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Gli effetti negativi della prescolarizzazione


http://d.repubblica.it/lifestyle/2016/05/23/news/prescolarizzazione_pro_contro_psicologia_bambini-3095940/?ncid=fcbklnkithpmg00000001scola
Alfabetizzare i bimbi giù alla scuola materna non fa bene. Meglio lasciarli giocare finché possibile, perché i benefici registrati nei piccoli allievi “prescolarizzati” sono momentanei e nel tempo possono trasformarsi in svantaggi. O addirittura in danni, disagi in ambito sociale ed emotivo. Alcune ricerche lo confermano, discutiamone assieme
La prescolarizzazione, ovvero l’anticipo nell’acquisizione di competenze scolastiche, può avere effetti negativi sui bambini. La conferma arriva ormai da numerose ricerche. È tendenza comune pensare che “preparare” i piccoli alla scuola elementare già con esercizi durante l’ultimo anno di materna, anticipare la data di inizio della scuola obbligatoria, scolarizzarli prima insoma, costituisca un vantaggio perché li prepara ad affrontare “il passo succesivo”, e che faciliti il loro percorso accademico. Ma non è così. Anzi.
Alcuni studi statunitensi hanno messo a confronto le scuole materne orientate alla preparazione accademica con quelle basate su gioco, esplorazione e socializzazione, scoprendo che i benefici registrati nei piccoli allievi “prescolarizzati” sono momentanei, e nel tempo possono trasformarsi in svantaggi. In un articolo di Nancy Carlsson-Paige, Geralyn McLaughlin e Joan Almon, autorevoli esperte dell’infanzia, si legge che esperienze educative non adeguate al livello di sviluppo o in sintonia con i bisogni e le possibilità dei bambini possono causare gravi danni, tra cui sentimenti di inadeguatezza, ansia e confusione.
Le esperte sottolineano anche un altro punto: nessun dato dimostra i vantaggi protratti di un’alfabetizzazione anticipata, mentre ne esistono a favore del gioco libero. Come prevedibile, la formazione anticipata migliora i punteggi ai test specifici in linea con la formazione ricevuta (ad esempio lettura o scrittura), però i guadagni iniziali si perdono entro i tre-quattro anni e, almeno secondo alcune indagini, con il tempo si invertono. Il dato più significativo è che a lungo termine si riscontrano disagi in ambito sociale ed emotivo.

Rilevazioni longitudinali protratte fino all’età di 23 anni hanno in effetti permesso di verificare che con la crescita emergono differenze socio-emotive significative. I bambini iper-scolarizzati in anticipo risultano tendenzialmente giovani adulti più aggressivi, portati alla lite e al contrasto, poco empatici rispetto a coloro che da piccoli hanno avuto la possibilità di giocare. Gli esperti ipotizzano che il gioco libero permette di imparare a rapportarsi agli altri, di sviluppare modelli di responsabilità personale e comportamento prosociale. Consente di appropriarsi di quelle preziose competenze relazionali indispensabili nella vita. Nelle aule dove si sottolinea invece la preparazione, il rendimento, il fare bene i compiti, si richiedono performance, si sviluppano modelli competitivi, orientati alla realizzazione personale, al farsi strada.
Negli anni Settanta del secolo scorso, già un’indagine tedesca condotta su larga scala aveva dimostrato esiti peggiori a livello scolastico, ma anche sociale, tra i giovani laureati provenienti, nel loro iter formativo, da scuole materne “prescolarizzanti”. Questo risultato promosse un cambiamento nella politica educativa di quel paese negli anni successivi a favore di un investimento in asili nido gioco-orientati. È il caso di ricordare a questo proposito anche la Finlandia, dove i quindicenni conseguono punteggi eccellenti, in genere al primo posto, nelle materie sottoposte a test dalle ricerche internazionali. Dove la scuola dell’obbligo però inizia a sette anni, ha orari settimanali brevi, ogni ora di lavoro prevede 15 minuti di pausa, e l’educazione prescolastica dura solo un anno, senza essere obbligatoria.

Sulla base di una serie di esperienze ed evidenze scientifiche, sembra non ci sia motivo per cui i bambini dovrebbero imparare a leggere a 5 anni quando, imparando a 6 o 7, poi a 11 fanno altrettanto bene, mentre si sa che impegnarsi nella lettura o scrittura in età precoci ruba tempo ad altre attività necessarie. I dati ci dicono anche che disturbi d’ansia e di depressione nei bambini appaiono correlati alle pressioni accademiche e alla mancanza di gioco. Come ricorda lo psicologo e biologo Peter Gray, professore presso il Boston College e autore del best seller in USA “Lasciateli giocare” (Einaudi), il gioco è il mezzo naturale per educare se stessi, il modo in cui i bimbi fanno esercizio di quelle competenze necessarie per diventare adulti efficaci: andare d’accordo con gli altri, cooperare efficacemente, controllare i propri impulsi ed emozioni. Ideare, sognare, pensare. Compresa la creatività, base per acquisire ed imparare.
Ci sono del resto delle cose che sappiamo sull’apprendimento. Una di queste è che può essere inibito dalle pressioni e dalle valutazioni, comunemente utilizzate invece nel mondo scolastico per motivare la prestazione. Molti studi hanno dimostrato che verifiche e valutazioni funzionano bene per i soggetti che già conoscono il compito da eseguire, che in effetti riescono meglio ma hanno effetto opposto sugli inesperti, i meno abili. Questo nel gioco come in diversi tipi di attività intellettuali e manuali. Come dire che avvantaggiano ulteriormente chi già lo è – perché è stato stimolato, ha già appreso, è spontaneamente predisposto – mentre penalizzano chi ha bisogno di essere spronato, sostenuto, poi ulteriormente inibito dall’imbarazzo del fallimento (che può indurlo ad accettare il fatto di non essere in grado, di non poter fare bene come gli altri). In altre parole, la pressione dell’ambiente può causare una disparità tra coloro che già sanno, sono abili, e quelli che non lo sono. Divario che si allarga tanto più la tensione a fare bene aumenta.

