Pubblicato in: CRONACA

LE ARGOMENTAZIONI IMPRECISE HANNO EFFETTI MOLTO CONCRETI


Debora Serracchiani è tornata ieri sulla polemica che l’ha coinvolta con un nuovo post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Quanta importanza data a dei banali post facebook, si dirà. Per quanto mi riguarda, l’importanza di questa vicenda risiede nel suo rappresentare un ottimo caso studio che illustra una tendenza molto più generale, come scrivevo ieri qui, che vede il discorso pubblico impoverirsi sempre di più perché privo di un qualche pur minimo radicamento in forme strutturate di pensiero critico.
Nel nuovo post di Serracchiani, dopo una sostanziale confutazione di quanto affermato precedentemente – “i razzisti pensano che una violenza fatta da uno straniero sia peggiore di quella fatta da un italiano, per me la violenza è sempre e comunque da condannare, senza colore e senza graduatorie” – si confermano con nuove argomentazioni molte di quelle presentate in precedenza, argomentazioni dagli effetti distorsivi molto concreti.
La metafora familiare (e la scomparsa della società)
“Un richiedente asilo chiede un atto di solidarietà e la comunità che lo accoglie instaura con lui un rapporto di fiducia. Solidarietà e fiducia tengono insieme le famiglie. Per questo una violenza su un minore è odiosa, ma se viene compiuta in famiglia è ancora più odiosa. A renderla tale è il fatto che a commetterla è stata una persona “di fiducia”, scrive Serrachiani.
Attenzione, perché se si usano metafore abusate e totalmente infondate scientificamente che ricorrono alla “famiglia” e anche alla “comunità” per discutere fenomeni che riguardano viceversa la “società” – oggetto che é sostanzialmente scomparso dal discorso pubblico – parte dell’opinione pubblica ne trarrà implicazioni assolutamente fallaci che si basano sul travisamento delle situazioni concrete di cui si discute. Nel post si arriva a paragonare il rapporto che sussiste fra membri di uno stesso nucleo familiare a quello che sussiste fra un soggetto richiedente asilo e la società locale nella quale é arrivato. La confusione generata da questa similitudine é tale da spingere alcuni partecipanti al thread a dire che “Serracchiani ha ragione, anche a me farebbe più male se a rubarmi in casa fosse mio figlio o una persona conosciuta” con un ribaltamento clamoroso della situazione concreta di cui si discute che, viceversa, si é prodotta viceversa fra due persone sconosciute che non avevano rapporti di fiducia. Per chi scrive, il giudizio etico fra le due situazioni non cambia in alcuna misura, purtroppo é stata Serracchiani, con il suo “moralmente più odioso”, ad alimentare una serie di immagini e paragoni ingannevoli che confondono famiglia, comunità e società anche attraverso un registro emotivo – riconoscenza, tradimenti della fiducia, sdegno – che fa sostanzialmente dimenticare la logica dei diritti e delle responsabilità che é quella propria allo stato di diritto.
A tal proposito e scanso di equivoci é importante ricordare che il diritto di asilo é per l’appunto un diritto sancito dalle convenzioni internazionali e riconosciuto dalla nostra costituzione. Un diritto che, potenzialmente, potrebbe riguardare e in passato ha riguardato membri di società che oggi si trovano in posizione di accoglienza: quindi si può sicuramente parlare di riconoscenza e di solidarietà – e sono certo che molti profughi provano riconoscenza, come moltissimi europei provano sentimenti di solidarietà nei loro confronti – ma quando si parla alla scala della società é importante sottolineare che a quella scala ragioniamo in termini di diritti e responsabilità (agli italiani esclusi dal pagamento del ticket sanitario non chiediamo riconoscenza nei confronti dei contribuenti che rendono possibile il loro accesso alle cure sanitarie, ma parliamo di un diritto garantito costituzionalmente come per l’appunto il riconoscimento del diritto d’asilo).

La responsabilità in solido dei migranti (e la rappresentazione di comunità immaginarie)
“Oltre alla vittima, della quale ci si dimentica sempre quando scoppiano polemiche ideologiche e pretestuose, vengono infatti traditi gli altri richiedenti asilo e tutti quelli che si battono per l’accoglienza dei migranti“, scrive Serracchiani.
Attenzione, perché se si persevera nell’affermare che il richiedente asilo avrebbe un’ulteriore colpa morale anche nei confronti degli altri profughi, della società che lo ha accolto e addirittura nei confronti di chi si batte per l’accoglienza si stanno suggerendo diverse cose fallaci. Prima di tutto si sta facendo pensare che, per qualche ragione misteriosa, la condizione di profugo dovrebbe essere portatrice di un qualche inimmaginabile miglioramento morale di chi ne é coinvolto tale da rendere legittima la nostra irrealistica aspettativa che fra i profughi, diversamente che dal resto dell’umanità, debbano e possano non esserci dei criminali. Inoltre, fa anche pensare che esista un gruppo sociale omogeneo – ” il gruppo sociale dei profughi” – che viceversa non esiste considerato che stiamo parlando di insiemi spesso molto disorganizzati di individui che appartengono a una congerie di nazionalità e condizioni sociali diverse e che si trovano spesso in una condizione di forte isolamento. E si sta così implicando che fra i membri di questo immaginario gruppo sociale e il gruppo nella sua collettività e fra questo e la società di arrivo esista una sorta di “responsabilità in solido” in relazione a quanto commesso da ciascun individuo che é parte di quel gruppo. E infatti, sempre nel thread si moltiplicano i commenti che sottolineano come sia utile la presa di posizione della Presidente del Friuli perché “questi mettono in cattiva luce gli altri migranti” come in altre occasioni si é sottolineato che “i migranti però dovrebbero controllare le mele marce“, affermazioni che di nuovo travisano la situazione reale: ovvero che siffatto gruppo non esiste e che l’atto di cui si parla ha una razionalità individuale, che é peraltro quella riconosciuta in uno stato di di diritto.
Inoltre, ultimo aspetto che esula dal discorso: attenzione a parlare di “vittime dimenticate quando si alimentano polemiche pretestuose” perché il post di cui stiamo parlando e le dichiarazioni precedenti potrebbero essere accusati esattamente di aver fatto esattamente quanto denuncia. Talvolta il silenzio, associato a l’impegno a che le istituzioni facciano quanto devono fare, é per una figura pubblica davvero la forma di più grande rispetto.

