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Perché Giovanni Falcone vive ancora oggi


imagehttp://m.espresso.repubblica.it/inchieste/2016/05/20/news/perche-giovanni-falcone-vive-ancora-oggi-1.266816
Dal giorno dell’attentato il giudice ha cominciato a rinascere, a diventare immortale per i giovani, per gli onesti, per le persone perbene. Sino a essere, con Paolo Borsellino, punto di riferimento di chi crede in una giustizia capace di schiacciare la sopraffazione e la mentalità mafiosa. Per questo occorre ricordarlo. Facendo memoria di tutto quello che ha fatto e subìto
Giovanni Falcone ha iniziato a rinascere proprio su quel cratere dell’autostrada squarciata 24 anni fa da cinquecento chili di tritolo fatti esplodere dai mafiosi. C’è voluta questa strage, con il pesante sacrificio umano che si è trascinata, per scuotere le coscienze. E far cambiare idea non tanto ai mafiosi ma a quella pletora di nemici, pubblici e privati, che il dottor Falcone ha avuto durante la sua carriera. E a quei siciliani che continuavano a ripetere fino a quel momento: tanto si uccidono fra di loro i mafiosi.
Magistrati e professionisti, politici e borghesi, che hanno attaccato il dottor Falcone in vita, dopo la sua morte come per un incantesimo hanno iniziato a dire che erano tutti amici di “Giovanni”, che stimavano “Giovanni” e che gran magistrato era “Giovanni”. Dopo la sua uccisione il dottor Falcone sembrava di colpo aver conquistato più amici. Anche e soprattutto fra i nemici.
Che strana è la vita di questo uomo-magistrato che durante la sua carriera si è dovuto confrontare prima contro i mafiosi, che hanno cercato in più occasioni di ucciderlo, poi contro una maggioranza di suoi colleghi che proprio perché erano maggioranza lo mettevano in minoranza quando Falcone chiedeva di poter andare a ricoprire altri incarichi dove avrebbe potuto mettere a frutto l’esperienza nella lotta alla criminalità organizzata. Poi contro i politici che difendevano gli interessi dei mafiosi. E poi contro i veleni di “palazzo”. Non si è fatto mancare nulla. La gente, che però non era una maggioranza, lo sosteneva. Ma i corvi avevano sempre la meglio.

Ma una giustizia arriva sempre. Per tutti.

Sono però tutte storie dimenticate. La strage ha fatto dimenticare – non a tutti – queste cose. Ma il dottor Falcone proprio da quell’attentato di Capaci ha iniziato a rinascere. A diventare immortale per i giovani, per gli onesti, per le persone perbene. Oggi Giovanni Falcone è il punto di riferimento, come lo è anche Paolo Borsellino, di chi crede in una giustizia che può schiacciare la sopraffazione mafiosa con i loro clan e i loro affiliati. Ma anche la mentalità. Per questo Giovanni Falcone ancora oggi vive. E per questo occorre ricordarlo. Facendo memoria di tutto quello che ha fatto e subìto.

I magistrati di Caltanissetta dopo aver istruito diversi processi ai mandanti ed esecutori della strage, ancora oggi si trovano a puntare il dito su altri responsabili che fino adesso erano rimasti fuori dalle indagini e grazie alle dichiarazioni di nuovi collaboratori di giustizia è stato possibile individuare. Come pure il latitante Matteo Messina Denaro che per 24 anni è rimasto lontano dalle indagini e adesso i pm nisseni hanno provato il suo coinvolgimento, insieme a Totò Riina, come mandante dell’attentato.

Il lavoro di Falcone dava fastidio a Cosa nostra, e per questo è stato ucciso. I pm di Caltanissetta escludono l’intervento di soggetti esterni alla mafia nell’esecuzione della strage di Capaci. Lo ha voluto ribadire poche settimane fa il pm Stefano Luciani durante la requisitoria del nuovo processo per la strage. “Abbiamo diverse dichiarazioni generiche sull’intervento di soggetti esterni, in particolare componenti dei servizi. Dichiarazioni che arrivano da persone estranee a Cosa nostra o da chi era ai piani bassi dell’organizzazione, ma nessuno di coloro che stava ai piani alti della mafia e che poi ha deciso di collaborare con la giustizia, come ad esempio Giovanni Brusca, ha mai parlato dell’intervento di esterni nell’esecuzione della strage. E allora cosa dovremmo fare? Teorizzare un enorme complotto che mirava a tappare la bocca a questi collaboratori?”, ha detto il magistrato Luciani.

