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Gianmaria Testa, morto il cantautore – capostazione che la Francia ci invidiava.


testa905-675x905http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/03/30/gianmaria-testa-morto-il-cantautore-capostazione-che-la-francia-ci-invidiava/2592048/

Aveva lavorato nelle stazioni ferroviarie, quasi a dare una ulteriore allure poetica ai suoi brani, con tutto quel viavai di storie da raccontare, di vite di passaggio. Nei fatti Gianmaria Testa era un anomalo cantautore capace di coniugare una lingua colta con musiche altrettanto ricercate: la speranza, in questo giorno di lutto, è che la sua musica venga scoperta dal pubblico di casa nostra.

Con la stessa discrezione con cui ha a attraversato il panorama musicale italiano, con quell’eleganza e timidezza di chi ha cose da dire e le dice, non finendo mai per dire una parola di troppo, ci lascia Gianmaria Testa, cantautore della provincia di Cuneo. Di lui si è sempre parlato, e per “sempre” si intende quelle rare volte che l’attenzione di casa nostra si è appoggiata sulla sua arte, per questa strana anomalia che lo voleva assai seguito in Francia, con sold out all’Olympia al pari del suo corregionale Paolo Conte, e praticamente sconosciuto, se non addirittura snobbato, in patria.

Era stato capostazione, lavoro dotato di una ulteriore allure poetica, con tutto quel viavai di storie da raccontare, di vite di passaggio. Nei fatti Gianmaria Testa era un anomalo cantautore capace di coniugare una lingua colta con musiche altrettanto ricercate, ottimamente eseguite da musicisti di alto livello, spesso presi da quel mondo del jazz con cui ha flirtato per tutta la vita: una scrittura capace di superare appunto le Alpi, la sua, forse ignorata da noi più per pigrizia dell’industria che per volontà del pubblico, certo ormai poco abituato a una stratificazione di storie e note come quella messa in atto da Testa, ma altrettanto certamente capace di riconoscere il bello, se solo qualcuno glielo fa vedere.

Gianmaria se n’è andato a soli 57 anni, dopo aver perso la battaglia che da tempo lo vedeva impegnato con un male incurabile. La notizia non coglie del tutto di sorpresa i suoi fan, perché Testa aveva dovuto annullare il suo tour europeo proprio per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute. La speranza, in questo giorno di lutto, giorno in cui per altro si ricorda la morte di un altro grande cantautore mai abbastanza celebrato come Franco Califano, scomparso tre anni fa, è che ora la sua musica venga scoperta dal pubblico di casa nostra. Che la sua arte alta e discreta, per inseguire la quale Testa aveva abbandonato il suo lavoro sicuro, diventi patrimonio pubblico.

Difficile immaginare che ci sia la solita rincorsa a chi pubblica il video o la frase a effetto più ficcante, oggi, ma fermarsi per ascoltare magari una delle canzoni di Da questa parte del mare, album uscito esattamente dieci anni fa e interamente dedicato ai migranti, sarebbe il modo migliore per ricordare un grande artista. Mai come nel caso di Gianmaria Testa, cantautore che non ha mai rinnegato le sue origini contadine, è il caso di dire la terra ti sia lieve.

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Puglia, lo spettacolo social dell’ulivo pensieroso.


pugliahttp://bari.repubblica.it/cronaca/2016/03/09/foto/puglia_lo_spettacolo_social_dell_ulivo_pensieroso-135137728/?ref=fbpa#1

La natura riserva sempre sorprese incredibili. Ma questa volta sembra davvero aver superato se stessa. L’immagine dell’ulivo secolare che sembra avere il volto di un anziano signore mentre riflette su chissà cosa.  L’impatto è stupefacente. E’ un albero che lascia senza parole e colpisce sempre, anche quando lo rivedi.

 

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Reggio Calabria a rischio guerra.


http://espresso.repubblica.it/inchieste/2016/03/21/news/reggio-calabria-a-rischio-guerra-1.254624?ref=fbprreggio

L’offensiva dello Stato contro le ’ndrine può scatenare una reazione violenta. Come negli anni Ottanta. Quando bazooka e tritolo erano pane quotidiano.

Rilanciare il Sud con gli annunci? Fatto! Reggio Calabria, che fra tre mesi diventerà una delle dodici città metropolitane d’Italia, avrà l’alta velocità ferroviaria, il completamento dell’autostrada, il ponte sullo Stretto, finanziamenti per la statale 106 dello Jonio, il budello che al sindaco metropolitano di Monasterace, per fare un esempio, costa un’ora e mezzo di strada fino alle rive dello Stretto. Forse si farà qualcosa perfino per la ferrovia ionica, un solo binario che le mareggiate tendono a portarsi via come una capanna di canne.

Nel linguaggio degli spin doctor di Palazzo Chigi si chiama narrativa. A Reggio hanno una parola più terra terra, al limite volgaruccia, per definire lo tsunami di promesse di Matteo Renzi e dei suoi fedelissimi. Lo scetticismo è la superficie della paura.

La Grande Rottamatrice, la ’ndrangheta, sta tornando con prepotenza in città e nell’area della futura metropoli. In città si torna a uccidere. Sulla piana di Gioia Tauro non si è mai smesso. Il catalogo delle intimidazioni include le minacce al presidente del parco dell’Aspromonte, Giuseppe Bombino, al sindaco di Gioiosa Jonica, Salvatore Fuda, e alla collaboratrice de “l’Espresso”, Alessia Candito. Il primo febbraio la flotta delle autolinee Federico a Locri è stata distrutta da un incendio e in pieno centro a Reggio ci sono stati due attentati a ridosso di Carnevale.
Gli investigatori parlano di un possibile ritorno a metodi da anni Ottanta, quando per le strade bazooka e tritolo erano il pane quotidiano. Sui motivi della ripresa di azioni militari l’interpretazione del procuratore capo Federico Cafiero de Raho è che la ’ndrangheta sta reagendo al contrasto più duro da parte di uno Stato che, qui, spesso si è voltato dall’altra parte, quando non ha intrattenuto un’intesa cordiale con gli uomini dei clan. Il messaggio dei criminali è chiaro: rimettiamoci d’accordo o scorrerà il sangue. Altrettanto chiara è la replica della magistratura. Gli arresti di martedì 15 marzo contro i padroni assoluti di Reggio, i De Stefano del quartiere Archi, possono segnare una svolta storica per il livello dei personaggi coinvolti.

Ci sarà escalation? Finora l’azione criminale più simbolica è stata condotta contro Tiberio Bentivoglio, un commerciante che da oltre vent’anni denuncia i clan e i loro protettori nelle istituzioni. Dopo essersi salvato per miracolo nel 2011 da un tentato omicidio, dopo avere rischiato il fallimento per la fatwa delle ’ndrine verso il suo negozio di articoli per l’infanzia, Bentivoglio si è visto distruggere il deposito da un ordigno.

La città, guidata dal giovane sindaco del Pd Giuseppe Falcomatà che si è presentato sul luogo del delitto ad arringare la folla con un megafono, ha reagito molto al di là dei circuiti associativi antimafiosi. È una rivolta ancora più apprezzabile in un momento in cui il professionismo dell’antimafia mostra il suo aspetto più squallido.
La pasionaria di Fiumara del Muro e San Luca d’Aspromonte, Rosy Canale, dopo una lunga tournée nei maggiori teatri d’Italia a monologare sul suo destino di vittima, è stata appena condannata in primo grado a quattro anni per malversazioni nell’uso dei fondi destinati alla sua associazione. Il dirigente del museo-osservatorio della ’ndrangheta, Claudio La Camera, è sotto inchiesta per circa un milione di euro di spese non giustificate e non giustificabili se non in piccola parte. Altre polemiche hanno colpito “Riferimenti” di Adriana Musella, figlia di Gennaro, costruttore di origine salernitana saltato in aria con un’autobomba alla Carrero Blanco in pieno centro nel 1982.

Anche nel caso di “Riferimenti” è emerso un impiego familistico dei finanziamenti pubblici, concessi in gran parte dall’ex sindaco ed ex governatore Giuseppe Scopelliti, a sua volta in attesa di appello dopo la condanna in primo grado a sei anni per il buco di bilancio che ha spezzato le gambe a un’economia già fragile.

Reggio è stata solidale con Bentivoglio proprio perché ha commesso un delitto di lesa maestà criminale. È il primo privato a ricevere in uso un bene confiscato alla ’ndrangheta. È un locale sulla via Marina alta, la parallela del lungomare intitolato a Italo Falcomatà, storico sindaco padre del primo cittadino in carica.

Il proprietario del negozio dato a Bentivoglio era Gioacchino Campolo, una figura romanzesca. Re dei videopoker con oltre 300 milioni di euro di patrimonio, Campolo era il braccio imprenditoriale dei De Stefano. Per riciclare i ricavi aveva trovato una strada alternativa al solito business edilizio-immobiliare. Campolo amava e comprava arte: De Chirico, Fontana, Guttuso, Ligabue, Dalí, Migneco, Cascella. Una collezione di 150 tele degna di Peggy Guggenheim, anch’essa confiscata e già esposta al museo di Reggio insieme ai Bronzi.

Dopo gli avvertimenti a colpi di esplosivo, Bentivoglio ha preso possesso del suo nuovo locale proprio martedì 15 marzo, nel giorno dell’operazione contro i De Stefano. Al taglio del nastro c’era la politica, la magistratura, le associazioni, cittadini comuni. E naturalmente i soldati dell’esercito che resteranno di guardia al negozio, come accade nelle metropolitane di Roma e Milano a protezione dallo Stato islamico.

Naturalmente la parte oscura della città è dura a morire e ancora capace di creare consenso. Racconta il sindaco Falcomatà: «Eravamo a fare un incontro in una scuola elementare di Arghillà, un quartiere difficile dove sorge il nuovo carcere. Una bambina di quinta si è alzata e ha chiesto: è vero che la ’ndrangheta può fare anche cose positive?».

Il sostegno che ricevono le cosche è direttamente proporzionale alle difficoltà economiche della città. Il vecchio discorso della mafia che dà lavoro o “fa cose positive” è l’antinarrativa tradizionale che il crimine organizzato contrappone alle promesse mancate del governo centrale, preso nella gabbia di un’austerity uguale e contraria al panem et circenses di età berlusconiana.

Gli amministratori locali impiegano buona parte delle loro energie a cercare respiro dai piani di rientro fissati da Roma o da Bruxelles, a dispetto delle emergenze più spettacolari.

«Il ministro di Grazia e giustizia Andrea Orlando ha più volte promesso di ampliare la pianta organica degli uffici giudiziari reggini», continua il sindaco. L’impegno rischia di finire in buona compagnia con l’alta velocità ferroviaria e il completamento imminente della Salerno-Reggio.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario è stato evidenziato il deficit di organico permanente degli uffici di Reggio, nonostante inchieste che hanno investito la politica nazionale, dal caso del tesoriere leghista Francesco Belsito all’ex ministro Claudio Scajola fino all’armatore ex parlamentare forzista Amedeo Matacena, latitante a Dubai dall’agosto 2013.

Il tribunale ha quattro presidenti e trentadue giudici. Dovrebbero essere sei e quarantatré. In Corte d’appello ci sono altre due posti vuoti e uno alla Procura generale. Altri due vuoti ci sono nell’ufficio del gip-gup. In Procura, i sostituti sono diciannove invece di ventisei.
Potrebbe peggiorare. L’aggiunto Nicola Gratteri è dato in uscita, forse per diventare procuratore capo a Catanzaro. È possibile che sia sostituito da Giuseppe Lombardo, il pm del caso Scajola. Oltre a Gratteri, potrebbero trasferirsi due magistrati esperti come Roberto Di Palma, che ha ordinato gli arresti di martedì scorso, e Antonio De Bernardo.

In aggiunta a questo, la situazione dei rapporti fra i tenori della procura non è idilliaca. Accade anche altrove, a maggior ragione in una sede ad alto coefficiente di stress. Fatto sta che l’esodo dei migliori sarebbe una buona notizia solo per i criminali. E non è la migliore premessa per recuperare un arretrato di 6526 processi pendenti, uno dei parametri usati per misurare la qualità della vita.

Nella classifica del “Sole 24 ore” Reggio Calabria è arrivata terzultima nel 2013, penultima nel 2014 e ultima su 110 concorrenti nel 2015. In città c’è già chi prepara il ritorno al potere della destra esibendo il glorioso piazzamento del 2009, quel 91° posto da predissesto che – direbbe la scolara di Arghillà – ha fatto anche cose positive.

 

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