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40 anni fa il primo passo verso l’Internet delle cose


9f5a632758b3cb3ce95ab74e84c5c4c4.png40 anni nasceva la National Instruments che ha cambiato il nostro modo di vivere, di dialogare, di interfacciarci socialmente.

National Instruments è un’azienda statunitense produttrice di strumenti hardware e software per la misura e l’automazione industriale basati su personal computer.
Fondata nel 1976, ha sede ad Austin nel Texas, ma è presente in molti paesi del mondo; in Italia ha sede centrale a Milano e una filiale a Roma.

Qui l’articolo dell’Ansa

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Lavoro, tra centri pubblici e agenzie private a perdere resta sempre il disoccupato


lavorohttp://www.lastampa.it/2016/05/23/blogs/lavori-in-corso/lavoro-tra-centri-pubblici-e-agenzie-private-a-perdere-resta-sempre-il-disoccupato-1HHJQh1JfyroD8uJgxzgxO/pagina.html

Su 4,6 milioni di persone che in un anno utilizzano i servizi per il lavoro, oltre la metà (2,5 milioni, pari al 54,7%) si rivolge ai Cpi (Centri pubblici per l’impiego), circa un quinto (1 milione, pari al 21,4%) alle Apl (Agenzie private del lavoro), la restante parte (1,1 milioni, pari al 23,8%) a entrambi gli operatori.
Prosegue il derby tra centri pubblici e agenzie private che formano la rete del lavoro che dovranno sostenere le nuove politiche attive previste dal Job Act. Concorrenza e cooperazione saranno il binomio che caratterizza il loro ruolo, anche se, come rivela il Monitoraggio Isfol Plus, le differenze ci sono.
Per esempio, sembra che i Cpi si rivolgano alle fasce più basse e in maggiore difficoltà, mentre le Apl si ritagliano fasce più mature e più appetibili su mercato. Gli utenti dei Cpi sono per lo più del Centro-Sud, in cerca di lavoro o inattivi, di genere femminile, con titoli di studio medio-bassi e di giovane età (18-29 anni). Viceversa gli utenti delle Apl sono prevalentemente del Nord Italia, occupati o studenti, di genere maschile, con titoli di studio medio-alti e di età matura (over 40).
Quanto all’offerta, solo un terzo degli utenti dei Cpi e il 40% di quelli delle Apl ottengono un’offerta di lavoro o un corso di formazione o un colloquio di orientamento entro quattro mesi. Tanto per gli utenti dei Cpi che per gli utenti delle Apl i servizi più richiesti sono quelli finalizzati alla ricerca di lavoro, cioè avere opportunità concrete oppure informazioni utili. Rispetto al privato, nel canale pubblico sono maggiori le richieste di svolgimento di un corso di formazione o di un tirocinio/stage. Uno spazio non indifferente nella domanda di servizi ai Cpi riguarda lo svolgimento di pratiche amministrative.
Relativamente alle performance, cioè l’incidenza dei servizi effettivamente erogati sui servizi richiesti, nei CpiI il valore più alto è quello inerente le pratiche amministrative, mentre percentuali più basse si rilevano sia nel fornire informazioni a supporto della ricerca di lavoro sia nella pianificazione di percorsi personalizzati. Segue l’incidenza dell’erogazione di servizi legati alla formazione professionale e allo svolgimento di tirocini/stage. Chiude la graduatoria delle performance la capacità dei CPI di offrire opportunità lavorative concrete.
“Nonostante un’utenza più numerosa e più difficile, i Centri per l’Impiego hanno performance non così distanti da quelle delle Agenzie per il Lavoro – commenta Stefano Sacchi, commissario straordinario dell’Isfol – Per valutare l’effettivo ruolo svolto dall’operatore pubblico occorre considerare che sono soprattutto i Centri per l’Impiego ad occuparsi delle fasce deboli del mercato del lavoro, vale a dire i disoccupati di lunga durata, chi ha scarse competenze o un titolo di studio basso, poca o nessuna esperienza lavorativa, chi vive in contesti ambientali dove spesso mancano reali opportunità di collocamento, come nelle regioni del Mezzogiorno”.”