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Mowgli esiste e si trova in India: trovata in una foresta una bambina allevata dalle scimmie


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Dalle fiabe alla realtà: la polizia indiana ha trovato in una foresta dell’Uttar Pradesh una bambina di circa otto anni che viveva, come il mitico indianino Mowgli dei romanzi di Kipling, allo stato brado, fra gli animali ed in particolare con un branco di scimmie.

http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/04/06/mogwli-esiste-e-si-trova-in-india-trovata-in-una-foresta-una-bambina-allevata-dalle-scimmie_600b2fe8-57bf-42d8-970f-f1fad30a4677.html

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Il collezionista di Aleppo


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Ci sono uomini, sogni e oggetti più forti della guerra. Mohammed Mahiedine Anis, la sua collezione di automobili d’epoca, la sua pipa e il suo grammofono sono tra questi.
Le sue automobili sono distrutte, ma lui è vivo e ha ancora i suoi sogni, la sua pipa e la sua musica.

È un uomo che ha vissuto gli orrori della guerra eppure ha conservato la speranza nel futuro. Non smette di ripetere che niente può abbattere il suo morale, la sua determinazione a superare tutte le prove. Secondo lui è tutta una questione di testa. Ha una volontà di ferro.
La sua collezione però è stata seriamente danneggiata. Gli restano tredici automobili e sette sono in un deposito. Ne parla come se fossero dei bambini, dice che le sue Buick, le sue Chevrolet e le altre sono “ferite”. Dice che vuole ricominciare a collezionare automobili e comprarne di nuove. Forse non ci crede davvero, se si considerano le condizioni della città e del paese. Questo però lo aiuta a resistere.
Perché lui adesso vive in condizioni davvero difficili. Il suo appartamento è devastato, la sua casa quasi distrutta. Dorme tra le macerie. È come molti abitanti di Aleppo: lavoratori, intraprendenti e con un forte attaccamento alla loro città. Ad aiutarlo a vivere sono anche i ricordi, e gli oggetti. Come il suo grammofono. Non c’è quasi più elettricità ad Aleppo. Un’ora al giorno quando va bene, senza contare quella, piuttosto aleatoria, dei generatori sparsi qua e là in città. Il suo apparecchio per i dischi in vinile a 78 giri però funziona con una manovella.
Come lui, la gente torna poco a poco nella zona est. La zona ovest, controllata dal governo, è stata relativamente risparmiata dalla distruzione. Il quartiere di Chaar e quelli nella zona est della città, invece, sono stati in parte polverizzati dalle bombe. La mancanza d’acqua è un problema serio. Arriva a poco a poco, grazie alle distribuzioni dell’Unicef, ma alcuni scavano pozzi abusivi e se non si fa attenzione si rischia di ammalarsi per aver bevuto acqua non potabile. Per trovare da mangiare ci sono delle bancarelle che vendono legumi, cibi in scatola, carne, lo stretto indispensabile per vivere. Ci sono anche prodotti di prima necessità per la ricostruzione. La vita torna, lentamente.

http://www.internazionale.it/notizie/joseph-eid/2017/03/17/collezionista-aleppo

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I 50 anni dalla morte di Totò


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Il 15 aprile 1967 si spegneva il Principe della risata, il principe Antonio de Curtis, il grande Totò.

Non si spense a Napoli, ma a Roma, dove viveva ormai da anni, ai primi funerali celebrati a Roma, ne seguì un secondo a Napoli e un altro ancora nel suo rione, la Sanità, il 22 maggio di quello stesso anno.

Tanti gli omaggi che il Paese ha voluto tributargli, dal dolce dedicatogli dalla pasticceria napoletana Poppella, alla Zecca dello Stato che per l’occasione ha coniato una moneta raffigurante il volto del grande attore.
Il Comune di Napoli dedica all’artista per il Maggio dei Monumenti 2017 la straordinaria mostra ‘Totò Genio’ curata da Vincenzo Mollica e Alessandro Nicosia, che aprirà i battenti il 12 aprile, in tre importanti edifici storici napoletani, precisamente il Palazzo Reale, il Maschio Angioino e il complesso conventuale di San Domenico Maggiore.

In mostra tutto il materiale che il Principe della risata aveva custodito nel suo archivio personale e che l’associazione ‘Antonio de Curtis, in arte Totò’ rappresentata oggi da Elena Articoli, figlia di Liliana de Curtis, ha messo a disposizione dei curatori e dell’amministrazione comunale di Napoli.
All’illustre artista che Peppe Barra definisce: ‘ l’ultima vera, grande e irripetibile Maschera d’Italia; anzi, prima di Napoli e poi d’Italia’, manca ancora il suo museo. La struttura esiste, lo splendido Palazzo dello Spagnuolo al Rione Sanità, a due passi dal luogo in cui è nato l’attore, il palazzo del 1738 caratterizzato da una scala a doppia rampa che è diventato uno dei simboli di Napoli.