“Ci stiamo occupando di un fatto che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese, a
livello di ipotesi si può dire tutto, ma quando dobbiamo andare sul concreto dobbiamo agire sulla base degli elementi raccolti. Sono stufo di sentire dire che questo ufficio tiene la polvere nascosta sotto il tappeto. Si è parlato anche del coinvolgimento di Giovanni Aiello (ex agente di polizia reclutato dai Servizi indicato come “faccia di mostro” ndr). Abbiamo sentito molti testi, ma riscontri sicuri non ne sono arrivati. I suoi familiari hanno detto di non sapere che collaborasse con i servizi e quando ad alcuni testi è stato chiesto di descriverlo sono stati commessi errori”.

La Procura di Caltanissetta, che dal 2008, dopo il pentimento di Gaspare Spatuzza, sta cercando di riscrivere la verità sui due attentati di Capaci e di via D’Amelio, ha messo insieme gli elementi raccolti individuando mandanti ed esecutori materiali rimasti per lungo tempo impuniti. Falcone intanto risorge.”

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L’universo della “sharing economy” è in piena esplosione e tema privilegiato Forum PA


gruppi di lavoro.pngAl Forum PA 2016 di Roma l’obiettivo di fondo è anche capire cosa può fare la “sharing economy” per i territori, un universo collaborativo in piena esplosione per ottimizzare l’uso delle risorse. Molta attenzione per l’istituzione dell’ Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, un progetto dal basso che spinge la PA ad innovare e trovare nuovi strumenti operativi per la tutela del territorio. Alessio Sidoti: “ci aspettiamo che il Comune di Roma e la Regione Lazio procedano rapidamente per rendere possibile l’istituzione dell’Ecomuseo e che il Municipio V dia seguito alle linee di indirizzo sottoscrivendo il protocollo d’intesa per la sua progettazione esecutiva

di Concetta Di Lunardo

L’universo della “sharing economy” è in piena esplosione e tema privilegiato del Forum PA, la manifestazione della pubblica amministrazione in corso fino a giovedì 26 al Palazzo dei Congressi a Roma. La giornata del 25 maggio è dedicata alla rivoluzione in atto sui territori e alla presentazione di progetti innovativi che spaziano dall’istituzione dell’Ecomuseo Casilino – un’esperienza di progettazione partecipata di valorizzazione dell’area del Comprensorio Casilino – all’energia di comunità, alle leggendarie tagesmutter trentine che esportato in tutta Italia il modello della “mamma di giorno” per ovviare alla scarsità di servizi per l’infanzia, al progetto di connettività partecipata per la digitalizzazione dei territori, agli spazi di co-working e alle piattaforme collaborative con impatto sociale. Nuove opportunità e sfide, non da ultima quella normativa aprono i tavoli di confronto con l’onorevole Veronica Tentori, prima firmataria della proposta di legge sulla sharing economy, Marco Pierani, AltroConsumo ed esponenti della PA locale.

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L’obiettivo di fondo è capire cosa può fare la sharing economy per i territori e cosa la PA può fare per la sharing economy, certamente l’economia collaborativa “made in Italy” rappresenta una nuova via per ottimizzare l’uso di risorse scarse, risolvere problemi creando coesione sociale e sviluppo locale. In attesa delle Linee Guida europee, la proposta di legge apre punti di discussione importanti: dal ruolo delle PA locali, alla policy di autoregolamentazione al ruolo dell’Antitrust, dalla fiscalità alla responsabilità dei consumatori.

Foto1-Gianni DominiciAd aprire i lavori Gianni Dominici direttore generale del FORUM PAl’azienda che da quattro anni organizza la manifestazione assieme a BolognaFiere – che ha ribadito realisticamente quanto l’economia della condivisione sia incompatibile con la prassi, di gran lunga dominante della PA burocratica e verticale, centrata su un approccio monopolistico per quanto riguarda l’erogazione dei servizi pubblici: “ ragioniamo sui processi in corso e in prospettiva: sempre più spesso vediamo il cittadino portatore di soluzioni e competenze che vogliano condividere valorizzare nell’ottica di favorire la comparsa di nuove soluzioni. Le nostre città stanno cambiando – qualcuna più velocemente, altre, come Roma, a passo incredibilmente lento – grazie alla comparsa di nuovi attori che offrono servizi complementari o alternativi a quelli pubblici. Con il carsharing, il bikesharing, lo scootersharing, il ridesharing, sono solo degli esempi virtuosi, la mobilità si sta trasformando. E l’offerta sarà ancor più conveniente e completa quando, anche in questi settori, saranno rimossi gli ostacoli per le condivisioni “peer to peer”, tra pari”.

