Pubblicato in: CRONACA

La parabola politica di JFK, l’uomo che ci fece sognare la Luna (e poi ce la diede)


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Il 22 novembre 1963, alcuni spari (forse 3, forse di più) a Dallas mettevano fine alla vita di John Fitzgerald Kennedy, 35esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Kennedy aveva prestato giuramento il 20 gennaio del 1961.

In tutto i suoi giorni da presidente sono stati 1036, durante i quali gli Stati Uniti hanno affrontato sfide epocali: dal lancio del programma spaziale alla crisi dei missili su Cuba che portò il mondo a un passo dalla Terza guerra mondiale, fino alla grande battaglia politica contro il razzismo e la povertà.

Kennedy fu eletto con un programma ambizioso: traghettare l’America verso una “Nuova Frontiera”: “la frontiera delle speranze incompiute e dei sogni. Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze”.

Nell’ottobre del 1962, Kennedy e il suo omologo russo, Nikita Kruscev, si trovarono ad affrontare la crisi dei missili di Cuba che avrebbe rischiato di portare il mondo sull’orlo di una guerra mondiale. Scongiurato il pericolo, i due presidenti instaurarono una corrispondenza segreta alla ricerca di un accordo per un disarmo nucleare.

A ottobre del 1963, Kennedy si recò a Mosca per firmare il trattato sulla messa al bando parziale dei test nucleari (PTBT) che confinava gli esperimenti nucleari nel sottosuolo, limitando di rischi per l’ambiente. Il primo passo verso il disarmo bilaterale era fatto.

Il 26 giugno 1963, John Kennedy si recò in visita ufficiale a Berlino Ovest, dove a Rudolph Wilde Platz, di fronte a migliaia di persone pronunciò uno dei suoi discorsi più famosi: «Duemila anni fa l’orgoglio più grande era poter dire “sono un cittadino romano”. Oggi, nel mondo libero, l’orgoglio più grande è dire “Ich bin ein Berliner” (io sono un berlinese). Tutti gli uomini liberi, dovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso delle parole “Ich bin ein Berliner!”».

Queste parole pronunciate con forza volevano essere la risposta americana alla costruzione del muro di Berlino che nel 1961 aveva diviso in due la Germania, tracciando il confine nella capitale tedesca.

Il 25 maggio 1961, il presidente Kennedy annunciò durante una seduta congiunta del Congresso USA che entro la fine del decennio, gli Stati Uniti avrebbero inviato un uomo sulla Luna.

La decisione di Kennedy – ambiziosa e spavalda – era nata anche da motivi politici. In generale, Kennedy sentiva una forte pressione perché gli Stati Uniti erano stati appena sorpassati dall’Unione Sovietica nella “corsa allo spazio”. Quattro anni dopo il lancio dello Sputnik del 1957, il cosmonauta Yuri Gagarin era diventato il primo uomo a volare nello spazio. Era il 12 aprile 1961 e gli Stati Uniti erano all’inseguimento nell’avventura spaziale e quanto fatto da Alan Shepard il 5 maggio ’61 (un breve volo suborbitale) era soltanto un vano e inconsistente tentativo di recuperare terreno sui sovietici.

Il 28 agosto 1963, 250 mila americani aderirono a una marcia non violenta su Washington promossa dai leader del Movimento per i diritti civili e Martin Luther King che alla fine, dinanzi al Lincoln Memorial, tenne il suo famoso discorso, “I have a dream”.

I manifestanti chiedevano al governo una legge che mettesse fine alla segregazione dei neri e migliori salari per i lavoratori. Kennedy, da principio contrario alla marcia, per questioni di ordine pubblicò finì con l’appoggiarla. E in seguito incontrò King e gli altri leader. Ma non fece in tempo a vedere i frutti del suo lavoro: il Civil Right Act, la legge che sanciva la fine delle discriminazioni, venne approvato solo a giugno del 1964, 7 mesi dopo la sua morte.

la Commissione Warren, incaricata di far luce sull’omicidio.

Secondo il rapporto ufficiale a sparare al presidente fu Lee Harvey Oswald, uno psicolabile di simpatie castriste, senza la complicità di nessuno. Oswald in verità non confessò mai l’omicidio e venne ucciso due giorni dopo l’arresto, aprendo la strada a una lunga serie di congetture.

http://www.focus.it/cultura/storia/22-novembre-1963-kennedy-assassinato-a-dallas

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