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Nuovo Isee 2016, cosa cambia. La guida completa.


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Dopo i non pochi cambiamenti che avevano interessato il modello Isee 2015, che ha introdotto delle innovazioni radicali, il modello Isee 2016ha apportato ulteriori significativi cambiamenti nella dichiarazione sostitutiva unica: dall’indicazione della giacenza media delle carte di credito ai trasferimenti di denaro all’interno del nucleo familiare, sino alle modifiche del modello Isee Universitario, loe novità sono tangibili. Vediamo insieme che cos’è cambiato.

ISEE 2016: COME FUNZIONA
Innanzitutto ricordiamo che cos’è e come funziona l’Isee: col termine Isee si intende la dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), necessaria per richiedere quasi tutte le prestazioni sociali e le agevolazioni, con la quale è “misurata” la situazione economica della famiglia.
A seconda della prestazione richiesta, o della situazione in cui versa il nucleo familiare, variano i modelli da utilizzare:

  • Isee ordinario o Isee Mini, utile per la generalità dei casi;
  • Isee Minorenni, utile per alcuni nuclei monoparentali;
  • Isee Università, utile per la richiesta di prestazioni di diritto allo studio;
  • Isee sociosanitario, utile per richiedere prestazioni di natura sociale e sanitaria;
  • Isee corrente, basato sui redditi degli ultimi dodici mesi;
  • Isee integrativo, modello da compilare in caso di situazioni eccezionali o per integrazioni.

Nella dichiarazione devono essere indicati, oltre alla situazione personale e familiare, i seguenti dati, relativi ad ogni componente del nucleo:

  • patrimonio immobiliare;
  • patrimonio mobiliare (conti correnti, carte di credito, depositi, titoli…);
  • redditi (per la maggior parte reperiti direttamente dall’anagrafe tributaria);
  • possesso di veicoli.

ISEE 2016: GIACENZA MEDIA E CARTE DI CREDITO
Le carte di credito prepagate con Iban, dal 2016, devono essere indicate tra i rapporti finanziari da inserire nel Quadro FC2 sez. I del modello. Questo comporta, in pratica, che le carte prepagate, da quest’anno, siano assimilate al possesso di un ordinario conto corrente: relativamente a queste carte, difatti, l’istituto di credito emittente deve fornire la giacenza media, per la relativa indicazione nell’Isee. Nell’Isee 2015, invece, era sufficiente inserire il valore al 31 dicembre dell’anno precedente.
La modifica è volta ad evitare comportamenti elusori, come l’azzeramento del saldo della carta al 31 dicembre, e si è resa necessaria anche in virtù del fatto che le prepagate con iban si stiano diffondendo sempre di più, e siano utilizzate in sostituzione dei conti tradizionali.
L’introduzione della giacenza media anche per le carte con Iban, però, può comportare dei problemi, qualora l’istituto di credito non rilasci il dato; in tal caso, sarà il contribuente a doverla quantificare, tramite il seguente procedimento:

  • somma di tutti i numeri creditori annuali reperiti negli estratti conto, relativamente a ciascun rapporto;
  • divisione della cifra totale per 365.

Ai fini del calcolo dell’Isee, può essere preso in considerazione il saldo al 31 dicembre se:

  • la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è positiva;
  • nel corso dell’anno precedente sono stati acquistati beni immobili, altre componenti del patrimonio mobiliare, o sono stati effettuati trasferimenti ad altri componenti del nucleo familiare.

È invece presa in considerazione la giacenza media se la differenza tra il totale di tutti i saldi dei conti correnti indicati e il totale di tutte le giacenze medie è negativa.

ISEE 2016: TRASFERIMENTI AI FAMILIARI
All’interno del modello Isee 2016, come poc’anzi accennato, è specificato che anche i trasferimenti tra familiari rientrano negli incrementi del patrimonio mobiliare: questo, in quanto il calcolo del valore del patrimonio mobiliare in presenza di tale variazione risulterebbe falsato, al pari di quanto accadrebbe per l’acquisto di immobili o di titoli.

ISEE 2016: UNIVERSITA’
Ha subito delle recenti modifiche anche il modello Isee Università, con l’introduzione della casistica dello studente universitario con unico genitore separato, che deve essere indicata nella prima casella del Quadro C del modulo MB.2. La specifica della situazione è necessaria per valutare economicamente, in maniera differente dalla generalità delle ipotesi, il caso in cui nel nucleo sia presente un solo genitore, mentre l’altro risulta separato legalmente e non convivente.

Inoltre, nello stesso modello è specificato che, sebbene lo studente sia generalmente considerato autonomo quando possieda, in prima persona, un’adeguata capacità di reddito, qualora risulti sposato il requisito reddituale deve essere valutato tenendo conto anche dei redditi del coniuge. La specifica si è resa necessaria in quanto, se lo studente non possiede un reddito tale da renderlo indipendente, ma tale reddito è posseduto dal coniuge di quest’ultimo, si realizza comunque l’autonomia dal nucleo familiare originario.

ISEE 2016: RIMBORSI SPESE
Mentre all’interno dei precedenti modelli Isee non dovevano essere riportati i contributi percepiti a titolo di rimborso spese, qualora le spese fossero rendicontate, nell’Isee 2016 alcuni contributi rendicontati devono essere inseriti comunque. In particolare, devono essere indicati i contributi percepiti quali rimborso spese per collaboratori domestici e addetti all’assistenza personale, in quanto si tratta di costi detratti dall’INPS in via automatica. L’indicazione deve essere effettuata nel Quadro FC8, alla sezione III.

Nuovo Isee 2016, cosa cambia. La guida completa

 

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Il tortuoso cammino della verità sulle stragi .


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È dei giorni scorsi la notizia che l’archivio storico della Camera dei Deputati ha aperto una nuova stagione rendendo disponibili tutti i documenti su cui ha lavorato la Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di centinaia di fascicoli relativi a crimini nazifascisti (il cosiddetto “armadio della vergogna”). La notizia, certamente positiva, è stata accolta con soddisfazione, interesse e speranza (v. apparso su La Repubblica del 17 febbraio a p. 46). Non c’è dubbio che la possibilità di accedere a migliaia di pagine di atti e documenti relativi alle stragi in questione, sia da accogliere con favore, anche se i ricercatori e gli storici dovranno poi verificare se è veramente completo, se Ministeri e Servizi hanno davvero, a suo tempo, consegnatotutto ciò di cui disponevano, e così via. È altrettanto indubbio che il problema è ancora più ampio, per la semplice ragione che sulle due relazioni della predetta Commissione d’inchiesta, depositate nel febbraio 2006, non c’è mai stata, in Parlamento, nessuna discussione, nonostante molteplici tentativi di alcuni parlamentari, sollecitati e sostenuti anche da parte dell’ANPI, di fare chiarezza ed ottenere una vera assunzione di responsabilità da parte dello Stato italiano.
Questi problemi ho sollevato, ritenendoli di pubblico interesse (come sono in realtà), inviando una lettera al Direttore di Repubblica, il 18 febbraio, con alcune informazioni e considerazioni sul tema. La lettera non è stata pubblicata e non posso sapere se mai lo sarà, visto che non ho ricevuto alcuna comunicazione in proposito. La trascrivo dunque, testualmente, per renderla intanto nota ai lettori della News e sempre nella speranza che essa possa essere conosciuta da un più ampio numerodi lettori, sia per doverosità di informazione, sia perché si tratta di un problema politico di particolare rilievo, sul quale è doveroso insistere, alla ricerca della verità storica, almeno di quella che è possibile acquisire in una materia così delicata. Ecco la lettera:

Gentile Direttore,
ho notevolmente apprezzato il bell’articolo di Simonetta Fiori e Concetto Secchio (“Ecco i segreti nascosti nell’armadio della vergogna” – La Repubblica del 17 febbraio 2016, pp. 46-47), così come ho molto apprezzato l’impegno della Presidente della Camera dei Deputati, che ha condotto all’apertura ed alla messa a disposizione di storici e ricercatori, dell’immenso materiale su cui ha lavorato, per tre anni, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle “cause dell’occultamento dei fascicoli”, concludendo i suoi lavori nel 2006. L’articolo mette in evidenza le ragioni “politiche” di certi silenzi sulle stragi durati anni, e gli sforzi, compiuti da non pochi, per avvalorare la tesi di un “fascismo mite” con la conseguenza di far passare sotto silenzio le responsabilità dell’Italia.Tuttavia la prego di consentirmi di aggiungere qualcosa di più. In realtà, alcuni singolari silenzi non sono ancora cessati; e non può essere considerato privo di rilievo il fatto che le due relazioni (di maggioranza e di minoranza) con cui la predetta Commissione bicamerale concluse i suoi lavori nel febbraio 2006, non sono mai state discusse nell’aula del Parlamento. Ci sono diverse interpellanze parlamentari (una, in particolare, sottoscritta praticamente da esponenti di tutti i gruppi) che giacciono da mesi in Parlamento senza che si trovi uno spazio per calendarizzarle ed avviare un’ampia, approfondita e serena discussione. Le ragioni di questi silenzi mi sfuggono, perché ormai quelle indicate nell’articolo (e in particolare l’esigenza di mantenere buoni rapporti con la Germania) sono venute meno, mentre la tesi del “fascismo mite”, è stata smentita da studi e pubblicazioni di grande valore. Sarebbe dunque l’ora di una discussione seria su ciò che è avvenuto in quei lontani anni e sulle responsabilità anche “politiche” di quanto accaduto (e sta tuttora accadendo). Per di più, questa situazione di stasi è paradossale, visto che sul tema delle stragi stiamo non solo discutendo, ma collaborando con la Germania (col “noi” intendo riferirmi all’ANPI nazionale ed all’INSMLI) ed anzi abbiamo ottenuto che la Repubblica federale di Germania finanziasse il progetto, da noi predisposto per un completo ed esauriente “Atlante delle stragi” compiute da militari tedeschi e spesso anche da reparti fascisti della Repubblicadi Salò. Quel progetto è ormai prossimo al completamento. Nei prossimi mesi verranno presentati i risultati in una sala della Farnesina, d’intesa con l’Ambasciata tedesca a Roma; in autunno si terrà un grande convegno internazionale proprio su questo lavoro. È paradossale che mentre questo accade, alla ricerca almeno di una verità storica “comune”, il Parlamento – da dieci anni – non trovi il modo ed il tempo per una discussione sulle cause e sulle responsabilità anche del nostro Paese. La ringrazio per la pubblicazione, in cui confido, per completezza e chiarezza d’informazione, e dunque nell’interesse della collettività. Con i più cordiali saluti,

Prof. Carlo Smuraglia – Presidente nazionale ANPI

È opportuno, peraltro, cogliere l’occasione per una altrettanto doverosa riflessione sulle stragi del dopoguerra, di cui è ormai comunemente riconosciuta la matrice fascista, spesso intrecciata con l’azione e gli intenti di una parte “deviata” dei Servizi di Stato e talvolta delle stesse Istituzioni. Diverse Associazioni, che rappresentano i famigliari delle vittime di alcune stragi (in particolare, di quelle di Brescia, Ustica, Italicus, “Rapido 904”, presenti ad una conferenza stampa tenuta alla Camera) hanno sollevato il problema della carenza di effettiva disponibilità di tutta la documentazione attinente alle stragi in questione. La Direttiva del Presidente del Consiglio, del 2014, autorizzava la pubblicazione di tutti i documenti sulle stragi commesse negli anni della “strategia della tensione” ed aveva suscitato interesse e speranza. Ma – sostengono le predette Associazioni – bisogna riconoscere che non c’è stata e non c’è ancora una totale disponibilità di accesso a tutti gli atti, e denunciano di trovarsi spesso davanti ad un muro di gomma a fronte di Ministeri e Servizi che non forniscono tutti i documenti di cui dispongono. Non mi soffermo su tutti gli altri particolari su cui insistono le Associazioni nel loro cahier de doleances e non ho strumenti per accertare come stiano realmente le cose e se davvero la direttiva del 2014 sia stata e sia disattesa. Devo dire, però, che capisco l’impazienza e l’ansia delle Associazioni e dei famigliari delle vittime di poter accedere a tutto il materiale disponibile, per accertare almeno la verità. In alcuni casi, essi hanno ottenuto giustizia parziale, restando oscure, spesso, le ragioni delle deviazioni e dei dirottamenti che hanno subitole indagini. È giusto, allora, che si cerchi almeno di raggiungere la verità, che è poi l’ultima ed estrema forma di giustizia che si può pretendere e che può, in qualche modo, lenire il dolore incommensurabile di chi ha subito tragedieorribili. Uniamo, dunque, la nostra voce alla richiesta delle Associazioni dei famigliari delle vittime delle stragi, per ottenere che le Istituzioni rimuovano tutto ciò che ostacola la completezza delle informazioni e delle notizie su quanto accaduto nel dopoguerra, così come si è detto per le stragi nazifasciste del 1943-45. La strage è un fatto tremendo, che colpisce la civiltà e l’umanità in modo irreparabile, quale che sia l’origine. Pretendere giustizia e verità non è soltanto lecito, ma è addirittura doveroso per tutti.

Carlo Smuraglia, presidente nazionale ANPI
http://www.anpi.it/articoli/1496/il-tortuoso-cammino-della-verita-sulle-stragi
 

 

 

 

 

 

23 Febbraio 2016

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LERCIO FOR PRESIDENT…


bertolaso-aquila.jpgIL MITICO LERCIO ULTIMAMENTE LE AZZECCA TUTTE.

Diciamo che il materiale non scarseggia, anzi  direi che abbonda.

Comunque resta il fatto come dice giustamente il mio amico Harry Haller ……
“Questi sono dei geni. Gli andrebbe dato un Pulitzer al giorno”

Una recente “perla”:

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La legge è passata ma gli amici non sono …proprio contenti.


questa legge
questa legge

Finalmente è caduta la maschera che questi parassiti sociali travestiti da classe dirigente indossavano per fingere di essere persone rispettabili. Li abbiamo visti in faccia per bene, questi impresentabili svergognati che hanno l’arroganza di decidere chi è “degno” e chi no sulla base del loro immondo razzismo sociale.

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Unioni civili: cos’è l’obbligo alla fedeltà.


DIRITTI-alle-coppie

L’intesa tra Pd e Ncd sulla legge Cirinnà prevede lo stralcio dal testo di stepchild e obbligo alla fedeltà. Quest’ultimo non è più previsto per le unioni civili. Di cosa si tratta? Chi lo ha istituito? E perché è finito al centro del dibattito sul ddl?

 

http://video.repubblica.it/dossier/unioni-civili-stepchild-adoption-cirinna/unioni-civili-cos-el-obbligo-alla-fedelta/230069/229462?ref=HRBV-1

 

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Portare l’Italia fuori dal sistema di guerra Attuare l’articolo 11 della Costituzione


nato3-1.jpgL’Italia, facendo parte della Nato, deve destinare alla spesa militare in media 52 milioni di euro al giorno secondo i dati ufficiali della stessa Nato, cifra in realtà superiore che l’Istituto Internazionale di Stoccolma per la Ricerca sulla Pace quantifica in 72 milioni di euro al giorno.
Secondo gli impegni assunti dal governo nel quadro dell’Alleanza, la spesa militare italiana dovrà essere portata a oltre 100 milioni di euro al giorno.

È un colossale esborso di denaro pubblico, sottratto alle spese sociali, per un’alleanza la cui strategia non è difensiva, come essa proclama, ma offensiva.

Già il 7 novembre del 1991, subito dopo la prima guerra del Golfo (cui la NATO aveva partecipato non ufficialmente, ma con sue forze e strutture) il Consiglio Atlantico approvò il Nuovo Concetto Strategico, ribadito ed ufficializzato nel vertice dell’aprile 1999 a Washington, che impegna i paesi membri a condurre operazioni militari in “risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”, per ragioni di sicurezza globale, economica, energetica, e migratoria. Da alleanza che impegna i paesi membri ad assistere anche con la forza armata il paese membro che sia attaccato nell’area nord-atlantica, la Nato viene trasformata in alleanza che prevede l’aggressione militare.

La nuova strategia è stata messa in atto con le guerre in Jugoslavia (1994-1995 e 1999), in Afghanistan (2001-2015), in Libia (2011) e le azioni di destabilizzazione in Ucraina, in alleanza con forze fasciste locali, ed in Siria. Il Nuovo concetto strategico viola i principi della Carta delle Nazioni unite.
Uscendo dalla Nato, l’Italia si sgancerebbe da questa strategia di guerra permanente, che viola la nostra Costituzione, in particolare l’articolo 11, e danneggia i nostri reali interessi nazionali.