Il buon senso e le allusioni alle verità scomode
“Al di là del caso specifico, in cui le responsabilità saranno accertate dalle autorità, io ho sentito il dovere di dire una cosa che credo di buon senso, anche se scomoda”, scrive Serracchiani.
Attenzione, perché usando l’aggettivo “scomodo” per qualificare la sua presa di posizione, si sta alludendo al fatto che vi siano dei non detti, delle omissioni, una vasta area grigia di cose di cui non si parla in relazione alla questione dei profughi e che lei invece, in virtù del suo coraggio politico, ha reso visibili. Mi dispiace rilevarlo, ma qui l’identità con il discorso della destra e ultimamente anche con quello M5S rischia di diventare assoluta e l’effetto concreto é quello di suffragare fra le persone l’idea che le prese di posizione in qualche misura “negative” nei confronti della condizione dei profughi siano atti di trasparenza, svelamenti di oggetti occulti. E, non a caso, sulla sua pagina si sono moltiplicati i commenti di chi dice che “finalmente si dice una cosa che pensa il 95% degli italiani” diversamente da quanto sostengono “pochi fighetti, radical-chic e perbenisti” secondo un’attitudine che onestamente non vedo perché non possa essere riprodotta in egual maniera a commento di un post di Salvini, Meloni o Di Maio. Da questo punto di vista, appare lecito interrogarsi riguardo la reale sussistenza di differenze in discorsi che generano lo stesso tipo di reazioni.

Le cose evidenti alla stragrande maggioranza dei cittadini (ovvero della followship, non della leadership)
“E credo di aver detto una cosa evidente alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Non rendersene conto significa fare il gioco di quelli che razzisti lo sono veramente”, scrive Serracchiani.
L’implicazione ormai neanche molto sottaciuta di questo argomento che conosciamo bene é la seguente: la stragrande maggioranza dei cittadini é sostanzialmente contro il riconoscimento del diritto d’asilo ed é attraversata da pulsioni razziste, quindi dovete solo ringraziare che vi siano leader politici come me che non sono contro l’accoglienza e che, opportunamente, ogni tanto dicono cose che hanno l’obiettivo di ammansire tale stragrande maggioranza dei nostri concittadini sottraendoli al discorso dei politici razzisti. Ovviamente, purtroppo, non vi sono evidenze che tale “strategia” sottragga effettivamente spazio al discorso dell’estrema destra – per rimanere all’aneddotico, uno spiacevole poster di Fronte Nazionale che circola in rete sembrerebbe smentire tale ipotesi – e soprattuto non darei per scontato che tali affermazioni corrispondano al sentire, e magari si potrebbe anche aiutare a ragionare e non solo a sentire talvolta, dell’opinione pubblica. Quello di cui forse possiamo essere più certi é che voler contrastare l’anti-politica usando l’espressione “poltrone” per indicare le cariche elettive, voler contrastare l’infedeltà fiscale usando l’espressione “mettere le mani nelle tasche degli italiani” in relazione a un ipotetico aumento della pressione fiscale oppure voler contrastare il rifiuto nei confronti del diritto di asilo discutendo di un singolo reato commesso da un singolo richiedente asilo in termini di “tradimenti” della nostra solidarietà e della nostra fiducia e di “verità scomode” sia quantomeno controintuitivo. Forse si potrebbero scegliere strade più dirette e leggibili di perseguire questo come altri nobili obiettivi.

Fare le pulci a quanto dicono i leader politici: una forma di rigore democratico
A conclusione di questa vicenda dovremmo chiederci: le affermazioni di Serracchiani hanno permesso gli italiani di elevare la propria consapevolezza rispetto alle rilevanti questioni pubbliche dell’accoglienza dei richiedenti asilo oppure della violenza sessuale? La risposta é inequivocabilmente no. Ma voi potreste aggiungere che i politici non sono maestri né professori e che il loro obiettivo non é formare ma convincere. Cosa senza dubbio sempre più vera, talmente vera che in effetti é oggi difficile capire quali sia il rapporto fra la realtà delle cose e ciò di cui molti leader politici vogliono convincerci.
Quando parlo di tramonto del pensiero critico nell’articolazione del discorso politico intendo questo. E sono anche convinto che “fare le pulci” a quanto i politici dicono sia una forma di rigore democratico di cui abbiamo sempre più bisogno.
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http://www.glistatigenerali.com/partiti-politici/le-argomentazioni-imprecise-hanno-effetti-molto-concreti/

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