Pubblicato in: CRONACA

Se l’Italia giovane del dopoguerra incontrasse quella di oggi


L’Italia di oggi – a differenza di quella del 1945 – non è un Paese per giovani.dopoguerra.jpg

E’ possibile cercare di recuperare, nell’Italia di oggi, lo slancio vitale del secondo dopoguerra? Quello che pose le basi per un miracolo economico che l’intera Europa ci ha invidiato? E’ possibile che l’Italia vecchia, agiata e impaurita di oggi ritrovi lo spirito di quella giovane del dopoguerra, povera ma piena di energia? .
L’Italia dei primi decenni del dopoguerra, quella del miracolo economico, era ricca soprattutto di giovani, a loro volta pieni di energia da convogliare verso un futuro di maggior benessere. Al censimento del 1951 la metà dei residenti nella Penisola aveva meno di trent’anni, un valore analogo a quello dell’attuale popolazione mondiale, mentre oggi in Italia gli under 30 sono meno del 9% della popolazione.
I tanti giovani del dopoguerra facevano parte di una generazione che partiva da modeste condizioni economiche, ma che aveva un enorme desiderio di crescere e grandi spazi aperti per provarci. Una generazione che si è trovata ad aggiustare al rialzo le proprie aspettative con un corrispondente aumento della mobilità sociale: non c’erano diritti o posizioni da difendere, ma nuovo benessere da costruire. Era molto più la promessa di ciò che si poteva ottenere uscendo dalla casa dei genitori che la certezza di ciò che si aveva rimanendo. Quella generazione del dopoguerra pose non solo le basi del boom economico, ma anche di quello demografico.
Era un’Italia lontana anni luce da quella attuale. Oggi i giovani sono di meno, partono da condizioni di benessere maggiori rispetto alle generazioni passate, ma trovano minor spazio, soprattutto in Italia, per essere soggetti attivi di nuova crescita. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni oscilla da anni intorno a quota 40%, e il Rapporto Istat 2016 mostra come la fascia 15-34 anni abbia perso circa due milioni di occupati tra il 2008 e il 2015 (-28,1%). La conseguenza di tutto ciò è che oltre 100mila italiani – in buona parte giovani – lasciano ogni anno il Paese. Come è stato possibile arrivare a questa situazione?
Dagli anni Ottanta l’Italia ha cambiato pelle, difendendosi dai cambiamenti anziché coglierne le opportunità. Questo trincerarsi in difesa, collettivo e individuale, è ben rappresentato da due indicatori che si sono sistematicamente posizionati oltre la soglia di guardia, facendoci così entrare in una spirale di bassa crescita e alti squilibri generazionali e sociali : si tratta del prodotto interno lordo, inabissato sotto il debito pubblico, e la consistenza demografica della generazione dei figli, precipitata sotto quella dei genitori. Come eredità di questo modello di sviluppo bloccato ci troviamo ora ad avere una delle combinazioni peggiori al mondo tra alto debito pubblico e bassa presenza della nuove generazioni nei processi di produzione di nuova ricchezza.
Tutto questo si ripercuote appunto sul lavoro: nella prima metà degli anni Novanta il tasso di occupazione degli uomini di 30-34 anni era superiore al 90%, mentre oggi supera di poco il 75%. Viceversa, sono in forte crescita gli occupati over 50. Insomma, mentre l’occupazione in età matura si sta avvicinando alla media europea, quella giovanile ne rimane drammaticamente lontana.
Il vero problema è che l’Italia non solo è povera di giovani, ma ha anche giovani sempre più poveri. I dati Istat mostrano che nel 2015 la condizione di povertà assoluta delle famiglie con persona di riferimento al di sotto dei 35 anni è diventata più frequente (10,2%), mentre invece è scesa al 4% per le famiglie di anziani. In coerenza con questi squilibri crescenti è rallentata la formazione di nuovi nuclei familiari ed è diminuita la natalità  . Non è un caso se siamo una delle società avanzate con più bassa formazione di nuclei familiari prima dei 30 anni e, conseguentemente, con fecondità più bassa prima di tale età. Ma facciamo un confronto con la Francia, Paese simile per dimensioni demografiche al nostro. Mentre i francesi hanno mantenuto quasi costante nel tempo il contingente delle nascite, attorno a 800mila per anno, noi siamo progressivamente scesi fino a meno di 500mila (dati Istat 2017). Rispetto ai francesi, nella fascia 25-34 anni risultiamo essere oltre un milione in meno e in quella 15-24 ben un milione e mezzo in meno. Il divario aumenta se consideriamo il numero di giovani occupati. Tale valore era, nel 2006, pari a 2,2 milioni in Francia e 1,5 milioni in Italia. A dieci anni di distanza ne troviamo oltre 2 milioni oltralpe e meno di un milione da noi. Nello stesso periodo, nella fascia di età tra i 55 e i 64 anni la Francia è salita da 2,7 a 3,9 milioni di occupati, e l’Italia da 2,3 a 3,7 milioni. Si è quindi ampliato il divario sui giovani occupati, mentre si è ridotto quello in età matura.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-04-04/se-l-italia-giovane-dopoguerra-incontrasse-quella-oggi-173746.shtml?uuid=AEEMmPz&refresh_ce=1

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...