L’appartenenza alla Nato priva la Repubblica italiana della capacità di effettuare scelte autonome di politica estera e militare, decise democraticamente dal Parlamento sulla base dei principi costituzionali.
La più alta carica militare della Nato, quella di Comandante supremo alleato in Europa, spetta sempre a un generale statunitense nominato dal presidente degli Stati uniti. E anche gli altri comandi chiave della Nato sono affidati ad alti ufficiali statunitensi. La Nato è perciò, di fatto, sotto il comando degli Stati uniti che la usano per i loro fini militari, politici ed economici.
L’appartenenza alla Nato rafforza quindi la sudditanza dell’Italia agli Stati uniti, esemplificata dalla rete di basi militari Usa/Nato sul nostro territorio che ha trasformato il nostro paese in una sorta di portaerei statunitense nel Mediterraneo.
Particolarmente grave è il fatto che, in alcune di queste basi, vi sono bombe nucleari statunitensi e che anche piloti italiani vengono addestrati al loro uso. L’Italia viola in tal modo il Trattato di non-proliferazione nucleare, che ha sottoscritto e ratificato.
L’Italia, uscendo dalla Nato e diventando neutrale, riacquisterebbe una parte sostanziale della propria sovranità: sarebbe così in grado di svolgere la funzione di ponte di pace sia verso Sud che verso Est.

Sostieni la campagna per l’uscita dell’Italia dalla Nato
per un’Italia neutrale

LA PACE HA BISOGNO ANCHE DI TE


BASTA GUERRE!

 L’Italia, dopo aver occupato, depredato e massacrato la Libia dall’invasione del 1911 allo sterminio  del 2011, si appresta, ancora con la NATO e sotto comando USA, a una nuova guerra contro il paese africano.

Le precedenti incursioni della sedicente “comunità internazionale” hanno ridotto una nazione prospera e pacifica in un ammasso di rovine, lacerato da cento fazioni, percorso da bande di predoni, tutti impegnati a depredare i libici delle loro risorse petrolifere e idriche.

 Il parossismo bellico di Turchia, Qatar e Arabia Saudita, strumenti di USA, NATO e Israele nella frantumazione degli ultimi Stati della regione che non accettano la dittatura colonialista, la Siria e l’Iraq, prospetta l’apocalissi di una conflagrazione mondiale. 

 Dopo aver utilizzato i cosiddetti “dittatori arabi” come pretesto per le loro aggressioni, questi paesi ora fingono di voler combattere il jiadismo terrorista di Isis e Al Nusra, da loro stessi creato e diffuso dall’Africa al Medioriente, dall’Asia all’Europa, in una spaventosa escalation di crimini di guerra e contro l’umanità.  

Un apparato mediatico bugiardo, legato alle centrali del bellicismo imperialista e alle sue industrie delle armi, sostiene una serie ininterrotta di aggressioni  nel segno di un nuovo e più letale colonialismo che distrugge Stati, stermina popoli, provoca l’immensa tragedia dei rifugiati, volge in distruzione e morte quanto viene sottratto a ospedali, scuole, welfare.

Il governo italiano ci rende corresponsabili di questo immenso oceano di sangue. La nostra Costituzione lo rifiuta. Le guerre d’aggressione sono il massimo crimine contro l’umanità. I popoli hanno diritto all’autodeterminazione. Sosteniamone la resistenza. Fermiamo gli assassini. Via la NATO, via le basi USA  dall’Italia.

Comitato #NO GUERRA #NO NATO

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Amore a distanza, gioie e dolori nelle illustrazioni di Viola Wang


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Viola Wang ha 23 anni e affronta con leggerezza e delicatezza un tema che la tocca da vicino, ovvero come ci si sente in una relazione a distanza. Lo fa con le sue illustrazioni, pubblicate sul blog Stylish Wanderers (Vagabondi con stile) e sui suoi profili social. I disegni della ballerina, blogger e amante dei viaggi che vive a Toronto (Canada) traggono ispirazione dalla storia a distanza – che dura da tre anni – con il suo ragazzo 21enne che vive a Sydney (Australia). Vignette che rispecchiano gran parte delle persone che hanno a che fare, al giorno d’oggi, con un amore lontano: coppie che devono convivere con le mancanze, che spesso sono costrette a trascorrere separate compleanni e festività, che si destreggiano tra fusi orari spesso spietati e per le quali è vitale la connessione internet. Coppie che, quando riescono ad incontrarsi, si rendono conto di quanto valga la pena continuare a tenere duro per stare insieme. “La distanza significa così poco quando per te qualcuno significa così tanto”, scrive l’autrice
a cura di Eleonora Giovinazzo
23 febbraio 2016

 

 

 

http://www.repubblica.it/tecnologia/social-network/2016/02/23/foto/amore_a_distanza_le_illustrazioni_di_viola_wang_sui_social-134097698/1/?ref=HRESS-35#5

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Viaggio tra le startup africane: se l’innovazione ridisegna il Continente.


bici

MUYAMBI è cresciuto in un’area remota dell’Uganda, Kiyaga. All’età di sette anni si è ammalato di malaria. È stato un suo vicino di casa a salvargli la vita, caricandolo sul sellino della bici e percorrendo la distanza di sedici chilometri che lo separava dall’ospedale più vicino. A piedi e indebolito dalla malattia, Muyambi forse non ce l’avrebbe fatta. Quell’esperienza rimarrà per sempre impressa nella mente del ragazzo.

Dopo aver vinto una borsa di studio negli Stati Uniti, Muyambi è diventato un ingegnere civile. All’università di Bucknell in Pennsylvania ha incontrato una ragazza americana, Molly Burke, ed è tornato con lei in Uganda con un solo obiettivo: portare le due ruote a tutte le persone che vivono nelle aree rurali del Paese. “La bicicletta significa libertà, autonomia e opportunità” è la descrizione della startup che hanno fondato insieme nel 2013, Bicycle against poverty.

Una bici può salvare la vita, ma non solo. In sella alle due ruote si possono raggiungere in tempi brevi i mercati cittadini, le scuole o le fonti d’acqua pulita e creare nuove opportunità. Un contadino che riesce ad accedere ai grandi mercati situati nei pressi delle città, ad esempio, potrà vendere e acquistare prodotti con margini di profitto più elevati, incrementando il suo piccolo business. A oggi, dichiarano i fondatori, sono state distribuite più di 1.600 biciclette e le persone, per lo più contadini, che partecipano al programma, a fronte di una spesa a rate di cento dollari per l’acquisto della bici, guadagnano in media 200 dollari in più all’anno. Entro il 2017 l’obiettivo è quello di distribuire 15.000 biciclette in tutto il Paese.

Startup: un’opportunità per un intero continente. La storia di Muyambi è il simbolo di un nuovo vento che sta soffiando su tutto il continente africano. Nell’ultimo anno gli investimenti di capitale in nuove imprese innovative in Africa sono più che raddoppiati. Così dai dodici milioni di finanziamento nel 2014, si è passati a più di ventisei nell’anno corrente. I Paesi più reattivi sono la Nigeria, che nel 2015 ha addirittura eguagliato la Germania per numero di startup, ma anche l’Uganda, che spicca nel report annuale del GEM (Global Entrepreneurship Monitor) come Stato con la percentuale più alta di persone che svolgono attività imprenditoriali. Nel continente, poi, ci sono diversi hub di ricerca e innovazione. Si va dal Silicon Cape, in Sudafrica, alla Silicon Savannah, in Kenia, che ospita una Silicon Valley africana con più di 20.000 ricercatori. Anche se è il continente con il digital divide più grande, l’Africa, dunque, è sempre più 2.0. Molte delle nuove imprese nate in questi ultimi due anni hanno come mission la soluzione dei grandi problemi del continente. Dalla mancanza di mezzi di trasporto adeguati alle carenze del sistema sanitario, ecco alcuni esempi.

La grande sfida: ridurre la mortalità infantile. Ogni mille bambini nati nel continente, secondo la WHO (World Health Organization), in media 81 muoiono prima di aver compiuto cinque anni. In Europa sono 11 su mille. Per combattere l’alto tasso di mortalità infantile sono nati servizi come Giftedmom in Nigeria e Cameroon e Totohealth in Kenia che forniscono alle donne incinte e alle neomamme consigli utili per la propria salute e per quella del proprio bambino. Le imprese, che offrono servizi sia ai privati sia alle grandi organizzazioni e ai distretti sanitari, inviano sms personalizzati a seconda della condizione della cliente, raccolgono dati sanitari per effettuare un adeguato monitoraggio della salute della donna e del neonato e hanno sviluppato applicazioni per le donne che vogliono tenere sotto controllo la loro gravidanza e lo sviluppo del bambino. Giftedmom conta 6.700 utenti iscritti, Totohealth più di 15.000, ma l’obiettivo è quello di estendersi in tutti i Paesi africani.

Flying doctors è un servizio di eliambulanze con base in Nigeria. Olamide Orekunrin, la sua fondatrice, è nata a Londra da una famiglia di origini nigeriane. Studiava per diventare dottore in Gran Bretagna, quando la sua sorellina di dodici anni morì durante una vacanza in Nigeria con i genitori. La ragazzina aveva bisogno di cure mediche specifiche, che l’ospedale della zona non poteva garantirle. Per trasportarla in un ospedale adeguato era necessario servirsi di un’eliambulanza, ma non esisteva niente di simile in Africa occidentale. Così Olamide, una volta diventata medico, ha deciso di tornare in Nigeria e fondare Flying doctors che copre le emergenze sanitarie nell’Africa dell’ovest, grazie a contratti di collaborazione con governi e aziende private.

