zione che ha distrutto la capa­cità del nostro ter­ri­to­rio di assor­bire l’acqua, come è stato ampia­mente dimo­strato in ogni sede tec­nica e scien­ti­fica, da decenni.

Pur­troppo, le con­di­zioni del clima e soprat­tutto la ricet­ti­vità del nostro ter­ri­to­rio sono cam­biate, entrambe in peg­gio. Anche le vec­chie sta­ti­sti­che sulle “allu­vioni del secolo” e sui “disa­stri epo­cali” vanno aggior­nate. E’ un fatto, ed è dimo­strato dalla sta­ti­stica recente di quante “allu­vioni del secolo” abbiamo avuto in pochi anni.

Forse, quando ti capita una “allu­vione del secolo” quasi ogni anno, occorre far mente locale. Chia­marla “Allu­vione dell’anno” e — defi­nita non tol­le­ra­bile que­sta nuova fre­quenza — capire come intervenire.

Non tol­le­ra­bile, per­ché fonte di immani disa­stri mate­riali. Ma que­sti rien­trano nel “Busi­ness dell’emergenza”, la poli­tica di que­sto Stato al quale con­viene di più rime­diare “con le lacrime agli occhi” e sotto l’occhio delle tele­ca­mere, “in emer­genza” e con grande dispo­ni­bi­lità di “stan­zia­menti straor­di­nari”. Ma c’è un ma: cen­ti­naia e cen­ti­naia di morti. Migliaia di morti. Sacri­fi­cati sull’altare della poli­tica dell’emergenza permanente.

caso di Genova è un ottimo esem­pio. Cosa è stato fatto in 3 anni a Genova, dopo il disa­stro del 2011? Quale è stata la pia­ni­fi­ca­zione? La realtà è un’assoluta man­canza di pre­ven­zione, non più giu­sti­fi­ca­bile visto il ripe­tersi fre­quen­tis­simo dei feno­meni e la rispo­sta del nostro ter­ri­to­rio violentato.

r­ta­mente, l’intervento in caso di emer­genza è neces­sa­rio. Ed alcune volte, come accen­navo, è anche con­ve­niente dal punto di vista eco­no­mico e dell’immagine. Si può ad esem­pio aggi­rarsi con piglio deciso con il capo della Pro­te­zione Civile fra le rovine dell’Aquila e pro­met­tere l’immediata rico­stru­zione di una L’Aquila-2 con par­chi e fon­tane con le pape­relle. Va bene.

E chia­ri­sco che in que­ste tra­ge­die la popo­la­zione ita­liana si dimo­stra sem­pre all’altezza, con epi­sodi straor­di­nari. Si può ripe­tere l’esperienza dei ragazzi del 66, gli “angeli del fango”, che sal­va­rono Firenze. Io stesso sono un “ragazzo del 94″, nel senso che ho pas­sato molti giorni dalle parti di Ales­san­dria, invasa dal fango nel 1994, lavo­rando come potevo per dare una mano. Saluto, se è ancora vivo, un con­ta­dino di quelle parti di nome Olindo, al quale sal­vai dalla can­tina alla­gata decine e decine di bot­ti­glie di vino doc (ognuno ha le sue sen­si­bi­lità…). Ricordo quando ne stap­pammo uno, di quei Dol­cetto doc sal­vati dalle acque, e fu il calore di un momento. Ricordo che andando via svuo­tai il por­ta­fo­glio e gli lascia tutto quello che avevo, con un gran senso di impo­tenza addosso. Ma que­sta è solo, usuale, cro­naca spic­ciola ed abba­stanza inu­tile del solito “gran cuore” degli italiani.

Non  voglio disqui­sire di cam­bia­menti cli­ma­tici, mi pare ozioso. Fatto sta che in Ita­lia, negli ultimi anni, si è avuto un note­vole aumento della pio­vo­sità. L’attuale situa­zione del nostro ter­ri­to­rio non è più soste­ni­bile, cioè il ter­ri­to­rio non è più in grado di soste­nerla senza che capi­tino, quasi ogni anno ormai, disastri.

Dove capi­terà il pros­simo? Spe­riamo da nes­suna parte, ma atten­dia­moci invece qualcos’altro prima o poi, chissà dove. Ho ripor­tato una Tabella a caso, nel vir­tuoso e ricco Nord. In Lom­bar­dia ci sono oltre mezzo milione di per­sone che vivono in abi­ta­zioni a rischio di disa­stro frane e allu­vioni, tre­cen­to­mila case e cen­to­mila altri edifici.

