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Bambina di 5 anni morta per denutrizione e i due genitori finiscono sotto inchiesta.


Morire a cinque anni per fame, per sete. Morire perché denutrita. Sembrerebbe essere stata questa la causa che ha strappato alla vita una bambina marocchina, giunta qualche giorno fa in condizioni disperate all’ospedale «Maggiore» di Novara.
la bambina viveva a Brescia con i genitori e che il padre era in possesso di regolare permesso di soggiorno. Qualche giorno fa marito e moglie si erano messo in viaggio in treno, ma giunti all’altezza di Novara, sono scesi perché si sono resi conto che la figlia stava molto male. I due stranieri hanno raccontato al personale sanitario del Dea che la bambina era con loro nel convoglio ma perdeva conoscenza in continuazione e stentava a tenere gli occhi aperti.

Giunta al Maggiore, la paziente è entrata in codice rosso ed è stata trasferita immediatamente in terapia intensiva pediatrica. Ma il suo stato di salute era così compromesso che tutti gli sforzi di medici e infermieri per strapparla alla morte sono risultati vani. Dai primi accertamenti il decesso sarebbe stato provocato da complicazioni dovute a uno stato di salute definito dagli stessi sanitari così «precario» da non consentir loro di stabilizzare la situazione e farle superare l’ultima crisi cardiaca accusata in corsia dopo il ricovero.
Il duro nodo da sciogliere resta legato al perché quella creatura fosse così malnutrita e disidratata.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/bambina-5-anni-morta-denutrizione-e-i-due-genitori-finiscono-1355005.html

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Giorno della memoria.Massimiliano Kolbe.


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Si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz.
Il sacrificio di padre Kolbe, raccontano i sopravvissuti di Auschwitz, provocò una grande impressione nella mente dei prigionieri, poichè nel campo non si riscontravano quasi mai manifestazioni d’amore verso il prossimo.Ed era successo che qualcuno aveva offerto la propria vita per un altro prigioniero a lui sconosciuto I superstiti testimoniano all’unanimità che, da allora, il campo divenne un luogo un po’ meno infernale.

Il 28 maggio 1941 Kolbe giunse nel campo di concentramento di Auschwitz, dove venne immatricolato con il numero 16670 e addetto a lavori umilianti come il trasporto dei cadaveri. Venne più volte bastonato, ma non rinunciò a dimostrarsi solidale nei confronti dei compagni di prigionia. Nonostante fosse vietato, Kolbe in segreto celebrò due volte una messa e continuò il suo impegno come presbitero.
Alla fine del mese di luglio dello stesso anno venne trasferito al Blocco 14 e impiegato nei lavori di mietitura. La fuga di uno dei prigionieri causò una rappresaglia da parte dei nazisti, che selezionarono dieci persone della stessa baracca per farle morire nel cosiddetto bunker della fame.
Quando uno dei dieci condannati, Franciszek Gajowniczek, scoppiò in lacrime dicendo di avere una famiglia a casa che lo aspettava, Kolbe uscì dalle file dei prigionieri e si offrì di morire al suo posto. In modo del tutto inaspettato, lo scambio venne concesso: i campi di concentramento erano infatti concepiti per spezzare ogni legame affettivo e i gesti di solidarietà non erano accolti con favore.
Kolbe venne quindi rinchiuso nel bunker del Blocco 11. Dopo due settimane di agonia senza acqua né cibo la maggioranza dei condannati era morta di stenti, ma quattro di loro, tra cui Kolbe, erano ancora vivi e continuavano a pregare e cantare inni a Maria. La calma professata dal sacerdote impressionò le SS addette alla guardia, per le quali assistere a questa agonia si rivelò scioccante. Kolbe e i suoi compagni vennero quindi uccisi il 14 agosto 1941, vigilia della Festa dell’Assunzione di Maria, con una iniezione di acido fenico. I loro corpi vennero cremati il giorno seguente, e le ceneri disperse.

https://it.wikipedia.org/wiki/Massimiliano_Maria_Kolbe

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A dar forza ai cittadini nell’incubo, a offrire un po’ di conforto e molto aiuto concreto a imprenditori e agricoltori, artigiani e commercianti, alla gente senza più casa e forse senza più il posto in azienda, sono vigili del fuoco e volontari della protezione civile, militari e forze dell’ordine, alpini col concedo ormai lontano nel tempo e ragazzi delle organizzazioni no-profit. Lavorano per mettere in sicurezza edifici e monumenti, aziende e case, spesso sfidando il sisma con interventi rischiosi ma indispensabili. Lavorano tutto il giorno e dormono poco la notte, pressati dalle continue scosse