Il consigliere regionale dei Verdi Francesco Saverio Borrelli ha commentato a riguardo: ‘Tutto è cominciato nel 2000 quando la Regione, proprietaria dell’immobile, diede in comodato d’uso la struttura al Comune per la realizzazione di un museo dedicato al principe de Curtis, un comodato che, tra l’altro, scadrebbe nel 2025, in pratica, ben più della metà della durata del comodato d’uso è andata persa’.

Museo che fu aperto solo per poche ore nel 2010, una mattina con Liliana de Curtis, figlia di Totò, che osservava le teche ancora vuote. In seguito la struttura, ha subito il deperimento a causa di infiltrazioni ai terrazzi e la questione dell’installazione dell’ascensore e una nuova scala interna, sbagliata nei lavori precedenti. I lavori di sistemazione dovrebbero riconsegnare il museo in concomitanza dei festeggiamenti del 15 aprile 2017.

Per celebrare Totò anche uno spettacolo teatrale dal titolo ‘In Arte Totò’ con protagonista e coautore Enzo Decaro, insieme con Liliana De Curtis, che andrà in scena al Teatro Parioli di Roma il 21 aprile ed in replica in forma di reading a Napoli il 24 aprile nelle sale del Museo archeologico nazionale, nell’ambito del Festival Mann.

http://magazinepragma.com/attualita/50-anni-dalla-morte-toto/

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Terremoto in Abruzzo: L’Aquila 2009


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L’Aquila – 6 aprile 2009/6 aprile 2017: otto anni che possono essere un tempo infinito o sembrare un attimo. Dalle 03:32 di quella notte in cui il terremoto ha cambiato il volto del capoluogo dell’Abruzzo, come l’anima e la vita degli abitanti, i cittadini aquilani non si sono mai arresi. Anche se in tanti hanno scelto di trasferirsi in altre località, per garantire alla famiglia un’esistenza più tranquilla e lontana dalle ferite lasciate dal sisma, molti altri sono rimasti qui, tentando di ricostruire le loro case e il loro passato. Le gru altissime dei cantieri segnano il profilo sopra la città.

Secondo i dati dell’Ufficio speciale per la ricostruzione dell’Aquila (aggiornati al 06 febbraio 2017), sono 665 quelli attualmente aperti, ma molti di più quelli già conclusi: 7.802. Sono 56, poi, quelli in allestimento, mentre 36 sono sospesi. Ma ancora tanti, 1.858, quelli ancora in attesa di partire.

Al 31 marzo 2017, in base ai dati del Comune, sono ancora 8.876 le persone alloggiate nei Progetti Case e 2.272 quelle che si trovano nei Map (moduli abitativi provvisori). i nuclei familiari assegnatari di alloggi del Progetto Case sono 3.517, i nuclei familiari assegnatari di alloggi Map 1.137.
A otto anni dal sisma la vera piaga continua ad essere la ricostruzione pubblica – ha detto il sindaco della città, Massimo Cialente -. La ricostruzione del centro storico è partita solo a marzo 2013 e adesso si lavora alacremente. Come testimoniano le quasi 100 gru disseminate sul territorio”. Ma nel cuore della citta, aggiunge il primo cittadino “la ricostruzione proprio non cammina: basti pensare al Teatro Comunale o al Duomo. Stessa cosa avviene per le scuole”.

Nessuno degli edifici scolastici danneggiati dal sisma, infatti, è stato ricostruito. Sono seimila i bambini che vanno in classe nei container e nessuna scuola ha lasciato i 36 MUSP (Moduli a uso scolastico provvisorio) allestiti nel 2009. Potevano essere utilizzati per quattro anni: ne sono passati il doppio e, come si poteva prevedere, presentano gravi problemi di manutenzione.

Quindi una ricostruzione, quella dell’Aquila, partita in ritardo o ancora ferma a causa dell’emergenza e della burocrazia. E che procede lenta. Così, accanto a palazzi perfettamente ricostruiti e tornati più belli di prima, ci sono edifici che sono rimasti come li ha segnati l’urlo della terra di tanti anni fa. Per quelli, il tempo, non sembra proprio passato…

05 aprile 2017

http://www.repubblica.it/cronaca/2017/04/05/foto/terremoto_in_abruzzo_le_foto_a_confronto_l_aquila_2009_-_2017-162243689/1/#1

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Se l’Italia giovane del dopoguerra incontrasse quella di oggi


L’Italia di oggi – a differenza di quella del 1945 – non è un Paese per giovani.dopoguerra.jpg

E’ possibile cercare di recuperare, nell’Italia di oggi, lo slancio vitale del secondo dopoguerra? Quello che pose le basi per un miracolo economico che l’intera Europa ci ha invidiato? E’ possibile che l’Italia vecchia, agiata e impaurita di oggi ritrovi lo spirito di quella giovane del dopoguerra, povera ma piena di energia? .
L’Italia dei primi decenni del dopoguerra, quella del miracolo economico, era ricca soprattutto di giovani, a loro volta pieni di energia da convogliare verso un futuro di maggior benessere. Al censimento del 1951 la metà dei residenti nella Penisola aveva meno di trent’anni, un valore analogo a quello dell’attuale popolazione mondiale, mentre oggi in Italia gli under 30 sono meno del 9% della popolazione.
I tanti giovani del dopoguerra facevano parte di una generazione che partiva da modeste condizioni economiche, ma che aveva un enorme desiderio di crescere e grandi spazi aperti per provarci. Una generazione che si è trovata ad aggiustare al rialzo le proprie aspettative con un corrispondente aumento della mobilità sociale: non c’erano diritti o posizioni da difendere, ma nuovo benessere da costruire. Era molto più la promessa di ciò che si poteva ottenere uscendo dalla casa dei genitori che la certezza di ciò che si aveva rimanendo. Quella generazione del dopoguerra pose non solo le basi del boom economico, ma anche di quello demografico.
Era un’Italia lontana anni luce da quella attuale. Oggi i giovani sono di meno, partono da condizioni di benessere maggiori rispetto alle generazioni passate, ma trovano minor spazio, soprattutto in Italia, per essere soggetti attivi di nuova crescita. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni oscilla da anni intorno a quota 40%, e il Rapporto Istat 2016 mostra come la fascia 15-34 anni abbia perso circa due milioni di occupati tra il 2008 e il 2015 (-28,1%). La conseguenza di tutto ciò è che oltre 100mila italiani – in buona parte giovani – lasciano ogni anno il Paese. Come è stato possibile arrivare a questa situazione?
Dagli anni Ottanta l’Italia ha cambiato pelle, difendendosi dai cambiamenti anziché coglierne le opportunità. Questo trincerarsi in difesa, collettivo e individuale, è ben rappresentato da due indicatori che si sono sistematicamente posizionati oltre la soglia di guardia, facendoci così entrare in una spirale di bassa crescita e alti squilibri generazionali e sociali : si tratta del prodotto interno lordo, inabissato sotto il debito pubblico, e la consistenza demografica della generazione dei figli, precipitata sotto quella dei genitori. Come eredità di questo modello di sviluppo bloccato ci troviamo ora ad avere una delle combinazioni peggiori al mondo tra alto debito pubblico e bassa presenza della nuove generazioni nei processi di produzione di nuova ricchezza.
Tutto questo si ripercuote appunto sul lavoro: nella prima metà degli anni Novanta il tasso di occupazione degli uomini di 30-34 anni era superiore al 90%, mentre oggi supera di poco il 75%. Viceversa, sono in forte crescita gli occupati over 50. Insomma, mentre l’occupazione in età matura si sta avvicinando alla media europea, quella giovanile ne rimane drammaticamente lontana.
Il vero problema è che l’Italia non solo è povera di giovani, ma ha anche giovani sempre più poveri. I dati Istat mostrano che nel 2015 la condizione di povertà assoluta delle famiglie con persona di riferimento al di sotto dei 35 anni è diventata più frequente (10,2%), mentre invece è scesa al 4% per le famiglie di anziani. In coerenza con questi squilibri crescenti è rallentata la formazione di nuovi nuclei familiari ed è diminuita la natalità  . Non è un caso se siamo una delle società avanzate con più bassa formazione di nuclei familiari prima dei 30 anni e, conseguentemente, con fecondità più bassa prima di tale età. Ma facciamo un confronto con la Francia, Paese simile per dimensioni demografiche al nostro. Mentre i francesi hanno mantenuto quasi costante nel tempo il contingente delle nascite, attorno a 800mila per anno, noi siamo progressivamente scesi fino a meno di 500mila (dati Istat 2017). Rispetto ai francesi, nella fascia 25-34 anni risultiamo essere oltre un milione in meno e in quella 15-24 ben un milione e mezzo in meno. Il divario aumenta se consideriamo il numero di giovani occupati. Tale valore era, nel 2006, pari a 2,2 milioni in Francia e 1,5 milioni in Italia. A dieci anni di distanza ne troviamo oltre 2 milioni oltralpe e meno di un milione da noi. Nello stesso periodo, nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni la Francia è salita da 2,7 a 3,9 milioni di occupati, e l’Italia da 2,3 a 3,7 milioni. Si è quindi ampliato il divario sui giovani occupati, mentre si è ridotto quello in età matura.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-04-04/se-l-italia-giovane-dopoguerra-incontrasse-quella-oggi-173746.shtml?uuid=AEEMmPz&refresh_ce=1