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Il Prestigio delle Attività Umane.


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“Chi ha deciso l’importanza, il prestigio delle attività umane?
Perché i giardinieri che stamane lavoravano sul terrazzo di casa nostra appartengono ai lavori servili e noi padroni di casa, i pensionati di qualche ufficio, alle classi dirigenti?
Perché loro lavorano per noi che li guardiamo stando in poltrona?
Sono arrivati da un vivaio del Lago Maggiore stamane alle otto del mattino che noi eravamo ancora a letto, hanno aperto i loro sacchi traendone strumenti di lavoro di vario uso, hanno disteso nastri, tubicini per l’acqua, treppiedi e strumenti vari. Uno giovanissimo, un ragazzo, l’altro anziano e tracagnotto, ma entrambi di una forza e di un’agilità e precisione nei movimenti che sembrano appartenere a un’altra razza umana che noi dei lavori intellettuali abbiamo sottomessa.
Arrivato il mezzogiorno, loro erano ancora lì sul terrazzo fra i vasi, i tavoli, gli innaffiatoi e le scalette che avevano aggiustato lavorando. Vestiti da magut, da servi in calzoncini di tela e in magliette colorate, sbracati mentre noi per il lavoro più stupido e ripetitivo andiamo in giro in camicia bianca e cravatta e giacchetta abbottonata.
E anche qui io che li guardavo stentavo a capire perché anche nel vestire quelli dei lavori manuali debbano adottare forme più modeste e sottomesse, perché anche in quest’occasione in cui evidentemente quelli che devono lavorare sono loro e quelli che stanno a guardare siamo noi.
Noi i padroni, loro i servi, ma a vederli nel loro lavoro non c’era nulla di servile.
Al contrario un garbo, un’eleganza, una vorrei dire tradizione nobile nel trattare gli oggetti e gli strumenti, nella conoscenza dei fiori e delle loro forme, un garbo modesto ma incantevole nel rimettere in ordine i mazzi, un cespuglio, un’irrigazione, un fiore.
Passavano le ore, solo verso mezzogiorno o le due decisero che era arrivata l’ora di rimettere al loro posto decorativo e spettacolare tutti i componenti del terrazzo, dai tavolini alle consolle, dal tendone agli sgabelli, ed ecco l’ordine, la grazia tornare come per miracolo in quel piccolo rettangolo di terrazzo issato sopra i tetti della grande e rumorosa città, ma ormai isolato dalle sue confusioni e frastuoni per opera dei due magut in calzoncini di tela e camice a quadretti ruvide. E messi in un sacco i loro fertilizzanti, sementi e metri tascabili, i due entravano nel soggiorno dove stavamo per andare a tavola per il pranzo e ringraziavano e salutavano con modestia e cortesia noi, i padroni, quelli scelti dal buon Dio a far lavorare gli altri.”
[Giorgio Bocca, Venerdì di Repubblica, 20.05.2011]

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Il business della carità. Ottanta euro su 100 bruciati in stipendi e corruzione


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Secondo lo Human development report dell’Onu l’Africa subsahariana, dove si concentra la gran parte dei paesi beneficiari dei progetti di cooperazione, rappresenta oggi un terzo della povertà mondiale rispetto a un quinto del 1990.
Circa l’80% delle somme stanziate finanzia il funzionamento delle strutture, o si perde per strada per quella che i professionisti del settore chiamano, con un eufemismo, la “volatilità”: la corruzione, o la non disponibilità ad abbassare il proprio tenore di vita.

Quattrocentomila euro l’anno era l’affitto pagato a Roma per una villa sull’Appia Antica dal nigeriano Kanayo Nwanze, presidente dell’Ifad, l’agenzia dell’Onu che ha come missione quella di sradicare la povertà. Ma in un mondo in cui aumentano, contestualmente, diseguaglianze, conflitti e profughi – 60 milioni solo nel 2016, la cifra più alta mai registrata – esistono alternative alla cooperazione?

http://www.lastampa.it/2017/01/30/italia/cronache/il-business-della-carit-ottanta-euro-su-bruciati-in-stipendi-e-corruzione-aoM2FE3qkBwSmP7VRwVO5K/pagina.html