“Sharing economy” è la traduzione letterale di Economia della condivisione, un’economia collaborativa nata come fenomeno di nicchia per svilupparsi rapidamente e diffondersi in moltissimi settori, complici la crisi economica e una crescente sensibilità nei confronti dei temi sul rispetto dell’ambiente e della sostenibilità.

In realtà il termine ancora non è stato declinato in un’accezione univoca, forse perchè il fenomeno è abbastanza recente attraversa concettualmente una varietà di significati intercambiabili – “peer economy”, “economia collaborativa”, da “economia on-demand” a “gig economy” a “consumo collaborativo”. – indicano accezioni, realtà e settori di riferimentotrasversali molto diversi tra di loro.

Alessioo relatoreAl forum tematico dedicato al tema: “Sharing City, dalla visione alle realtà. Esperienze e soggetti dell’economia collaborativa a confronto sulla proposta di legge”  è presente l’Associazione per l’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros, rappresentata da Alessio Sidoti che ha spiegato il senso dell’omonimo progetto finalizzato alla “tutela, valorizzazione e sviluppo dell’area del Comprensorio Casilino, un progetto partecipativo che conferma ancora una volta che è dalle ‘periferie’ che arriva l’innovazione sociale. Un progetto di comunità, costruito dal basso, con tenacia, che nonostante sia stato appoggiato dai politici locali, ancora sta aspettando dalle istituzioni un assetto definitivo. Nonostante ciò l’altissimo valore dei nostri territori è stato riconosciuto a livello internazionale. Il nostro paper sull’Ecomuseo Casilino ad Duas Lauros è stato ufficialmente accettato da una giuria internazionale come contributo al Forum Internazionale sugli ecomusei e i musei di comunità. Un segnale e un monito- incalza Alessio Sidoti – che questo territorio è uno spazio prezioso che non ammette null’altro che la sua valorizzazione. Ora più che mai nessuna speculazione può essere prevista sul Comprensorio Casilino Ad Duas Lauros. Siamo una pratica dal basso che innova e spinge la pubblica amministrazione ad innovare, a trovare nuovi strumenti operativi per la valorizzazione e la tutela del territorio. L’associazione e tutta la cittadinanza attiva si aspetta che il Comune di Roma e la Regione Lazio procedano rapidamente a rendere possibile l’istituzione dell’Ecomuseo Casilino Ad Duas Lauros e che il Municipio V Roma dia seguito alle sue linee di indirizzo sottoscrivendo il protocollo d’intesa per la sua progettazione esecutiva”. Emerge che a conclusione dei lavori la PA ha sicuramente davanti a sé la sfida di valorizzare queste risorse, acquisendo gli strumenti e le competenze per governare la rete dei diversi attori nell’ottica di favorire la comparsa di nuove soluzioni. Certamente la nuova frontiera dell’economia, ovvero la “sharing economy”, sta ampliando la sua offerta anche nel nostro paese stabilendo una nuova e moderna soluzione economica che rivoluziona la rigida prassi della PA, soprattutto parte dal basso e si realizza con la partecipazione attiva, con nuovi nuovi modelli di amministrazione che considerano i cittadini, protagonisti attivi del cambiamento.

 

 

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Il mistero delle nove mummie…( sparite)


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Dopo che  Il 15 aprile del 1997, Repubblica usciva con un articolo interessante, in merito ad un importante ritrovamento archeologico avvenuto ad Arezzo oggi ,27 maggio,  un articolo su Informarezzo riapre il caso.

Nove mummie della metà del Cinquecento, furono trovate sotto il pavimento della basilica di san Francesco ad Arezzo.

Dal luogo della sepoltura e dagli abiti indossati, si capiva immediatamente che erano membri di qualche famiglia nobiliare. L’analisi scientifica spiego’ subito che non si trattava di ascendenti della famiglia Bacci, i cui rapporti con la basilica erano ben noti. Ma allora chi erano?”

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Da Boschi a D’Angelis. La mano dei renziani nel disastro annunciato


Nel 2009 la ministra era nel cda dell’azienda idrica e il direttore de «L’Unità» era il presidente. Nessuna manutenzione alla rete nonostante 29 milioni di utili 

 

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L’aspetto più tragico non è tanto quell’enorme baratro accanto a Ponte Vecchio, ma sapere che Firenze sia l’ottava città con le tariffe idriche più care d’Italia (402 euro a famiglia nel 2015) e che nulla di quello che viene prelevato ai cittadini è poi reinvestito.
Quando accadono certi disastri, non si tratta quasi mai di fatalità. Un responsabile c’è sempre. E in questo caso si chiama Publiacqua, la più grande azienda idrica della Toscana, che si occupa del servizio idrico per le province di Firenze, Prato, Pistoia e parte di Arezzo. Tra i soci 46 comuni (tutti Pd) e dal 2006 pure soci privati tra i quali Mps Spa che si aggiudica il 40% del capitale sociale.