App e medicinali. Un farmaco su quattro di quelli venduti nelle farmacie del Kenia ha standard di qualità bassi e spesso si rivela dannoso per la salute di chi lo assume. Mitihealth è nata nel 2013. Il team di ricercatori che l’ha ideata, chimici e tecnici del settore, effettua ricerche sui medicinali venduti in Kenia per verificarne la qualità. L’azienda, inoltre, ha creato un’applicazione per Android che aiuta i farmacisti a tenere sotto controllo le proprie forniture sanitarie e dare i giusti consigli ai pazienti.

Digital divide ed efficienza energetica. L’innovazione ha coinvolto anche altri settori della vita degli abitanti del continente africano. Quattro miliardi di persone nel mondo non hanno un indirizzo fisico, indispensabile per l’acquisto di un libro online, per aprire un conto corrente, ma anche per garantire l’intervento di un’ambulanza in caso di emergenza. OkHi è nata nel 2014 dall’idea di un ex product manager londinese di Google, Timbo Drayson, che ha scelto il Kenia e la “Silicon Savannah” per realizzare il suo obiettivo: dare un indirizzo a chi non l’ha mai avuto. Attraverso la piattaforma le persone possono inserire il luogo in cui vivono e registrarlo nel sistema tramite il proprio smartphone, inserendo le coordinate GPS e la fotografia della propria porta di ingresso.

620 milioni di africani, soprattutto nelle campagne, non hanno accesso all’elettricità. Si tratta di più della metà degli abitanti del continente. M-Kopa è una giovane impresa innovativa che ha installato pannelli solari su più di 250.000 case in Kenia, Uganda e Tanzania, permettendo alle persone più povere di usufruire dell’elettricità, a fronte di una spesa di 200 dollari rateizzabile in quattro anni. Così una famiglia oltre a evitare l’utilizzo del kerosene, di gran lunga la fonte energetica più diffusa nell’Africa orientale e altamente inquinante, risparmierebbe almeno 750 dollari in quattro anni. L’azienda ha l’obiettivo di connettere un milione di case con l’energia solare entro la fin

http://www.repubblica.it/tecnologia/2016/02/22/news/viaggio_tra_le_startup_africane_se_l_innovazione_ridisegna_il_continente-130843245/?ref=fbpt

 

 

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Coscienza vs diritti civili.


23 febbraio - Coscienza vs diritti civiliAgire “secondo coscienza”. Questa formula viene richiamata nei momenti in cui si è chiamati a decidere su temi e problemi particolarmente complessi dal punto di vista etico come l’aborto, l’eutanasia e adesso le unioni civili e la stepchild adoption in particolare. Quello che risulta davvero complicato da capire è proprio il campo di applicazione di questa formula magica: sia nel caso dell’aborto, dell’eutanasia, delle unioni civili o delle adozioni per coppie omosessuali, il tema vero sono i diritti di tutti o di una minoranza del paese che, in quanto cittadini, hanno comunque il diritto di avere di diritti. In cosa, dunque, si dovrebbe agire secondo coscienza? Nel decidere se alcuni soggetti possano o meno godere di diritti che sono invece inalienabili per altri?

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I SINDACI INSISTONO A FAVORIRE NUOVE ACQUE PENALIZZANDO I CITTADINI


Acqua-minerale.jpgDunque “nulla di nuovo sotto il cielo di Arezzo” nonostante che il cambio di inquilino a Palazzo Cavallo avvenuto l’estate scorsa avesse lasciato immaginare tutt’altro. Dispiace rilevare che sul tema della gestione dell’acqua l’Ing. Ghinelli non ha impresso affatto la discontinuità promessa in campagna elettorale rispetto all’atteggiamento rinunciatario dell’Amministrazione Fanfani che lo aveva preceduto. Ne aveva le possibilità ma se ne è spogliato delegando la persona meno adatta a trattare questo tema. Nessuna traccia dell’atteso tavolo tecnico congiunto “Comune-Comitato Acqua”e di strategie atte a contrastare gli appetiti dei voraci soci privati, neanche l’ombra. Da tempo ci eravamo messi a disposizione del Sindaco offrendogli la massima collaborazione per dare risposta alle attese dei cittadini , in primis per quanto riguarda il contenimento delle tariffe e l’introduzione di condizioni contrattuali più favorevoli per gli utenti , secondariamente per mettere in condizione il Comune di Arezzo di riprendere prima possibile il pieno controllo della gestione del servizio idrico integrato. Ci abbiamo provato ma è stato vano: nonostante il cambio d’Amministrazione il Comune di Arezzo si è prestamente accomodato nel folto gruppo delle amministrazioni locali prive del coraggio necessario per rivendicare con forza e in ogni sede il diritto e la competenza di decidere in fatto di tariffe e modalità di gestione di un servizio pubblico quale quello dell’acqua , esentandosi dall’impegnativo compito di tentarle tutte per soddisfare le attese dei cittadini e il rispetto della volontà da essi espressa con i referendum del giugno 2011.

Lo diciamo chiaramente: siamo delusi e riteniamo che sia venuto il momento di denunciare lo scarso interesse mostrato dal Sindaco Ghinelli rispetto agli impegni assunti durante la campagna elettorale per quanto riguarda l’acqua e la sua gestione. Ciò si rende ancor più necessario alla luce di quello che sta emergendo sulla vicenda della ristrutturazione tariffaria con cui la Società di gestione andrà a calcolare i consumi di acqua a partire dalla prossima bolletta che riceveranno gli utenti, con effetti retroattivi a partire dal 1° gennaio 2016. Purtroppo non si tratta di una modifica della struttura tariffaria che la rende finalmente equa , in modo cioè che prezzi e scaglioni di consumo tengano conto del numero dei componenti il nucleo familiare delle utenze domestiche residenti. No, è tutta un’altra cosa.

A giudicare dalla porcata che è venuta fuori si capisce che quei furbacchioni di Nuove Acque sono riusciti a far sì che i loro sprovveduti soci di parte pubblica (i Comuni: cioè Sindaci e Assessori delegati) abbiano scambiato lucciole per lanterne , favoriti in questo da quel filone del Direttore

Generale dell’Autorità Idrica Toscana che evidentemente sa bene assolvere al ruolo di facilitatore del gestore e sa come imbonire i rappresentanti dei Comuni, radunati nel chiuso delle stanze del fu ATO 4, con generoso dispiego di slide e supercazzole varie.
Risulta che agli inizi di dicembre cotanto burocrate, con aiutanti al seguito, sia appositamente calato da Firenze in quel d’Arezzo allo scopo di illustrare i benèfici effetti del provvedimento da lui stesso confezionato con dati e proiezioni fornitegli dal gestore. L’ideona partorita dall’accoppiata Nuove Acque-AIT è denominata “Modifica alla struttura dei corrispettivi” che, tradotto, significa mettere mano all’articolazione tariffaria in vigore nel 2015 per cambiare il prezzo dell’acqua con modifica degli scaglioni di consumo, le tariffe per lo scarico in fogna, quelle per la depurazione e l’importo della quota fissa.

Probabilmente il Direttore AIT ha raccontato ai Sindaci che la nuova struttura tariffaria avrebbe comportato per Nuove Acque una invarianza di gettito ( cioè con la nuova articolazione il gestore avrebbe mantenuto lo stesso livello di introiti fatti con la vecchia) e i Sindaci gli hanno creduto. Oltretutto, per le utenze domestiche, si sarebbe persino introdotta una prima fascia agevolata di 30 metri cubi l’anno al prezzo di soli 0,2 Euro/mc (addirittura di 0,1 Euro/mc per gli utenti con ISEE inferiore a 8.030 Euro) . “Un ben di Dio, perbacco!” avranno pensato i Sindaci . Figurarsi poi come sono andati in solluchero alla notizia che la famigerata quota fissa sarebbe stata ridotta da 76 a 39 Euro l’anno, quasi dimezzandola. “Bel colpo. Così si fa un figurone!” Si saranno detti e via di corsa a stappare champagne, contenti di potersi ascrivere il merito di una siffatta proposta.

Sarà stata colpa della fretta , della disattenzione , del clima festaiolo prenatalizio, dell’ingenuità o dell’ incompetenza , fatto sta che il 4 dicembre scorso, Sindaci e Assessori presenti alla riunione hanno fatto propria la proposta e 5 di loro , neanche dieci giorni dopo , l’hanno portata in Assemblea regionale AIT ottenendone l’approvazione , forse senza neanche rendersi conto di aver così avallato rincari delle bollette per le utenze domestiche residenti che dal 1° gennaio 2016 aumentano anche del 23% , come si evince dal quadro allegato .

