QUEI 7 RAMI SPEZZATI…..


 

 

famiglia cervi al completodi Gianluca Bellentani

A  Campegine, un paese della bassa reggiana, vive la famiglia Cervi. E’ una di quelle grandi famiglie di un tempo, composta dal padre Alcide, dalla madre Genoeffa ( scritto così ) Cocconi e da 9 figli. I figli sono 7 maschi, Gelindo Antenore Aldo Ferdinando Agostino Ovidio e Ettore più 2 donne, Rina e Diomira. Sono da tutti conosciuti come i Rubàn, non perché rubino ma dal nome del paese d’origine della famiglia, Rubiera, un altro paese del reggiano. Il padre Alcide condivide le idee socialiste, in particolare i pensieri di Camillo Prampolini, quell’ uomo mite, dalla barba bianca e dal grande cappello, che proprio in quei luoghi organizza comizi e riunioni, parlando di un mondo migliore senza sfruttatori ne sfruttati, in cui ognuno dovrà dare quello che può e consumare solo quello di cui ha bisogno. Certo Alcide non può perdere tempo con la politica ; il lavoro nei campi è duro e necessita sempre di tempo e di braccia. I Cervi sono mezzadri e questo rende la loro condizione ben misera, così come per gli altri come loro. Perché quella del mezzadro è davvero una condizione misera : tanto lavoro, tanta fatica e quando l’annata è buona il padrone si ingrassa e tu sopravvivi. Quando invece l’annata non è buona, magari solo per una tempestata o per la siccità, allora il padrone ingrassa di meno ma tu e la tua famiglia fate la fame. Non puoi nemmeno ribellarti in quanto basta qualche parola di troppo perché  il padrone del terreno ti cacci, tanto a prendere il tuo posto c’è la fila. Il pelatone romagnolo, quello che si affaccia dal balcone davanti ad una folla osannante, non è certo quello che ‘’ avrebbe portato l’ Italia ad essere la stella polare del firmamento mondiale ‘’. I Cervi non sono stupidi e non si lasciano certo influenzare dalla follia collettiva. Che poi non ci vuole certo un genio a capire che se si difendono i padroni e le loro ricchezze, non puoi certo dirti che sei dalla parte di chi lavora. Come possono coesistere senza regole scritte e condivise, due mondi in cui uno lavora e a stento sopravvive e l’altro non fa nulla e prospera sul lavoro degli altri ? Certamente potresti cambiare la tua posizione, magari prendendo in affitto un qualche podere, ma e’ comunque un rischio altissimo; perché se il terreno lo fai fruttare la cosa va bene, ma se il terreno non ti rende e non riesci nemmeno a pagare il prezzo d’affitto, sei rovinato per sempre e anche il buon nome della famiglia verrà marchiato dalla nomea di incapace. I Cervi continuano ad essere mezzadri, spostandosi dal podere del Tagliavino a Campegine in altri poderi vicini . Prima ad Olmo di Gattatico, poi a Valle Re. Poi una sera del ’34, mentre tutta la famiglia e’ riunita a tavola per la cena, il capofamiglia Alcide dopo essere stato in silenzio per tutto il giorno, batte i pugni sulla tavola : ‘’A io’ decis : andomm a i Camp Ròss ‘’. La famiglia allora si sposta solo di pochi km ma è comunque un viaggio che per loro rappresenta tutto. Non e’ un cambiare podere ne lavoro ma un andare incontro ad una nuova vita. Saranno loro e non altri i padroni del loro destino.

Qui la loro storia dovrebbe finire e i Cervi sarebbero ricordati solo come persone che ebbero più coraggio di altre per cambiare la loro posizione sociale. Come in tutte le storie però, accade qualcosa che rende questa storia diversa dalle altre. Non più storia anonima ma esempio perenne di lotta e di antifascismo.

Come per tutti i giovani in età, anche ai fratelli Cervi viene mandata la cartolina di precetto per presentarsi al servizio di leva. I Cervi considerano questo tempo un tempo perso, a fare cose senza senso e senza alcuna utilità ; un tempo non solo perso ma anche rubato a cose molto più utili ed urgenti come il lavoro nei campi. I sette fratelli cercano ogni mezzo per farsi riformare, chi per un’ernia e chi per i pochi denti rimasti dopo una malattia alle gengive. Qualcuno invece, non può addurre nessuna motivazione ed è costretto suo malgrado a partire : e’ Aldo, che viene mandato a svolgere il servizio militare in Veneto, a  Susegana. E’ il 1930 e l’ Italia fascista non e’ ancora in guerra e sono finiti pure i massacri nel continente africano. Per Aldo quindi si prospettano 24 mesi di normale e pallosa routine. Il giovane non da segni di insofferenza alla vita militare e svolge le proprie mansioni diligentemente. Una notte, mentre e’ di guardia ad un deposito, un caporale si avvicina furtivamente al posto di guardia. Il caporale sa bene che nel caso sorprendesse il soldato a dormire o lontano dal posto di guardia, avrebbe una promozione ( e il soldato si prenderebbe 20 anni di prigione militare ). Aldo invece non dorme affatto e, sentendo un rumore e vedendo un’ombra furtiva vicino alla sua postazione, dopo aver urlato per 2 volte ‘’ Alt ! Chi va la ? ‘’ e non ottenendo risposta, spara contro l’intruso.  I fucili delle sentinelle sono caricati con pallottole esplodenti e il caporale viene ferito solo leggermente ad un braccio. Quando si reca all’infermeria della caserma e gliene viene chiesta la causa, questi racconta che la sentinella gli ha sparato volutamente senza alcun preavviso. Il tribunale militare apre un’ inchiesta e il caporale, avvalendosi delle testimonianze di alcuni colleghi e dalla reticenza dei testimoni, pur essendo palesemente in torto, non viene perseguito. Al soldato Cervi viene invece inflitta una condanna abbastanza blanda rispetto ad una sua eventuale colpa e viene condannato alla pena detentiva di 24 mesi ( anche se ne farà per buona condotta poco più della metà ) da scontare nel penitenziario militare di Gaeta. Aldo e’ molto abbattuto per quanto è accaduto : non solo perché  sa di essere innocente ma in quanto si sente come un leone in gabbia. Lui sempre abituato al lavoro all’ aria aperta, adesso si trova tra quattro mura, con le mani in mano, senza sapere come passare il tempo … Come potrà riuscire a far passare due lunghi anni ? Mentre è assorto in questi tristi pensieri, gli si avvicina un altro prigioniero. L’altro e’ rinchiuso in quanto prigioniero politico e gli consiglia di leggere, non solo per passarsi il tempo ma anche per apprendere nuove cose. Gli presta libri di Marx e di Lenin, che Aldo legge dapprima con curiosità poi con stupore. Quei libri, quelle pagine, gli aprono nuovi orizzonti di pensiero. Tutte le risposte alle domande che lui ogni tanto si poneva, stavano scritte in quelle pagine.  Quando Aldo uscirà di prigione, sarà un’ altra persona e con le sue idee sarà il volano della storia dei Cervi da ogni punto di vista, sia economico che ideale.

Quando la famiglia Cervi arriva ai Campi Rossi, non trova quella specie di paradiso terrestre che aveva in mente. Il terreno e’ pieno di balze che certo creeranno problemi quando ci sarà da seminare e da raccogliere. Bisognerebbe livellare il terreno e renderlo tutto pari ma sarebbe un lavoro immane ; e poi la terra che non utilizzi come fai a trasportarla fuori ? Mica puoi farlo solo con le carriole. I Cervi però sono più avanti degli altri come pensiero. Hanno imparato da Aldo che anche un contadino ignorante, se non vuole essere uno schiavo del padrone, ha un solo mezzo, istruirti : e questo lo fai solo leggendo. I Cervi pensano quindi di costruire una rotaia sul terreno e di prendere a prestito dalla ferrovia i vagoni dismessi per il trasporto terra. Con questo ingegnoso sistema, nel giro di qualche mese tutto il terreno è allo stesso livello. Vengono presi dei vitelli, si fanno crescere, si costruisce una bella e grande stalla, si nutrono per bene le mucche e queste danno fiumi di latte, da bere e da farci il formaggio. Altre invece daranno carne per tutti e cuoio per le scarpe. Ferdinando, uno dei fratelli, ha cominciato la produzione di miele e le api di miele dolce e nutriente ne fanno tanto. Il fascismo, con le sue idee autarchiche, ha affamato l’Italia e, per non essere travolto dalle proteste della gente, paga i produttori molto meno di un tempo. Avviene quindi che il mercato nero, dove trovi qualsiasi cosa basta pagarla, sia ormai una regola, che il Regime non tollera e  punisce. I produttori vengono sempre più controllati,così come i prodotti da conferire. Come possono quindi i Cervi riuscire non solo a non aiutare ma a dare danno al fascismo e a Mussolini ? Semplicemente barando sui quantitativi di produzione. Le mucche dovrebbero produrre 10 quintali di latte ? Gli fai qualche bruciatura sul muso, così da inventarti che hanno una malattia e producono la metà. Hai 10 maiali che dovrebbero darti 20 prosciutti ? Dici che te ne sono morti 5 e che li hai dovuti gettare in mezzo al letame ed ora i tuoi prosciutti sono solo 10. Le guardie vogliono controllare se davvero i maiali sono stati gettati in mezzo al letame ? Che si accomodino pure a rovistare in mezzo a tutta quella merda . Per la stessa ragione che a rovistare in mezzo alla merda le guardie non ci vanno, i Cervi costruiscono sotto l’ammasso di letame due locali, in cui macellano e fanno il formaggio ( naturalmente non a contatto col letame ). In casa cominciano ad entrare sempre più soldi ma i Cervi non accumulano fortune in denaro. Hanno tanta produzione, più di quanto servirebbe loro, ma non fanno la borsa nera. Ne danno gratuitamente a chi ne ha davvero bisogno ( e sono in tanti ). I soldi in più di quelli che servono, vengono investiti in migliorie e, cosa inaudita per quei tempi, anche in tecnologia. Il primo trattore Balilla che si vede a Reggio E. e’ il  loro.

Poi, una mattina d’estate, il 25 luglio, la radio da la notizia : Mussolini e’ caduto. Per tutti e’ un giorno di confusione e anche di smarrimento : e adesso ? Che succederà ? La guerra continuerà o no ? Chi comanda adesso ? Se questa e’ un giorno che lascia perplessi e storditi, a casa Cervi e’ invece giorno di grande festa. Il pelatone per è caduto finalmente e con lui la sua dittatura da operetta. Le donne di casa Cervi si mettono ai fornelli e cominciano a preparare kili e kili di maccheroni e di ragù. Il 27 luglio ecco che quei matti dei Cervi arrivano nella piazza del paese con un carro, su cui poggiano i bidoni del latte, che invece stavolta sono pieni di maccheroni caldi e fumanti, con sopra tanto buon ragù di carne e tanto buon formaggio. Tutti accorrono a sentirne anche solo il profumo. Chi se li ricorda più i maccheroni conditi con tanto ben di Dio ? I più increduli sono i bimbi piccoli, che quella delizia non l’hanno mai nemmeno sognata. I Cervi ne danno a tutti e qualcuno più sfacciato ( dalla fame ) fa anche il bis. I carabinieri accorsi per vedere cosa sta succedendo, non sanno cosa fare e allora decidono di partecipare anche loro alla maccheronata. C’e’ anche un fascista che passa, con la sua camicia nera addosso e li guarda quasi vergognoso. ‘’ Dai, vin anca te a magner insomm a nuèter …. Incoo l’è festa per tott‘’ gli grida uno dei fratelli. Il fascista si avvicina timoroso, poi porge il piatto e comincia ad infilare maccheroni con la forchetta, prima pochi poi tanti … Sarà quel buon sapore ormai dimenticato, ma adesso quello non pare più un fascista ma un uomo affamato, che fa festa e si diverte come tutti gli altri.

Quando arriva l’ 8 settembre e il Generale Badoglio annuncia che ‘’ La guerra è finita ‘’, sono tutti a festeggiare , meno che i Cervi. Loro, che hanno una coscienza politica e sanno leggere gli eventi, sanno benissimo che la guerra non solo non è finita ma ne comincia un’altra, ancor più violenta e drammatica : la guerra civile. Si chiedono come sia possibile che nessuno capisca quanto sta avvenendo; ma c’era davvero qualcuno che credeva che Mussolini non avrebbe fatto di tutto per riprendere il potere ? Che amasse il proprio Paese più del posto di comando ? Il nemico e’ sempre quello, il fascismo, adesso ancor più forte dopo l’appoggio di quell’altro matto coi baffetti. Adesso la lotta non può essere fatta solo dando meno conferimenti ma deve essere una battaglia da combattere ogni giorno, con tutte le tue forze. A volte a qualcuno dei fratelli sorge un qualche dubbio morale : ma non ci hanno sempre insegnato che Dio condanna la violenza da ogni parte venga ? Ma nei Comandamenti non c’è scritto a chiare lettere ‘’ NON RUBARE ‘’ ? ‘’ NON FARE DEL MALE AGLI ALTRI ‘’ ?  Non ci hanno sempre insegnato di ‘’ PORGERE L’ALTRA GUANCIA ‘’ ? Quello che stiamo facendo, che e’ giusto per noi, può essere contrario gli insegnamenti di Gesù, quell’uomo semplice come noi, che combatteva le disuguaglianze e difendeva i poveri e i deboli con la sola forza della parola ? Sono le domande che ogni persona per bene si pone ogni qualvolta è costretto a fare atti e scelte contrari alla sua natura. A dissipare questi dubbi, e’ l’incontro con un personaggio che ancor oggi non ha avuto i giusti riconoscimenti, almeno da parte della Chiesa,  per quanto fece : e’ Don Pasquino Borghi, parroco di Tapignola, una sperduta frazione dell’ alto Appennino Reggiano. Un prete magro con la faccia da buono, con piccoli occhiali montati sul naso, che nasconde nella canonica armi e munizioni e che da asilo e protezione ai tanti Partigiani delle zona. Un prete che farà la stessa fine dei Cervi, nello stesso posto e davanti allo stesso muro, meno di un anno dopo. Se anche lui, un servitore di Dio, si comporta nel nostro stesso modo, allora noi operiamo nel giusto.

I Cervi compongono una banda per compiere atti di sabotaggio . Operano soprattutto sulle colline dove non sono conosciuti. Abbattono un traliccio elettrico e a Toano, sempre sulle colline reggiane, assaltano la caserma locale dei Carabinieri, rubando armi e munizioni. Chiedono l’appoggio di quelli del CNL reggiano ma questi son peggio dei burocrati. Possibile che non capiscano che, in un momento del genere, siano più importanti certe azioni sul terreno che la formazione dei GAP locali ? Molto meglio rivolgersi a quelli di Parma, molto meno politicizzati ma più concreti sul come impostare questa strategia di lotta. Che poi quando quelli di Reggio fanno qualcosa, fanno più danno che altro. Come quando pensano di far fuori il capo del fascismo reggiano Giuseppe Scolari : l’azione non viene ben pianificata e quello scampa all’attentato senza farsi neppure un graffio. Non solo l’attentato è fallito ma da quel giorno i Cervi sono sotto l’occhio del fascio. Il paese e’ piccolo e le notizie volano. Tutto questo via vai di gente strana non può passare inosservato.

La sera del 25 novembre del ’43, mentre sono tutti ancora a tavola, da fuori si ode un grido : ‘’ Cervi arrendetevi . La casa e’ circondata ‘’ !! I fratelli stanno per prendere le armi, per sparare a quei porci dei fascisti, che adesso hanno pure dato fuoco alla loro bella stalla con tutte le bestie dentro. Se proprio devono andare all’ inferno, ne porteranno molti altri con loro. Ingaggerebbero una battaglia sino all’ ultimo uomo ma i loro sguardi incrociano quelli delle donne e dei bambini : come si può mettere in pericolo tanti esseri innocenti ? Loro malgrado, i fratelli Cervi si arrendono ed escono con le mani alzate. Con loro anche Quarto Camurri, che ha partecipato a qualche azione di guerriglia assieme a loro e quella sera si trovava lì per caso. Vengono tutti caricati su un camion per essere portati all’ antico carcere Dei Servi, un ex convento che il fascio usa come luogo di tortura e detenzione. Alcide non viene arrestato ma insiste per essere anche lui caricato coi figli. ‘’ State tranquille, noi torneremo. Non pensate a noi ma alla casa. Adesso e’ compito vostro mandare avanti la proprietà, è questo a cui dovete pensare, per non gettare al vento anni di sforzi e di sacrifici ‘’. Sono queste le raccomandazioni che i Cervi fanno alle loro donne e quelle subito si mettono in moto. E’ la vecchia madre Genoeffa che da quel momento prende in mano le redini della conduzione della famiglia e dei lavori e lo fa con un inaspettato senso di comando. Le donne di casa le ubbidiscono e trovano in lei una parola di conforto e di speranza, assieme alla pianificazione del lavoro giornaliero.

I Cervi intanto sono rinchiusi insieme nella stessa fredda e umida cella, piena di sporco e di insetti. Per giorni vengono interrogati e picchiati a sangue, per fargli confessare le loro colpe. Essi negano sempre tutto, dicendo che la loro unica colpa e’ quella di aver ospitato qualche forestiero, che loro non si interessano di politica e che non hanno mai fatto nulla di quanto i fascisti li accusano. Dei Cervi, l’unico a cui non viene fatto nulla e’ il vecchio Alcide, che comunque ha certo le sue sofferenze. Ha un’ ulcera terribile che gli brucia lo stomaco e ogni giorno vede quei suoi poveri figli tornare dall’ interrogatorio sempre più pesti e sanguinanti.

Ai primi di dicembre, i Cervi vengono spostati nel carcere di S. Tommaso, in pieno centro. Per i Cervi la cosa non cambia molto ma cambia invece per gli antifascisti di Reggio che stanno preparando un piano per farli uscire. Una sortita lì per liberarli, magari in un giorno festivo, e’ molto più facile. Si decide quindi di fare l’azione il giorno di Natale ma, a causa di una soffiata, tutto viene rimandato alla notte di Capodanno. Intanto però e’ accaduto qualcosa di grosso, che probabilmente e’ stata la condanna a morte dei Cervi.

Il 15 dicembre a Cavriago, un paese vicino, due membri del GAP hanno sparato a Giovanni Fagiani , seniore della milizia fascista e lo hanno ucciso. Non e’ stata un’ azione pianificata ma una decisione presa sul momento dai due gappisti. L’ eco di quanto avvenuto è fortissimo e la stampa di Regime ne riempie le prime pagine locali. I fascisti devono dare un segnale della loro forza e della loro violenza. La mattina del 28 dicembre, i 7 fratelli vengono caricati su un camion e portati al Poligono di Reggio E. dove vengono fucilati uno di fianco all’ altro assieme a Camurri.

 

La notizia della loro esecuzione non è ancora corsa ma due donne di casa, la sorella Diomira e l’ Irnes, la moglie di Agostino, che il giorno dopo sono venute per portare qualche capo di lana e qualcosa da mangiare ai loro cari imprigionati, imparano da un secondino quanto avvenuto. Le due povere donne tornano ai Campi Rossi e in lacrime danno alle altre donne di casa la ferale notizia. Sono urla e pianti disperati quelle che riecheggiano tra le vecchie mura di casa e i bambini, i ‘’ putèin ‘’, piangono anche loro, non sapendo del perché ma solo vedendo la disperazione delle loro madri. Tutte hanno solo voglia di piangere, di buttarsi sul letto da sole, a piangere per giorni, a ricordare i momenti passati coi loro cari, una carezza, una frase detta o un momento felice. Una donna invece e’ rimasta in piedi, al centro della grande cucina ; i suoi pugni sono chiusi, i suoi occhi sono asciutti e il suo viso pare una maschera di pietra.  E’ lei a parlare per prima. ‘’ Adesso basta piangere . I nostri uomini, i vostri fratelli, i vostri mariti non ci sono più. Cosa hanno detto quando li presero ? Portate avanti il podere, per non disperdere il lavoro e la fatica di tanti anni e noi faremo come ci dissero. Tornate quindi ai vostri lavori e se avete voglia di piangere, fatelo alla notte, quando siete da sole e i bambini non vi vedono. Sapete tutte quali sono i vostri compiti in questa casa e perciò non vi dirò cosa fare. L’ unica cosa che vi chiedo, anzi che vi ordino tassativamente è di non dire nulla di quanto accaduto con Alcide : ne ha passate tante cal pover vecc che ne morirebbe ‘’ !!

Alcide e’ ancora rinchiuso nella stessa cella del carcere di S. Tommaso. E’ convinto che i suoi figli siano stati presi dai tedeschi e deportati in Germania a lavorare. Certo sarà dura per loro ma sono gente di campagna, abituati alla fatica e ce la faranno sicuramente ; poi un giorno, quando questa merda di guerra sarà finita, ci ritroveremo tutti ai Campi Rossi, a mangiare e a bere sino a notte fonda e per una volta nella vita, a ciapèr na bala da stare a letto una settimana intera. Una mattina gli alleati bombardano il centro città e una bomba abbatte un muro del carcere. Alcide esce, trova una bicicletta e pedala sino a Gattatico , dove viene accolto dagli abbracci e dalle cure delle donne di casa. Quello che e’ tornato ai Campi Rossi però non è lo stesso Alcide che era partito. Non e’ più quel vecchio dritto e vigoroso, che ascoltava tutti e poi decideva il da farsi. Adesso è un vecchio sempre più curvo e assente, che passa il tempo davanti al camino acceso a ripetere come un disco rotto sempre le stesse frasi : ‘’ Ma si, torneranno. I miei figli torneranno e tutti insieme faremo sempre più bello questo posto. E ci saranno tanti nuovi bambini che urleranno per casa. E ci saranno sempre nuove risate e discussioni a tavola….. ‘’ Un giorno a pranzo però, la vecchia Genoeffa, che ha tenuto dentro di sé tanto dolore per giorni, esplode : ‘’ Ma Cidooooooo….non vedi quanta gente c’è morta per strada ? Ma proprio non lo capisci ? I nostri figli ce li hanno ammazzati tutti e non torneranno a casa mai  piùùùùùùùùùùùùùùùùù !!!

Queste drammatiche parole, hanno un effetto opposto sui due coniugi. Alcide pare di colpo risvegliarsi da un brutto sogno e comincia pian piano a svolgere quel ruolo di patriarca che aveva un tempo. La Genoeffa invece si mette in un letto e si alzerà solo raramente, per poi morire nell’ ottobre del ’44, dopo qualche giorno dal nuovo incendio appiccato alla  stalla dai fascisti, non ancora appagati dal sangue versato e dalle sofferenze inflitte alla famiglia Cervi. Su questa donna, che nella storia comune pare sempre una bigotta più attenta agli interessi economici che ai valori della Resistenza, credo vadano spese alcune considerazioni. La Genoeffa era si una donna credente ed osservante, ma mai si tirò indietro nell’ assecondare  in tutti i modi i suoi figli e le loro idee. Era una mamma, magari non troppo espansiva ma che più delle idee e degli ideali, aveva a cuore i propri figli. Le migliori parole per descrivere questa donna e il suo dramma interiore, le scrisse Pietro Calamandrei….

Se la sera più non tornerete

Il padre è forte e rincuora i nipoti

Dopo un  raccolto ne viene un altro

Ma io son soltanto una mamma

O figli cari

Vengo con voi.

Fine Aprile 1945
Fine aprile 1945

Dopo la fine della guerra, ancora per 25 anni, Alcide Cervi, sempre più malfermo sulle gambe, girò in ogni luogo per portare la sua testimonianza di quanto avvenuto e a chi gli chiedeva quale era la cosa più importante che i suoi figli gli avevano lasciato, lui rispondeva :

Mi hanno sempre detto nelle commemorazioni : tu sei una quercia che ha cresciuto 7 rami, e questi rami sono stati falciati ma la quercia non e’ morta. Va bene, la figura è bella e qualche volta piango nelle commemorazioni ….. Ma guarda il seme. Perché la quercia morirà e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme : il nostro seme è l’ideale nella testa dell’ uomo.

 

alcide cerviA tutti un Buon 25 aprile

 

 

 

 

 

 

Questo brano è una poesia di Gianni Rodari che abbiamo musicato per il 70° anniversario della Liberazione. Banda POPolare dell’Emilia Rossa

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