L’aspetto più grave è che lo scorso 4 maggio l’assemblea dei soci ha approvato il bilancio 2015: utili netti per 29,57 milioni di euro e dividendi tra i soci per 18,49 milioni (2 milioni in più rispetto all’anno precedente). Visto ciò che è accaduto ieri si evince da questo che nulla o quasi viene reinvestito nella manutenzione della rete idrica. Le perdite nelle tubature colabrodo dell’acquedotto sono presenti da anni. A Firenze c’è un reticolo idrico fatto da 225 chilometri di tubi in amianto, mentre quelli che non sono in amianto determinano perdite d’acqua fino al 51%. Acqua che i cittadini pagano lo stesso ma che finisce per erodere il terreno. «Evidentemente l’interesse dei privati a spartirsi i soldi derivanti dalle bollette dei cittadini prevale sull’interesse pubblico», commenta il deputato toscano di Alternativa Libera, Samuele Segoni, membro della commissione Ambiente della Camera.
L’aspetto più comico (oltre alle dichiarazioni del sindaco Dario Nardella che scarica le colpe su Publiacqua e dice «Firenze è sicura, l’importante è che non ci siano vittime, «situazione sotto controllo»), è che Publiacqua sia da anni uno dei più prolifici «poltronifici» renziani di Firenze, dove parcheggiare amici e sostenitori. Erasmo D’Angelis, l’uomo giusto per tutte le stagioni, è stato messo dall’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi a presiedere la società per due mandati, dal 2009 al 2013, quando venne nominato sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti nel governo Letta (riconfermato da Renzi che, ironia della sorte, lo vuole a capo della struttura di missione sul dissesto idrogeologico #italiasicura). Dalla Rai al Manifesto, diventa presidente di Legambiente Toscana, ex consigliere regionale, ed è tra i fondatori della Margherita a Firenze. Renzi nel 2015 lo nomina direttore de L’Unità ricostituita.

I cittadini però lo ricordano solo per l’inaugurazione dei fontanelli, le salatissime bollette calcolate sul consumo presunto, le rotture delle tubazioni. Questa, infatti, non è la prima volta. Nel 2009, alla periferia nord, si aprì una maxi-voragine per la rottura di un tubo dell’acqua. Nel 2013 un altro crollo sullo stesso lungarno per la stessa ragione. Eppure già nel 2012 D’Angelis avvertiva: «Collassano i tubi in ghisa che hanno oltre 50 anni d’età e non reggono alle sollecitazioni del traffico o agli sbalzi di temperature». Niente però è stato fatto.

Nei cda presieduti da D’Angelis, sedeva anche una rampante Maria Elena Boschi. È Francesco Bonifazi, oggi tesoriere del Pd, a spingere su Renzi sindaco affinché Maria Elena entrasse nella partecipata (22mila euro all’anno il compenso). Oggi il presidente della società è Filippo Vannoni, che come secondo lavoro fa il consulente a Palazzo Chigi. Ex manager di Rai Trade, Vannoni è il marito di Lucia De Siervo, già capo di gabinetto di Renzi, figlia di Ugo (ex presidente della Corte costituzionale) e sorella del renzianissimo Luigi De Siervo, ex ad di Rai Com. Amici sistemati.

Proprio uno di questi, il sottosegretario Luca Lotti, da Montelupo si è precipitato subito sul luogo del cataclisma, che pareva quasi «il Perozzi» di Amici Miei quando viene beccato a letto con la moglie del fornaio, durante lo straripamento dell’Arno. A proposito, quest’anno è proprio il 50esimo anniversario dell’alluvione del ’66. Tanti auguri.

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No Renzi Day ???


1452352147969.JPG--il_piano_di_renzi_per_tornare_alle_urneperche_e_quando_vuole_caderee_studia_il_rimpasto__i_nuovi_nomi.JPG“”Da ipotesi velleitaria emersa quasi per caso nei sondaggi a realtà.

Qualcosa si sta muovendo nella società civile e lo scenario di un’Italia indipendente fuori dall’Ue potrebbe un giorno concretizzarsi. Nel silenzio generale dei grandi media, a Napoli è iniziata una campagna per consentire all’Italia di uscire dalla “gabbia dell’Unione Europea”.

Il convegno sociale sull’Italexit tenutosi il 21 maggio è stato convocato e organizzato dalla piattaforma sociale Eurostop con l’obiettivo di iniziare a organizzare proposte concrete su quali alternative offrire alla terza economia dell’area euro in un possibile futuro al di fuori del blocco a 29.