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Addio a Umberto Eco.


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Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l’uso e l’ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano?
Umberto Eco

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4.000 suicidi l’anno in Italia, con la crisi +12% fra lavoratori.


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Circa 4 mila vittime l’anno, con un andamento che negli anni della crisi ha visto un +12% fra le persone in età lavorativa. “Il suicidio si può prevenire, ma senza interventi mirati il numero delle vittime difficilmente cambierà”, spiega all’Adnkronos Salute Maurizio Pompili, direttore del Centro di prevenzione del suicidio dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, annunciando la decima edizione della Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, che si celebra a Roma con una ‘due giorni’ il 10 e l’11 settembre, nell’Aula magna del Rettorato della Sapienza.

“In questi anni l’interesse degli operatori è cresciuto, ci contattano ormai da tutta Italia al Centro per la prevenzione del suicidio – testimonia Pompili – ma le istituzioni non hanno preso a cuore la questione. Così le morti continuano, e dopo una lieve diminuzione negli anni 2005-6 abbiamo registrato un graduale aumento e una sostanziale stabilità dei suicidi”.

“Gli effetti della crisi in Italia – riflette – sono stati simili a quella degli anni ’30 in Usa: progressivamente le persone hanno ridotto gli acquisti, faticato a trovare un lavoro a tempo pieno, smettendo di guardare al futuro con ottimismo. In questi anni abbiamo visto anche le morti di imprenditori che non erano più in grado di garantire un futuro alle persone di cui si sentivano responsabili”.

Ma le morti per suicidio “si possono prevenire. Non è un caso che quest’anno lo slogan della Giornata Mondiale sia ‘avvicinarsi e salvare vite’. Perché proprio stando vicino ai più fragili, fra cui ci sono anche i familiari sopravvissuti a un suicida, si può spezzare la catena delle morti”.

Al Centro del Sant’Andrea si rivolgono 1.100-1.200 persone ogni anno: “Ci contattano da tutta Italia per consulenze, richieste di aiuto anche attraverso la helpline, progetti”. Ma se la struttura può contare su una decina di volontari, “gli operatori strutturati sono due. Ecco perché sarebbe importante poter contare su un maggior sostegno, che consenta di canalizzare gli sforzi mirati alla prevenzione”.

“Ci siamo resi conto che i ‘survivor’, le persone che hanno vissuto il suicidio di un caro, sono fragili ma anche forti. Spesso trasformano il proprio dramma in interventi mirati alla prevenzione di eventi simili. Si tratta di iniziative importanti, preziose, che vanno sostenute”, conclude. La Giornata mondiale del 2015 ha la sponsorizzazione del Dipartimento in neuroscienze, salute mentale e organi di senso (Nesmos) della Sapienza.

http://www.adnkronos.com/salute/medicina/2015/09/07/suicidi-anno-italia-con-crisi-fra-lavoratori_hFNMx8eztohA06wX7KT0dI.html

 

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Harper Lee morta, l’autrice de “Il buio oltre la siepe”


da Il fatto quotidiano81UmkuQljyL

Harper Lee, vincitrice del Premio Pulitzer per la narrativa nel 1961 con Il buio oltre la siepe, è morta il 19 febbraio all’età di 89 anni. La notizia è stata diffusa dal sito al.com, sul quale si legge che diverse fonti confermano che la scrittrice è venuta a mancare nella mattinata di venerdì nella sua città, Monroeville, dove l’autrice era nata il 28 aprile 1926.

Raggiunta la fama con il romanzo To Kill a Mockingbird, la scrittrice non aveva più pubblicato nulla fino al 2015, quando è finalmente uscito, suscitando non poche polemiche nell’ambiente editoriale il secondo libro, scritto subito dopo il primo ma rimasto inedito, Go Set a Watchman (sul mercato italiano edito da Feltrinelli e  tradotto con il titolo di “Va, metti una sentinella“).

Dalla sua celebre opera prima era stato tratto nel 1962 un film che vinse tre premi Oscar, tra cui quello per il miglior attore protagonista andato a Gregory Peck, che nella pellicola ebbe il ruolo di Atticus Finch. Nel film, come nel libro, è lui a tracciare il confine tra il bene e il male per la figlia Scout, la piccola protagonista, incarnando ai suoi occhi gli ideali di tolleranza e giustizia nel generale clima di razzismo e contraddizioni che divideva l’America delle leggi razziali tra bianchi e neri. Lo stesso tema ritorna nel secondo libro, rimasto nel cassetto per più di 50 anni, nel quale la piccola Scout, ormai cresciuta, ritorna in Alabama dove ritrova un Atticus non più così monoliticamente buono come quello che aveva idealizzato da bambina.

Il buio oltre la siepe, ritenuto tra i classici della letteratura statunitense, ha venduto oltre 40 milioni di copie in tutto il mondo, è stato tradotto in 40 lingue, e nel 2007 è valso all’autrice la prestigiosa Medaglia presidenziale per la libertà, il più alto riconoscimento civile degli Stati Uniti.”

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L’AMERICA DEGLI OMICIDI DI STATO


Negli USA la polizia spara a vista senza tentare un minimo di dialogo coi presunti criminali, anche se bambini o adolescenti, perchè, grazie alle lobby delle armi, in diversi stati si possono acquistare, senza autorizzazioni particolari e in negozi aperti al pubblico di ogni genere, armamenti di tutti i tipi, anche mitra e fucili ad alta precisione per cecchini. Nelle case di non pochi americani ci sono quindi dei veri e propri arsenali, ragion per cui capita non infrequentemente che bambini di dieci-undici anni vadano a scuola portandosi nascosta addosso la pistola carica di papà o di mammà. Il motivo per cui le vittime dei poliziotti sono prevalentemente neri, non è dovuto al fatto che il numero dei delinquenti neri sia effettivamente superiore a quello dei delinquenti bianchi, ma invece a ben altre questioni, e cioè: che i neri costituiscono in media lo strato meno abbiente della popolazione e sono quindi meno tutelati nei loro diritti civili rispetto ai bianchi, che i poliziotti, specie nei quartieri residenziali più ricchi delle città, sono a maggioranza bianchi, e che, essendo anche i gran giurì preposti alle incriminazioni costituiti in maggioranza da bianchi, tendono a non incriminare un poliziotto bianco anche se ha ucciso un nero disarmato, innocente e incensurato. Questa è la grande America (di merda) che pretende pure di insegnare la democrazia, la giustizia, la tolleranza, e il rispetto dei diritti umani, al resto dell’umanità.

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Un processo alla disoccupazione è un processo alla città. Un appello per i Bros.


precari-bros-piazza-municipio-2-2.jpgIl 17 febbraio è iniziato al tribunale di Napoli un processo a 35 “disoccupati organizzati”, accusati di essere i promotori di una lotta politica per il lavoro e per il salario garantito, portata avanti attraverso reati quali il “blocco del traffico”, l’occupazione di uffici pubblici e altre simili fattispecie nel corso degli ultimi anni.

Sull’accertamento di questi reati magari ci sarà poco da dire, ma l’ulteriore (e più desiderato) tentativo della Procura è quello di far passare un impianto complessivo che non è accertabile senza un pesante giudizio di valore, ovvero l’accusa di “associazione a delinquere”, ad inchiodare comportamenti di lotta e di rivendicazione più che legittimi in questi anni di crisi e in una complessa metropoli del sud come Napoli. Un vero e proprio giudizio ideologico con cui la Procura rinuncia al suo “presunto” ruolo di arbitro del conflitto sociale. Occorre che lo riacquisti al più presto, e per questo la consapevolezza dell’opinione pubblica è un momento importante.

Il tentativo politico della Procura è in sostanza quello di dimostrare una discontinuità di valori, cultura politica e legame con la città tra il movimento storico dei “disoccupati organizzati” degli anni settanta e quello odierno del progetto BROS, i cui promotori avrebbero pianificato una serie di reati per fare “pressione politica” ed “estorcere” un posto di lavoro, mai arrivato, con metodi criminali, come un “associazione criminale”, alludendo in fondo perché no alla “camorra” (così è stata fatta passare sui giornali costruendo la stigmatizzazione del movimento). Al di là della difficoltà anche giuridica di questo impianto (prima bocciato al Riesame ma poi accettato in Cassazione) resta gravissimo politicamente permettere che una storia così ricca venga riscritta in tribunale con l’intento di equiparare la lotta politica (che spesso prevede che si commetta un reato, ad es. il picchetto davanti ad una fabbrica) con un “associazione a delinquere”, e rischia così di essere un attacco generalizzato alla liberta di manifestare e alla democrazia estendibile agli studenti come a tanti lavoratori. È dunque una battaglia civile e culturale ampia e trasversale quella che ci vede a fianco dei BROS.

Grazie a questo movimento dagli anni settanta ad oggi migliaia di persone in questa città non sono finite nella miseria, nell’indigenza, o nella “mala vita”. Migliaia di persone,

emblema della subalternità a cui lo sviluppo economico e urbano le ha confinate, hanno imparato piuttosto la “buona vita” della lotta per la dignità e per i diritti. L’organizzazione dei disoccupati ha anche il merito di essersi posto il problema del malessere complessivo di coloro che, in situazioni di povertà e disoccupazione, soffrono fino a mostrare i sintomi di un disagio psicologico: è alla loro iniziativa che è dovuta, a Napoli, la nascita di un “comitato di lotta per la salute mentale” e, unica città italiana, l’istituzione dell’ “osservatorio comunale sulla salute mentale”. È storia di questa città, che la Procura vuole riscrivere in un aula di tribunale, ma che andrà invece fortemente difesa e raccontata fuori da quel cosiddetto “palazzo di giustizia”.

Il 17 febbraio è iniziato quindi un “processo alla Città”, a chi la vive ai margini, sospeso sul baratro della disperazione, senza diritto di lavoro. È un processo alla memoria storica di questa Città, che si prova a mettere agli arresti. I disoccupati di Napoli sono una soggettività sociale che si è organizzata in autonomia per affermare il diritto del lavoro, dichiarato dalla Costituzione e negato dall’Istituzione. Le persone “imputate” sono quelle che rappresentano le voci di chi viene recluso nei quartieri a scatole di cemento, costretto a passare tra la gola delle bande della camorra e i blindati degli Istituti Penali. Chi non viene ascoltato è costretto a urlare per farsi sentire. Sono colpevoli delle proteste che non trattengono l’ira istigata dall’esasperazione. A spingere a tanto sono la distorsione dei legami sociali, la frammentazione e la sopraffazione di posti di potere che si spartiscono gli interessi d’usura della vita di chi è costretto a viverla in condizione di precarietà. Sono i disoccupati d’identità, clandestini sociali, spogliati di ogni ruolo e soggettività, perché senza “mansioni” che non sia la loro semplice e nuda esistenza. Ci sono passioni di ragioni che aspettano di diventare diritti. Anche la ragione ha la sua passione.

Si incorre nuovamente in una profezia già scritta da Vincenzo Cuoco nel suo “Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli”: la denuncia della passività delle classi subalterne nel 1799 e la marginalità delle loro istanze come causa di cambiamenti importanti, massacrati infine in una restaurazione borbonica. Eppure quando le istanze dei ceti subalterni, di quelli che vivono la città, come i disoccupati napoletani, diventano protagoniste e alzano la testa, vengono inchiodate al muro della delinquenza organizzata o comune, a dimostrazione che dalla subalternità non c’è possibilità di uscita. Ma da questa passività i movimenti dei disoccupati hanno tentato di emergere; da quel “mondo chiuso” che Carlo Levi, padre costituzionale, ha denunciato come assenza di protagonismo, da una parte, e silenzio dello stato dall’altra, i disoccupati napoletani hanno ostinatamente tentato di prendere parola, denunciando la propria condizione e la voglia di riscatto.

Il 17 febbraio è iniziato un processo alla Città che non può essere chiuso nell’aula del tribunale. Va portato nel centro della Città, senza grida e protesta, con parole e ragioni, per affermare il diritto della dignità d’esistenza, per affermare il principio sociale di un reddito

d’esistenza che non sia un pensionamento dalla società, ma la garanzia di una condizione di lavoro adeguata alla vocazione dei luoghi e alle voci delle persone. La rivendicazione non è del “posto” di lavoro, ma del diritto di lavorare, di sentirsi parte di questa Città, non fuori o sotto, ai margini, ma come soggetti agenti del suo sviluppo sociale e della legalità dei legami che la rendono viva. Questo processo, e il dibattito che se ne può aprire, è l’occasione per riapre un rapporto tra regole e relazioni, tra ragioni e diritti.

Primi promotori e firmatari dell’appello sono:

Giuseppe Aragno (storico, Università Orientale), Giuseppe Ferraro (filosofo, Università Federico II), Enrico De Notaris (Psichiatra), Alessandro Arienzo (politologo, Università Federico II), Giuseppe Antonio Di Marco (filosofo, Università Federico II), Francesco Festa (ricercatore autonomo), Valeria Pinto (filosofa,

Università Federico II), Enrico Voccia (filosofo)

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Non ho la tv.. cosa devo fare per non pagare il canone


images.jpgModello di autocertificazione per comunicare la disdetta del canone RAI per non possesso del televisore.

In particolare attraverso questo modello si dichiara di non possedere alcun apparecchio televisivo con riferimento all’utenza di energia elettrica.

Ricordiamo, infatti, che dal 2016 paga il canone Rai chi risulta intestatario di un contratto di fornitura di energia elettrica (leggi l’articolo “Canone Rai in bolletta“).

Una volta compilato il Modulo disdetta canone Rai per non possesso del televisore va spedito in busta chiusa mediante raccomandata A.R., all’indirizzo:

Agenzia delle Entrate S.A.T.
Sportello Abbonamenti TV
Ufficio Torino 1
Casella postale 22
10121 Torino

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L’amore al tempo determinato.


15 febbraio - L'amore al tempo determinato...Credere nell’amore eterno non è mai stato facile, ma oggi è diventato quasi un atto eroico. In un periodo di crisi, in cui la realtà è fatta di precarietà e l’undicesimo comandamento è “sii flessibile”, ha senso chiedersi se l’addio al “posto fisso”, debba significare anche la fine delle relazioni lunghe una vita.
Bisogna investire sull’amore anche se i sentimenti possano farsi condizionare dalle situazioni. Puntare su di essi è sempre stata una scommessa difficile, ma senza grandi sogni siamo tutti più poveri.

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Festa di San Valentino, la storia di come è nata.


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Soldati americani scelgono i biglietti di San Valentino da inviare alle proprie fidanzate, nel 1943. (Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Quella che conosciamo, perlomeno: la festa degli innamorati celebra un santo della cristianità, morto come martire a Roma

 

La Festa di San Valentino si festeggia ogni anno il 14 febbraio. La festa di San Valentino è la festa degli innamorati, e ricorda un santo della cristianità che, non sappiamo bene come e perché, a un certo punto della storia è diventato il santo patrono degli innamorati. Di San Valentino non sappiamo molto: era però sicuramente un sacerdote (un vescovo, forse), che morì come martire a Roma nel terzo secolo, a quanto sappiamo. Non siamo i soli a conoscere poche cose sul suo conto, visto che quando venne istituita la sua festa, nel 469, Papa Gelasio I scrisse di lui che era un uomo il cui nome riceveva “giusta reverenza”, ma i cui atti meritori erano “noti soltanto a Dio”. In altre parole, anche Papa Gelasio aveva pochissime certezze su chi davvero fosse San Valentino e su che cosa avesse fatto prima di essere decapitato dalle autorità romane.

In tutto negli antichi documenti si trova traccia di tre diversi San Valentino collegati al 14 febbraio e non è chiaro se siano tre persone distinte, oppure racconti differenti della vita della stessa persona. Ad ogni buon conto, uno di questi santi era nato a Terni, una città di cui era poi divenuto vescovo. Un altro era un sacerdote romano e un terzo infine era un vescovo della provincia romana d’Africa.

San Valentino rimase un santo tutto sommato poco interessante fino al basso medioevo, quando Geoffrey Chaucer, l’autore dei “Racconti di Canterbury”, scrisse di “antiche leggende” (probabilmente inventate da lui stesso) in cui San Valentino veniva associato a racconti che avevano a che fare con amanti o altri fatti amorosi. Insomma, Chaucer recuperava San Valentino per trasformarlo nel santo dell’amor cortese che proprio in quegli anni cominciava a diffondersi tra l’aristocrazia europea. A quel punto storie e leggende sugli atti di San Valentino a favore degli amanti si moltiplicarono. In un post sul suo blog, Leonardo Tondelli ha immaginato un dialogo con San Valentino in cui ha raccontato proprio questa parte della sua storia (consiglio: vale la pena leggerselo tutto).

“Vede, ci sono diverse teorie, anzi, forse lei potrebbe aiutarci a capire. Secondo alcuni restituì miracolosamente la vista alla figlia di un suo carceriere, si ricorda qualcosa?”
“Vagamente. Pregai per lei, mi pare”.
“E alla fine le scrisse una lettera, firmandosi: Tuo Valentino. Le risulta?”
“Ma sta scherzando? Un vescovo di Santa Romana Chiesa? A una vergine? Ma chi è che mette in giro delle infamie del genere? Sono scandalizzato e umiliato!”
“Ma no, ma perché… ma lei non sa di quanto è fortunato, invece… preferirebbe essere il patrono degli agrimensori? Degli affetti da scoliosi? Sono carini gli innamorati”.
“Un anziano vescovo, che ha onorato per tutta la vita i sacri precetti della Chiesa, e poi…”
“Secondo un’altra teoria, riappacificò due innamorati facendoli circondare da uno stormo di piccioni tubanti”.
“Non riesco a immaginare niente di più stupido”.
“Sono leggende, non bisogna prendersela. Secondo altri sposò di nascosto due fidanzati, un centurione e una vergine cristiana in fin di vita”.
“Beh, sono un vescovo, sposare gente era il mio mestiere”.
“Quindi questa è verosimile?”
“Diciamo di sì”.
“Ecco spiegato il mistero. Quindi ora lei prende questo arco e…”
“No, un attimo. Di vescovi che sposano i centurioni e le vergini ce ne saranno stati centinaia. Perché proprio io?”
“Non c’è un perché. La vox populi…”
“Quand’è cominciata questa cosa? Quand’è che hanno cominciato a rivolgersi a me quegli svergognati?”
“Gli innamorati, intende? Ci sono evidenze a partire dal quattordicesimo secolo”.

La tradizione di San Valentino patrono degli innamorati si è stabilita probabilmente intorno al Quattordicesimo secolo, nell’Inghilterra delle corti e dei cavalieri. La scelta di San Valentino per questo ruolo potrebbe essere stata dettata da un fatto piuttosto bizzarro, ossia che proprio intorno al 14 febbraio nell’antica Roma si celebravano i Lupercalia, una festa legata alla fertilità.

Insomma, San Valentino forse divenne San Valentino soltanto perché la sua festa cadeva nei giorni in cui i romani pagani festeggiavano l’amore in maniera piuttosto discinta. Grazie a Chaucher questa tradizione è rimasta legata soprattutto al mondo anglosassone. Dal Regno Unito è arrivata negli Stati Uniti, dove nel corso dei secoli è stata istituzionalizzata e commercializzata, fino a far sparire quasi completamente la figura del misterioso santo e lasciare tutto il resto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://www.ilpost.it/2016/02/14/festa-di-san-valentino-2016/

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L’acqua cara quasi come il Brunello di Montalcino


CbFD4yKUkAAhzoi.jpg-large.jpg Arezzo risulta essere la città dove l’acqua è più  cara in assoluto.

Nel 2016 nuovi aumenti ( vedi tabella ) e da alcune indiscrezioni pare che in bolletta i cittadini abbiano ( INDIRETTAMENTE e  INCOSAPEVOLMENTE  ) loro malgrado finanziato la Lopeolda…..!!!!!!!!!

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PRIMO MARZO DEI E DELLE MIGRANTI A BOLOGNA! 24h SENZA DI NOI!


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Contro il razzismo del governo e dell’Europa, contro i confini e la precarizzazione, invitiamo migranti, rifugiati, lavoratori e lavoratrici precarie, operai a manifestare insieme il primo marzo dalle ore 17 in piazza del Nettuno, a Bologna.

La giornata del primo marzo, lanciata dalla pittaforma dello sciopero sociale transnazionale, vedrà scendere in piazza diverse città in tutta Europa con lo slogan “24h senza di noi”: dalla Polonia alla Francia, dalla Germania alla Svezia, dal Regno Unito all’Italia, fino ai paesi lungo la rotta dei Balcani. Saremo in piazza anche a Bologna per iniziare a riprenderci l’idea dello sciopero migrante ed estenderla ad altre figure sociali che stanno subendo oggi l’austerità e il regime dei confini, perché solo creando un fronte sociale ampio possiamo avere la forza di combattere per i nostri diritti.

Il primo marzo in tutta Europa e in molte altre città italiane (Roma, Milano, Bari…) saranno «24 ore senza di noi» di scioperi e manifestazioni coordinate per dimostrare la nostra forza e aprire una comunicazione reale contro i confini e la precarizzazione: una giornata per rivendicare un salario minimo europeo, un reddito e welfare europei, un permesso di soggiorno europeo indipendente dal contratto di lavoro e dal reddito. «24 ore senza di noi» per un Primo Marzo che si inserisce in una giornata transnazionale di scioperi e manifestazioni per combattere chi sfrutta il lavoro migrante, precario e operaio!

Contro lo stato d’emergenza permanente che vige oggi in Europa, diciamo chiaramente che il regime dei confini non è solo un problema dei migranti, ma colpisce tutti noi. Attraverso la mobilità, i migranti rifiutano sia la guerra sia lo sfruttamento, e sfidano le misure di austerity, la precarizzazione e il razzismo istituzionale. Le istituzioni europee stanno cercando di controllare questa mobilità con il solo scopo di ottimizzare i profitti: abbassando i salari, cancellando i diritti sociali e sul lavoro, colpendo la possibilità di tutti di organizzarsi contro lo sfruttamento. Anche la distinzione tra migranti economici, rifugiati legittimi e illegittimi è uno strumento potente usato per produrre frammentazione e indebolire la solidarietà. Oggi tutti coloro che vivono in Europa stanno facendo esperienza di ciò che il lavoro migrante significa: la cittadinanza non garantisce più diritti sociali, avere un lavoro non garantisce più un salario decente, il lavoro non garantisce una vita migliore, i migranti interni sono trattati come “turisti del welfare.

Se vogliamo porre fine a questo stato di emergenza, dobbiamo trasformare anche l’incredibile solidarietà sollevata dai movimenti dei migranti in tutta Europa negli ultimi mesi in connessioni politiche concrete tra diverse condizioni di lavoro; dobbiamo riconoscere che le politiche di accoglienza riguardano la casa, i salari e il reddito di tutti i lavoratori. Se vogliamo combattere l’austerità dobbiamo stabilire forti canali di comunicazione tra tutti coloro che lavorano lungo le stesse catene dello sfruttamento con diverse condizioni salariali, e costruire la possibilità di colpire la produzione dei profitti. Se vogliamo opporci a ogni nazionalismo e politica di estrema destra, allora dobbiamo riconoscere che il lavoro migrante è una questione politicamente centrale che riguarda tutti. Il primo passo in questa direzione è di essere ora dalla parte dei migranti per combattere le divisioni nei luoghi di lavoro e contro quelle leggi che, in tutta Europa, rafforzano questo sfruttamento e indeboliscono tutti noi.

Per queste ragioni chiamiamo migranti, rifugiati, lavoratori e lavoratrici precarie, operai a manifestare insieme il primo marzo dalle ore 17 in piazza del Nettuno, a Bologna.

Scarica i volantini in italiano, inglese, francese e arabo:

http://coordinamentomigranti.org/2016/02/12/primo-marzo-delle-e-dei-migranti-manifestazione-contro-il-razzismo-del-governo-e-delleuropa-24h-senza-di-noi/

Leggi l’appello europeo: http://www.transnational-strike.info/2015/12/05/24h-senza-di-noi-appello-per-un-1-marzo-contro-i-confini-e-la-precarizzazione-verso-uno-sciopero-sociale-transnazionale/

Leggi l’adesione e chiamata alla mobilitazione delle reti italiane:http://blog.scioperosociale.it/appello-per-organizzare-in-tutta-italia-il-prossimo-primo-marzo-24h-senza-di-noi-contro-i-confini-e-la-precarizazione/

Per info: coo.migra.bo@gmail.com

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La libertà di coscienza è uguale a fare ciò che non si vuole… forse.


11 febbraio - La libertà di coscienza è uguale a fare ciò che non si vuole... forseLibertà di coscienza dei politici: è solo ipocrisia.
È stupefacente vedere la facilità con la quale si invoca la libertà di coscienza ogni qual volta bisogna votare sui temi cosiddetti “etici”. Come se non fossero scelte etiche anche quelle che si fanno in ambito economico, sul lavoro, sulla politica estera (la politica tutta è etica). Facendo credere agli elettori che si tratti di temi particolarmente divisivi – ma non lo erano in teoria anche l’abolizione dell’art. 18 o i tagli alla sanità, tanto per fare due esempi? – si lascia il parlamentare libero di agire secondo la sua coscienza, con il risultato però di rendere eventualmente impossibili le scelte di coscienza dei cittadini, che senza una legge si scontrano contro il muro di una normativa avversa.

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Il social network prima dei social network. I quarant’anni di Radio Alice


alicehttp://bologna.repubblica.it/cronaca/2016/02/07/news/quarant_anni_fa_radio_alice-132906258/?ref=HREC1-32

l 9 febbraio 1976 iniziava a trasmettere la più indisciplinata tra le radio libere. Verrà chiusa a forza un anno dopo, in una Bologna blindata dopo l’omicidio Lorusso

di MICHELE SMARGIASSI

 

Alice non è più il diavolo, è una cameretta per bambini. Due, scatenati. La mamma si copre il capo con un velo prima di farci entrare, ospitale, non capisce bene. Proviamo: «Quarant’anni fa, qui c’era una radio… di protesta… venne la polizia e la fece chiudere…». Guarda con stupore la vecchia foto, è proprio la sua camera da letto, ma c’è un mixer. Valerio Minnella intanto gira assorto. «Non è cambiato quasi niente… Ecco, scapparono quasi tutti da lì», indica l’abbaino.

In questi quarant’anni non era mai tornato qui, via del Pratello 41, per tredici mesi casa di Radio Alice. Dieci anni fa qui abitavano due studentesse fuorisede. Oggi, una famiglia pakistana. I luoghi seguono la storia della città. Alice invece morì sulla fenomenale battuta, surreale e dadaista, che alla fine della drammatica diretta della sera dell’irruzione, il 12 marzo 1977 ore 11.25, con la polizia che stava sfondando la porta in assetto da guerra, uscì di bocca all’umore nero di Valerio, che stava al piatto del giradischi: «Ecco qui Beethoven, se va bene bene, sennò, seghe». Umberto Eco ci fece una lezione alla Sorbona.

LE CELEBRAZIONI

Ma in questi giorni si ricorda una nascita, non una sentenza di morte, perché fu il 9 febbraio del 1976, quarant’anni fa, che Alice emanò ufficialmente i suoi primi vagiti al suono di “White Rabbit” dei Jefferson Airplane (ma già da mezzanotte occupava le frequenze di 100.6 mhz, e il primo disco ufficioso fu in verità Jimi Hendrix). Nessuno lo sa, ma fu un esordio in differita: «Avevamo registrato, per paura di incasinarci… Mica lo sapevamo, come si faceva una radio libera…». Il nastro andò perduto. Ma quel che inventarono quei quattro sciamannati ingarbugliando cavetti oggi ha invaso le nostre vite e cambiato le nostre relazioni. Cosa? Ma un’intuizione semplice e folle, da cortocircuito elettrico. Collegare il filo del telefono all’antenna della radio. In termini mediologici: connettere un medium individuale a un medium broadcast. Se non avete ancora capito, fu esattamente quello che ora facciamo ogni minuto con i nostri telefonini collegati a Internet. Solo, quarant’anni fa.

 

«Mica eravamo ingenui. Mao-dadaisti, situazionisti, quel che vuoi, ma Radio Alice nasce da un collettivo dal nome pallosissimo: Cooperativa di Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico. In Italia solo una trasmissione Rai usava il telefono allora, Chiamate Roma 3131, ma era tutto registrato e filtrato. Noi guardavamo alle radio americane». Minnella oggi ha 65 anni, fa il tecnico informatico, fu uno dei primi dieci italiani a possedere un Apple. Allora era un anarcoide nonviolento (otto mesi a Gaeta per renitenza alla leva) che col fratello Mauro pasticciava con l’elettronica. Negli scantinati di un’osteria alternativa incontrò il Movimento. La coscienza dei mezzi più la coscienza del fine: nacque Radio Alice, nome frutto di sfinimento dopo tremila proposte («chiamatela come vi pare! chiamatela Alice! Ok, Alice»), poche centinaia di migliaia di lire di colletta, sede nella casa in affitto di due del gruppo, un trasmettitore militare recuperato da Maurizio Torrealta, futuro giornalista Rai.

 

Ma quella cosa delle telefonate cambiò tutto. «Quindici giorni dopo non eravamo più padroni della radio. Nessuno lo era». Del resto, Alice odiava, nell’ordine: la competenza (parla solo chi è titolato a parlare), la redazione (parla solo chi gestisce il microfono) e il palinsesto (parla solo chi ha uno spazio autorizzato). Si iniziava al mattino senza sapere cosa sarebbe andato in onda entro sera. Unico appuntamento fisso, rigorosamente rispettato, con le favole per mandare a letto i bambini, lette alle otto di sera da Alessandra ed Elio. Per il resto, sarabanda. Microfono a disposizione di chi aveva qualcosa da dire, le due stanzette invase, ci incontravi gli Skiantos, Pazienza, Bifo, Scozzari, Claudio Lolli, Bonvi, i “frocialisti”, le femministe, il collettivo “Rasente i muri” dei compagni mollati dalle compagne diventate femministe… Stockhausen e i Gaznevada, Majakowski e cazzocompagni, Dams e demenziale, quello che chiamava per commentare la politica internazionale e quello che voleva sapere «dov’è Giovanna»…

Radio di massa più che di movimento, geniale follia più che lucida controinformazione. Questa era la radio che il 12 marzo fu chiusa da un’irruzione della polizia per «istigazione a delinquere». Il giorno prima era stato ammazzato Francesco Lorusso, disarmato militante di Lotta continua. Bologna nel caos, fra barricate e autoblindo. Niente cellulari, ma le cabine telefoniche (girava una chiave che apriva l’apparecchio e permetteva di telefonare gratis recuperando il gettone) erano i terminali di una “diretta” sugli scontri, che la radio ritrasmetteva e che beffava le manovre della Polizia. Anni dopo, il capo della Mobile Ciro Lomastro ne era ancora ammirato: «Noi avevamo le ricetrasmittenti, ma il nostro era un contatto uno-uno. Loro avevano uno schema uno-tutti. Erano più avanti di noi». Lo aveva capito anche quel tenentino che sulle scale, quella notte, fu sentito ordinare ai suoi: «Non sparate! Sono in diretta!».

 

Insomma l’esordio anomalo, profetico dei social network, in Italia, finì al gabbio. Arresti, botte in Questura e un processo di sette anni finito con assoluzioni. «Ma noi non “dirigevamo la guerriglia”, chi avrebbe potuto? Quel giorno non facemmo nulla di diverso dai mesi precedenti, lasciare i microfoni aperti. Era la realtà attorno a noi che era cambiata». Certo, c’era stato quello che i sessantenni di oggi ricordano come “il venerdì della nostra vita”, l’uccisione di Lorusso, la rabbia violenta, la repressione. E fu l’inizio della fine, che precipitò la generazione del desiderio in quella del lutto bloccato, o del furore omicida, o dello sterminio a rate dell’eroina. La favola di Radio Alice iniziava: “C’era un’altra rivolta”, creativa e profetica: ma non arrivò a tirar la morale.

 

 

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IL CULTO DELLE MUMMIE


A quanto pare, il culto delle mummie non era praticato soltanto dagli Egizi e da altri popoli antichi, ma lo è anche dalla moderna chiesa cattolica, la quale in passato criticava l’idolatria dei pagani e, in tempi più recenti, anche quella dei comunisti, per la conservazione dei corpi imbalsamati di Lenin, di Stalin o di Mao Tse Tung. C’è però una sostanziale differenza tra i nostalgici dei defunti rivoluzionari e fondatori del comunismo, e i devoti di padre Pio o di papa Wojtyla: che i primi, a torto o a ragione, venerano i loro idoli come degli eroi defunti da ricordare per le loro gesta passate e per le loro idee, mentre i secondi sono anche convinti che le salme dei loro santi possano ancora dispensare grazie e miracoli. Questo spiega il perchè Bergoglio abbia voluto far portare la mummia di padre Pio a Roma. Infatti il ricordo dei, presunti, passati miracoli del ciarlatano di turno in esposizione al pubblico nella capitale, è unito alla speranza che il sant’uomo possa farne ancora, persino dopo la morte, ed è il carburante che alimenta la fede dei cattobigotti e, conseguentemente, le casse del vaticano. La legenda vuole che padre Pio sia stato in vita forse il ciarlatano più miracolista di tutti.

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Sessismo e pubblicità, le donne non sono un oggetto.


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Cercando su Google “oggettificazione della donna” i risultati sono una sequenza di pubblicità. Dai profumi alle borse, passando per birre e hamburger il corpo delle donne è un semplice strumento per attirare l’attenzione sui prodotti. Il video, creato dal canale YouTubeWomen Not Object, mostra alcuni spot sessisti accompagnati dal commento provocatorio delle donne. “Amo sacrificare la mia dignità per un drink”. “Amo dormire con un uomo che non ricorderà il mio nome”. Marchi, più o meno noti, che cedono alla strumentalizzazione dell’immagine femminile senza considerare che le donne che rappresentano sono prima di tutto madri, figlie, sorelle, colleghe, manager
(a cura di Marisa Labanca