Incertezza.


Ultime notizie sul fronte processuale, dopo un primo grado e un appello, con condanne importanti, un’altra, altri casi nell’ultimo periodo, assoluzione, importante anch’essa, piena in cassazione. Non voglio dire di che processo si tratta dato che quello che voglio dire non riguarda il singolo episodio. Ma la constatazione che nell’ultimo anno ci sono stati processi illustri che con le stesse caratteristiche, primo grado e appello concluse con condanne, in cassazione sono stati conclusi con un verdetto favorevole agli imputati. E tutti a casa innocenti e… beati e urlanti allo scampato complotto. Beati loro, gli imputati di quelle udienze plenarie, ma pensate a tutti quelli che non hanno avuto la stessa sorte o devo dire fortuna? Ecco spiegato il sovraffollamento delle carceri. Poi cosa vuol dire che se ti assolvono la giustizia è amica mentre se c’è condanna subito è complotto. Sono concorde che le sentenze vanno rispettate e accettate, ci mancherebbe altro. Però un dubbio sorge sempre spontaneo dopo che due gradi dicono una cosa e l’ultimo ribalta tutto l’impianto. Viene da chiedersi ma gli altri processi li fanno tanto per farli o forse pensando che intanto la cassazione risolve tutto? Che i tre gradi siano troppi e nessuno lo vuole dire? Certo che no, siamo garantisti, intesi come Paese. L’assurdo rimane nella consapevolezza che da una condanna ventennale, per esempio, si passa alla soluzione, piena, almeno fosse prescritta, con buona pace di tutti. Chi dei tre gradi ha sbagliato? O meglio ha esagerato? O forse ci ha azzeccato? Non c’è una logica che possa far capire il divario se non che qualcosa non funziona. Lo Stato dovrebbe intervenire per chiarire e forse correggere queste cose. So che se uno è innocente e meglio che venga riconosciuto, meglio prima che dopo. Però così non si capisce chi o cosa sia colpevole e forse a un certo punto spunta una bella ragazza che grida che siamo su candid camera. Almeno così saremmo sicuri che nessun fatto nefasto sia successo. Invece… Un errore c’è da qualche parte o gli indiziati sono dei perseguitati o la legge permette in ultimo grado di farla franca in barba alla giustizia. Si dice che la condanna definitiva diventa una verità storica per il futuro e allora non è forse meglio pensarci su, studiare cosa non funziona. Con questo non alludo o dico che tutti devono essere condannati, visto i primi due gradi, e sono per la corrente che è meglio un colpevole a piede libero che un innocente in galera. Però la logica di ribaltare il lavoro di altri, lo studio delle stesse carte in mano a tutti e l’interpretazione ragionate su gli stessi episodi, questa mancata logica che mi ossessiona, mi tormenta, mi annichilisce nel dubbio. Cosa succede? Come capita? Troppi anni di processo? I testimoni scordano? Le perizie vengono tradotte in lingua comune? Cosa succede in questa linearità processuale che fa ribaltare tutto? Se si è sbagliato prima, correggiamolo per favore, così come se per caso lo sbaglio sia alla fine. Possibile che chi legifera non si accorga di quello che sta capitando o forse come dico i populisti fanno le leggi per poter usufruirne loro. Se si guarda ai processi finiti come descritto sopra questo dubbio viene. Visto l’andazzo togliamo un grado processuale, non l’ultimo ma il primo. Passiamo subito all’appello e poi in cassazione, che non si dica che non sono garantista. Oppure facciamo come nei tornei di coppa di calcio un’andata e un ritorno e se le sentenze sono alla pari facciamo tirare i rigori, cioè chiamiamo una ventina di persone, una per Regione, e loro stabiliranno… Scusate leggo troppa fantascienza. A parte gli scherzi, secondo me, il problema sussiste e se si dovesse applicare la legge appena sfornata a chi bisogna far causa? Ai primi che hanno condannato o l’ultimo che ha assolto? Oppure lo Stato, per spreco di denaro e tempo, con i familiari degli imputati contro i primi due giudici oppure lo Stato, come pubblico ministero, e i familiari della vittima contro la cassazione. Lo Stato contro lo Stato. E la gente comune. La gente comune è sempre colpevole, intesa come fautrice di una giustizia ad orologeria e l’orologiaio è nascosto alla vista. La gente comune rimane nella paura quotidiana di infrangere le leggi, di prendere una multa, di pagare le bollette con un giorno di ritardo, di perdere il lavoro, qui ha il coraggio di prendersi malattie e infortuni, di dire la propria su cose serie, meglio su sondaggi tipo tra slip e boxer, paura di un futuro incerto, paura di non riempire, non il carrello, la busta di roba. Loro si guardano intorno e non capiscono… quelli che dentro due Palazzi non fanno nulla, per loro. L’incertezza, ecco la malattia del presente, che di per se stessa non uccide ma complica, amplifica e amplia tutte le altre malattie sociali.

Giovanna Nicolella.

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