“ La mac­china degli aiuti” si sta muo­vendo ora, for­tu­na­ta­mente, così come si è mossa tutte le volte. E quando è ine­vi­ta­bile, per­ché non sem­pre si può pre­ve­nire e miti­gare, poco altro c’è da fare, ed occorre farlo efficientemente.

Ma sem­bra chiaro da tutto quanto abbiam visto, che si può e si deve fare di più, e qualcos’altro. In una frase: occorre ridi­se­gnare il ter­ri­to­rio in maniera soste­ni­bile.Ovvero?

Ovvero. Fer­mare la cemen­ti­fi­ca­zione del ter­ri­to­rio. Porre un freno al suo con­sumo scel­le­rato. Rimuo­vere — e non sanare die­tro ver­sa­mento di soldi — i casi di abu­si­vi­smo edi­li­zio più cla­mo­roso (la Ligu­ria ne è piena). Ripri­sti­nare gli ambienti natu­rali. Rive­dere le poli­ti­che di sfrut­ta­mento e puli­zia dei fiumi. Trat­te­nere le acque a monte con opere inge­gne­ri­sti­che dina­mi­che, cer­cando di diluirle durante il per­corso. Ognuno ha le pro­prie par­ti­co­la­rità, infatti: al Sud si con­ti­nua a per­pe­trare la costante aggres­sione al ter­ri­to­rio con l’abusivismo edi­li­zio, al Centro-nord la gestione dei fiumi è spesso inef­fi­cace e da anni 50: infra­strut­ture rigide, argini rea­liz­zati senza un serio stu­dio sull’impatto a valle, alvei cemen­ti­fi­cati, esca­va­zione selvaggia.

La “messa in sicu­rezza” non sia però una scusa per con­ti­nuare a costruire nelle aree di eson­da­zione. Quanti sono i Comuni con all’interno del pro­prio ter­ri­to­rio abi­ta­zioni in aree gole­nali, in pros­si­mità degli alvei e in aree a rischio frana? Oltre due terzi, secondo Legam­biente. In un terzo dei casi si tratta addi­rit­tura di interi quar­tieri.

remmo abba­stanza stufi di gover­nanti che non inve­stono in inter­venti — ahimé pesanti, costosi e magari impo­po­lari — come quelli sopra citati, dato che cer­ta­mente si tratta di prov­ve­di­menti che non con­tri­bui­scono al gla­mour e non innal­zano la popo­la­rità. Un disa­stro che NON suc­cede per­ché pre­ve­nuto non fa noti­zia sui gior­nali e non porta voti. Meglio “far inter­ve­nire l’esercito e la pro­te­zione civile” e “recarsi sul luogo del disa­stro per por­tare la pro­pria soli­da­rietà alle popo­la­zioni colpite”.

Occorre invece uti­liz­zare i fondi già esi­stenti — anche di pro­ve­nienza euro­pea — per ini­ziare inter­venti seri, e uti­liz­zarne altri, stan­ziati ora in grandi opere inu­tili e dan­nose. Super­fluo farne l’elenco, ogni cit­ta­dino respon­sa­bile è in grado di capire quali sono: pre­fe­riamo vivere decen­te­mente sicuri da frase e allu­vioni, piut­to­sto che andare a Lione in treno un po’ più velo­ce­mente, ad esempio.

Occor­rono delle “grandi opere”, quindi, per far sì che la pros­sima “allu­vione del secolo”, con con­se­guenze cata­stro­fi­che  sia appunto, per­lo­meno, fra qual­che decen­nio. Non è facile, e costa molto. Ma è un pro­blema tec­no­lo­gi­ca­mente abba­stanza sem­plice: si tratta, come diceva mia madre, di chiu­dere la porta prima che i buoi siano scappati.

La ricetta per far sì che que­sto suc­ceda esi­ste e con­si­ste in due risorse:

1) Gover­nanti locali e nazio­nali responsabili,

2) Opi­nione pub­blica che pre­tenda — non solo quando suc­cede il disa­stro ma con costante azione, anche al momento del voto — che i sud­detti  agi­scano in quel senso e non in altri. Per­ché in un sistema a risorse limi­tate, quale quello in cui noi viviamo, spre­care risorse in opere inu­tili uccide.

Se sul primo punto ognuno può sol­le­var dubbi e scet­ti­ci­smi, il secondo punto dipende da noial­tri. Siamo noi, l’opinione pub­blica, no?

Oggi il disa­stro è toc­cato a Genova, fra le grandi città d’Europa una delle più a rischio per il dis­se­sto idro-geologico. Non aspet­tiamo il pros­simo disa­stro, che è solo que­stione di tempo, per agire.

Massimo  Zucchetti.

http://ilmanifesto.info/storia/pioggia-ad-ottobre-chi-se-lo-sarebbe-aspettato/

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: