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La Francia in lotta


29europa-aprigi-3Mobilitazione massiccia in Francia per il quarto giorno.

Mobilitazione  contro la loi Travail ( legge sul lav0ro ), mentre il 3 maggio inizia il dibattito all’Assemblea sulla contestata riforma che porta il nome della ministra El Khomri.

Si stima la partecipazione di  circa 500.000 manifestanti.

Il ministro degli Interni, Bernard Cazeneuve, ha affermato che 24 poliziotti sono stati feriti, tre gravemente, uno è in codice rosso, 124 fermi in tutta la Francia.

Feriti anche tra i manifestanti. L’Unef, sindacato degli studenti, condanna l’uso «sproporzionato della forza» da parte della polizia.

Di seguito segnalo l’articolo del Manifesto per i particolari e la cronaca della situazione bollente http://ilmanifesto.info/mezzo-milione-in-piazza-contro-la-loi-travail/

 

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Giorno Europeo


 

Il giorno europeo o festa dell’Europa è una ricorrenza europea che si festeggia, in tutti i paesi dell’Unione Europaa, il 9 maggio di ogni anno. Si ricorda in particolare il 9 maggio del 1950, ovvero il giorno in cui il politico e statista franceseRobert Schuman presentò il piano di cooperazione economica, cuore e parte integrante della famosa “Dichiarazione Schuman“. Tale piano di cooperazione diede il via all’integrazione europea, con lo scopo di creare un’unità federale di tutti i territori dell’Europa e permettere così la coesistenza pacifica di paesi che negli anni passati erano stati profondamente in conflitto fra di loro.

Il 9 maggio 1950 fu appositamente scelto da Schuman come giorno per presentare la sua famosa dichiarazione, in quanto il 9 maggio è anche il giorno che segna la fine della Seconda Guerra Mondiale: la resa incodizionata da parte della Germania si ebbe l’8 maggio 1945, ovvero 5 anni ed un giorno prima.

Origini e significato del Giorno europeo

Il 9 maggio fu adottato come il giorno commemorativo dell’Europa dalla Comunità Economica Europea (CEE), a partire dal 1985. La scelta del giorno cadde proprio sul 9 maggio perché la CEE riteneva che senza il piano di cooperazione di Robert Schuman, padre fondatore dell’Unione Europea, non sarebbe stato possibile raggiungere una federazione europea, ritenuta indispensabile per le pacifiche relazioni dei paesi che ne facevano parte.

Il giorno europeo in Italia

Come in diversi altri paesi dell’Unione Europea, anche in Italia il giorno europeo è una ricorrenza espressamente civile, ovvero un normalissimo giorno lavorativo a meno che il 9 maggio non sia una domenica, che è sempre un giorno di riposo nel nostro paese.

Le ricorrenze sono per lo più civili e l’importanza di questa festività è più legata alla memoria della fondazione dell’Unità Europea che non a quella del nostro paese. Non mancano iniziative nelle scuole, che sensibilizzano il tema dell’unità e della coesistenza di più popoli fra gli studenti.

http://www.giorni-festivi.it/giorno-europeo.php

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Il documento di 50 costituzionalisti sulla riforma costituzionale


costihttp://www.lastampa.it/2016/04/22/italia/politica/il-documento-di-costituzionalisti-sulla-riforma-costituzionale-kx4tkWutrnQ1h24sW1zeSM/pagina.html

Una cinquantina di costituzionalisti ha elaborato un documento in cui si esprime alcune valutazioni critiche sulla riforma costituzionale che sarà sottoposta a referendum. Il documento vuole essere un contributo ad una discussione, fondata sul contenuto effettivo della riforma piuttosto che su ragioni pregiudiziali di consenso o di dissenso rispetto al Governo.

 

LA SCHEDA – Addio province, nuovo Senato e Federalismo: ecco cosa cambia con la riforma costituzionale

 

Di fronte alla prospettiva che la legge costituzionale di riforma della Costituzione sia sottoposta a referendum nel prossimo autunno, i sottoscritti, docenti, studiosi e studiose di diritto costituzionale, ritengono doveroso esprimere alcune valutazioni critiche. Non siamo fra coloro che indicano questa riforma come l’anticamera di uno stravolgimento totale dei principi della nostra Costituzione e di una sorta di nuovo autoritarismo. Siamo però preoccupati che un processo di riforma, pur originato da condivisibili intenti di miglioramento della funzionalità delle nostre istituzioni, si sia tradotto infine, per i contenuti ad esso dati e per le modalità del suo esame e della sua approvazione parlamentare, nonché della sua presentazione al pubblico in vista del voto popolare, in una potenziale fonte di nuove disfunzioni del sistema istituzionale e nell’appannamento di alcuni dei criteri portanti dell’impianto e dello spirito della Costituzione.

 

1. Siamo anzitutto preoccupati per il fatto che il testo della riforma – ascritto ad una iniziativa del Governo – si presenti ora come risultato raggiunto da una maggioranza (peraltro variabile e ondeggiante) prevalsa nel voto parlamentare (“abbiamo i numeri”) anziché come frutto di un consenso maturato fra le forze politiche; e che ora addirittura la sua approvazione referendaria sia presentata agli elettori come decisione determinante ai fini della permanenza o meno in carica di un Governo. La Costituzione, e così la sua riforma, sono e debbono essere patrimonio comune il più possibile condiviso, non espressione di un indirizzo di governo e risultato del prevalere contingente di alcune forze politiche su altre. La Costituzione non è una legge qualsiasi, che persegue obiettivi politici contingenti, legittimamente voluti dalla maggioranza del momento, ma esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. E’ indubbiamente un prodotto “politico”, ma non della politica contingente, basata sullo scontro senza quartiere fra maggioranza e opposizioni del momento. Ecco perché anche il modo in cui si giunge ad una riforma investe la stessa “credibilità” della Carta costituzionale e quindi la sua efficacia. Già nel 2001 la riforma del titolo V, approvata in Parlamento con una ristretta maggioranza, e pur avallata dal successivo referendum, è stato un errore da molte parti riconosciuto, e si è dimostrata più fonte di conflitti che di reale miglioramento delle istituzioni.

 

2. Nel merito, riteniamo che l’obiettivo, pur largamente condiviso e condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto (al quale peraltro sarebbe improprio addebitare la causa principale delle disfunzioni osservate nel nostro sistema istituzionale), e dell’attribuzione alla sola Camera dei deputati del compito di dare o revocare la fiducia al Governo, sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato. Invece di dare vita ad una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni. In esso non si esprimerebbero le Regioni in quanto tali, ma rappresentanze locali inevitabilmente articolate in base ad appartenenze politico-partitiche (alcuni consiglieri regionali eletti – con modalità rinviate peraltro in parte alla legge ordinaria – anche come senatori, che sommerebbero i due ruoli, e in Senato voterebbero ciascuno secondo scelte individuali). Ciò peraltro senza nemmeno riequilibrare dal punto di vista numerico le componenti del Parlamento in seduta comune, che è chiamato ad eleggere organi di garanzia come il Presidente della Repubblica e una parte dell’organo di governo della magistratura: così che queste delicate scelte rischierebbero di ricadere anch’esse nella sfera di influenza dominante del Governo attraverso il controllo della propria maggioranza, specie se il sistema di elezione della Camera fosse improntato (come lo è secondo la legge da poco approvata) a un forte effetto maggioritario.

 

Non hai capito niente della riforma costituzionale? Ecco cosa cambia

 

3. Ulteriore effetto secondario negativo di questa riforma del bicameralismo appare la configurazione di una pluralità di procedimenti legislativi differenziati a seconda delle diverse modalità di intervento del nuovo Senato(leggi bicamerali, leggi monocamerali ma con possibilità di emendamenti da parte del Senato, differenziate a seconda che tali emendamenti possano essere respinti dalla Camera a maggioranza semplice o a maggioranza assoluta), con rischi di incertezze e conflitti.

 

4. L’assetto regionale della Repubblica uscirebbe da questa riforma fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, e senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso fra Stato e Regioni viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stato riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”. Si è rinunciato a costruire strumenti efficienti di cooperazione fra centro e periferia. Invece di limitarsi a correggere alcuni specifici errori della riforma del 2001, promuovendone una migliore attuazione, il nuovo progetto tende sostanzialmente, a soli quindici anni di distanza, a rovesciarne l’impostazione, assumendo obiettivi non solo diversi ma opposti a quelli allora perseguiti di rafforzamento del sistema delle autonomie.

 

5. Il progetto è mosso anche dal dichiarato intento (espresso addirittura nel titolo della legge) di contenere i costi di funzionamento delle istituzioni. Ma il buon funzionamento delle istituzioni non è prima di tutto un problema di costi legati al numero di persone investite di cariche pubbliche (costi sui quali invece è giusto intervenire, come solo in parte si è fatto finora, attraverso la legislazione ordinaria), bensì di equilibrio fra organi diversi, e di potenziamento, non di indebolimento, delle rappresentanze elettive. Limitare il numero di senatori a meno di un sesto di quello dei deputati; sopprimere tutte le Province, anche nelle Regioni più grandi, e costruire le Città metropolitane come enti eletti in secondo grado, anziché rivedere e razionalizzare le dimensioni territoriali di tutti gli enti in cui si articola la Repubblica; non prevedere i modi in cui garantire sedi di necessario confronto fra istituzioni politiche e rappresentanze sociali dopo la soppressione del CNEL: questi non sono modi adeguati per garantire la ricchezza e la vitalità del tessuto democratico del paese, e sembrano invece un modo per strizzare l’occhio alle posizioni tese a sfiduciare le forme della politica intesa come luogo di partecipazione dei cittadini all’esercizio dei poteri.

 

6. Sarebbe ingiusto disconoscere che nel progetto vi siano anche previsioni normative che meritano di essere guardate con favore: tali la restrizione del potere del Governo di adottare decreti legge, e la contestuale previsione di tempi certi per il voto della Camera sui progetti del Governo che ne caratterizzano l’indirizzo politico; la previsione (che peraltro in alcuni di noi suscita perplessità) della possibilità di sottoporre in via preventiva alla Corte costituzionale le leggi elettorali, così che non si rischi di andare a votare (come è successo nel 2008 e nel 2013) sulla base di una legge incostituzionale; la promessa di una nuova legge costituzionale (rinviata peraltro ad un indeterminato futuro) che preveda referendum propositivi e di indirizzo e altre forme di consultazione popolare.

 

7. Tuttavia questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici di cui si è detto. Inoltre, se il referendum fosse indetto – come oggi si prevede – su un unico quesito, di approvazione o no dell’intera riforma, l’elettore sarebbe costretto ad un voto unico, su un testo non omogeneo, facendo prevalere, in un senso o nell’altro, ragioni “politiche” estranee al merito della legge. Diversamente avverrebbe se si desse la possibilità di votare separatamente sui singoli grandi temi in esso affrontati (così come se si fosse scomposta la riforma in più progetti, approvati dal Parlamento separatamente). Per tutti i motivi esposti, pur essendo noi convinti dell’opportunità di interventi riformatori che investano l’attuale bicameralismo e i rapporti fra Stato e Regioni, l’orientamento che esprimiamo è contrario, nel merito, a questo testo di riforma.

 

I firmatari

Francesco AMIRANTE Magistrato

Vittorio ANGIOLINI Università di Milano Statale

Luca ANTONINI Università di Padova

Antonio BALDASSARRE Università LUISS di Roma

Sergio BARTOLE Università di Trieste

Ernesto BETTINELLI Università di Pavia

Franco BILE Magistrato

Paolo CARETTI Università di Firenze

Lorenza CARLASSARE Università di Padova

Francesco Paolo CASAVOLA Università di Napoli Federico II

Enzo CHELI Università di Firenze

Riccardo CHIEPPA Magistrato

Cecilia CORSI Università di Firenze

Antonio D’ANDREA Università di Brescia

Ugo DE SIERVO Università di Firenze

Mario DOGLIANI Università di Torino

Gianmaria FLICK Università LUISS di Roma

Franco GALLO Università LUISS di Roma

Silvio GAMBINO Università della Calabria

Mario GORLANI Università di Brescia

Stefano GRASSI Università di Firenze

Enrico GROSSO Università di Torino

Riccardo GUASTINI Università di Genova

Giovanni GUIGLIA Università di Verona

Fulco LANCHESTER Università di Roma La Sapienza

Sergio LARICCIA Università di Roma La Sapienza

Donatella LOPRIENO Università della Calabria

Joerg LUTHER Università Piemonte orientale

Paolo MADDALENA Magistrato

Maurizio MALO Università di Padova

Andrea MANZELLA Università LUISS di Roma

Anna MARZANATI Università di Milano Bicocca

Luigi MAZZELLA Avvocato dello Stato

Alessandro MAZZITELLI Università della Calabria

Stefano MERLINI Università di Firenze

Costantino MURGIA Università di Cagliari

Guido NEPPI MODONA Università di Torino

Walter NOCITO Università della Calabria

Valerio ONIDA Università di Milano Statale

Saulle PANIZZA Università di Pisa

Maurizio PEDRAZZA GORLERO Università di Verona

Barbara PEZZINI Università di Bergamo

Alfonso QUARANTA Magistrato

Saverio REGASTO Università di Brescia

Giancarlo ROLLA Università di Genova

Roberto ROMBOLI Università di Pisa

Claudio ROSSANO Università di Roma La Sapienza

Fernando SANTOSUOSSO Magistrato

 

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Nei fossili marini i futuri cambiamenti climatici: 53 mln di anni fa picco di CO2.


clima

http://www.repubblica.it/ambiente/2016/04/26/news/nei_fossili_marini_i_futuri_cambiamenti_climatici_53_mln_di_anni_fa_picco_di_co2-138482567/?ref=HRLV-17

Nei microorganismi dell’Eocene le prime prove di concentrazione di anidride carbonica atmosferica all’origine dell’estremo riscaldamento con una temperatura di 14 gradi superiore alla media.

LA risposta ai cambiamenti climatici è racchiusa nei fossili marini risalenti a milioni di anni fa. Bisogna tornare all’Eocene per trovare le prime tracce di alte concentrazioni di anidride carbonica che, secondo gli studiosi, sono state all’origine del drammatico cambiamento climatico avvenuto fra i 53 e 34 milioni di anni fa, con una temperatura di 14 gradi superiore a quella attuale. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’università di Southampton, grazie alle testimonianze conservate nei resti fossili dei microrganismi che allora popolavano gli oceani.

Pubblicata sulla rivista Nature e coordinata da Eleni Anagnostou, la ricerca è importante sia per comprendere il clima del passato sia per prevedere quello futuro. Analizzando gli antichi sedimenti oceanici e i livelli di CO2 tuttora presenti, i ricercatori hanno confermato l’ipotesi che l’anidride carbonica ha causato l’estremo riscaldamento in quell’epoca remota. Quando i livelli si sono ridotti è avvenuto un raffreddamento che ha portato alla formazione delle attuali calotte polari.

“Non possiamo misurare direttamente le concentrazioni di CO2 di un tempo così lontano, ma dobbiamo affidarci in via indiretta a ciò che rimane negli attuali resti geologici”, precisa Anagnostou. “In questo caso – prosegue – abbiamo usato la composizione chimica dei fossili marini rimasti nei sedimenti per ricostruire gli antichi livelli di anidride carbonica”.

I fossili, chiamati foraminiferi, erano minuscole creature marine che vivevano vicino la superficie dell’oceano nel’Eoceno. Le loro conchiglie hanno ‘catturato’ la composizione chimica dell’acqua marina in cui vivevano. “La sensibilità del clima alla CO2, che ha portato al riscaldamento nell’Eocene – aggiunge Gavin Foster, coautore dello studio – è simile a quella prevista dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on climate change) per il nostro futuro”.

 

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Non è (più) un Paese per vecchi


27 aprile - Non è (più) un Paese per vecchiLa vita media si è allungata ed i cittadini che hanno superato i 70, se non gli 80 sono sempre più numerosi e si trovano ad affrontare da soli le molteplici carenze assistenziali, economiche, previdenziali, ed affettive, che la nostra arida società non ha saputo affrontare. Carenze quindi generate dall’evoluzione della società sempre più attenta a chi produce ricchezza e sempre meno disponibile a sostenere il prossimo che non può produrre e che ha poco, in tutti i termini, per consumare.

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Greenpeace: Chernobyl 10 volte più grave di Fukushima


cern

http://www.repubblica.it/ambiente/2016/04/25/news/greenpeace_chernobyl_10_volte_piu_grave_di_fukushima-138431219/?ref=fbpa

Decine di migliaia le vittime del disastro nucleare più grave della storia. Oggi oltre 5 milioni di persone abitano nelle zone contaminate. La denuncia di Greenpeace: ritardo nella costruzione del nuovo sarcofago che dovrebbe racchiudere il reattore 4.

STIME esatte non esistono: i morti di Chernobyl si dividono tra i 9mila secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ai 115mila dei rapporti bielorussi. Numeri che a trent’anni dall’esplosione del reattore 4 della centrale nei pressi di Pipyat, in Ucraina (allora Urss) ricordano solo l’orrore di un disastro mai visto. Il più grave della storia, dieci volte più disastroso di quello avvenuto nella centrale giapponese di Fukushima nel 2011.

A ricordare che la conta delle vittime non è mai stata portata a termine è Greenpeace: ”Tutta colpa di un follow up sanitario interrotto nel 2005 per mancanza di fondi”, spiega Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo dell’associazione per l’Italia, facendo un bilancio – ancora indicativo purtroppo – di quel drammatico 26 aprile 1986.

Un giorno plumbeo che gettò il mondo nel panico, a cominciare dalle zone limitrofe al reattore ucraino abitate da 8 milioni di persone, di cui 2 milioni di bambini. “Quelli che venivano definiti ‘i sopravvissuti di Chernobyl’ – dice Onufrio – erano circa 1 milione e 800 mila. Il follow up sanitario coinvolse circa il 10% di questa fetta di popolazione ma la conta effettiva dei danni non si saprà mai perché i controlli sono terminati nel 2005”. Un bilancio che si attesta, quindi, su decine di migliaia di vittime, assicura Onufrio.

Il disastro della centrale ucraina durò nove giorni, nei quali prese fuoco anche la grafite delle barre di contenimento, liberando in aria scorie radioattive che si poggiarono ovunque nel resto d’Europa. L’area contaminata oggi è grande 150mila km quadrati, “circa metà del territorio italiano – precisa Onufrio – in pratica è come se fossero scoppiate contemporaneamente duecento bombe atomiche della portata di quelle di Hiroshima e Nagasaki”.

Un’incidente dalla magnitudo incalcolabile, tanto che pure le scale internazionali ines sugli eventi nucleari e radiologici si sono trovate in difficoltà quando hanno dovuto assegnare sia a Chernobyl che a Fukushima il livello massimo, cioè il 7. “Ma Chernobyl è stata dieci volte peggio di Fukushima- precisa il direttore esecutivo di Greenpeace – questo fa capire che si è andati anche oltre la possibile immaginazione”. Oggi nell’area vivono ancora 5 milioni di persone tra Ucraina, Russia e Bielorussia, popolazioni alle prese con cibo contaminato. Specialmente latte, funghi, mirtilli e grano. A causa degli elevati livelli di contaminazione da plutonio nel raggio di 10 chilometri dalla centrale, ricorda Greenpeace nel briefing ”L’eredità nucleare di Fukushima e Chernobyl”, l’area non potrà essere ripopolata per i prossimi diecimila anni.

Il rischio è continuo ed è legato in particolar modo agli incendi nelle foreste. In particolare, spiega Greenpeace, si tratta di aree forestali non bonificabili che liberano il 4% di cesio e stronzio e l’1% di plutonio, che entrano a tutti gli effetti nella catena alimentare. ”Ci sono zone della Germania dove i cacciatori sono costretti a riconsegnare la cacciagione, specialmente cinghiali. – dichiara Onufrio – Il fenomeno è incalcolabile, durerà almeno altri 2-3 secoli e peserà su intere generazioni”. Solo tra il 1993 e il 2013, ad esempio, nei dintorni di Chernobyl sono stati stimati 1.100 incendi.

Una situazione aggravata dal ritardo nella costruzione del nuovo sarcofago – denuncia Greenpeace – che racchiuda le rovine del vecchio. “Si tratta di una struttura enorme, 110 metri x 250, profonda 160, progettata per un secolo e in costruzione accanto al reattore”. Una fase tutt’ora delicata perché ”ci sono molte parti fragili: tempeste, venti o terremoti potrebbero far degenerare ulteriormente la situazione. Dentro ci sono centinaia di tonnellate di combustibile di grafite sotto forma di massa, tipo lava”, spiega ancora Onufrio. I costi di questo sarcofago sono quadruplicati rispetto alle stime iniziali arrivando a oltre 2 miliardi, “dimostrando che in principio c’è stata una certa cooperazione internazionale, ma al momento pare che tutto ricadrà sulle spalle degli ucraini”. Diritti ”non attuati”, secondo Greenpeace che denuncia il mancato rispetto dei diritti delle persone che vivono in quei luoghi ad essere informate e ad avere cubo non contaminato. Chernobyl, e poi Fukushima, “hanno modificato la percezione dei rischi nell’opinione pubblica. Prima si pensava che l’impossibile non potesse succedere, invece è successo e poi è ricapitato 3 volte in Giappone. Ora – conclude Onufrio – bisogna salvaguardare i diritti di 5 milioni di persone che vivono ancora in quei luoghi”.

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Lottavamo per la libertà: ci chiamavano banditi e terroristi.


partigiani

http://www.marx21.it/index.php/rivista/19332-lottavamo-per-la-liberta-ci-chiamavano-banditi-e-terroristi-#

Rivivere questa sera, con Nori e Giovanni Pesce, gli stati d’animo, le ansie, il coraggio, le paure, ma soprattutto la grande tensione ideale che ci animava in quelle terribili giornate di lotta di tanti anni fa è sempre una grande emozione. Anche allora gli invasori ci chiamavano banditi e terroristi, come succede ancora oggi in altre parti del mondo, ed in un certo senso avevano anche ragione di farlo. Compito dei Gap e dei gruppi giovanili del Fronte della Gioventù, nei quali militavo, era esattamente quello di seminare il terrore nelle file dei nazifascisti e di rendere la vita impossibile alle truppe hitleriane e ai brigatisti neri di Mussolini. Occorreva rispondere colpo su colpo e senza esitazione ad un invasore feroce e crudele e alle bande di torturatori in camicia nera.
Per capire quale era il clima di quelle giornate terribili inviterei tutti a leggere (o a rileggere) il libro di Giovanni Pesce, Senza tregua. E’ una lettura che concorre a rivitalizzare i nostri usurati neuroni e protegge dal rischio che la memoria venga travolta, oltre che dal tempo, anche da certe tendenze diffamatorie e distruttive.
Dal 25 aprile 1945 sono passati tanti anni. All’ingrosso tre generazioni. Sono tante.
Ma quel che è peggio è che stiamo attraversando una stagione di revisionismo storico dilagante che tende a ridurre la Resistenza e la lotta armata a una parentesi di cronaca nera sanguinosa separata dalle reali dimensioni politiche e militari che i popoli europei e gli eserciti alleati furono costretti a fronteggiare prima di riuscire a schiacciare la belva hitleriana nel suo bunker di Berlino. Le falsificazioni si susseguono: la resistenza all’invasore che diventa guerra civile, le foibe presentate come simbolo della crudeltà e della ferocia dei partigiani di Tito, il libro di Pansa che presenta i partigiani italiani come killers assetati di sangue, l’America di Bush che presenta lo sbarco in Normandia come l’episodio centrale e decisivo per le sorti della seconda guerra mondiale. A farne le spese sono, oltre che la verità storica, le grandi conquiste democratiche, sociali e politiche rese possibili dalla sconfitta del nazifascismo e sulle quali incombe oggi la minaccia della loro cancellazione.
Poi, per fortuna, la verità storica si riprende qualche rivincita. Ho visto, lo scorso 8 maggio, sfilare sulla piazza Rossa , a Mosca, i volti consumati dall’età e dai sacrifici ma ancora pieni di legittimo orgoglio, 2700 veterani sovietici delle battaglie decisive che salvarono il mondo dal regime hitleriano. Ricomincio a sperare che l’incauto Fukuiama sia inciampato in un clamoroso infortunio quando proclamò, 15 anni fa, la fine della storia.
La prima cosa da dire ai deboli di memoria è che non ci sarebbe stata nessuna resistenza e nessuna vittoria contro il nazifascismo senza il travolgente potenziale militare, politico e ideale messo in campo dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa.
A conferma ricordo che l’atto di nascita della resistenza italiana e la sua prima, grande dimensione di massa risale al marzo 1943, quando entrarono in sciopero contro Mussolini le grandi città industriali del nord. Quello sciopero fu proclamato ben 15 mesi prima del tanto atteso sbarco in Normandia, ma, guarda caso, 60 giorni dopo la resa della Sesta Armata nazista di Von Paulus a Stalingrado e la distruzione, avvenuta in quella storica battaglia, dei tre Corpi di spedizione alleati dei tedeschi nella campagna di Russia: rumeno, ungherese e italiano. L’epopea di Stalingrado segna il crollo del mito dell’invincibilità del Terzo Reich. Per la prima volta appare a Berlino il fantasma della sconfitta. Dunque, un evento militare di peso enorme e un momento da non perdere. E fu così che noi, comunisti italiani, pochi, clandestini e perseguitati, cogliemmo l’occasione per organizzare una prima , clamorosa operazione di protesta, impensabile solo qualche mese prima di Stalingrado. Incuranti delle leggi di guerra molto severe che prevedevano anche la pena di morte per qualsiasi forma di sabotaggio, le grandi fabbriche industriali del nord, cuore dell’industria bellica e pertanto militarizzate, si fermano, per la prima volta dopo l’ascesa al potere del fascismo, e lo sciopero riapre una sfida mortale contro un regime nemico che pareva dovesse durare mille anni. Stalingrado ha dunque segnato una svolta decisiva per le sorti della guerra e ridato la speranza della liberazione ai popoli europei. Ma è ancora presto per parlare di pace. Ci riusciva persino difficile immaginarla. Sapevamo che troppi dei conti ancora in sospeso col nazifascismo andavano risolti col ferro e col fuoco. In quel momento, nessuno si scandalizzi, erano purtroppo gli eventi militari a cadenzare il nostro sanguinoso avanzare verso un mondo di pace. Ed il 1943 fu appunto l’anno delle battaglie decisive che resero irreversibili le sorti del conflitto mondiale, tutte furiosamente combattute nei territori invasi dell’Unione Sovietica e un anno prima del tanto sospirato sbarco in Normandia.
Non tutti sanno che il colpo mortale alla Wermarcht fu inflitto sei mesi dopo Stalingrado, nel luglio 1943, a Kursk in quella che è passata alla storia come la più grande battaglia di mezzi corazzati ed aerei di tutta la seconda guerra mondiale. Battaglia che per ampiezza, mezzi impiegati e conseguenze strategiche finì per superare quella di Stalingrado.
La battaglia di Kursk rappresenta l’estremo tentativo hitleriano di riprendere, dopo il disastro di Stalingrado, l’offensiva e l’iniziativa strategica. L’obbiettivo dell’Alto comando tedesco era assai ambizioso: sfondare il fronte nel triangolo Orel- Kursk-Briansk in direzione nord-est tentando per la seconda volta di aggirare Mosca da sud. Quando alle 5 del mattino del 5 luglio 1943 il maresciallo Von Kluge, comandante dell’operazione, diede il segnale dell’attacco disponeva nel suo settore di un concentramento di mezzi militari senza precedenti: 15 divisioni corazzate, 25 divisioni di fanteria e le tre migliori divisioni della SS, la Adolf Hitler, la Totenkopf e la Das Reich. In tutto, più di mezzo milione di uomini, tremila nuovissimi carri Tigre e Pantera, al loro esordio, appoggiati da duemila aerei. Ma le illusioni di Von Kluge di sfondare verso est erano già in parte svanite il primo giorno. In quelle prime 24 ore la più grande battaglia di mezzi corazzati di tutta la guerra si era conclusa con la distruzione di 586 carri tedeschi ritenuti pressoché invulnerabili. Non meno pesante la sconfitta della Luftwaffe che nello stesso giorno perse 203 aerei, di cui 33 abbattuti dalla squadriglia di volontari francesi “Normandie” copertasi di gloria nei cieli di Kursk. Il tutto per una penetrazione tedesca verso est non superiore ai 9 km.
Dal 6 al 12 luglio Von Kluge continuò l’offensiva alla disperata ricerca di un punto debole nello schieramento difensivo sovietico da sfondare, ma invano. Incollati a radio Mosca seguivamo col fiato sospeso l’esito di quella battaglia. Poi, finalmente, il 12 luglio, stremati dalle perdite, i tedeschi esaurirono la loro spinta offensiva lasciando sul terreno 2609 carri e 1037 aerei. Il fior fiore delle Panzer Divisionen distrutto in soli sette giorni! Un colpo decisivo per la macchina bellica tedesca, dal quale non si sarebbe più riavuta.
Così, il 15 luglio, quando i due eserciti sembravano entrambi esausti, ebbe inizio una impressionante offensiva sovietica nella zona di Orel, a nord di Kursk, condotta da armate fresche al comando del maresciallo Rokossowski. Fu l’inizio di una avanzata travolgente che nel giro di quattro mesi portò alla liberazione di 162 città sovietiche, inclusi il Caucaso e la Crimea, e all’annientamento di 134 divisioni naziste.
Questa è stata la battaglia che ha chiuso per sempre la stagione delle offensive tedesche sul fronte russo. Da allora ai soldati di Hitler fu concesso di usare solo la retromarcia fino a Berlino.
Anche in Italia gli avvenimenti incalzano: dieci giorni dopo Kursk, il 25 luglio 1943, cade Mussolini e 45 giorni dopo, l’8 settembre, dopo la firma dell’armistizio, inizia la lotta armata.
Lotta armata! Una parola che sembra far inorridire oggi certi campioni della non violenza abituati a valutare la storia con il metro delle loro convenienze congiunturali.
Sessant’anni dopo è difficile raccontare il clima tremendo di paura e di terrore seguito all’8 settembre 1943. Un clima creato da una legge imposta con inaudita ferocia dal tallone di ferro dei panzer invasori che si insinua in ogni casa e ti colpisce negli affetti più profondi: le famiglie spezzate, gli amici d’infanzia fucilati perché renitenti alla leva, altri arruolati di forza nelle file dei massacratori di Salò, le fabbriche saccheggiate dei loro macchinari, gli operai deportati chissà dove, la fame che ti rimpiccioliva lo stomaco. Insomma, un autentico inferno. Poi ecco l’emergere, in modo sempre più ampio e diffuso, dei soggetti politici antifascisti promotori e guida della resistenza popolare. Primo fra tutti, per consistenza organizzativa e capacità politiche-militari, i militanti comunisti reduci dalle prigioni di Mussolini, dal confino e dalla guerra di Spagna. Dietro la loro iniziativa compaiono, nell’autunno 1943, le prime formazioni partigiane di montagna, si formano i primi nuclei gappisti, nasce il Fronte della Gioventù. L’inizio non è stata una tranquilla passeggiata per nessuno di noi. A quel tempo avevo 18 anni e a quell’età sono altri i sogni che coltivi, ma la realtà non ci lasciava alternative. Bisognava imparare e in fretta ad usare le armi e gli esplosivi, a strisciare silenziosi nelle ore di coprifuoco, a tendere gli agguati alle pattuglie nemiche, a reggere con calma gli scontri a fuoco, a disarticolare le vie e i mezzi di comunicazione del nemico. Bisognava anche essere preparati a resistere alle tor-ture nella sfortunata ipotesi di cadere nelle mani dei macellai delle “brigate nere”. Insomma c’erano proprio tutti gli ingredienti per farti crescere la volontà di combattere una guerra di liberazione spietata e crudele ma inevitabile.
Ora, siccome la mia idea di comunismo e di libertà, unitamente a quella di Giovanni e di Nori, si è dovuta purtroppo formare anche in mezzo a quell’abisso di orrore, vorrei spendere qualche parola per spiegare che la scelta di combattere con i fucili e con le bombe i nazifascismi, non fu dettata da tendenze avventuriste. Avremmo potuto anche allora scegliere la “non violenza” (allora si chiamava “attendismo”), avremmo potuto nasconderci in una cantina – meglio se svizzera – e attendere l’arrivo della 5° Armata americana che stava risalendo con esasperante lentezza la penisola. Ci avrebbero pensato i soldati di Clark a portarci la libertà e la democrazia.
Abbiamo invece deciso diversamente. Abbiamo scelto la lotta armata. Abbiamo dovuto contaminarci con la violenza. Ed è stata un’esperienza sconvolgente. Lo è sempre quando nel mirino del tuo fucile inquadri un essere umano, quando la sola alternativa possibile è quella di uccidere per non essere uccisi. Superare quella sottile barriera di violenza estrema non è stato facile per nessuno. Ma poi sapevi che sotto quelle divise fasciste e naziste c’erano uomini feroci che avevano impiccato, torturato, incendiato i villaggi della nostre vallate. E allora superavi le esitazioni e schiacciavi il grilletto. Ma bisognava nel contempo creare un clima di fiducia nel popolo, convincerlo che la resistenza all’invasore, in ogni sua forma, piccola e grande, era una doverosa necessità ed un passaggio inevitabile verso la liberazione, la pace e la democrazia. Ci siamo riusciti? Penso proprio di si. Credo che mai come allora la resistenza popolare, intesa come legame profondo tra avanguardia armata e masse, abbia avuto una dimensione cosi ampia e travolgente. Lo sciopero generale del marzo 1944 è stato un evento unico della resistenza europea:
Centinaia di migliaia di operai che sfidano per una intera settimana le SS di Kesserling. Molta sabbia finisce negli ingranaggi dei torni e delle fresatrici destinate alla Germania, mentre squadre di tranvieri, protette da gruppi armati, rendevano inservibili gli scambi delle linee tranviarie paralizzando le città. Sciopero generale, lotta di popolo, risposta armata all’invasore e formazioni partigiane di montagna in rapida espansione: questi gli elementi centrali di quel grande movimento chiamato Resistenza conclusosi il 25 aprile 1945.
Anche se, dopo la liberazione, quella carica di odio per il nemico si è andata via via stemperando e dissolvendo, ci è restata abbastanza memoria per indignarci di fronte al tentativo odierno di restituire il titolo di combattenti e l’onore di leali soldati ai torturatori nazifascisti, ai massacratori delle Fosse Ardeatine, ai plotoni di esecuzione di Mussolini, di Kappler e di Reader, ai distruttori di Marzabotto, di S.Anna di Stazzona, di Boves. L’idea che più ci sconvolge oggi è di essere equiparati al nemico che abbiamo combattuto con tutte le nostre forze. Ma il rischio che corriamo è sicuramente peggiore e riguarda tutti: quello di perdere il risultato storicamente più importante della lotta partigiana, quello di vedere portata in discarica la Costituzione Italiana. Non è banale ricordare che questa Costituzione si è potuta scrivere, prima ancora che con l’inchiostro, con il sangue di oltre 47 mila partigiani uccisi in battaglia o fucilati durante la resistenza.
Ritrovo tra le mie vecchie scartoffie il testo ormai ingiallito di un riconoscimento rilasciato nel 1945 a guerra conclusa, a molti partigiani italiani, dal maresciallo Alexander, comandante in capo delle forze alleate del Mediterraneo centrale: “Nel nome dei governi e dei popoli delle Nazioni Unite, ringraziamo Ricaldone Sergio di Pietro di avere combattuto il nemico sui campi di battaglia, militando nei ranghi dei partigiani, tra quegli uomini che hanno portato le armi per il trionfo della libertà, svolgendo operazioni offensive, compiendo atti di sabotaggio, fornendo informazioni militari. Col loro coraggio e con la loro dedizione i patrioti italiani hanno contribuito validamente alla liberazione dell’Italia e alla grande causa di tutti gli uomini liberi”. In parole povere, l’insospettabile maresciallo di sua maestà britannica, dopo averci invitato invano ad abbandonare la lotta nell’inverno 1944/45, ci ringrazia per avere compiuto attentati, colpito con vari mezzi i soldati e le retrovie del nemico, sabotato le comunicazioni, spiati e segnalati i movimenti delle truppe occupanti. Pratiche che fanno giustamente inorridire chi è nato e cresciuto lontano da quei drammatici momenti di estrema violenza. Ma per quanto la guerra possa essere considerata un orrore è difficile poterla contrastare, una volta che sei costretto a combatterla, percuotendo la testa del nemico con il gambo di un fiore come ci propongono di fare oggi i “non violenti” da salotto. E’ curioso notare che oggi, benché un resistente iracheno stia facendo le stesse cose contro un’occupazione che per molti versi emula le gesta delle SS e della Gestapo, vengono definiti feroci terroristi tout court.
Ci rimproverano con molto garbo di essere stati “angelizzati” da un eccesso di apologia della Resistenza. Un modo elegante, e un po’ ipocrita, per dirci che quando sei contaminato dalla violenza non riesci più a liberartene. Faccio notare che se col passare dei decenni ci fossimo resi coerenti con questa sedicente cultura della “non violenza” questa sera non dovremmo essere qui a raccontare il nostro impegno di militanti della lotta armata, ma in qualche modo a dolercene di avere compiuto quella scelta. Forse, in questo modo, potremmo evitare di essere archiviati nel museo degli orrori del 900 e di essere seppelliti sotto le macerie del movimento operaio e comunista del secolo di Lenin, di Gramsci e di Togliatti.
Beh, io una risposta l’avrei per coloro che ci chiedono di rinnegare il nostro passato.
Ricordo un passaggio del Don Chisciotte di Cervantes che sembra ritagliato apposta e che provo a riassumere a memoria. Mentre cavalcano nella notte, Don Chisciotte e Sancho Pancia sono inseguiti e molestati dal latrare dei cani. Sancho Pancia vorrebbe fermarsi ed aspettare che i cani si calmino ma Don Chisciotte gli risponde: lasciamoli latrare e continuiamo a cavalcare nella notte.
Anche noi dovremmo occuparci meno dei cani che abbaiano e continuare a cavalcare nella notte.

La Germania vuole mettere fuori legge i partigiani che combatterono il nazismo

E’ probabile che l’argomento “Resistenza”, lungi dall’esaurirsi dopo le celebrazioni del 60° anniversario, assuma nell’immediato futuro una dimensione di attualità politica ben più drammatica e dirompente . L’offensiva liquidatoria si sta estendendo. Oltre ai riconoscimenti economici e morali richiesti dalla destra di casa nostra per i fucilatori di Salò, la decisione dei servizi segreti di Berlino – Bundesnachrichtendienst (BND) – di definire “estremista” e “nemica della Costituzione” la sezione tedesca della Federazione Internazionale dei Resistenti, che raccoglie 25 organizzazioni di ex partigiani presenti in 14 paesi europei, ANPI inclusa, apre un capitolo inquietante che va molto al di là della nozione, pur sempre molto seria, di “revisionismo storico”.
Si tratta, di fatto, di una testa di ponte offerta alla destra europea che gli astuti agenti tedeschi mascherano con una apparente equidistanza dai due cosiddetti “estremismi”: quello di sinistra, e quello neonazista dei “republikaner” nel momento in cui i nostalgici di Hitler, acquisiscono invece uno status di piena legittimità costituzionale. Il giudizio espresso dai servizi segreti tedeschi nella loro relazione del 2004 ha tutta l’aria di essere il preliminare di una messa fuori legge in Germania (per ora) di una organizzazione resistenziale che cerca di mantenere vivo il ricordo -quale orrore! – dei partigiani (sfortunatamente pochi ed eroici) che si opposero al regime hitleriano finendo quasi tutti sul patibolo. Difficile che Otto Schily, ministro dell’interno di Schroeder, dal quale dipendono i servizi segreti, non sappia nulla di questa allarmante iniziativa che mira a colpire le maggiori associazioni partigiane europee affiliate alla FIR.
Intendiamoci, non è una novità che le istituzioni tedesche, mentre hanno chiuso un occhio, spesso tutti e due, nel perseguire i criminali nazisti, non hanno esitato a bollare e colpire con pesanti misure repressive le organizzazioni antinaziste più impegnate. Sebbene considerati in Germania una specie in via di estinzione, la stagione della caccia ai comunisti non si è mai conclusa né prima né dopo la caduta del “muro”. Al contrario. Assecondati da coloro che continuano ad evocare il fantasma dello stalinismo, anziché quello ben più materialmente presente del neonazismo in versione CIA, i comunisti, o presunti tali, continuano ad essere inquadrati nel mirino dei moderni cacciatori di scalpi.
Dopo avere avuto la maggioranza del partito sterminata dai nazisti, i comunisti del DKP sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto del revanscismo tedesco seguito alla fine della seconda guerra mondiale: dalla messa fuori legge del loro piccolo, combattivo partito, fino al Beruftverboten, versione europea del famigerato maccartismo, introdotto, guarda caso, dalla SPD. Discorso inverso per coloro che li hanno torturati e massacrati. Prontamente archiviata la galleria degli orrori uscita dal processo di Norimberga, eccoli riemergere i peggiori criminali di guerra nazisti, osceni gaglioffi del calibro di Reinhard Gehlen, ex capo degli agenti segreti di Hitler, Klaus Barbie, alto u fficiale delle SS e della Gestapo, Hans Otto, Obersturmfuhrer delle SS. Sono solo un piccolissimo e miserabile campionario delle decine di migliaia di gentiluomini, riciclati dopo un veloce passaggio in lavatrice, nelle accoglienti file della Bundeswher, della CIA, della Nato e, ovviamente, negli stessi servizi segreti eredi di Gehlen, che ora ricambiano con un eccesso di zelo i loro potenti protettori di Langley.
Per chi avesse ancora qualche dubbio sul ruolo tutt’altro che marginale svolto dai vecchi nazisti nella Germania “democratica” ricordiamo che il superterrorista, capitano delle SS Theodor Saewecke, individuato fin dal 1945 come il responsabile della fucilazione di 15 patrioti italiani in piazzale Loreto a Milano, e condannato in contumacia dal Tribunale di Torino con oltre mezzo secolo di ritardo, grazie anche a compiacenti coperture italiane, è morto nel 2005, nel proprio letto e alla bella età di 93 anni, dopo avere ricoperto incarichi di grosso rilievo nella Repubblica Federale: collaboratore dei servizi segreti americani, consigliere del governo federale, direttore della scuola di polizia, vice capo della polizia di sicurezza. Una brillante carriera conclusasi con una lauta pensione consumata in piena libertà fino all’ultimo giorno di vita. Pare dunque che la sorte delle associazioni resistenziali (e quello della democrazia) ricominci a correre pericoli molto seri in questa parte del mondo. Sarà il caso di darci una regolata.

(S.R.) – See more at: http://www.marx21.it/index.php/rivista/19332-lottavamo-per-la-liberta-ci-chiamavano-banditi-e-terroristi-#sthash.1KjFnQ99.dpuf

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Bella ciao


Bella_ciaohttp://www.anpi.it/articoli/849/bella-ciao

La storia di “Bella ciao” è stata scritta tante volte, ma è documentata la scoperta che il ritornello di questa canzone sia stato suonato e inciso già nel 1919 a New York in un 78 giri con il titolo “Klezmer-Yiddish swing music”.

In America il brano fu portato da un fisarmonicista zingaro, Mishka Tsiganoff, originario di Odessa che a New York aprì un ristorante, parlava correttamente l’yddish e lavorava come musicista klezmer.

La canzone divenne inno ufficiale della Resistenza solo vent’anni dopo la fine della guerra. Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, parla di invenzione di una tradizione. Poi a consacrare il tutto è arrivata Giovanna Daffini, che nel 1962 aveva cantato una versione di “Bella ciao” nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine.
Aveva detto di averla imparata nelle risaie di Vercelli e Novara dove era mondariso prima della guerra e ai ricercatori non parve vero di aver trovato l’anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione della coscienza antifascista, e un precedente canto di lavoro proveniente dal mondo contadino.

La consacrazione avvenne nel 1964 quando il Nuovo Canzoniere Italiano presentò a Spoleto uno spettacolo dal titolo “Bella Ciao” in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude. I guai arrivarono subito dopo – sempre dal lavoro di Cesare Bermani – “nel maggio 1965 in una lettera a l’Unità Vasco Scansani racconta che le parole di Bella Ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra ma nel 1951 in una gara di cori fra mondariso e che la Daffini gli ha chiesto le parole.”

I ricercatori tornano al lavoro e dicono che tracce di “Bella Ciao” si trovano anche prima della guerra e che negli anni immediatamente successivi alla Liberazione un gruppo di giovani Italiani, delegati ad un congresso giovanile internazionale improvvisarono questo canto. Fino a quando ci sarà ricordo dei “ribelli per amore” si alzeranno le note di “Bella Ciao”, diventato un inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. Da allora “Bella Ciao” è diventato il canto simbolo della Resistenza.

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Aspettando il 25 aprile: il balcone di Duccio Galimberti.


 

Cuneo

Il 25 luglio 1943, con la caduta del regime, quasi tutti gli italiani si illusero che la guerra era finita.

Non Duccio Galimberti, lui aveva  capito benissimo la situazione e che da lì iniziava il peggio

Era il 26 luglio 1943, il giorno successivo la deposizione di Mussolini, e il giovane avvocato cuneese, che diciassette mesi dopo sarebbe stato ucciso dai fascisti, esortava a  una liberazione «dal basso», frutto di una «Libera Scelta», che sola avrebbe potuto «riscattare gli italiani dalla vergogna di vent’anni di fascismo».
Con il discorso, pronunciato dal balcone del suo studio di che affacciava su piazza Vittorio, quella che ora invece porta il suo nome, iniziava la Resistenza in Italia.

http://romanofulvio.blogspot.it/2013/07/25-luglio-1943-il-discorso-di-duccio.html

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Oggi è la Giornata mondiale del libro La lettura mezzo di comunicazione e di progresso


libri3-600x300http://www.si24.it/2016/04/23/oggi-e-la-giornata-mondiale-del-libro-la-lettura-mezzo-di-comunicazione-e-di-progresso/229915/

Il 23 aprile è la Giornata mondiale del libro, e per quest’anno i protagonisti sono loro, due tra i grandi nomi della letteratura internazionale, William Shakespeare e Miguel de Cervantes. Entrambi, infatti, scomparvero il 23 aprile del 1616, data scelta dall’Unesco come simbolo per celebrare la giornata dedicata alla lettura e ai diritti d’autore. Per la Giornata mondiale del libro 2016 sono dedicate molte delle iniziative in programma in Italia.

Il 23 aprile si celebra, da più di vent’anni grazie all’istituzione da parte dell’Unesco nel 1995,la Giornata mondiale del libro, dedicata all’importanza della lettura come mezzo di comunicazione e di progresso, e per valorizzare il contributo degli autori nello sviluppo culturale della società. L’idea di dedicare una festa ai libri nasce da una vecchia tradizione catalana quando, alla fine dell’Ottocento, l’editore valenziano Vincent Clavel Andrés si fece promotore dell’evento. Istituita inizialmente per il 7 di ottobre, fu poi spostata al 23 aprilegiorno in cui scomparvero, Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega. Dalla Spagna la festa dedicata alla lettura, nota anche come Giornata del libro e delle rose, è diventata un evento globale che coinvolge ogni anno scuole, biblioteche, librerie,università e istituzioni culturali.

In Italia, la Giornata mondiale del libro 2016, oltre ad essere accompagnata, come per gli anni scorsi, dall’iniziativa #ioleggoperché, promossa dall’Associazione Italiana Editori, inaugura il Maggio dei libriche, dal 2011, è diventato un appuntamento abituale, dedicato anch’esso al valore sociale dei libri.

Ogni anno viene eletta una città come capitale del libro e quest’anno il ruolo verrà rivestito dalla città polacca di Braslavia. In tutto il mondo si organizzano mostre e manifestazioni culturali per celebrare questa importante ricorrenza.

 

23 aprile 2016

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Aspettando il 25 aprile: Emanuele Artom, il partigiano ebreo.


 Emanuele Artom, con il suo bagaglio di ironia, impegno civile e rigore morale, salirà tra le valli piemontesi per resistere, assieme ai  partigiani compagni, ai nazifascisti. Il 25 marzo 1944 le SS italiane lo cattureranno, per poi torturarlo a morte. Artom è stato un partigiano, un ebreo ma soprattutto un maestro la cui lezione, se leggiamo i suoi diari, è ancora fortemente attuale.Uomo di cultura a cui le leggi Razziali impedirono di insegnare, Artom portò la sua passione per l’educazione anche tra le fila Partigiane, con grande ostinazione e caparbietà, perché voleva costruire il futuro dell’Italia già nelle montagne in cui ancora si combatteva per la liberazione del paese. Sul valore della cultura, sulla distruzione di questa e dei libri di cui si macchiò il nazifascismo; considerò la cultura come l’ unico antidoto contro le Forze irrazionali.

 

http://www.istrevi.it/review/ARTOM_Emanuele.pdfemanuele

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Aspettando il 25 aprile: Giacomo Ulivi, la giovinezza tenace.


giacomo

La brevità e la drammaticità del tuo percorso sono da imputare agli eventi nei quali tu stesso e, per tua volontà precisa, sei stato coinvolto.
Contemplando la foto ricevuta da tua madre mi domando quale imperativo ti abbia spinto a gettare i tuoi diciannove anni per espirare colpe che altri, certamente non tu, avevano commesso. Imperativo che ci riempie di meraviglia e ammirazione, in quanto tu, nato in piena epoca fascista, non avevi conosciuto tempi diversi. Fin dalla prima infanzia eri stato esposto alla dottrina del “credere, obbedire, combattere”. Credere in che cosa? Obbedire a chi? Combattere per quale causa?  Mentre la grande Maggioranza, e si può dire la totalità quasi, degli adulti e dei tuoi coetanei non si poneva Queste domande, tu te le sei poste e la risposta ti ha portato davanti al plotone di esecuzione.
E non è il Tempo segnato dalle lancette dell’orologio e dai fogli del calendario che conta, ma quello vissuto con tutta l’energia, l’intensità e il rigore dei quali ognuno di noi è capace. Questi parametri e non quelli anagrafici definiscono la lunghezza di ogni  vita e la profondità delle tracce impresse in quel terreno duttile che è  la memoria dei contemporanei, memoria che il tempo non distrugge tramandandola di generazione in generazione.
Rita Levi Montalcini.
Giacomo Ulivi: l’adolescente ribelle al “mestiere di vivere”.
Tratto da: Senz’olio e contro vento.
**
Poesia scritta nel 1945 da Attilio Bertolucci e dedicata al suo allievo Giacomo ulivi
E ‘giunta la notizia della Tua morte
Nei giorni delle Bandiere spiegate,
Nei caldi giorni di un cittadino maggio
in festa al suono d’antiche fanfare.
Non sapevamo nulla più di te …
Ora sei tornato nel pallore
della tua passione; la morte
non può  vincere la tua giovinezza tenace
(Attilio Bertolucci)
***
Il testamento spirituale di Giacomo Ulivi in una lettera agli amici
“Cari amici – scrive Giacomo Ulivi- vi vorrei confessare innanzi tutto, che tre volte ho strappato e scritto questa lettera. L’avevo iniziata con uno sguardo in giro, con un sincero rimpianto per le rovine che ci circondano, ma, nel passare da questo argomento di cui desidero parlarvi, temevo di apparire “falso”, di inzuccherare con un patetico preambolo una pillola propagandistica. E questa parola temo come un’offesa immeritata: non si tratta di propaganda ma di un esame che vorrei fare con voi. Invece dobbiamo guardare ed esaminare insieme: che cosa? Noi stessi. Per abituarci a vedere in noi la parte di responsabilità che abbiamo dei nostri mali. Per riconoscere quanto da parte nostra si è fatto, per giungere ove siamo giunti. Ecco per esempio, quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita? (…) Benissimo, è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma, credo, lavorare non basterà; e nel desiderio invincibile di “quiete”, anche se laboriosa è il segno dell’errore. Perché in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica.
È il tremendo, il più terribile risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per venti anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. Fondamentale quello della “sporcizia” della politica, che mi sembra sia stato ispirato per due vie. Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di specialisti (…) Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. (…) Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica ci siamo stati scaraventati dagli eventi. (…) Credetemi, la cosa pubblica è noi stessi: ciò che ci lega ad essa non è un luogo comune, una parola grossa e vuota. (…) Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, che ogni sua sciagura è sciagura nostra…per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere. Ricordatevi siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? (…) Oggi bisogna combattere contro l’oppressore. Questo è il primo dovere per noi tutti: ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi ed il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi. Termino questa lunga lettera un po’ confusa, lo so, ma spontanea, scusandomi ed augurandoci buon lavoro.

Lettere dei Condannati a morte della Resistenza italiana.

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– Ci mancavano le cartelle cliniche taroccate


22 aprile - Ci mancavano le cartelle cliniche taroccateLa sanità in Italia funziona malissimo da quando ha cominciato a diffondersi l’idea che i diritti sono bellissimi ma li garantiamo nella misura in cui abbiamo le risorse. Se prima le risorse erano subordinate ai diritti che comunque dovevano essere garantiti, poi si è cominciato a dire: garantiamo i diritti finché ci sono i soldi per coprirli, i vincoli del bilancio vanno rispettati, i due valori vanno continuamente bilanciati: le risorse che abbiamo e i diritti che dobbiamo garantire.

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QUEI 7 RAMI SPEZZATI…..


 

 

famiglia cervi al completodi Gianluca Bellentani

A  Campegine, un paese della bassa reggiana, vive la famiglia Cervi. E’ una di quelle grandi famiglie di un tempo, composta dal padre Alcide, dalla madre Genoeffa ( scritto così ) Cocconi e da 9 figli. I figli sono 7 maschi, Gelindo Antenore Aldo Ferdinando Agostino Ovidio e Ettore più 2 donne, Rina e Diomira. Sono da tutti conosciuti come i Rubàn, non perché rubino ma dal nome del paese d’origine della famiglia, Rubiera, un altro paese del reggiano. Il padre Alcide condivide le idee socialiste, in particolare i pensieri di Camillo Prampolini, quell’ uomo mite, dalla barba bianca e dal grande cappello, che proprio in quei luoghi organizza comizi e riunioni, parlando di un mondo migliore senza sfruttatori ne sfruttati, in cui ognuno dovrà dare quello che può e consumare solo quello di cui ha bisogno. Certo Alcide non può perdere tempo con la politica ; il lavoro nei campi è duro e necessita sempre di tempo e di braccia. I Cervi sono mezzadri e questo rende la loro condizione ben misera, così come per gli altri come loro. Perché quella del mezzadro è davvero una condizione misera : tanto lavoro, tanta fatica e quando l’annata è buona il padrone si ingrassa e tu sopravvivi. Quando invece l’annata non è buona, magari solo per una tempestata o per la siccità, allora il padrone ingrassa di meno ma tu e la tua famiglia fate la fame. Non puoi nemmeno ribellarti in quanto basta qualche parola di troppo perché  il padrone del terreno ti cacci, tanto a prendere il tuo posto c’è la fila. Il pelatone romagnolo, quello che si affaccia dal balcone davanti ad una folla osannante, non è certo quello che ‘’ avrebbe portato l’ Italia ad essere la stella polare del firmamento mondiale ‘’. I Cervi non sono stupidi e non si lasciano certo influenzare dalla follia collettiva. Che poi non ci vuole certo un genio a capire che se si difendono i padroni e le loro ricchezze, non puoi certo dirti che sei dalla parte di chi lavora. Come possono coesistere senza regole scritte e condivise, due mondi in cui uno lavora e a stento sopravvive e l’altro non fa nulla e prospera sul lavoro degli altri ? Certamente potresti cambiare la tua posizione, magari prendendo in affitto un qualche podere, ma e’ comunque un rischio altissimo; perché se il terreno lo fai fruttare la cosa va bene, ma se il terreno non ti rende e non riesci nemmeno a pagare il prezzo d’affitto, sei rovinato per sempre e anche il buon nome della famiglia verrà marchiato dalla nomea di incapace. I Cervi continuano ad essere mezzadri, spostandosi dal podere del Tagliavino a Campegine in altri poderi vicini . Prima ad Olmo di Gattatico, poi a Valle Re. Poi una sera del ’34, mentre tutta la famiglia e’ riunita a tavola per la cena, il capofamiglia Alcide dopo essere stato in silenzio per tutto il giorno, batte i pugni sulla tavola : ‘’A io’ decis : andomm a i Camp Ròss ‘’. La famiglia allora si sposta solo di pochi km ma è comunque un viaggio che per loro rappresenta tutto. Non e’ un cambiare podere ne lavoro ma un andare incontro ad una nuova vita. Saranno loro e non altri i padroni del loro destino.

Qui la loro storia dovrebbe finire e i Cervi sarebbero ricordati solo come persone che ebbero più coraggio di altre per cambiare la loro posizione sociale. Come in tutte le storie però, accade qualcosa che rende questa storia diversa dalle altre. Non più storia anonima ma esempio perenne di lotta e di antifascismo.

Come per tutti i giovani in età, anche ai fratelli Cervi viene mandata la cartolina di precetto per presentarsi al servizio di leva. I Cervi considerano questo tempo un tempo perso, a fare cose senza senso e senza alcuna utilità ; un tempo non solo perso ma anche rubato a cose molto più utili ed urgenti come il lavoro nei campi. I sette fratelli cercano ogni mezzo per farsi riformare, chi per un’ernia e chi per i pochi denti rimasti dopo una malattia alle gengive. Qualcuno invece, non può addurre nessuna motivazione ed è costretto suo malgrado a partire : e’ Aldo, che viene mandato a svolgere il servizio militare in Veneto, a  Susegana. E’ il 1930 e l’ Italia fascista non e’ ancora in guerra e sono finiti pure i massacri nel continente africano. Per Aldo quindi si prospettano 24 mesi di normale e pallosa routine. Il giovane non da segni di insofferenza alla vita militare e svolge le proprie mansioni diligentemente. Una notte, mentre e’ di guardia ad un deposito, un caporale si avvicina furtivamente al posto di guardia. Il caporale sa bene che nel caso sorprendesse il soldato a dormire o lontano dal posto di guardia, avrebbe una promozione ( e il soldato si prenderebbe 20 anni di prigione militare ). Aldo invece non dorme affatto e, sentendo un rumore e vedendo un’ombra furtiva vicino alla sua postazione, dopo aver urlato per 2 volte ‘’ Alt ! Chi va la ? ‘’ e non ottenendo risposta, spara contro l’intruso.  I fucili delle sentinelle sono caricati con pallottole esplodenti e il caporale viene ferito solo leggermente ad un braccio. Quando si reca all’infermeria della caserma e gliene viene chiesta la causa, questi racconta che la sentinella gli ha sparato volutamente senza alcun preavviso. Il tribunale militare apre un’ inchiesta e il caporale, avvalendosi delle testimonianze di alcuni colleghi e dalla reticenza dei testimoni, pur essendo palesemente in torto, non viene perseguito. Al soldato Cervi viene invece inflitta una condanna abbastanza blanda rispetto ad una sua eventuale colpa e viene condannato alla pena detentiva di 24 mesi ( anche se ne farà per buona condotta poco più della metà ) da scontare nel penitenziario militare di Gaeta. Aldo e’ molto abbattuto per quanto è accaduto : non solo perché  sa di essere innocente ma in quanto si sente come un leone in gabbia. Lui sempre abituato al lavoro all’ aria aperta, adesso si trova tra quattro mura, con le mani in mano, senza sapere come passare il tempo … Come potrà riuscire a far passare due lunghi anni ? Mentre è assorto in questi tristi pensieri, gli si avvicina un altro prigioniero. L’altro e’ rinchiuso in quanto prigioniero politico e gli consiglia di leggere, non solo per passarsi il tempo ma anche per apprendere nuove cose. Gli presta libri di Marx e di Lenin, che Aldo legge dapprima con curiosità poi con stupore. Quei libri, quelle pagine, gli aprono nuovi orizzonti di pensiero. Tutte le risposte alle domande che lui ogni tanto si poneva, stavano scritte in quelle pagine.  Quando Aldo uscirà di prigione, sarà un’ altra persona e con le sue idee sarà il volano della storia dei Cervi da ogni punto di vista, sia economico che ideale.

Quando la famiglia Cervi arriva ai Campi Rossi, non trova quella specie di paradiso terrestre che aveva in mente. Il terreno e’ pieno di balze che certo creeranno problemi quando ci sarà da seminare e da raccogliere. Bisognerebbe livellare il terreno e renderlo tutto pari ma sarebbe un lavoro immane ; e poi la terra che non utilizzi come fai a trasportarla fuori ? Mica puoi farlo solo con le carriole. I Cervi però sono più avanti degli altri come pensiero. Hanno imparato da Aldo che anche un contadino ignorante, se non vuole essere uno schiavo del padrone, ha un solo mezzo, istruirti : e questo lo fai solo leggendo. I Cervi pensano quindi di costruire una rotaia sul terreno e di prendere a prestito dalla ferrovia i vagoni dismessi per il trasporto terra. Con questo ingegnoso sistema, nel giro di qualche mese tutto il terreno è allo stesso livello. Vengono presi dei vitelli, si fanno crescere, si costruisce una bella e grande stalla, si nutrono per bene le mucche e queste danno fiumi di latte, da bere e da farci il formaggio. Altre invece daranno carne per tutti e cuoio per le scarpe. Ferdinando, uno dei fratelli, ha cominciato la produzione di miele e le api di miele dolce e nutriente ne fanno tanto. Il fascismo, con le sue idee autarchiche, ha affamato l’Italia e, per non essere travolto dalle proteste della gente, paga i produttori molto meno di un tempo. Avviene quindi che il mercato nero, dove trovi qualsiasi cosa basta pagarla, sia ormai una regola, che il Regime non tollera e  punisce. I produttori vengono sempre più controllati,così come i prodotti da conferire. Come possono quindi i Cervi riuscire non solo a non aiutare ma a dare danno al fascismo e a Mussolini ? Semplicemente barando sui quantitativi di produzione. Le mucche dovrebbero produrre 10 quintali di latte ? Gli fai qualche bruciatura sul muso, così da inventarti che hanno una malattia e producono la metà. Hai 10 maiali che dovrebbero darti 20 prosciutti ? Dici che te ne sono morti 5 e che li hai dovuti gettare in mezzo al letame ed ora i tuoi prosciutti sono solo 10. Le guardie vogliono controllare se davvero i maiali sono stati gettati in mezzo al letame ? Che si accomodino pure a rovistare in mezzo a tutta quella merda . Per la stessa ragione che a rovistare in mezzo alla merda le guardie non ci vanno, i Cervi costruiscono sotto l’ammasso di letame due locali, in cui macellano e fanno il formaggio ( naturalmente non a contatto col letame ). In casa cominciano ad entrare sempre più soldi ma i Cervi non accumulano fortune in denaro. Hanno tanta produzione, più di quanto servirebbe loro, ma non fanno la borsa nera. Ne danno gratuitamente a chi ne ha davvero bisogno ( e sono in tanti ). I soldi in più di quelli che servono, vengono investiti in migliorie e, cosa inaudita per quei tempi, anche in tecnologia. Il primo trattore Balilla che si vede a Reggio E. e’ il  loro.

Poi, una mattina d’estate, il 25 luglio, la radio da la notizia : Mussolini e’ caduto. Per tutti e’ un giorno di confusione e anche di smarrimento : e adesso ? Che succederà ? La guerra continuerà o no ? Chi comanda adesso ? Se questa e’ un giorno che lascia perplessi e storditi, a casa Cervi e’ invece giorno di grande festa. Il pelatone per è caduto finalmente e con lui la sua dittatura da operetta. Le donne di casa Cervi si mettono ai fornelli e cominciano a preparare kili e kili di maccheroni e di ragù. Il 27 luglio ecco che quei matti dei Cervi arrivano nella piazza del paese con un carro, su cui poggiano i bidoni del latte, che invece stavolta sono pieni di maccheroni caldi e fumanti, con sopra tanto buon ragù di carne e tanto buon formaggio. Tutti accorrono a sentirne anche solo il profumo. Chi se li ricorda più i maccheroni conditi con tanto ben di Dio ? I più increduli sono i bimbi piccoli, che quella delizia non l’hanno mai nemmeno sognata. I Cervi ne danno a tutti e qualcuno più sfacciato ( dalla fame ) fa anche il bis. I carabinieri accorsi per vedere cosa sta succedendo, non sanno cosa fare e allora decidono di partecipare anche loro alla maccheronata. C’e’ anche un fascista che passa, con la sua camicia nera addosso e li guarda quasi vergognoso. ‘’ Dai, vin anca te a magner insomm a nuèter …. Incoo l’è festa per tott‘’ gli grida uno dei fratelli. Il fascista si avvicina timoroso, poi porge il piatto e comincia ad infilare maccheroni con la forchetta, prima pochi poi tanti … Sarà quel buon sapore ormai dimenticato, ma adesso quello non pare più un fascista ma un uomo affamato, che fa festa e si diverte come tutti gli altri.

Quando arriva l’ 8 settembre e il Generale Badoglio annuncia che ‘’ La guerra è finita ‘’, sono tutti a festeggiare , meno che i Cervi. Loro, che hanno una coscienza politica e sanno leggere gli eventi, sanno benissimo che la guerra non solo non è finita ma ne comincia un’altra, ancor più violenta e drammatica : la guerra civile. Si chiedono come sia possibile che nessuno capisca quanto sta avvenendo; ma c’era davvero qualcuno che credeva che Mussolini non avrebbe fatto di tutto per riprendere il potere ? Che amasse il proprio Paese più del posto di comando ? Il nemico e’ sempre quello, il fascismo, adesso ancor più forte dopo l’appoggio di quell’altro matto coi baffetti. Adesso la lotta non può essere fatta solo dando meno conferimenti ma deve essere una battaglia da combattere ogni giorno, con tutte le tue forze. A volte a qualcuno dei fratelli sorge un qualche dubbio morale : ma non ci hanno sempre insegnato che Dio condanna la violenza da ogni parte venga ? Ma nei Comandamenti non c’è scritto a chiare lettere ‘’ NON RUBARE ‘’ ? ‘’ NON FARE DEL MALE AGLI ALTRI ‘’ ?  Non ci hanno sempre insegnato di ‘’ PORGERE L’ALTRA GUANCIA ‘’ ? Quello che stiamo facendo, che e’ giusto per noi, può essere contrario gli insegnamenti di Gesù, quell’uomo semplice come noi, che combatteva le disuguaglianze e difendeva i poveri e i deboli con la sola forza della parola ? Sono le domande che ogni persona per bene si pone ogni qualvolta è costretto a fare atti e scelte contrari alla sua natura. A dissipare questi dubbi, e’ l’incontro con un personaggio che ancor oggi non ha avuto i giusti riconoscimenti, almeno da parte della Chiesa,  per quanto fece : e’ Don Pasquino Borghi, parroco di Tapignola, una sperduta frazione dell’ alto Appennino Reggiano. Un prete magro con la faccia da buono, con piccoli occhiali montati sul naso, che nasconde nella canonica armi e munizioni e che da asilo e protezione ai tanti Partigiani delle zona. Un prete che farà la stessa fine dei Cervi, nello stesso posto e davanti allo stesso muro, meno di un anno dopo. Se anche lui, un servitore di Dio, si comporta nel nostro stesso modo, allora noi operiamo nel giusto.

I Cervi compongono una banda per compiere atti di sabotaggio . Operano soprattutto sulle colline dove non sono conosciuti. Abbattono un traliccio elettrico e a Toano, sempre sulle colline reggiane, assaltano la caserma locale dei Carabinieri, rubando armi e munizioni. Chiedono l’appoggio di quelli del CNL reggiano ma questi son peggio dei burocrati. Possibile che non capiscano che, in un momento del genere, siano più importanti certe azioni sul terreno che la formazione dei GAP locali ? Molto meglio rivolgersi a quelli di Parma, molto meno politicizzati ma più concreti sul come impostare questa strategia di lotta. Che poi quando quelli di Reggio fanno qualcosa, fanno più danno che altro. Come quando pensano di far fuori il capo del fascismo reggiano Giuseppe Scolari : l’azione non viene ben pianificata e quello scampa all’attentato senza farsi neppure un graffio. Non solo l’attentato è fallito ma da quel giorno i Cervi sono sotto l’occhio del fascio. Il paese e’ piccolo e le notizie volano. Tutto questo via vai di gente strana non può passare inosservato.

La sera del 25 novembre del ’43, mentre sono tutti ancora a tavola, da fuori si ode un grido : ‘’ Cervi arrendetevi . La casa e’ circondata ‘’ !! I fratelli stanno per prendere le armi, per sparare a quei porci dei fascisti, che adesso hanno pure dato fuoco alla loro bella stalla con tutte le bestie dentro. Se proprio devono andare all’ inferno, ne porteranno molti altri con loro. Ingaggerebbero una battaglia sino all’ ultimo uomo ma i loro sguardi incrociano quelli delle donne e dei bambini : come si può mettere in pericolo tanti esseri innocenti ? Loro malgrado, i fratelli Cervi si arrendono ed escono con le mani alzate. Con loro anche Quarto Camurri, che ha partecipato a qualche azione di guerriglia assieme a loro e quella sera si trovava lì per caso. Vengono tutti caricati su un camion per essere portati all’ antico carcere Dei Servi, un ex convento che il fascio usa come luogo di tortura e detenzione. Alcide non viene arrestato ma insiste per essere anche lui caricato coi figli. ‘’ State tranquille, noi torneremo. Non pensate a noi ma alla casa. Adesso e’ compito vostro mandare avanti la proprietà, è questo a cui dovete pensare, per non gettare al vento anni di sforzi e di sacrifici ‘’. Sono queste le raccomandazioni che i Cervi fanno alle loro donne e quelle subito si mettono in moto. E’ la vecchia madre Genoeffa che da quel momento prende in mano le redini della conduzione della famiglia e dei lavori e lo fa con un inaspettato senso di comando. Le donne di casa le ubbidiscono e trovano in lei una parola di conforto e di speranza, assieme alla pianificazione del lavoro giornaliero.

I Cervi intanto sono rinchiusi insieme nella stessa fredda e umida cella, piena di sporco e di insetti. Per giorni vengono interrogati e picchiati a sangue, per fargli confessare le loro colpe. Essi negano sempre tutto, dicendo che la loro unica colpa e’ quella di aver ospitato qualche forestiero, che loro non si interessano di politica e che non hanno mai fatto nulla di quanto i fascisti li accusano. Dei Cervi, l’unico a cui non viene fatto nulla e’ il vecchio Alcide, che comunque ha certo le sue sofferenze. Ha un’ ulcera terribile che gli brucia lo stomaco e ogni giorno vede quei suoi poveri figli tornare dall’ interrogatorio sempre più pesti e sanguinanti.

Ai primi di dicembre, i Cervi vengono spostati nel carcere di S. Tommaso, in pieno centro. Per i Cervi la cosa non cambia molto ma cambia invece per gli antifascisti di Reggio che stanno preparando un piano per farli uscire. Una sortita lì per liberarli, magari in un giorno festivo, e’ molto più facile. Si decide quindi di fare l’azione il giorno di Natale ma, a causa di una soffiata, tutto viene rimandato alla notte di Capodanno. Intanto però e’ accaduto qualcosa di grosso, che probabilmente e’ stata la condanna a morte dei Cervi.

Il 15 dicembre a Cavriago, un paese vicino, due membri del GAP hanno sparato a Giovanni Fagiani , seniore della milizia fascista e lo hanno ucciso. Non e’ stata un’ azione pianificata ma una decisione presa sul momento dai due gappisti. L’ eco di quanto avvenuto è fortissimo e la stampa di Regime ne riempie le prime pagine locali. I fascisti devono dare un segnale della loro forza e della loro violenza. La mattina del 28 dicembre, i 7 fratelli vengono caricati su un camion e portati al Poligono di Reggio E. dove vengono fucilati uno di fianco all’ altro assieme a Camurri.

 

La notizia della loro esecuzione non è ancora corsa ma due donne di casa, la sorella Diomira e l’ Irnes, la moglie di Agostino, che il giorno dopo sono venute per portare qualche capo di lana e qualcosa da mangiare ai loro cari imprigionati, imparano da un secondino quanto avvenuto. Le due povere donne tornano ai Campi Rossi e in lacrime danno alle altre donne di casa la ferale notizia. Sono urla e pianti disperati quelle che riecheggiano tra le vecchie mura di casa e i bambini, i ‘’ putèin ‘’, piangono anche loro, non sapendo del perché ma solo vedendo la disperazione delle loro madri. Tutte hanno solo voglia di piangere, di buttarsi sul letto da sole, a piangere per giorni, a ricordare i momenti passati coi loro cari, una carezza, una frase detta o un momento felice. Una donna invece e’ rimasta in piedi, al centro della grande cucina ; i suoi pugni sono chiusi, i suoi occhi sono asciutti e il suo viso pare una maschera di pietra.  E’ lei a parlare per prima. ‘’ Adesso basta piangere . I nostri uomini, i vostri fratelli, i vostri mariti non ci sono più. Cosa hanno detto quando li presero ? Portate avanti il podere, per non disperdere il lavoro e la fatica di tanti anni e noi faremo come ci dissero. Tornate quindi ai vostri lavori e se avete voglia di piangere, fatelo alla notte, quando siete da sole e i bambini non vi vedono. Sapete tutte quali sono i vostri compiti in questa casa e perciò non vi dirò cosa fare. L’ unica cosa che vi chiedo, anzi che vi ordino tassativamente è di non dire nulla di quanto accaduto con Alcide : ne ha passate tante cal pover vecc che ne morirebbe ‘’ !!

Alcide e’ ancora rinchiuso nella stessa cella del carcere di S. Tommaso. E’ convinto che i suoi figli siano stati presi dai tedeschi e deportati in Germania a lavorare. Certo sarà dura per loro ma sono gente di campagna, abituati alla fatica e ce la faranno sicuramente ; poi un giorno, quando questa merda di guerra sarà finita, ci ritroveremo tutti ai Campi Rossi, a mangiare e a bere sino a notte fonda e per una volta nella vita, a ciapèr na bala da stare a letto una settimana intera. Una mattina gli alleati bombardano il centro città e una bomba abbatte un muro del carcere. Alcide esce, trova una bicicletta e pedala sino a Gattatico , dove viene accolto dagli abbracci e dalle cure delle donne di casa. Quello che e’ tornato ai Campi Rossi però non è lo stesso Alcide che era partito. Non e’ più quel vecchio dritto e vigoroso, che ascoltava tutti e poi decideva il da farsi. Adesso è un vecchio sempre più curvo e assente, che passa il tempo davanti al camino acceso a ripetere come un disco rotto sempre le stesse frasi : ‘’ Ma si, torneranno. I miei figli torneranno e tutti insieme faremo sempre più bello questo posto. E ci saranno tanti nuovi bambini che urleranno per casa. E ci saranno sempre nuove risate e discussioni a tavola….. ‘’ Un giorno a pranzo però, la vecchia Genoeffa, che ha tenuto dentro di sé tanto dolore per giorni, esplode : ‘’ Ma Cidooooooo….non vedi quanta gente c’è morta per strada ? Ma proprio non lo capisci ? I nostri figli ce li hanno ammazzati tutti e non torneranno a casa mai  piùùùùùùùùùùùùùùùùù !!!

Queste drammatiche parole, hanno un effetto opposto sui due coniugi. Alcide pare di colpo risvegliarsi da un brutto sogno e comincia pian piano a svolgere quel ruolo di patriarca che aveva un tempo. La Genoeffa invece si mette in un letto e si alzerà solo raramente, per poi morire nell’ ottobre del ’44, dopo qualche giorno dal nuovo incendio appiccato alla  stalla dai fascisti, non ancora appagati dal sangue versato e dalle sofferenze inflitte alla famiglia Cervi. Su questa donna, che nella storia comune pare sempre una bigotta più attenta agli interessi economici che ai valori della Resistenza, credo vadano spese alcune considerazioni. La Genoeffa era si una donna credente ed osservante, ma mai si tirò indietro nell’ assecondare  in tutti i modi i suoi figli e le loro idee. Era una mamma, magari non troppo espansiva ma che più delle idee e degli ideali, aveva a cuore i propri figli. Le migliori parole per descrivere questa donna e il suo dramma interiore, le scrisse Pietro Calamandrei….

Se la sera più non tornerete

Il padre è forte e rincuora i nipoti

Dopo un  raccolto ne viene un altro

Ma io son soltanto una mamma

O figli cari

Vengo con voi.

Fine Aprile 1945
Fine aprile 1945

Dopo la fine della guerra, ancora per 25 anni, Alcide Cervi, sempre più malfermo sulle gambe, girò in ogni luogo per portare la sua testimonianza di quanto avvenuto e a chi gli chiedeva quale era la cosa più importante che i suoi figli gli avevano lasciato, lui rispondeva :

Mi hanno sempre detto nelle commemorazioni : tu sei una quercia che ha cresciuto 7 rami, e questi rami sono stati falciati ma la quercia non e’ morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango nelle commemorazioni ….. Ma guarda il seme. Perché la quercia morirà e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme : il nostro seme è l’ideale nella testa dell’ uomo.

 

alcide cerviA tutti un Buon 25 aprile

 

 

 

 

 

 

Questo brano è una poesia di Gianni Rodari che abbiamo musicato per il 70° anniversario della Liberazione. Banda POPolare dell’Emilia Rossa

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Aspettando il 25 aprile: Capitano Filippo Maria Beltrami


filippo_maria_beltramihttp://www.anpicomo.it/index.php/in-italia/803-la-battaglia-di-megolo

BATTAGLIA DI MEGOLO

La battaglia di Megolo fu uno degli episodi più eroici della Resistenza. Il 13 febbraio 1944, alle prime luci dell’alba, reparti delle SS, appoggiati da una compagnia della GNR, invasero la piccola frazione di Pieve Vergonte, con l’intento di stroncare la Resistenza dei ribelli che operavano in quel luogo. Due giovani partigiani, che riposavano in attesa di raggiungere i loro distaccamenti, furono sorpresi nel sonno e catturati. Trascinati davanti al comandante delle SS furono a lungo e invano torturati, non fecero alcuna rivelazione. Alla fine, ormai quasi in fin di vita, furono fucilati nella piazzetta a lato dell’osteria del paese.

Avvertiti del rastrellamento in corso, i partigiani della valle, al comando del Capitano Filippo Maria Beltrami, architetto, 36 anni,   medaglia d’Oro al Valor Militare, si disposero a resistere: erano 53 uomini con una mitragliatrice, due mitragliatori, un mitra e una cinquantina di moschetti contro più di cinquecento nazi-fascisti armati di tutto punto, con un cannoncino, due mortai, tre mitragliatrici, fucili mitragliatori e mitra.

Mentre la nebbia di disperdeva e i raggi del sole iniziavano a illuminare il nuovo giorno, i partigiani osservavano in silenzio l’avanzare della colonna nemica. Era necessario attendere che i nazi-fascisti giungessero a tiro, per non sprecare le munizioni. I tedeschi avanzavano su tre linee distanziate fra loro di qualche metro, i fascisti avanzavano sulle due ali. Finalmente il Capitano diede il segnale e i partigiani iniziarono a sparare. Fu una battaglia lunga e cruenta, con fasi alterne. Più volte il fuoco dei partigiani costrinse gli avversari a ripiegare, ma sempre essi si riconpattavano e tornavano all’attacco. L’ unica arma pesante dei partigiani s’inceppò e dovette essere abbandonata, uno dei due mitragliatori fu raggiunto da un colpo di mortaio. Con le poche munizioni rimaste non potevano più resistere a lungo. Il Capitano respinse per la seconda volta l’invito ad arrendersi. Era necessario attaccare il nemico e i partigiani balzarono all’assalto. Sorpresi dall’azione i nazi-fascisti iniziarono a ritirarsi disordinatamente, inseguiti dai ribelli. L’azione terminò nell’abitato di Mengolo, dove gli inseguitori furono falcidiati dalle mitragliatrici dei rinforzi giunti dall’Ossola in appoggio dei nazisti. Cadde anche il capitano Beltrami, mentre cercava di riorganizzare i suoi uomini, e caddero, mentre cercavano generosamente di soccorrerlo, Gaspare Pajetta, studente torinese di 17 anni e Antonio Di Dio, di 20 anni, un ufficiale di carriera che dopo l’8 settembre si era unito alla Resistenza.

Un fascista, raggiunto Beltrami, fece scempio del suo corpo con un pugnale.

Il Cap. Simon, invece, riconoscendo la generosità, il valore, il coraggio, la nobiltà dei sentimenti dell’eroico comandante partigiano gli fece tributare gli onori militari da un reparto di SS.

Caduti: Arch. Cap. Filippo Maria Beltrami – Avv. Cap. Gianni Citterio (Redi) – Ten. Antonio Di Dio – Carlo Antibo – Bassano Bassetto – Aldo Carletti – Angelo Clavena – Bartolomeo Creola – Emilio Gorla – Paolo Marino – Gaspare Pajetta – Elio Toninelli

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Ndrangheta, il Comune di Brescello sciolto per mafia


http://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/ndrangheta-comune-brescello-sciolto-1.2081309

Reggio Emilia, 20 aprile 2016 – Il consiglio dei ministri ha deciso questa mattina lo scioglimento del Comune di Brescello per infiltrazioni mafiose.  Si attende ancora il comunicato ufficiale. E’ la prima volta che succede in Emilia Romagna. Il Resto del Carlino aveva già anticipato una settimana fa il probabile epilogo della vicenda iniziata mesi fa con la commissione d’accesso nel Comune rivierasco. Al termine dei lavori, la commissione aveva consegnato il dossier al prefetto che poi aveva consegnato la relazione col proprio parere al ministero dell’Interno.

Il ministro Alfano ha valutato tutti gli atti e ha deciso di chiedere al consiglio dei ministri lo scioglimento del Comune e il cdm ha deciso in questo senso. Evidentemente, come prevede il Testo unico sugli enti locali sonbo state ravvisate “forme dicondizionamento tali da determinareun’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l’imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonchè il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”.

n seguito alle polemiche il sindaco Marcello Coffrini si era dimesso e il Comune è stato commissariato.

In  concreto ora serve un decreto di scioglimento firmato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il decreto di scioglimento verrà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Al decreto sono allegate la proposta del Ministro dell’interno e la relazione del prefetto, a meno che che il Consiglio dei ministri disponga di mantenere la riservatezza.

Il commissariamento avrà un tempo da 12 a 18 mesi. Quindi Brescello non andrà alle urne il prossimo 5 giugno

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Addio Pd: Renzi fonda il Partito dell’Astensione


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Dopo “#Lavoltabuona” o “#Italiariparte“, un prossimo hashtag renziano potrebbe essere “#Ilvotouccide“, magari come accessorio su Twitter a un monito presidenziale del tipo: “Il voto crea un’elevata dipendenza, non iniziare“.

La campagna pro-astensionismo dell’ex sindaco è massiccia e feroce. Dopo il niet all’election day comprensivo diAmministrative e referendum trivelle, adesso la corazzata del non-voto punta dritta a stabilire domenica 5 giugno come data per l’elezione dei sindaci di oltre 1.300 comuni, ovverosia proprio a ridosso del maxi ponte. A seguire, il 19 giugno,bollenti ballottaggi quasi estivi in boxer e infradito. 

Il mare non è soltanto buono da trivellare, ma anche come meta verso cui dirottare gli incalliti viziosi che si ostinano a frequentare le urne, questi tossicodipendenti da scheda elettorale che vogliono inebriarsi del balordo “dovere civico” sancito dall’art. 48 della Costituzione.

E’ del resto più che ben motivata, riconosciamolo, quest’opera magna per disinfestare i seggi dagli elettori sopravvissuti al disgusto per i partiti. L’astensione per il Pd è un tonico portentos, una delizia senza croce: più italiani se ne infischiano della democrazia e meglio il Partito democratico va. Rammentiamo il mirabolante e totemico 40.1% delleEuropee 2014 (astensione al 42,8%) o la paciosa vittoria in Emilia Romagna (affluenza 37,71%), a dispetto dell’uscita di scena poco gloriosa del precedente governatore Pd.

La storia è vecchia e nota: meno cittadini “normali” votano (l’infame e resiliente virus del voto d’opinione) e più pesano i pacchi di voti preconfezionati, forniti da truppe cammellate, lobby, amici degli amici, tesserati e famigli assortiti. La scarsa affluenza è considerato un imbarazzo solo alle primarie di partito, ma lì si risolve con cinesi e schede bianche gonfiate.

Tutto bene, ma un rimprovero bonario non posso trattenerlo. Sull’election day Renzi ha detto una fenomenale corbelleria (come mai non vedo facce stupite?), quando ha assicurato che sarebbe la legge a dire che il referendum non può svolgersi nel medesimo giorno di elezioni di altra natura. Trattasi di affermazione falsa come una banconota da 80 euro, è tutt’al più corretto dire che sono prassi e consuetudine a indicare questa via, poiché in Italia non c’è mai stato un election day analogo. Ma nulla vieta di farlo, tanto è vero che nel 2011 era lo stesso Pd (al tempo un’indiavolata curva di ultras pro-referendum) a chiederlo.

Che strano poi, vedere Renzi – proprio Renzi – colto da un fulmineo moto di affezione alla tradizione e alle consuetudini.

Proprio lui, il grande innovatore che ha abolito l’articolo 18, lui che ha rottamato i contratti indeterminati (parlo di quelli tali di fatto), lui che ha sradicato l’antica superstizione del dibattito parlamentare con uno tsunami mai visto prima di decreti leggi e questioni di fiducia,per la prima volta persino sulla legge elettorale, lui che ha dato una rinfrescata ai vertici di Rai, Eni, Terna, Acea, Ferrovie, Finmeccanica, eccetera eccetera, piazzando la sua fresca e giovane brigata di compagni. Per non parlare della prova muscolare con cui, improvvisando una maggioranza creativa con Verdini, Renzi è riuscito a imporre agli italiani un referendum costituzionale, unica reliquia che la sua genialità non è riuscita a scavalcare.

Ma risparmiare 300 milioni con l’election day, violando il nostro nobile retaggio repubblicano? Questo mai, è troppo: i padri costituenti se ne avrebbero a male.

di Francesco Manna

http://www.newspedia.it/partito-astensione-renzi-referendum-voto/

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La colletta dei ragazzi per comprare l’isola di Budelli fa il boom sui social


budellihttp://www.lastampa.it/2016/02/18/italia/cronache/la-colletta-dei-ragazzi-per-comprare-lisola-di-budelli-fa-il-boom-sui-social-O2CcUqwo15jsKQa4xivxgO/pagina.html

L’idea ha già centinaia di adesioni: dalla Sicilia al Piemonte. Passando ovviamente per la Sardegna. Il sogno dei ragazzi della scuola media di Mosso (piccolo paese della provincia di Biella) fa felici gli ambientalisti ed entusiasma molti altri studenti. I messaggi arrivano di continuo, soprattutto sui social network. Tutti più o meno scrivono le stesse parole: «Bellissima idea, anche noi siamo pronti a contribuire. Quanto possiamo donare? Acquistare l’isola di Budelli è un sogno di tutti gli italiani».

 

A La Maddalena oggi si sentono un po’ meno soli. Il dietrofront di Michael Harte (il magnate che aveva acquistato l’isola e che nei giorni scorsi ci ha ripensato) ha lasciato davvero tutti sorpresi: sia quelli che credevano nel suo progetto, sia quelli che lo contestavano. Mentre la Procura della Repubblica avvia un’inchiesta sull’asta vinta da Michael Harte, i ragazzi di Biella sognano di fare dell’isola rosa il rifugio dei ragazzi di tutta Europa. E intanto l’unico abitante di Budelli è già pronto ad accoglierli a braccia aperte. «Questi ragazzi sono grandiosi – dice Mauro Morandi – La loro iniziativa è un insegnamento per un mondo che non ha ancora capito che si sta dando la zappa sui pendi distruggendo la natura e continuando con la deforestazione e l’inquinamento. Io comunque credo che il progetto di Michael Harte non avrebbe mai messo a rischio questo paradiso. Con la sua fuga perdiamo una buona occasione per cambiare il futuro dell’isola, e più in generale un ritorno economico per tutto l’Arcipelago. Il parco in questi anni non ha saputo gestire in modo intelligente e lungimirante le risorse del territorio. Il parco ha ostacolato il progetto di un privato ma tutti noi vediamo spiagge con tonnellate di rifiuti e centinaia di imbarcazioni che ogni giorno calano l’ancora sulla poseidonia».

 

A La Maddalena, da oggi, i ragazzini di Biella sono già considerati un po’ come cittadini onorari. «Sono felicissimo – dice il sindaco Luca Montella – Sarei entusiasta che si potesse concretizzare questo progetto. Per noi sarebbe davvero un sogno. È un’idea fantastica, non riesco a trovare altre parole per definirla. Forse non bastano 50 centesimi per ogni studente italiano ma sarebbe bello allargare l’idea a tutti i ragazzi d’Europa. Sarebbe un sogno se quello di La Maddalena diventasse l’Arcipelago dei ragazzi». «L’idea della scuola di Mosso di organizzare un crowdfunding tra tutti gli studenti italiani per acquistare l’isola è davvero lodevole – aggiunge l’assessore regionale all’Ambiente, Donatella Spano – Dimostra un grande spirito civico teso a proteggere i preziosi tesori del nostro ambiente. Budelli, comunque, non corre alcun rischio, perché la tutela esiste ed è ben definita nei suoi vincoli del parco».

 

La grande colletta che parte dal Piemonte diventa subito una storia televisiva. E i ragazzi di Mosso si sono trovati su una ribalta mediatica che non si aspettavano. Per le donazioni è stata attivata una pagina Facebook “Non si s-Budelli l’Italia” e subito arrivano le prime offerte. Tra i tanti che applaudono c’è anche Paolo Maddalena, ex giudice costituzionale, tra i maggiori esperti di questioni giuridiche applicate all’ambiente: «Questi ragazzi hanno colto in profondità lo spirito della Costituzione, quello che è l’essenza dell’appartenenza – sostiene Maddalena – Prima di tutto, dice la Costituzione, esiste la proprietà del popolo. Poi quella privata. Si tratta di un’iniziativa lodevole, che va a fondo dei principi costituzionali. Gli studenti di Mosso hanno l’avallo della storia e della nostra Costituzione».

 

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Si perde il pelo ma non il vizio di non votare.


18 aprile - Si perde il pelo ma non il vizio di non votareLa proroga senza limiti delle concessioni per l`estrazione di petrolio e gas rimane una colossale ingiustizia, in contrasto con le regole del diritto UE sulla libera concorrenza. Non sarà certamente il mancato raggiungimento del quorum a fermare un cambiamento del modello energetico che sta già mettendo le fonti fossili ai margini, perché esiste un altro scenario più conveniente, pulito, democratico.

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Al cimitero di Staglieno i migranti puliscono le tombe dei partigiani


 

“Ci è sembrato un gesto di grande significato” dice Elena Fiorini, assessore comunale ai servizi civici, guardando il gruppo di migranti e richiedenti asilo ospitati dall’Arci che stamani hanno lavorato, insieme ai volontari e agli operai del Comune, per gli ultimi ritocchi alla sistemazione del Campo dei Partigiani al Cimitero monumentale di Staglieno. Persone venute da lontano, fuggite da guerre e stenti, in cerca di libertà, al lavoro tra le tombe di chi per la libertà ha perso la vita. La partecipazione dei migranti, nella giornata in cui intorno alle 272 sepolture di altrettanti uomini e donne morti nella guerra di Liberazione, viene sistemata una nuova stesa di ghiaia, conclude quindi il restauro del Campo – sollecitato da tempo – che ha coinvolto Comune, volontari, restauratori, artigiani e anche gli allievi dell’istituto professionale agrario Marsano. Il Campo dei Partigiani, è stato realizzato nel 1947. Il progetto di manutenzione e cura è stato realizzato da La Fabbrica di Staglieno.
L’appuntamento per mostrare il campo restaurato è per mercoledì 20 aprile alle 11; dopo l’introduzione di Elena Fiorini, orazione di Luca Borzani, presidente della Fondazione Palazzo Ducale. Un evento nell’ambito delle manifestazioni per il 25 aprile e l’occasione di andare a scoprire non casualmente una parte importante del Cimitero di Staglieno. (donatella alfonso)
16 aprile 2016
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Cosa accade nei fondali marini.


Left n. 15 | 9 aprile 2016

Terminata  la concessione dovrebbe iniziare la fase dello smantellamento  della piattaforma e dello smaltimento dei rifiuti, ovviamente anche pericolosi. Operazioni che  comportano costi economici rilevanti per i concessionari, i quali provano, perciò, a mantenere in vita l’attività estraendo piccoli quantitativi di idrocarburi -per i quali non si versano neppure royalty in modo da allontanare nel tempo il momento in cui sostenere i costi di chiusura.

Left 9 aprile 2016

 

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Federico e Roberto, una vita a scavare.


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Roberto Ricci Antonioli

Ricci Antonioli, 54 anni, viveva a Casette, piccolo paesino di montagna nel Comune di Massa, lascia una moglie e una figlia di 20 anni. In cava faceva il gruista. In paese tutti ne parlano come un gran lavoratore, padre di famiglia, dedito al lavoro e affettuoso con i figli. Era andato a lavorare a Colonnata, dopo le scuole, scavallando il confine comunale di Massa perché Casette è da sempre una piccola sorella di quel paesino carrarese, che fin dopo la guerra ha dato tanto lavoro, soprattutto nel suo bacino marmifero.

Federico Benedetti

Con lui, sotto il versante franato, per motivi ancora da accertare e forse addirittura sopra una gru, c’era anche Federico Benedetti, massese, anche lui morto tra le circa 2000 tonnellate di marmo e macerie cadute dall’alto: Benedetti aveva 46 anni e faceva il gruista da decenni, da quando cioè il padre ha fondato la Scaviter, una grande azienda di escavazioni, che poi è fallita. Lavorava da anni per la cava dei fratelli Antonioli, assieme al figlio, Matteo, che lui stesso aveva introdotto nell’ambiente. Giovedì Matteo è andato via da Colonnata alle 12, salutando il padre poche ore prima dell’incidente.

 

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/16_aprile_15/due-padri-due-figli-destino-vita-passata-scavare-18cdf066-02dd-11e6-8e3c-64e4c3f58891.shtml

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La battaglia tra andare o non andare… a votare


Il  17 aprile andiamo a votare.  A15 aprile - La battaglia tra andare o non andare... a votare votare SI, per dare a questo SI un indirizzo politico ben preciso, un indirizzo che rappresenti la volontà di un Paese, che tiene al suo territorio e al suo ambiente, di cambiare rotta in materia di politiche energetiche, investendo negli anni che intercorrono da qui alla scadenza delle concessioni già in vigore su un nuovo piano energetico nazionale volto alle energie rinnovabili ed investendo in tecnologie di riduzione dei consumi energetici.

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La gigantesca macchia solare: un ‘neo’ solitario a forma di cuore.


Gli scienziati stanno, ormai da giorni, tenendo d’occhio questa grossa macchia solare che spicca nelle immagini scattate alla nostra stella. La regione attiva 2529 sembra essere, tuttavia, piuttosto ‘tranquilla’. Dalle zone che presentano macchie solari, infatti, ci si possono aspettare violenti lampi di energia (brillamenti o flare) oppure eruzioni di massa coronale che, se colpiscono la Terra, possono creare anche seri problemi ai dispositivi elettromagnetici. La curiosità che ha attirato l’attenzione su questo ‘neo’ solitario è la sua sagoma a forma di cuore e la sua dimensione. Pur non essendo la più grande mai rilevata, è così vasta da poter contenere comodamente tutta la Terra al suo interno
a cura di Matteo Marini
14 aprile 2016

http://www.repubblica.it/scienze/2016/04/14/foto/la_gigantesca_macchia_solare_la_nostra_stella_ci_mostra_un_cuore_-137591024/1/?ref=HRESS-21#5

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Clima: le città surreali degli artisti


http://www.wwf.it/news/notizie/?19680

 

I combustibili fossili stanno inquinando la nostra vita e le nostre città. In un futuro surreale e a tratti apocalittico potremmo ritrovarci in un ecosistema totalmente trasformato. Ecco perché il WWF Italia ha deciso di lanciare, in occasione della COP21 di Parigi, due serie di immagini destinate ai social media. La prima è costituita da quattro immagini di “Città Surreali”: una provocazione, non uno scenario scientifico, un modo per riflettere sullo stravolgimento dei nostri luoghi più amati e riconosciuti.  Le creazioni mostrano Roma e Milano desertificate e inospitali, divenute habitat di animali selvatici disorientati. Pisa e Venezia sono rappresentate in gran parte sommerse dai mari, senza la classica orda di turisti curiosi ma con un silenzio surreale, invase dall’acqua in una calma surreale dove non ci sono esseri umani.

Accanto a queste provocazioni artistiche, il WWF ha fatto realizzare anche due vignette sul futuro che rischiamo di lasciare ai nostri figli, perché anche l’ironia può aiutare tutti a riflettere, ma soprattutto ad agire.

Realizzazione grafica delle “Città Surreali”:

Cinzia Macis – Scenografa, Graphic Designer
Scenografa di formazione (Accademia di Belle Arti di Firenze), collabora dal 2004 con importanti teatri nei diversi settori dello spettacolo in Italia e all’estero: Opera di Firenze, Teatro Lirico di Cagliari, Thalia Theater, Wexford Opera House. Alla dedizione per le arti sceniche, si affianca l’interesse per i temi ambientali e la valorizzazione del territorio, culminato nella specializzazione in Paesaggismo (Politecnico di Barcellona). Si occupa di progettazione, grafica e illustrazione digitale nei diversi ambiti delle arti visive.

Realizzazione delle vignette:

Giacomo Cardelli – Cartoonist
Toscano, nato nel 1977, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze.  Tuttologo delle arti visive, illustratore per varie case editrici nel settore della scuola e dell’infanzia. Lavora nel mondo dei cartoni animati per film, documentari e pubblicità. La sua  satira è stata pubblicata sui giornali nazionali ed esteri e dal 2008 e membro del sito internazionale cartoonmovement.com

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In India un ‘treno dell’acqua’ contro la siccità


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Un treno merci speciale carico di 500 mila litri di acqua potabile ha raggiunto oggi una regione del Maharashtra, nell’India centrale, gravemente colpita dalla siccità. Lo riferiscono oggi i media indiani. Il convoglio, di dieci cisterne contenente ciascuna 50 mila litri di acqua, era partito ieri dalla stazione di Mijra, nel nord dello Stato e dopo 18 ore e’ arrivato nella città di Latur dove e’ stato accolto dalla cittadinanza in festa. Si tratta del primo ‘treno dell’acqua’ organizzato dal ministero delle Ferrovie insieme alle autorità locali per alleviare la crisi idrica nel distretto di Marathwada. A causa delle scarse piogge monsoniche, da circa 4 anni questa regione del Maharashtra, uno dei poli della produzione dello zucchero e della soia, sta soffrendo una grave siccità che ha causato anche decine di suicidi tra i contadini. Il rifornimento idrico e’ attualmente garantito da decine di autobotti che quotidianamente raggiungono la città di Latur e le campagne circostanti.

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/acqua/2016/04/12/in-india-un-treno-dellacqua-contro-la-siccita_2bc702f1-57ee-4e57-a8b6-108fffc3c907.html

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Come difendersi dalle bufale sul web


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Negli ultimi anni un numero sempre crescente di persone ha iniziato a vedere internet come fonte primaria di informazioni,ma non tutti sono a conoscenza del fatto che non sempre quello che si trova in rete è affidabile.Così sempre più spesso le persone si affidano ad occhi chiusi a quello che leggono,senza approfondire l’affidabilità della notizia.Il problema delle bufale sul web è,purtroppo,assolutamente attuale e il punto forse più difficile,specie per chi non è del settore, è cercare di distinguere notizie vere da bufale.Quante volte abbiamo letto articoli scritti molto bene,con termini scientifici e ‘parolone’,eppure,ci siamo mai chiesti quanto quelle informazioni siano vere e quanto spesso,invece,siano messe unicamente con lo scopo di convincere il lettore che la propria tesi è giusta?La difficoltà nel distinguere la verità dalle bufale sta proprio nell’uso del linguaggio della scienza per sostenere tesi totalmente false e che con la scienza non hanno nulla a che fare.Questo è proprio il problema serio,ed è la causa per cui tantissime notizie false vengono prese per vere.Come facciamo allora a ‘difenderci’ da queste bufale?
Sicuramente non tutti useremo lo stesso metodo e non tutti sappiamo tutto su una certa cosa.Perciò dobbiamo imparare a discriminare più facilmente un buon articolo da uno cattivo:per prima cosa,secondo me,si dovrebbe controllare se l’articolo preso in questione è frutto di una riflessione personale dell’autore o se l’argomento è frutto di una copiatura.Bisognerebbe poi chiedersi chi sia l’autore e quale sia la sua formazione.Inoltre occorrerebbe cercare un parere indipendente e personale e visitare naturalmente sempre più siti.
Facciamo attenzione,quindi,a non cadere sempre in rete,abboccando a bufale e disinformazioni scientifiche,evitando così che queste notizie false possano prendere il posto di quelle vere.

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SONDAGGIO: dai un voto a Matteo Renzi da 0 a 10


renzi-ingleseMatteo Renzi è il Premier del nostro Paese da poco più di due anni. A prescindere dalle simpatie politiche di ognuno di noi, resta un fatto oggettivo: nessuno ha mai votato Matteo Renzi in elezioni politiche che lo vedevano leader di una coalizione e, secondo recente prassi, anche candidato Premier. Insomma, toglietevi lo sfizio di votarlo, nel bene o nel male.

Il voto espresso nel sondaggio sarà indicativo dell’operato complessivo del Governo Renzi. Chi volesse invece esprimere un giudizio sull’operato di Renzi in determinate attività (politica estera, politica interna, segreteria del Pd e via dicendo) può farlo lasciando un commento.

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“L’Europa è incapace di darsi regole e tutelare i bambini”


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La crisi di rifugiati e migranti è divenuta una crisi di bambini. «I minori sono una percentuale sempre più alta di chi arriva in Europa», spiega Lucio Melandri, che da tempo si occupa del tema per l’Unicef. «L’Europa non ha sviluppato un quadro armonioso di procedure e standard al riguardo». In comune c’è però l’urgenza di adottare misure efficaci a fronte della crescita tumultuosa di una delle categorie di persone più vulnerabili: i minori stranieri soli.

In Gran Bretagna le richieste di asilo per ragazzi migranti non accompagnati nel 2015 sono state oltre 2600, con un incremento del 50 per cento sull’anno precedente. Occuparsi dei minori non accompagnati che si trovano nella propria area è responsabilità degli enti locali. Che poi li distribuiscono a una rete di famiglie affidatarie. In questo aspetto l’Uk (insieme all’Olanda) è un po’ un’eccezione virtuosa, anche se l’afflusso di minori ha sovraccaricato il sistema: nel 2016, ha ammonito il network che si occupa degli affidi, serviranno altre 9 mila famiglie. E non sono mancate tensioni da parte delle aree più coinvolte, che sono solo in parte rimborsate dal governo centrale. Uno studio del 2015 calcolava in 97 sterline al giorno il costo di un migrante (adulto) in un centro di permanenza temporaneo inglese.

In Francia nel 2015 si stimavano 8 mila minori stranieri non accompagnati. Possono stare in Francia fino ai 18 anni, dopodiché hanno la possibilità di fare domanda per un permesso di soggiorno. La Svezia nel 2015 ha avuto 163 mila domande di asilo, il numero più alto pro-capite in Europa. Ben 35 mila i minori soli arrivati l’anno scorso (nel 2014 erano stati 7mila), e che come tali godono di accesso a scuola e casa. A occuparsi di loro sono le autorità locali e i servizi sociali, che fino ai 12 anni fanno uso di una rete di famiglie affidatarie. Tuttavia, poiché la metà dei soggetti si colloca nella fascia fra i 16 e i 17 anni, c’è stato un aspro dibattito sulle procedure di accertamento dell’età. L’impennata di minori in arrivo ha avuto anche ripercussioni finanziarie. Ai 100 mila alunni che ogni anno entrano nel sistema scolastico del Paese per la prima volta, si sono aggiunti altri 70 mila posti originati dalla presenza di richiedenti asilo.

In Germania le situazioni e gli approcci variano tra gli Stati federati. Ma il Paese nel 2015 ha avuto comunque un «ruolo guida», commenta Melandri, ricevendo un milione di rifugiati. Il 40 per cento provengono dalla Siria, poi seguono Afghanistan e Iraq. Di questi, 300 mila sono minori. Così il governo si è rivolto anche alle associazioni per capire quali siano le procedure migliori per inserire un simile afflusso di bambini nelle scuole e nei servizi sociali.

Una delle sfide europee nel gestire ragazzi soli è la questione del loro monitoraggio. Qualche tempo fa si era molto parlato dei 10 mila minori «scomparsi» dai radar europei , secondo i dati Europol. «Molti sono andati via dai centri di accoglienza per cercare di raggiungere dei famigliari. Il problema è che i tempi dilatati per i ricongiungimenti inducono questi ragazzi a fuggire. Col rischio di mettersi nelle mani dei trafficanti», dice Melandri.

http://www.lastampa.it/2016/04/10/italia/cronache/leuropa-incapace-di-darsi-regole-e-tutelare-i-bambini-mC1PiJS7j9aUgKpv3rjMqN/pagina.html