Al dibattito socio economico hanno partecipato diversi economisti (come Ernesto Screpanti dell’Università di Siena e Luciano Vasapollo dell’Università La Sapienza di Roma), organizzazioni sindacali inglesi favorevoli alla Brexit e altri analisti indipendenti. Al termine della tavola rotonda è stata approvata una breve mozione che lancia una mobilitazione di inizio autunno (“ una settimana prima del referendum sulla riforma della Costituzione e il sostegno allo Sciopero Generale indetto dai sindacati.”

leggi tutto l’articolodi Wall Street qui

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La civiltà che crolla e “la giostra delle infrastrutture”


Firenze

Dopo quanto accaduto a Firenze, direi che è arrivata l’ora di “fare un po’ di conti”, come si dice in ogni buona famiglia quando, coi bilanci che scarseggiano, la casa comincia ad andare in pezzi. Dico questo perché se da una parte a fare certe considerazioni si rischia di essere bollati per “polemici beceri e populisti”, le tre accuse che vanno per la maggiore, d’altro canto a non farlo abbiamo la certezza di diventare menefreghisti ed incoscienti. Nel primo caso il rischio è di “creare allarmismo”, nel secondo caso il rischio è di creare disastri. E in tutte e due le situazioni scelgo senza dubbio la prima delle due.

Il disastro del lungarno va ad aggiungersi ai tanti altri, (dai crolli di Pompei, ai supermercati fatti nei siti archeologici, alle coste avvelenate, e via dicendo) che hanno un comune denominatore: il guardare sempre il “sopra” e mai il “sotto”, sempre l’apparenza e mai la sostanza, sempre le piastrelle firmate del bagno e mai le fondazioni della casa. In Italia non si vuole perdere il vizio di mettere la spazzatura sotto lo zerbino, vizio reso ancora più idiota dal fatto che lo zerbino è il nostro. Si cerca di curare l’immagine con una parola magica: “infrastrutture”, intendendo per infrastrutture cose che vanno da progetti kamikaze come il ponte sullo stretto a cattedrali nel deserto come la Milano- Brescia, bella ed utile quanto vuota per il piccolo problema di un pedaggio da panico per chiunque abbia uno stipendio da comune mortale. E ultima argomentazione per i monumenti all’inutile è “creano migliaia di posti di lavoro”.

Tutte queste “infrastrutture” per condurre a mari poi impraticabili a meno di prendersi una malattia infettiva a causa di scarichi industriali e fognature a cielo aperto, di città d’arte che ti crollano sotto i piedi, di musei con code chilometriche e sale chiuse, di luoghi dove basta un temporale a far straboccare le fognature e vedere che l’unico intervento che viene fatto è più “poetico” che tecnico e consiste nel chiamare il temporale “bomba d’acqua”, o altre cose simili. Quindi un’ “immagine “ effimera e poco credibile.

Altra costante sono i “responsabili”. In ogni comune, in ogni municipalizzata, in ogni partito ogni dieci persone c’è un “responsabile” stipendiato, ma quando accadono queste cose la responsabilità non è mai di nessuno. Si palleggiano le colpe e al massimo salta fuori qualcuno con l’immancabile “Non è il momento delle polemiche ma di rimboccarsi le maniche e delle (ma và?)infrastrutture.

Bene, Signori, a questo punto mi sento di poter dire che l’Italia non ha bisogno di giostre, poiché è essa stessa una giostra meravigliosa, costruita da secoli di civiltà, arte e cultura, una “giostra” che tutto il mondo ci invidia. E l’unica “infrastruttura” di cui ha urgentemente bisogno è un cantiere grosso quanto l’Italia stessa per mettere in sicurezza gli edifici, valorizzare le città d’arte, ripulire le coste e riportare allo splendore il nostro mare, tutelare la qualità dell’ambiente e del cibo, rendere sicure e percorribili le strade. Se ci pensate, è un lavoro enorme, con costi ben oltre il ponte sullo stretto e altre “giostre”, e se guardate ciascuno nella propria città i disoccupati coprirebbero a malapena la metà del personale necessario.

Quindi, se avete voglia di “rimboccarvi le maniche” e “creare posti di lavoro”, è il momento di cominciare, poiché quando tutto questo sarà stato rovinato allora avremo davvero un buon motivo per piangere e lamentarci, e non perché “sale lo spread” o “ci sono i gufi”, e siamo arrivati a questo punto a causa di incuria di decenni dove avete speso fiumi di denaro solo per costruire i teatrini della vostra propaganda.

Buona giornata.

Paolo S.